Letrari
10 Ott 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Mezzo secolo di Letrari. Emozioni in edizione limitata

 

Il 26 settembre 2026, a Rovereto, Letrari ha celebrato i suoi 50 anni di Trentodoc con una degustazione rimasta nella memoria di chi c’era: tre vini in edizione limitata, Letrari 76, +4 Rosé 2012 e Letrari 152, e un ospite d’onore, Josef Reiterer di Arunda. Un viaggio dalla Vallagarina al Metodo Classico di montagna, nel segno di Lucia Letrari e di una famiglia che da mezzo secolo custodisce il Trentino delle bollicine.

Come vi avevo promesso, eccomi qui a raccontarvi l’emozione di una degustazione d’autore che è andata decisamente oltre i normali canoni del settore. Appena mi sono seduta al tavolo d’onore, accanto a Lucia Letrari, a Rosaria Benedetti, a Josef Reiterer e sua moglie e alle amiche Donne del Vino presenti, mi sono resa conto che stavo per partecipare a qualcosa di raro. Un assaggio denso, viscerale, in cui si sono intrecciate sensazioni e sfumature diverse. Perché quello a cui stavamo per assistere non era un semplice traguardo commerciale, ma il racconto di un percorso identitario lungo mezzo secolo.

Let’s go!

Il nastro dei ricordi si riavvolge così alla mattina di sabato 26 settembre. La luce tersa e frizzante dell’aria montana mi ha salutato all’uscita dalla Casa del Vino della Vallagarina ad Isera, dove una ricca colazione a base di prodotti locali mi ha dato energia e slancio dopo la stanchezza del lungo viaggio e le chiacchiere della sera prima.

Un’adrenalina sottile mi ha condotto a Rovereto. Non erano nemmeno le 10:00 quando ho varcato la soglia di casa Letrari. La sensazione di essere testimone di un momento storico era tangibile. Chi conosce Lucia sa bene quanto sia una donna forte, tenace, orgogliosa custode dell’eredità di papà Leonello. Essere presente e vederla visibilmente agitata mentre accoglieva gli ospiti con al fianco la figlia, è stato un privilegio umano prima ancora che enologico.

A rendere ancora più intimo e solenne questo evento, condotto con straordinaria maestria da Rosaria Benedetti, è stata la presenza di un gigante come Josef Reiterer e della moglie Marianne. Fondatore nel 1979 della celebre casa spumantistica Arunda a Meltina (scelta pionieristica d’alta quota, a 1.200 metri d’altitudine) e figura carismatica dell’enologia altoatesina, Reiterer è riconosciuto tra i padri nobili e i massimi maestri del Metodo Classico di montagna in Italia.

Lucia e la figlia Margherita
L’eredità di Leonello Letrari e la nascita del Trentodoc

Ascoltare Rosaria Benedetti mentre ripercorreva con grazia la genesi del Trentodoc è stato coinvolgente. A un certo punto, per la precisione millimetrica delle date e la chiarezza dell’esposizione, sembrava stesse tenendo una vera lectio magistralis all’università, capace però di incantare chiunque fosse in sala.

È stato proprio attraverso la sua voce che abbiamo compreso come le radici di questa avventura affondino in un tempo ben più profondo dei cinquant’anni che stavamo celebrando. Per ritrovare l’inizio di tutto bisogna infatti viaggiare all’indietro fino al 1647, quando i Letrari muovono i loro primi passi a Borghetto d’Avio sulle sponde dell’Adige: prima come tenaci zatterieri fluviali, poi come abili commercianti. Ma è negli anni ’60 che il destino incrocia la grande enologia, grazie all’intuito visionario di Leonello Letrari.

La svolta decisiva

Prende forma nel 1976, quando Leonello fonda l’azienda vinicola a Nogaredo insieme alla moglie Maria Vittoria. Un cammino di successi a cui nel 1987 si unisce Lucia, fresca di diploma alla Fondazione Edmund Mach. Il suo ingresso porta una sferzata di fresca energia, innovazione e uno sguardo profondamente innamorato delle varietà locali. Con la scomparsa di Leonello nel 2017, il testimone è passato con naturalezza nelle mani di Lucia, che oggi porta avanti questo patrimonio affiancata con orgoglio dalla figlia Margherita.
Consacrato accanto a figure leggendarie come Giulio Ferrari tra i padri fondatori e artefici del Metodo Classico trentino, Leonello fu tra i primissimi a comprendere che la vera forza di questo territorio risiedeva nella costruzione di un’identità collettiva, spendendosi in prima persona fino all’ottenimento della DOC Trento nel 1993. Leonello non si è limitato a creare un’azienda d’eccellenza: ha regalato al Trentino una vera e propria coscienza spumantistica, trasformando il rigore austero della montagna in un’eleganza fluida, sincera e immortale.

Il ritmo verticale della Vallagarina

Tutto questo patrimonio storico trova il suo fondamento operativo in una filosofia produttiva rigorosa e viscerale, guidata dalla visione unica di Lucia Letrari. Per Lucia, la Vallagarina e la Terra dei Forti non sono semplicemente una mappa di colline o pianure. E’ un territorio che conosce e respira da sempre, un paesaggio dinamico fatto di contrasti, dove il fondo valle incontra l’impeto delle montagne. Questo continuo saliscendi geografico non è solo una caratteristica fisica, ma si trasforma in un vero e proprio ritmo sensoriale: un saliscendi visivo, olfattivo e gustativo che si ritrova identico in ogni calice. Il primo complice di questa tensione espressiva è il microclima unico dei circa 23 ettari di vigneto, distribuiti tra i corpi aziendali di Borghetto e Nogaredo. Qui soffia puntuale ogni pomeriggio l’Ora del Garda, un vento provvidenziale che risale dal lago asciugando i grappoli, spazzando via l’umidità e mantenendo le uve in uno stato sanitario impeccabile, premessa indispensabile per salvaguardare la purezza dei profumi di montagna.

La filosofia Letrari

Sul piano enologico, la firma stilistica di casa Letrari si basa su un’accurata gestione parcellare. Ogni singola parcella viene vendemmiata e vinificata separatamente, interpretando le sfumature di altitudine, suolo ed esposizione. Solo successivamente Lucia procede al minuzioso e sartoriale lavoro di composizione delle cuvée base. È un approccio che protegge i vini dalle oscillazioni climatiche delle singole annate, garantendo quella costanza e quell’eleganza tridimensionale che definiscono da sempre l’identità della maison.

Il coraggio di sperimentare oltre le mode

Permettetemi qui una riflessione che mi sta particolarmente a cuore. Ciò che amo profondamente di Letrari è questa spinta innata a sperimentare continuamente, spinta non dalla rincorsa dei trend o dalle mode del momento, ma dal puro desiderio di fare sempre meglio e superarsi. Per un’azienda di medie dimensioni che produce circa 110.000-120.000 bottiglie all’anno e lavora unicamente con la materia prima dei propri vigneti, decidere di accantonare micro-partite da 2.000 o 3.000 bottiglie per fare ricerca e, soprattutto, lasciarle stoccare in cantina a riposare sui lieviti per anni rappresenta un impegno economico, logistico e filosofico enorme. È una scelta ammirevole, quasi romantica, che costituisce uno dei tratti più distintivi e autentici di Letrari nel panorama spumantistico italiano.

 

Non solo Metodo Classico

Ma Letrari non è solo bollicine. La produzione dei vini fermi rappresenta infatti un capitolo fondamentale e fortemente identitario dell’azienda, dove la pulizia espressiva dei bianchi d’acciaio lascia spazio a una ricca gamma di rossi e chicche territoriali di straordinaria personalità. Fra gli altri mi piace ricordare proprio il Marzemino, della sottozona d’Isera, che Letrari interpreta come rosso di grande struttura e muscolatura.  Insieme alle donne del vino, abbiamo avuto il piacere di apprezzarlo la sera prima alla Casa del Vino. Un vino capace di unire materia, trama tannica e un sorso profondo senza perdere la tipica fragranza del frutto.

L’anima ferma della Vallagarina

Merita una menzione speciale il lavoro di recupero e tutela dell’Enantio (il celebre Lambrusco a foglia frastagliata), vitigno simbolo della Terra dei Forti. Se un tempo questa varietà veniva storicamente impiegata come uva da taglio, la filosofia di casa Letrari ne ha ribaltato il destino, scegliendo di vinificarlo rigorosamente in purezza per custodirne intatta l’impronta originaria e la spiccata acidità. Un progetto declinato con maestria sia nel rosso Enantio Riserva, strutturato, austero e di grande longevità, sia nella recentissima e affascinante versione Enantio Rosato (IGT Vigneti delle Dolomiti), prodotto da un micro-vigneto di appena 0,3 ettari su piante pre-fillossera a piede franco a Mama d’Avio.
A queste perle territoriali si affianca un’ulteriore chicca di rara eleganza: il Moscato Rosa, prodotto in pochissimi ed esclusivi esemplari. La sua forza risiede in un profilo gustativo saggiamente bilanciato, mai stucchevole né estremamente dolce, che ne esalta la straordinaria versatilità d’abbinamento e una piacevolezza di beva irresistibile.

Il colore della pienezza

Prima di addentrarci nei singoli assaggi, c’è un elemento che merita una riflessione importante: il colore. Nelle bollicine di casa Letrari la veste cromatica esprime fin dal primo sguardo la pienezza e la sincerità dei vini. Dimenticatevi quei toni pallidi, “color carta”, che andavano tanto di moda fino a qualche anno fa. Qui nel calice risplendono tonalità piene, vivaci, che sono la diretta conseguenza di una perfetta maturazione delle uve in vigna e dell’impronta dei vitigni impiegati. Quindi non un giallo frutto di ossidazioni legate al tempo o a maturazioni eccessive e tendenti al tropicale, tipiche di zone più calde. Il ^giallo Letrari^ sembra quasi una pietra preziosa e il vino sfoggia un colore intenso, luminoso e vibrante, specchio fedele di una materia prima ricca ed espressiva. L’ordine dei vini serviti in degustazione è stato volutamente modificato all’ultimo momento. Una scelta sapiente per valorizzare al meglio la progressione organolettica e regalare un’esperienza sensoriale ancora più coerente e dinamica.

iniziamo la degustazione
Trentodoc Dosaggio Zero – Etichetta Verde (Vendemmia 2023)

A schiudere la sequenza dei calici è stato il Trentodoc Dosaggio Zero, la classica Etichetta Verde. Una cuvée bilanciata composta da Chardonnay, Pinot Nero e una quota di Pinot Bianco, vinificata ed affinata esclusivamente in serbatoi d’acciaio inox con una permanenza sui lieviti di circa 30 mesi.

L’origine del Dosaggio Zero: l’equilibrio prima di tutto

Lucia ci ha raccontato che la nascita di questa etichetta è legata a un’intuizione pionieristica. Degustando proprio nella stessa sala in cui eravamo seduti, insieme ad altri colleghi produttori, si rese conto che le bottiglie assaggiate con la sboccatura à la volée, quindi prive di qualsiasi addizione di zucchero, risultavano già straordinariamente bilanciate e complete. All’epoca il dosaggio medio sul mercato si attestava attorno agli 8 g/l (mentre oggi la media si è abbassata verso i 4 g/l), rendendo quella decisione una scelta di grande coraggio visionario.

Piccola nota personale

Quando una tipologia diventa di moda, si rischia spesso di cadere negli eccessi. Non tutte le annate e non tutti i vini possono permettersi un dosaggio zero senza sgraziarsi o mostrare spigolature sgradevoli, specialmente considerando che il Trentodoc possiede per natura un’affilatezza e una spinta acida più marcate rispetto ad altri territori. Servono uve perfette e una struttura intrinseca importante: Letrari è uno dei pochissimi che può permettersi il Pas Dosé con totale naturalezza, donando al sorso una delicata morbidezza fruttata senza ricorrere a nessun “trucco” di dosaggio.

Letrari 76 – Edizione Cinquantesimo (Vendemmia 2019)

Il filo conduttore immediato tra il primo assaggio e questa straordinaria Riserva risiede proprio nell’assemblaggio delle uve. Se nelle Riserve tradizionali della maison si utilizzano storicamente solo Pinot Nero e Chardonnay, il Letrari 76 nasce come un vero e proprio laboratorio di cantina. E’ il frutto felice di quelle prove di taglio che si fanno tra i tini per capire come evolvere e superarsi. È così che si è scelto di inserire un 10% di Pinot Bianco, arrivando a una cuvée composta da 50% Pinot Nero, 40% Chardonnay e 10% Pinot Bianco.

Ma l’unicità di questa edizione limitata non sta soltanto nella rarità dei 76 esemplari in formato Magnum, numero simbolo che rende omaggio all’anno di fondazione dell’azienda, ma in una scelta enologica. Per la primissima volta, le tre varietà vengono vinificate insieme, seguite da un passaggio di circa 8 mesi in legno. Una sinergia in fermentazione che fonde e sintonizza la struttura del Pinot Nero, l’eleganza dello Chardonnay e la delicatezza del Pinot Bianco fin dai primi istanti, regalando al vino un’impronta irripetibile.

Siamo di fronte alla vendemmia 2019. Rispetto all’Etichetta Verde, la differenza sostanziale sta non solo nell’evoluzione del tempo, ma anche nella carezza del rovere sui vini base e nel dosaggio sartoriale di soli 1,8 g/l. Un’addizione millimetrica, necessaria per raggiungere un’armonia totale e plasmare un sorso avvolgente, tridimensionale, ricco di sfumature speziate e preziosi ricordi di pasticceria.

Trentodoc Riserva Quore Pienne Blanc de Noirs Millesimato 2017 – (8 anni sui lieviti)

Lucia ha scelto di farci assaggiare la Riserva Quore Pienne proprio prima dei due Rosati. Una sequenza didattica ideale per introdurci alla nobiltà del Pinot Nero attraverso una vinificazione in bianco pura, priva di contatto con le bucce, predisponendo il palato alla sua struttura prima di incontrarlo nella veste rosa. Al naso e al palato dimostra una statura tipica del pinot nero. Il sorso è teso, profondo, persistente. Stacca potentemente da quanto già assaggiato. Un’unica nota da mettere in evidenza: avendo una sboccatura recente risalente a febbraio 2026, risulta ancora troppo giovane, ma estremamente gastronomico.

L’aneddoto della nascita: la forza della vasca galeotta

Lucia ci ha svelato la storia bellissima della sua genesi. Prima di tutto bisogna sapere che Lucia da sempre ama in modo viscerale lo Chardonnay, tanto da inaugurare la linea Quore (scritta con la “Q”) riserva da monovarietale in purezza, rompendo con la tradizione di famiglia che invece vedeva sempre pinot nero e chardonnay insieme. Durante le consuete degustazioni alla cieca insieme al suo storico cantiniere (grande estimatore del Pinot Nero), Lucia nota una vasca particolarmente felice e tesa. Sorpresa dalla qualità dell’assaggio, scopre che si tratta proprio di Pinot Nero! Il cantiniere continua a riproporgliela con entusiasmo finché Lucia decide di creare la prima Riserva di Pinot Nero extra brut, quindi leggermente dosato, battezzandolo Quore Pienne e accogliendolo a pieno titolo nella linea Quore.

+4 Rosé Extra Brut Riserva Limited Edition 2012– 50 Anni (Vendemmia 2012)

Ed eccoci finalmente al primo rosè edizione limitata. Sull’universo dei vini Rosati, Lucia ha firmato una vera e propria rivoluzione stilistica. Un tempo, infatti, i rosati si presentavano sul mercato con tonalità estremamente cariche, intense e vistose. Quell’impatto cromatico così acceso, in gergo veniva ironicamente definito “color mutanda”. Lucia, che non concepiva che il vino più “maschile” venisse vinificato con un colore così innaturale, è stata artefice di una vera svolta. Quando finalmente si innamora del Pinot Nero e decide di realizzare la sua prima riserva rosé, sceglie con coraggio di abbattere i cliché del passato e di inseguire una tinta assolutamente autentica, delicata e naturale, che fosse il mero frutto dell’evoluzione del tempo.

Trasparenze d’autore e vinificazione in rosa

Come sappiamo, i rosati si possono ottenere anche attraverso la sapiente unione di vini base a bacca bianca con l’aggiunta dosata di un vino rosso pronto (di solito Pinot Nero), gestendo il colore in modo estremamente tecnico. Nel caso di Letrari, la scelta è stata invece quella di utilizzare vasche più espressive e macerazioni delicate in pressa, in modo da poter sostenere le lunghe attese. Le Riserve di casa Letrari affinano infatti sui lieviti dai 60 mesi in su.

Il paradosso del Rosé Riserva e la poesia dei numeri

Già nel lontano 2006 Lucia pensa di creare un rosé Riserva utilizzando la bottiglia trasparente invece di quella tradizionale. Ma quando decide finalmente di mettere in commercio il prodotto dopo oltre 10, si scontra con un curioso paradosso burocratico. All’epoca, infatti, il disciplinare del Trentodoc contemplava la menzione “Riserva” (che richiede un affinamento minimo di 36 mesi sui lieviti) esclusivamente per le versioni in bianco. Per poter fregiare ufficialmente un rosato di questo prestigioso titolo bisognerà attendere la modifica regolamentare introdotta dall’Istituto Trentodoc solo a partire dal millesimo 2015.

Mai perdersi d’animo

Senza perdersi d’animo, Lucia sceglie di imbottigliarlo semplicemente come Rosé, trasformando un vincolo burocratico in una poetica opportunità. Giocando con i numeri e con il cuore. Nasce così il nome +4, dove il segno “+” rappresenta Lucia stessa e il “4” simboleggia la quarta generazione di famiglia tutta al femminile, composta dalla figlia Margherita e dalle sue tre cugine. Un’edizione limitata speciale che ci ha conquistati per la sua grazia austera e che speriamo vivamente di non ritrovare soltanto nei ricordi del Cinquatenario, ma di veder entrare stabilmente nella gamma aziendale. Quel che abbiamo trovato nel calice del +4 Rosé 2012 (prodotto in soli 852 esemplari dopo ben 156 mesi sui lieviti) è uno straordinario colore buccia di cipolla dalle preziose sfumature ramate: un colore vero, mai finto o forzato, dove la freschezza croccante del frutto dialoga con una terziarizzazione elegante, austera e complessa. La degorgiatura gennaio 2025 lo rende già pronto in modo spettacolare. Profondo e persistente.

Letrari 152 – Edizione Cinquantesimo (Vendemmia 2007)

Il finale monumentale è stato affidato al Letrari 152, un Trentodoc Rosé Extra Brut unico (90% Pinot Nero, 10% Chardonnay) affinato per la bellezza di 212 mesi sui lieviti e tirato in sole 152 Magnum numerate. Si tratta fondamentalmente della riserva di una riserva. Stesso procedimento del vino precedente ma affinamento lunghissimo. Extra brut con circa 1.5 g/l di zucchero e degorgiato a gennaio 2026. Un calice vibrante, profondo, con una trama avvolgente, una spinta sapida infinita e un’eleganza matura che sublima la nobiltà del Pinot Nero e la capacità dei vini di montagna di sospendere il tempo.

A rendere questi due calici in edizione limitata ancora più suggestivi è la loro veste grafica: le etichette traggono infatti ispirazione dalle storiche lavagnette in legno e ardesia utilizzate da sempre sulle cataste in cantina per appuntare lotti, numeri di bottiglie e annate. Un richiamo d’antan, tattile e poetico.
Descrivere fino in fondo la magnificenza di questi due capolavori è un esercizio che lascio volentieri agli altri. Vi auguro semplicemente di avere la fortuna e l’occasione di assaggiarli per rendervi conto di persona della qualità, della persistenza e della straordinaria finezza che si conferma a ogni singolo passaggio: dalla luminosità del colore alla grana finissima del perlage, fino a un finale di bocca lungo, profondo ed eccezionalmente equilibrato.

Uno sguardo al futuro: dalle edizioni limitate a nuova linea iconica

Lucia ci ha svelato un’anticipazione preziosa. Vista la straordinaria qualità emersa da queste bottiglie nate per celebrare il Cinquantesimo, l’idea è che tra cinque o sei anni queste edizioni limitate possano diventare una nuova Riserva. Le etichette di ardesia e legno si preparano così a diventare non soltanto un meraviglioso ricordo di festa, ma un nuovo e solido punto di riferimento nel futuro della cantina Letrari.

Emozioni che vanno oltre il calice

Finita la degustazione, ciò che resta dentro è un’emozione profonda, la sensazione rara di aver vissuto qualcosa di autentico. Alcuni momenti, più di altri, si sono impressi nel cuore.
Primo fra tutti, lo sguardo di Lucia Letrari alla fine degli assaggi: visibilmente commossa, felice e appagata nel vedere la soddisfazione negli occhi di tutti noi per come si era svolta la mattinata. Un’atmosfera resa ancora più speciale dalla conduzione di Rosaria Benedetti, capace di guidare il racconto in modo colto, fluido e profondamente coinvolgente. La stessa Lucia ha ammesso con ammirazione la bravura di Rosaria, che non aveva mai assaggiato prima quelle edizioni limitate. Riuscire a raccontare e far vibrare nel calice tre vini così complessi al primo sorso, dialogando con la produttrice in perfetta sintonia, ha confermato una volta di più l’immenso rispetto e la stima che nutro per lei.

Rosaria Benedetti

Ad arricchire la mattinata di una grazia senza tempo è stato l’arrivo a metà degustazione della signora Maria Vittoria, madre di Lucia e co-fondatrice dell’azienda nel 1976. Vedere il suo volto emozionato e orgoglioso di fronte a traguardi che cinquant’anni fa erano solo un sogno ha commosso tutti. Con un sorriso pieno di dolcezza ha rievocato la complicità viscerale che legava Lucia al padre Leonello fin dai primi giorni in cantina, strappando una risata ricordando ciò che si dicevano allora. “Voi in cantina fate sempre come vi pare… ma poi a far quadrare i conti ci devo pensare io!”. Una frase semplice che racchiude l’amore e la dedizione di un’intera vita.

A sigillare questo racconto sono stati infine due scatti fotografici ricchi di significato: prima la foto che ritraeva le tre generazioni al femminile — Maria Vittoria, Lucia e la figlia Margherita — e poi la foto di famiglia al completo, con il fratello Paolo Emilio e la nipote che sta muovendo i primi passi per entrare nel team aziendale. L’immagine più bella e sincera di una grande cantina che sa guardare al futuro senza mai perdere le proprie radici.

Non solo colleghi, ma anime affini

Un altro tassello fondamentale di questa atmosfera così intima è stato l’abbraccio con l’ospite d’onore, Josef Reiterer della maison Arunda. Vederlo seduto al fianco della famiglia Letrari ha restituito il senso più nobile della parola stima. Non eravamo di fronte a due semplici colleghi che si scambiano convenevoli, ma al racconto vivo di un’amicizia consolidata nel tempo, nata fin dai tempi in cui il padre era protagonista e la visione della spumantizzazione di montagna muoveva i suoi primi passi coraggiosi.

C’è stato un momento preciso, quando Josef ha preso la parola, che ha toccato nel profondo tutti noi presenti e ha fatto commuovere Lucia. Guardandola negli occhi, le ha detto che lei possiede un dono raro: la capacità straordinaria di accompagnare e mantenere intatta la bontà e la purezza dell’uva dalla vigna alla bottiglia, senza rovinare nulla durante il lavoro in cantina.

Un’attestazione di stima che vale un’intera carriera. Chi vive il vino sa bene quanto sia difficile e profonda questa affermazione. Ho imparato che il primo grande obiettivo è fare la migliore uva possibile in vigneto. Portare in cantina un frutto perfetto è la premessa di tutto, ma da quel momento in poi la vera bravura del “vignaiolo-cantiniere” sta nel saper custodire quel risultato, rispettandolo senza forzature. Lucia fa esattamente questo con una grazia e un rigore d’altri tempi.

L’essenza di una giornata speciale

Ed eccoci giunti alla fine. Quello che mi rimane dentro, a riflettori spenti e con i calici ormai riposti, è una considerazione forte e chiara, un’emozione pulita che va ben oltre la pura degustazione tecnica. Torno a casa custodendo nel petto un insegnamento profondo, di quelli che toccano le corde più intime e ricordano a ciascuno di noi cosa conti davvero, nella comunicazione enoica così come nella vita. Ci sono valori che per me sono da sempre la spina dorsale di tutto. La forza accogliente del calore familiare, il rispetto viscerale e quasi sacro per la propria terra, la memoria intesa non come polveroso archivio ma come luce viva che guida il futuro.

Ritrovare tutto questo in una realtà che amo da sempre è stato un regalo immenso. In ogni parola ascoltata, in ogni sguardo scambiato tra le generazioni di questa famiglia e in ogni singola goccia versata si legge l’importanza dell’amore e della passione autentica. È stato un anniversario che non ha celebrato soltanto un successo enologico, ma ha saputo impartire una vera lezione di vita. E la bellezza più grande è stata riscoprire che il “Quore”, quello scritto con la Q, forte, coraggioso e pulsante, qui non è solo il nome di una riserva memorabile, ma il modo sincero e bellissimo in cui questa famiglia sceglie di vivere, lavorare e amare il vino ogni singolo giorno.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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