In Vino Veritas, in Paestum Futura
I Romani scelsero Paestum come luogo d’elezione, attratti da quella luce che sembra non spegnersi mai e da una posizione strategica che la rendeva un gioiello dell’Impero. Oggi, camminando tra la maestosità dorica dei templi che si stagliano contro il blu del Tirreno, si percepisce ancora quel senso di eternità. Paestum non è solo un sito archeologico; è un ecosistema dove l’arte antica dialoga con un paesaggio marino e una terra generosa, capace di regalare materie prime uniche.
Tra l’Acropoli e il mito
Non si può comprendere l’anima di questo luogo senza dedicare tempo alla sua Acropoli. Situata nel punto più alto della città antica, dove il sacro incontrava la vista del mare, l’Acropoli è il cuore pulsante di quella che fu Poseidonia. Passeggiando tra i resti delle fortificazioni e delle aree sacre, si avverte la stratificazione della storia: dal rigore greco alla pragmatica espansione romana. È un luogo che impone il silenzio e la riflessione, dove la pietra sembra ancora vibrare della devozione che un tempo animava questi spazi.
Il mio percorso è proseguito, in due mattinate differenti, all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Paestum. Una struttura che ho apprezzato immensamente per la cura e la ricchezza dei manufatti, capaci di restituire un’immagine vivida della vita quotidiana e dei riti funebri dell’antichità. Qui la storia si fa carne e pittura.
Un viaggio nel tempo
Il momento di massima emozione è stato dinanzi alla Tomba del Tuffatore. Questo reperto del 480-470 a.C. è un unicum assoluto: l’unico esempio di pittura parietale greca di epoca classica giunto fino a noi. Osservare la lastra di copertura, con quel giovane nudo che si lancia nel vuoto verso uno specchio d’acqua, è un’esperienza che toglie il fiato. È un tuffo metaforico, il salto nell’ignoto che segna il passaggio dalla vita alla morte, circondato sui lati lunghi dalle scene di un symposion. Vedere quegli uomini dipinti mentre bevono vino e suonano la lira riporta alle radici stesse della nostra passione: il vino come rito, come gioco e come ponte tra l’umano e il divino. Un’altra cosa mi ha colpita oltre ai reperti. È stato vedere, tra le sale perfettamente tenute, numerose scolaresche: non solo bambini piccoli, ma ragazzi più grandi, attenti e partecipi. È un segnale di speranza; la cultura e la consapevolezza del nostro patrimonio non si trasmettono solo sui libri, ma si costruiscono con la conoscenza diretta, visitando e capendo ciò che siamo stati. In un mondo che corre veloce, vedere giovani menti fermarsi a interrogare il passato è la garanzia di un futuro più consapevole.
La Dispensa San Salvatore: un’eccellenza emotiva nel Cilento
A pochi chilometri dai templi, il viaggio sensoriale mi ha fatto approdare alla Dispensa San Salvatore. Nato dalla visione di Peppino Pagano, questo luogo è molto più di un ristorante: è il manifesto di un’agricoltura biologica e biodinamica che celebra il Cilento con orgoglio. Qui la “filiera chiusa” non è uno slogan, ma una realtà palpabile che unisce l’allevamento delle bufale alla produzione di vini identitari, le cui etichette portano la firma artistica di Gillo Dorfles.
L’esperienza alla Dispensa si è rivelata una vera eccellenza emotiva. Grazie alla sapiente guida dell’oste Roberto, che con passione mi ha suggerito piatti capaci di far battere il cuore, ho scoperto una cucina che sa di casa e di verità. È stato straordinario assaporare la tradizione cilentana interpretata dalle mani delle massaie locali: piatti che scaldano l’anima e che raccontano, in ogni assaggio di mozzarella o di ortaggi dell’orto aziendale, il rispetto profondo per la terra. Una sosta che riconcilia con il tempo e che conferma come la grande ospitalità passi sempre attraverso l’autenticità delle persone e delle materie prime.
Paestum la Mozzarella di Bufala Campana DOP trova il suo tempio moderno, in un connubio tra mare, mito e latte che appaga i sensi prima ancora dell’intelletto. In questo scenario di perfezione millenaria, il Paestum Wine Fest eredita una responsabilità ambiziosa: essere il nuovo “Foro” del vino nel Mezzogiorno. Ma affinché un Foro funzioni davvero, servono le infrastrutture e quel rigore tipico di una colonia imperiale.
Un cantiere aperto all’eccellenza
Gli organizzatori, Angelo Zarra e Alessandro Rossi, hanno prontamente diffuso un comunicato che colpisce per onestà intellettuale: definiscono il PWF un “cantiere aperto”, ammettendo alcune sbavature e dichiarandosi pronti ad ascoltare i feedback per limare ogni dettaglio. È proprio in questo spirito di sinergia che muovo alcune riflessioni costruttive, convinta che il consolidamento di un evento passi proprio dalla cura di quegli aspetti che solo all’apparenza possono sembrare marginali.
La prima nota riguarda la scansione temporale. Fissare l’apertura generale alle ore 12:00 comprime l’intera agenda — tra banchi d’assaggio, interviste e approfondimenti — in un’unica fascia pomeridiana. Valorizzare la mattinata, magari già dalle 10:30, per le masterclass più impegnative e iconiche, permetterebbe ai visitatori professionali di dedicare la dovuta concentrazione ai tasting guidati senza sottrarre tempo prezioso alla scoperta dei produttori in sala.
Suggerimenti costruttivi
Anche la gestione degli spazi merita una revisione strutturale. Sebbene fossero presenti aree dedicate alla comunicazione, queste si sono rivelate numericamente insufficienti rispetto al reale flusso dell’evento. Inoltre, la mancanza di un coordinamento logistico fluido ha spesso costretto a scelte difficili: allontanarsi per un’intervista significava dover organizzare una “staffetta” per non lasciare scoperta la propria postazione.
Dettagli come l’acustica del salone, la gestione costante delle scorte di ghiaccio e una distribuzione più capillare dei vasi di scarico sono spunti necessari per garantire quella serenità tecnica indispensabile per analizzare il calice in profondità. Dopotutto, il motto della manifestazione, “nella fiera piccola c’è il vino buono”, esprime nella sua semplicità l’essenza del Paestum Wine Fest. Una realtà che cresce anno dopo anno e che ha tutte le carte in regola per confermarsi il punto di riferimento imprescindibile per il Centro-Sud, puntando su un’eccellenza che sia logistica tanto quanto enoica.
La profondità delle Masterclass: cultura e confronto
Se il salone è il luogo della scoperta, le masterclass sono state il cuore pulsante dell’approfondimento. Ho apprezzato immensamente la conduzione di grandi professionisti, voci autorevoli abituate a comunicare a un pubblico preparato con un linguaggio preciso, tecnico e al contempo estremamente efficace. Il valore di questi momenti è stato elevato da figure del calibro di Luca Grippo (giornalista enogastronomico e profondo conoscitore dei territori), Andrea Gori (oste, sommelier e tra i più influenti wine blogger italiani) e Tommaso Luongo (Presidente AIS Campania e raffinato comunicatore della cultura vitivinicola). La loro guida, affiancata dai direttori dei consorzi e dai rappresentanti di altri organismi vitivinicoli, ha creato una cornice di altissimo profilo.
Tuttavia, ciò che ha conferito a queste sessioni una verità narrativa è stata la presenza attiva dei produttori. Quando il produttore è lì, la masterclass smette di essere solo tecnica e diventa storia viva. Il loro intervento diretto ha permesso alle masterclass di acquisire il valore di avere i protagoniste, capaci di raccontarsi senza filtri. Questi non sono stati semplici assaggi, ma veri momenti di crescita e confronto che reputo essenziali per accrescere la cultura del vino. Un dialogo aperto tra chi il vino lo pensa, chi lo comunica e chi, con passione, lo sceglie.
Gli incontri che restano: Gozzellino e le colline astigiane
Superate le criticità, resta la luce degli incontri. Il mio percorso tra i filari ideali del Paestum Wine Fest è iniziato da una conferma preziosa: Gozzellino Viticoltori dal 1914. Avevo già avuto il piacere di approcciare questa realtà di Costigliole d’Asti grazie alla Multimedia di Milano di Stefano Donarini, ma l’incontro diretto con il titolare, Lorenzo Gozzellino, ha dato un volto e una voce a quel calice. Immergersi nei suoi vini significa vivere una vera genealogia liquida: un racconto che si snoda attraverso le generazioni, dalle referenze dedicate al padre Sergio fino a quelle pensate per i figli. Dalle parole di Lorenzo ho colto un senso della famiglia profondo e un orgoglio vibrante per ciò che sta costruendo. Un progetto che trova il suo culmine nelle suggestive “cene in vigna” estive, a cui spero di poter partecipare presto per assaporare dal vivo quel legame tra terra e cielo.
L’essenza del territorio tra Barbera e Moscato
La cifra stilistica di Gozzellino risiede nella capacità di far parlare gli autoctoni con una schiettezza disarmante. La Barbera e il Moscato sono qui i veri ambasciatori dell’anima aziendale. In particolare, la Barbera viene proposta in diverse versioni che esprimono evoluzioni e affinamenti differenti. Da quella più tradizionale a quella beverina fino a giungere a interpretazioni più moderne e strutturate. Vi invito a gustarle e a compararle tra loro. Secondo me è il modo migliore per comprendere quale sfumatura di questo vitigno risuoni di più con il vostro gusto.
Non meno affascinante è il Moscato, che ho assaggiato anche nella suggestiva versione passita, rivelatosi un piccolo capolavoro di equilibrio. La scelta di riportare i nomi dei familiari in etichetta non è solo un vezzo estetico, ma la firma di un’azienda che mette il cuore in ogni bottiglia, rispettando l’integrità del frutto e celebrando l’identità di un Piemonte autentico che, a ogni sorso, invita con garbo alla beva.
Da Lorenzo a Lorenzo: la luce della Valle Isarco
Il mio viaggio tra i banchi d’assaggio è proseguito passando “da un Lorenzo all’altro”: l’incontro con Lorenzo Nichelatti di Liber Italy mi ha portata dritta nel cuore dell’Alto Adige, alla scoperta della Cantina Valle Isarco. Parliamo di una realtà sociale piccola e preziosa, che conta solo 135 soci e 150 ettari di vigneto, di cui ben la metà situati ad alta quota, oltre i 600 metri sul livello del mare.
Ma a conquistarmi, prima ancora del calice, è stata la storia del Kerner. Questo vitigno ha assunto per me note profondamente emozionanti quando ho scoperto che oltre ad essere il vino preferito di mio padre, lo è anche per il padre di Lorenzo. Un legame invisibile che ha reso l’assaggio un momento di pura memoria affettiva.
Il Kerner è un incrocio nato nel 1929 dalla mano del professor August Herold, che scelse di unire l’aristocratico Riesling alla più “proletaria” Schiava (Trollinger). La storia che Lorenzo mi ha raccontato è intrisa di un romanticismo autentico: inizialmente il vitigno portò il nome del suo creatore (Herold-Rebe), ma fu solo dopo la vinificazione che accadde l’inaspettato. Assaggiando quel vino così teso, diretto e vibrante, ma al contempo capace di sprigionare un bouquet aromatico e carezzevole, Herold esclamò: “Kerner!”.
Era un omaggio a Justinus Kerner, il suo poeta romantico preferito, amato proprio per quel suo linguaggio “dritto e tagliente”. Privo di fronzoli ma capace di arrivare al cuore. Herold rivide nel vino le stesse caratteristiche delle poesie di Kerner: una spina dorsale acida e tesa, quasi affilata, vestita però di un’eleganza olfattiva invitante e romantica. È così che Lorenzo mi ha presentato l’unico vitigno al mondo che porta orgogliosamente il nome di un poeta, un vino che invita alla beva con una piacevolezza tesa e contemporanea.
Sordo e la geografia del Barolo
Il viaggio con Lorenzo Nichelatti mi ha poi condotta verso Sordo, una realtà che definirei un vero “atlante geologico” del Piemonte. La loro forza risiede in un patrimonio viticolo straordinario, distribuito tra i comuni più vocati della denominazione, che permette di leggere le diverse anime del Nebbiolo attraverso una lente di assoluta purezza.
Ho iniziato il percorso con il loro Barolo DOCG, un vino che incarna l’antica sapienza dell’assemblaggio: qui convergono le uve di diversi vigneti, un’unione che regala una visione d’insieme completa e profondissima della denominazione. È un calice che parla di coesione, dove la struttura si fa setosa e l’intelaiatura dei legni non sovrasta mai l’esuberanza del varietale.
Il risultato è un calice di sorprendente immediatezza: una beva dinamica, scattante e già pronta a dialogare con il degustatore. Rispetto alla complessità dei Cru, questo Barolo si rivela più diretto, solare e agile, perfetto per chi cerca la nobiltà del Nebbiolo in una veste più conviviale e accessibile.
I cru a confronto
La narrazione si è poi fatta millimetrica nel confronto tra due vette della gamma. Da un lato il Barolo Monvigliero (Verduno), l’anima più eterea e raffinata di Sordo: un vino che gioca sulla grazia, con note di pepe bianco e florealità che si appoggiano su una trama tannica sottile come seta. Dall’altro, la potenza del Barolo Prapò (Serralunga d’Alba), dove il suolo calcareo-argilloso imprime un carattere austero, fiero e quasi monumentale. Qui il tannino si fa architettonico, profondo, e la progressione minerale distende il vino su una lunghezza infinita. È un contrasto affascinante: se il primo accarezza, il secondo conquista per solidità. Due espressioni diametralmente opposte che testimoniano la capacità di Sordo di restare in ascolto dei diversi suoli della Langa.
Michela Muratori: l’eleganza della sostenibilità
Tra i banchi del Paestum Wine Fest ho avuto il piacere di ritrovare un collega stimatissimo, Federico Bovarini. Insieme abbiamo condiviso la tensione e l’emozione dei palchi nei concorsi nazionali, sfidandoci a colpi di analisi organolettiche e prove di servizio. Vederlo oggi collaborare con una realtà d’eccezione come Michela Muratori (Muratori Franciacorta dal 1999) è stata una conferma della sua crescita professionale.
L’assaggio più significativo è stato il loro Millesimato Brut 2020 (sboccatura 2025). In questo calice ho ritrovato una complessità e un’eleganza rare, figlie di chi ha scelto la sostenibilità non come una moda, ma come un vero e proprio biglietto da visita. È un Franciacorta che parla di precisione tecnica e rispetto per il territorio, capace di esprimere una struttura importante pur mantenendo una freschezza dinamica. Un incontro che ha unito il piacere di ritrovare un amico alla scoperta di un’eccellenza che guarda al futuro con consapevolezza ambientale.
Ippolito 1845: l’ambasciatore del vino di Calabria
Se esiste un punto di riferimento saldo per l’affermazione della Calabria vitivinicola — una regione dal potenziale immenso e in fortissima espansione — questo è certamente Ippolito 1845. Ho già avuto l’occasione di visitare i loro vigneti e l’azienda, approfondendo una produzione che definirei una vera missione territoriale. In prima linea per il meritato riconoscimento della DOCG Cirò, Ippolito rappresenta l’ambasciatore completo: unisce vino, territorio, tradizioni e una coesione familiare che si respira in ogni scelta aziendale.
Tra i loro assaggi, non poteva mancare il Mare Chiaro (Cirò Bianco DOC). E’ un vino che reputo semplicemente strepitoso per la sua capacità di portare nel calice la sapidità e la luce del Mar Ionio. Accanto a questo, brilla il loro Pecorello, un autoctono calabrese dalla personalità vibrante che merita un capitolo a parte. Una volta vi racconterò la sua storia affascinante. Per ora, il mio consiglio è semplice: andate ad assaggiarlo!
Fontezoppa: tra brezze marine e profili montani
L’ultimo approdo di questo viaggio sensoriale mi ha portata nelle Marche con Fontezoppa, una realtà che custodisce nel cuore la ricchezza di due luoghi: l’orizzonte del mare di Civitanova e l’altura dei Sibillini a Serrapetrona. Il nome stesso è un omaggio a un’antica fonte d’acqua che sgorgava fuori dalle mura di Civitanova Marche Alta, dove oggi i filari si rincorrono tra Porta Marina e l’Adriatico. L’incontro con Giulia Luzi è stato il valore aggiunto di questo incontro. Giulia, forse un velo di stanchezza sul viso, emanava luce e gioia per la recente maternità della piccola Sveva. Per me rappresenta il volto autentico dell’azienda che nelle Marche è un riferimento costante per chi cerca vini buoni e il calore di una famiglia che crede profondamente nel proprio lavoro. Insieme a lei, ho esplorato la freschezza della Ribona e la purezza della Vernaccia di Serrapetrona ferma, assaggi che sanno di brezza marina e terra pulita. Fontezoppa è anche cultura dell’accoglienza: la loro Locanda è un approdo che spero di visitare presto, per ritrovare quel connubio tra cucina marchigiana e sorrisi sinceri che sanno di casa.
L’esperienza della kermesse: tra ambizione e necessità di rigore
Come al solito potrei continuare con altri assaggi ma decido di fermarmi qui e lasciarvi due considerazioni personali.
L’edizione di quest’anno ha confermato quanto la manifestazione sia diventata un polo d’attrazione fondamentale per il settore vitivinicolo. Tuttavia, la bellezza del contesto non può esimere l’organizzazione da una riflessione profonda sulla logistica e sulla gestione degli spazi, affinché l’entusiasmo non rischi di offuscare la qualità del lavoro di operatori e produttori.
Se è vero che in vino veritas, la verità di questo Paestum Wine Fest sta nella sua capacità di attrarre e unire. Accogliamo con favore la promessa di Zarra e Rossi: il potenziale è immenso e, affinando la macchina organizzativa con il rigore che la storia di questi luoghi insegna, la “Paestum Futura” del vino sarà certamente radiosa. Cin!!
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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