03 Nov 2025
Le scoperte enoiche di Benny

Il mio primo Trentodoc Festival

Quest’anno, per la prima volta, ho avuto il privilegio di immergermi nell’atmosfera vibrante del Trentodoc Festival. Dal 26 al 28 settembre, la città di Trento è stata un palcoscenico spumeggiante, che ha offerto un percorsi gustativi e viaggi sensoriali in una terra che sa fare dell’accoglienza un’arte.
Il palinsesto, curato con maestria da Luciano Ferraro, Vicedirettore del Corriere della Sera e Direttore Artistico della manifestazione, ha proposto un fitto intreccio di incontri, masterclass d’eccezione e visite in cantina. È stata un’edizione che ha celebrato il Trentino come leader globale della qualità, un primato confermato dal recente trionfo al Champagne & Sparkling Wine World Championships, dove le bollicine di montagna sono risultate le più premiate al mondo.

Trento: un salotto di storia e cultura

Prima di parlare di calici, bisogna parlare di Trento. La città mi ha accolto con la sua eleganza discreta e la sua ricchezza storica. Passeggiare per le sue vie significa attraversare secoli di storia: dal rigore romano alle decorazioni rinascimentali dei palazzi affrescati del centro, fino alla maestosità del Castello del Buonconsiglio. Trento non è solo un centro amministrativo, è una cerniera culturale tra l’Italia e l’Europa centrale, un luogo dove la pietra dei monumenti dialoga con il verde delle montagne circostanti. Questa identità così forte e fiera è lo scenario perfetto per un vino che nasce proprio “in quota”. Giunto alla sua quarta edizione, il Trentodoc Festival è ormai l’appuntamento imprescindibile per chi vuole capire l’anima del Metodo Classico trentino. La sostanza di questa kermesse risiede nel dialogo: non si beve e basta, si impara. Ma il Festival non vive solo di talk-show e grandi palcoscenici nel centro storico; il suo cuore più autentico batte nelle visite in cantina, che sono state in assoluto la parte che ho preferito. È lì, tra i lieviti e il silenzio delle pupitres, che il racconto si fa tangibile, permettendo di toccare con mano la dedizione dei produttori che, nonostante la vendemmia in corso, hanno aperto le loro porte per condividere la passione di una vita.

Tra pioggia e sold-out: l’atmosfera in città

Il meteo non è stato magnanimo: ho affrontato tre giorni di pioggia costante, ma questo non ha scalfito la mia determinazione. Insieme ad amiche e colleghe dell’associazione Donne del Vino, abbiamo cercato di vivere quante più esperienze possibili per cogliere ogni sfumatura dell’evento. Se devo muovere una piccola critica, non mi aspettavo di riscontrare un coinvolgimento così timido da parte della città stessa; tra le strade e i locali il fermento sembrava scorrere sottotraccia.

Tuttavia, non appena si varcava la soglia dei luoghi deputati — dalla splendida cornice di Palazzo Roccabruna al maestoso Castello del Buonconsiglio, passando per Palazzo Geremia e Palazzo Thun — l’atmosfera cambiava radicalmente. All’interno, l’affluenza era altissima e la partecipazione vibrante: ogni evento era rigorosamente sold-out, segno di un interesse enorme che richiede una pianificazione attenta e prenotazioni anticipate. Il Trentodoc Festival si conferma così un’esperienza per chi sa cercare l’eccellenza, un brindisi collettivo che, nonostante il maltempo, ha riscaldato il cuore di chi ama le bollicine di montagna.

AI e futuro: apertura con Riccardo Luna

Il dibattito con Riccardo Luna ha ufficialmente aperto il mio Trentodoc Festival, accendendo i riflettori su un tema tanto attuale quanto dibattuto: l’Intelligenza Artificiale applicata alla viticoltura d’eccellenza. Il carisma di Luna nel raccontare l’innovazione mi ha conquistata, portando la platea a riflettere su scenari stimolanti che spaziano dalla gestione di precisione dei vigneti alla personalizzazione estrema dell’esperienza enologica. Sebbene rimangano interrogativi etici sul rischio di perdere la “poesia” del fare vino, sono uscita dal confronto con una convinzione: se consideriamo l’AI come un valido strumento governato dall’uomo, essa può diventare un valore aggiunto straordinario per preservare l’anima del prodotto. Restano alcuni dubbi, ma la strada è tracciata e staremo a vedere come evolverà.

Cultura e spettacolo: resilienza e biodiversità

Il festival ha dimostrato che il vino è un linguaggio universale capace di connettere musica, filosofia e letteratura. Particolarmente profondo è stato il Wine Talk dedicato alla sfida della biodiversità, dove il filosofo Telmo Pievani, insieme a Luciano Ferraro, al presidente dell’Istituto Trento Doc Stefano Fambri e ad Andrea Buccella (responsabile produzione di Cesarini Sforza), ha offerto una lettura evolutiva del vino di montagna come espressione di resilienza. La viticoltura alpina è stata descritta come una forma di “resistenza creativa”, un equilibrio fragile ma vitale capace di custodire autenticità in un mondo che cambia. Questa narrazione si è poi intrecciata alle Sparkling Stories, dove voci come quella di Francesco Pannofino hanno dato corpo e anima al racconto del territorio.

Neuroscienze e Vino: un’esperienza cognitiva

Il mio percorso è continuato con un approfondimento affascinante sul legame tra mente e calice. Ho avuto il piacere di ritrovare il Prof. Vincenzo Russo, la cui capacità di analizzare il comportamento del consumatore attraverso le neuroscienze mi aveva già colpita in passato. Partecipare a una sua esperienza neurosensoriale è stato entusiasmante: abbiamo esplorato come il nostro cervello percepisce il perlage e come gli stimoli esterni influenzino il giudizio organolettico, trasformando l’assaggio in un atto di consapevolezza scientifica. A rendere il momento impeccabile è stata la presenza di Simone Loguercio, Miglior Sommelier d’Italia AIS, che ha condotto la parte gustativa con una competenza alta, traducendo le reazioni cerebrali in descrizioni poetiche e tecniche dei vini in degustazione.

Le cantine e l’esperienza dai Lunelli

Come ho accennato, la parte del Festival che più mi ha entusiasmata è stata quella vissuta direttamente nei luoghi di produzione. Ho avuto il piacere di visitare realtà d’eccellenza come Reví e Spagnolli, due nomi che rappresentano l’anima più autentica e artigianale del Trentodoc. Di queste cantine, però, ho deciso di parlarvi in articoli dedicati che pubblicherò prossimamente. Meritano un racconto approfondito, spazio per descrivere ogni sfumatura dei loro calici e il calore dell’accoglienza che ho ricevuto. Vi basti sapere che Reví, fondata nel 1982 da Paolo Malfer e oggi guidata dai figli Stefano e Giacomo, è un gioiello di precisione artigianale dove il nome stesso — “Re del vino” — evoca una vocazione storica che si traduce in bollicine di estrema eleganza e freschezza alpina.

Villa Margon: tempo, gusto e raffinatezza

Un capitolo a parte di questo mio weekend spetta di diritto alla famiglia Lunelli e al mondo Ferrari. La storia del Trentodoc non sarebbe la stessa senza Giulio Ferrari, che nel 1902 ebbe l’intuizione di sfidare i giganti francesi creando un Metodo Classico in Trentino. Un’eredità raccolta nel 1952 da Bruno Lunelli, che ha saputo trasformare un sogno in un simbolo globale del Made in Italy.

Il cuore pulsante di questa rappresentanza è Villa Margon, una splendida residenza cinquecentesca immersa nei vigneti, che funge da sede di rappresentanza del Gruppo Lunelli. La visita guidata all’interno della Villa è stata un’esperienza mozzafiato: le sale sono un trionfo di affreschi del XVI secolo che raccontano scene bibliche e cicli dei mesi, testimoniando l’importanza storica di questo luogo che ospitò illustri personalità durante il Concilio di Trento. Camminare tra quei loggiati, mentre fuori la pioggia cadeva silenziosa sui filari di Chardonnay, mi ha fatto sentire parte di una narrazione millenaria.

Il brunch stellato alla Locanda Margon

A coronamento di questa immersione nella bellezza, non potevo mancare l’appuntamento con la gastronomia d’eccellenza alla Locanda Margon. Qui ho vissuto l’esperienza del brunch stellato, dove la cucina dialoga costantemente con le bollicine di montagna. In questo salotto gourmet affacciato su Trento, la proposta culinaria esalta le materie prime del territorio con una tecnica sopraffina, creando abbinamenti che giocano sui contrasti e sulle armonie del Trentodoc. È stato il momento perfetto per riflettere su quanto il vino, in questo territorio, sia l’anello di congiunzione tra l’arte antica delle ville nobiliari e l’avanguardia della cucina contemporanea.

Un brindisi al futuro

Il Trentodoc Festival non è solo una vetrina, ma un messaggio di fiducia. Come sottolineato dall’assessora Giulia Zanotelli, l’obiettivo è rendere il Trentino una delle prime cinque mete mondiali per l’enoturismo. Dopo aver vissuto questo weekend tra showcooking firmati da grandi chef e brindisi nei palazzi storici, posso dire che la strada tracciata è quella giusta. Il Trentodoc non è solo un vino; è il racconto di uomini e donne che sfidano la montagna per racchiudere in un calice la purezza delle vette. Nonostante la pioggia e la città a tratti distratta, l’entusiasmo dentro le sale e le cantine è stato contagioso. Brindare al festival significa, in fondo, brindare alla resilienza e alla bellezza del Trentino stesso.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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