19 Apr 2026
Le scoperte enoiche di Benny

OperaWine 2026. Cronaca di un invito blindato

Terzo Atto del mio accesso esclusivo alle Gallerie Mercatali

C’è un orgoglio sottile, ma profondamente radicato nella consapevolezza del proprio percorso professionale, nel ricevere per la terza volta consecutiva l’invito a varcare la soglia delle Gallerie Mercatali. Chi vive il settore dall’interno conosce bene la natura “blindata” di questo appuntamento. Gli inviti non sono una concessione democratica, ma una risorsa preziosissima e limitata, gestita con rigore dalle stesse aziende selezionate. In un contesto fortemente orientato agli stakeholder internazionali, confermarsi per tre anni di fila tra i guest e la stampa accreditata non è un dettaglio, ma la testimonianza di una credibilità costruita calice dopo calice.

Varcare quella soglia a Verona non è mai un gesto abitudinario. C’è un’elettricità palpabile che attraversa l’architettura industriale delle Gallerie, una sensazione di privilegio consapevole che accompagna ogni passo verso l’ingresso di quello che è, a tutti gli effetti, l’evento più esclusivo del panorama vinicolo italiano. Stringere tra le mani quel biglietto significa essere parte di una narrazione che definisce il presente e il futuro del nostro mercato.

Ma cos’è, nel concreto, OperaWine?

Non si tratta di una semplice degustazione, ma del grande sipario che si alza ufficialmente sul Vinitaly. È un prologo di lusso che mette in scena l’eccellenza selezionata con rigore millimetrico dalla prestigiosa rivista americana Wine Spectator. Nato nel 2012 dalla collaborazione tra Veronafiere e la testata d’oltreoceano, questo appuntamento è diventato il termometro più autorevole per misurare l’appeal del vino italiano nel mondo, il luogo dove il prestigio delle etichette incontra la visione strategica dei grandi buyer e dei critici internazionali.

La storia di questa manifestazione è un racconto di costante elevazione. Nel tempo, OperaWine ha saputo trasformarsi da evento di gala a pilastro strategico, trovando la sua dimora ideale in uno spazio che ne riflette l’imponenza: le Gallerie Mercatali. Qui, tra le mura che profumano di storia e innovazione, il patrimonio enologico italiano viene celebrato non solo come prodotto, ma come un’esperienza immersiva capace di trasformare un pomeriggio di assaggi in un manifesto dell’eccellenza nazionale.

L’edizione 2026 ha introdotto una novità narrativa che ha cambiato il ritmo della giornata, proponendo una mappatura più leggibile e dinamica delle 150 cantine presenti. Quest’anno la selezione è stata infatti declinata in tre grandi categorie: le Legacy Icons, custodi della storia; le New Voices, volti emergenti che portano freschezza e nuovi linguaggi; e i Classics, ovvero i produttori leader che garantiscono quella continuità qualitativa indispensabile per il prestigio delle proprie regioni.

Approfondimento storico su Le Gallerie Mercatali

Non sono solo una cornice suggestiva, ma un pezzo fondamentale dell’archeologia industriale veronese. Inaugurate nel 1930 proprio di fronte al quartiere fieristico, nacquero come Stazione Frigorifera Specializzata per gestire il mercato ortofrutticolo. All’epoca, questa struttura era all’avanguardia in Europa: i treni carichi di merce entravano direttamente sotto le grandi volte per caricare i prodotti refrigerati, destinati ai mercati di tutto il continente.

Dopo un lungo periodo di dismissione, lo spazio è stato oggetto di un imponente restauro conservativo che ne ha preservato l’anima razionalista, caratterizzata dalle iconiche capriate in ferro e cemento. Oggi, queste “cattedrali del lavoro” hanno smesso i panni di hub logistico per diventare il salotto della cultura del vino, offrendo a OperaWine un’atmosfera unica dove la solidità del passato industriale dialoga con l’eleganza dei grandi cru italiani.

Emozioni in Galleria

Oltre alla qualità dei calici, c’è un aspetto umano che rende OperaWine un appuntamento unico e, per certi versi, insostituibile: il contatto diretto con l’anima delle cantine. In un vortice di assaggi, saluti e incontri rapidi, il vero valore aggiunto risiede in una formula tanto semplice quanto efficace, ovvero la presenza di una sola, iconica etichetta per ogni produttore.

Questa scelta permette di concentrare l’attenzione sul vertice della produzione, ma soprattutto favorisce un dialogo che durante i giorni frenetici del Vinitaly diventa quasi impossibile. Se tra i padiglioni della fiera è normale trovarsi di fronte a personale addetto o collaboratori, qui alle Gallerie sono i protagonisti in prima persona a versare il vino e a raccontarne la genesi. È un privilegio raro veder scendere nel calice un’eccellenza direttamente dalle mani di Priscilla Incisa della Rocchetta, o potersi confrontare sulla visione aziendale con figure del calibro di Camilla Lunelli o Laura Bianchi per Castello di Monsanto. È in questi brevi, densi momenti di scambio che il vino smette di essere solo un prodotto e torna a essere una storia di famiglia, di volti e di una dedizione che non ammette intermediari.

La Toscana e i suoi Castelli: un viaggio nell’eccellenza

Ogni anno, nel mio racconto di OperaWine, cerco di condurvi lungo sentieri sensoriali diversi, e per questa edizione ho sentito il richiamo della mia terra. La Toscana si conferma ancora una volta la regione capofila, un faro per le eccellenze italiane che alle Gallerie Mercatali brillano di una luce particolare. Dopo l’immancabile passaggio dal Sassicaia e un sorso profondo della 2013 del Flaccianello della Pieve di Fontodi, la mia bussola si è orientata verso una quattro castelli che hanno rappresentato, a mio avviso, gli assaggi più emozionanti della giornata.

Castello di Albola: le mie radici del Chianti Classico

Il mio legame con il Chianti Classico non è solo professionale, ma profondamente formativo. Ricordo con emozione il periodo trascorso alla Scuola Concorsi Toscana: lì, sotto la guida di maestri che avevano già conquistato il titolo di Miglior Sommelier d’Italia, ho imparato che la preparazione tecnica è nulla senza la capacità di ascolto. È in quel contesto che ho incontrato Sara Bondi — da poco entrata a far parte delle Donne del Vino Toscana — in occasione di un approfondimento per il mio primo Master sul Chianti Classico.

Oggi la mia firma su WineTales Magazine nasce proprio da lì: dall’esigenza di raccontare non solo il vino, ma l’anima delle aziende. I viaggi e le visite in cantina mi hanno insegnato che dietro ogni etichetta c’è un mosaico fatto di terroir unico e persone straordinarie. È questo amore per il racconto umano e territoriale che mi ha trasformata da sommelier a giornalista.

Attenzione alla sostenibilità

Castello di Albola non è solo un borgo medievale nel cuore della denominazione: ha vigneti inerpicati su pendii scoscesi sfidano l’altitudine tra i 350 e i 650 metri s.l.m. Questa posizione privilegiata garantisce escursioni termiche significative, creando quel microclima ideale che ha portato gli appassionati a definire queste etichette come i “Vini d’Altitudine”. L’eccellenza, qui, cammina di pari passo con la responsabilità. Castello di Albola è guidata dai principi dello sviluppo sostenibile, con una gestione certificata EQUALITAS che tutela il progresso economico e il benessere sociale. Un impegno concreto che ha visto, a partire dal 2016, l’inizio della conversione al regime biologico: una scelta che permette di produrre vini capaci di fare la differenza per l’ambiente, senza mai sacrificare il sapore inconfondibile della tradizione.

L’Assaggio: Chianti Classico Santa Caterina Gran Selezione 2018 (93 pt)

La Gran Selezione Santa Caterina 2018 è l’emblema di questa filosofia. Nel calice si esprime tutta la verticalità dell’altitudine di Albola. È un vino che colpisce per la precisione del frutto e per quella freschezza aristocratica tipica dei terreni più alti del Chianti Classico. L’annata 2018 ha regalato un equilibrio magistrale: il sorso è profondo, sorretto da una trama tannica fitta ma setosa, con un finale che richiama le erbe officinali e la terra bagnata. Un vino che non vuole solo impressionare, ma narrare con orgoglio la sua appartenenza a un paesaggio unico al mondo.

CASTELLO DI VOLPAIA – Chianti Classico Coltassala Riserva 2003 (91 pt)

La narrazione è proseguita spostandosi verso la storia con Castello di Volpaia. E’ una realtà familiare che coltiva i propri vigneti in regime biologico su terreni di arenaria, sciolti e ricchi di sabbia. È proprio da questo terroir particolare e da un microclima unico che nascono vini inconfondibili per eleganza e profumo. Arroccato sulla cima di una collina, il Castello vanta una storia antichissima: il primo documento che cita la fortezza e i suoi vigneti risale addirittura al 1172.

Quattro generazioni di sogni e passioni

La storia di Volpaia è il racconto di quattro generazioni unite dal sogno di Raffaello, che se ne innamorò per primo, trasformando il Castello in un centro di convivialità. Storico il tradizionale banchetto della porchetta per San Lorenzo, il santo patrono di Volpaia. L’eredità è passata poi a Carlo e Giovannella, che hanno dedicato la vita a riportare Volpaia alla sua essenza di borgo produttivo non solo di vino. Oggi il testimone è nelle mani dei figli. Incontrare Federica è stato come scoprire il nuovo volto dell’azienda: restauratrice e gallerista, viaggia per il mondo promuovendo i valori di Volpaia Nicolò, invece, mette la tecnologia al servizio dell’agricoltura e della comunicazione, mentre la quinta generazione già si affaccia all’orizzonte.

Coltassala 2003: l’anima del Chianti Classico

E’ un vino dalla storia affascinante: nato come vino da tavola, è stato per anni la Riserva storica dell’azienda prima di diventare, oggi, Gran Selezione. Composto da Sangiovese e da un piccolo ma fondamentale 5% di Mammolo (complementare classico del territorio), si presenta nel calice ricco ed elegante. È proprio quella “pennellata” di Mammolo a renderlo toscano fino in fondo, regalando una profondità aromatica straordinaria. Una prova di longevità impressionante, capace di dimostrare come il carattere di un grande terroir sappia sfidare i decenni mantenendo una freschezza e una complessità integre.

Per me, parlare con Federica e assaggiare questo 2003 è stato come aggiungere un tassello fondamentale alla mia storia personale nel Chianti Classico. Un’azienda che vorrei davvero visitare presto, per respirare da vicino quella fusione tra terra e sogni che solo Volpaia sa offrire.

L’arte di Pallanti e l’eleganza di Laura Bianchi

Infine, il cerchio si è chiuso con Marco Pallanti del Castello di Ama e Laura Bianchi del Castello di Monsanto. Nel cuore del Chianti Classico, sono due realtà opposte e complementari che disegnano l’eccellenza del territorio. Da un lato Castello di Monsanto, vera memoria storica della denominazione, che custodisce una delle biblioteche enologiche più impressionanti al mondo con un archivio di vecchie annate capace di sfidare il tempo e raccontare l’evoluzione del Sangiovese nei decenni,

Dall’altro Castello di Ama, dove il vino incontra la bellezza assoluta attraverso un progetto in cui l’arte contemporanea è diventata parte integrante dell’identità aziendale, trasformando il borgo in un museo a cielo aperto. A rendere ancora più unico il paesaggio di Ama è l’insolito ed affascinante sistema di allevamento dei vigneti “a lira”: un metodo di allevamento raro e scenografico, caratterizzato dalla sdoppiatura della chioma in due pareti verticali che si aprono verso l’alto, capace non solo di garantire un’esposizione solare ottimale per la maturazione delle uve, ma di creare una geometria vitata di rara eleganza, simbolo di una viticoltura che si fa architettura e pura essenza estetica.

Chianti Classico Vigneto Bellavista Gran Selezione 2011. È un vino che non ha bisogno di presentazioni, ma che assaggiato direttamente dalle mani di chi lo ha pensato e curato, acquista una profondità umana che solo un evento come OperaWine sa regalare. In questi quattro castelli ho ritrovato l’essenza di una Toscana che sa essere aristocratica ma autentica, custode di un tempo che nel calice sembra fermarsi.

Castello di Monsanto: custodi del tempo

L’incontro con Laura Bianchi è stato uno dei momenti più intensi del mio percorso di approfondimento, un’occasione per apprezzare non solo la storia di un’azienda iconica, ma anche la naturale e profonda eleganza di chi la rappresenta. Sempre un grande piacere salutarla. Fondata nel 1961 dalla famiglia Bianchi, l’azienda ha letteralmente scritto la storia della denominazione con il cru Il Poggio, il primo vigneto singolo a essere vinificato nel Chianti Classico.

Questa tenuta, simbolo di visione e nobiltà nel cuore del territorio, onora il tempo come la massima espressione del Sangiovese, custodendo la più grande biblioteca vinicola di Chianti Classico al mondo: una memoria storica sotterranea che preserva oltre 140.000 bottiglie dal 1962 a oggi. Degustare la Riserva Vigna Il Poggio 2012 (94 pt) insieme a Laura è stata una vera lezione di stile; il vino si rivela oggi di straordinaria integrità, con un profilo dove emergono note di marasca e sottobosco intrecciate a una mineralità ferrosa, firma autentica del terroir. Al palato, la trama tannica è finissima, figlia di un affinamento che solo il tempo e una mano sapiente sanno rendere così vellutato, confermando come Il Poggio non tema gli anni, ma li utilizzi per affinare una grazia aristocratica speculare a quella della sua produttrice.

La famiglia Lunelli rappresenta una delle parabole più affascinanti dell’imprenditoria vitivinicola italiana, una dinastia che ha saputo trasformare un’eccellenza locale in un simbolo globale di stile e qualità. Presenti a OperaWine con la doppia anima della loro produzione — le iconiche bollicine di montagna Trento DOC e la potenza materica del Sagrantino di Montefalco — i Lunelli incarnano quella capacità tutta italiana di unire la visione imprenditoriale al rispetto profondo per il territorio.

Il sogno Lunelli: dal Trentino all’Italia del vino

Tutto ha inizio nel 1952, quando Bruno Lunelli rileva la cantina da Giulio Ferrari, fondatore del mito Ferrari Trento. Da quel momento, tre generazioni si sono succedute con un obiettivo chiaro: portare l’eccellenza delle bollicine italiane ai massimi livelli mondiali. Tuttavia, la lungimiranza della famiglia li ha spinti a guardare oltre i confini del Trentino, dando vita alle Tenute Lunelli, un progetto volto a valorizzare territori d’elezione in Toscana e in Umbria. È proprio qui, nelle terre di Bevagna e Montefalco, che la famiglia ha scelto di sfidare un vitigno antico e fiero come il Sagrantino, legando indissolubilmente il vino all’arte monumentale.

Il Carapace: La Scultura che respira

Il cuore pulsante della tenuta umbra è il Carapace, una creazione che ridefinisce il concetto stesso di architettura di cantina. Opera del maestro Arnaldo Pomodoro, il Carapace è la prima scultura al mondo in cui si vive e si lavora: una cupola ricoperta di rame che si staglia tra le vigne, richiamando la forma di una tartaruga, simbolo di stabilità e longevità.

Questa “cantina viva” non è solo un esercizio estetico, ma un dialogo profondo tra arte e agricoltura. Ve la racconterò in un articolo dedicato molto presto.

Assaggiare il Sagrantino nato all’interno di questa opera d’arte significa percepire una continuità tra la forza del bronzo e la potenza dei tannini, tra la visione di una famiglia storica e il genio di uno dei più grandi artisti del Novecento. È l’emblema di un’Italia che non produce solo vino, ma crea bellezza eterna.

Un salto in Sicilia con Arianna Occhipinti

Il mio incontro con Arianna Occhipinti risale a diversi anni fa, quando decisi di scendere in Sicilia, a Vittoria, spinta dalla curiosità verso una storia che aveva il sapore della sfida e del destino. Un legame speciale unisce Arianna alla figura di Gino Veronelli: tutto ebbe inizio con una lettera che lei, allora giovane studentessa di viticoltura appena ventunenne, scrisse al grande intellettuale e critico. In quelle righe Arianna esprimeva il suo dissenso verso un’enologia troppo costruita e standardizzata, rivendicando il diritto di fare un vino che rispettasse la terra, senza filtri. Veronelli, colpito da quella determinazione, le rispose, incoraggiandola a seguire la sua strada “naturale”.

Ritrovarla quest’anno tra le New Voices di OperaWine mi ha riempito di orgoglio, non solo come donna del mondo del vino, ma soprattutto come siciliana. Arianna rappresenta quella Sicilia che non si arrende, che guarda alle radici per inventare il domani.

L’assaggio del suo vino è stato un momento di pura energia. Nel calice si percepisce un tocco femminile che non è sinonimo di fragilità, ma di determinazione estrema. Il suo Frappato, o il celebre SP68, sanno di futuro: sono vini trasparenti, dinamici, che rifiutano l’opulenza per cercare la sapidità del mare e la freschezza della terra rossa di Vittoria. È un sorso che parla di libertà e che conferma come la visione di quella giovane studentessa sia diventata oggi una delle voci più autorevoli e ispiratrici della viticoltura contemporanea.

Eccellenze della valpolicella

Sembra quasi una maledizione o un gioco del destino: ogni anno l’Amarone di Dal Forno sfugge ai miei calici. Se decido di iniziare il mio percorso tra i banchi di OperaWine partendo dal Piemonte, non arrivo in tempo; se parto dalla Toscana, la folla o il cronometro mi tradiscono ancora. È diventata ormai una sfida personale e una promessa per il futuro: l’anno prossimo il mio viaggio inizierà tassativamente da qui.

Nonostante questa “mancanza”, il panorama della Valpolicella presente a Verona è stato come sempre monumentale, offrendo una scelta che rappresenta la nobiltà del vino italiano. Accanto a nomi che hanno fatto la storia e che ho avuto il piacere di ritrovare, come la solidità stilistica di Allegrini e l’autorevolezza di Masi, quest’anno la mia attenzione e il mio racconto si focalizzano su una famiglia che interpreta il territorio con un rigore e una passione esemplari: Tedeschi.

Tedeschi: architettura del terroir

Parlare con la famiglia Tedeschi significa immergersi in una visione dove la vigna è trattata come un tempio. La loro presenza a OperaWine è la conferma di un lavoro meticoloso sulla zonazione e sulla valorizzazione dei singoli cru. L’assaggio del loro Amarone è stato un momento di pura precisione enologica: un vino che non cerca la potenza fine a se stessa, ma una verticalità e una freschezza che sorprendono, pur mantenendo tutta la struttura e la complessità tipiche dell’appassimento.

Nel calice, l’Amarone di Tedeschi racconta la terra calcareo-marnosa della Valpolicella, con note di frutta rossa matura che si fondono a spezie scure e a un accenno balsamico che pulisce e invita al sorso successivo. È un equilibrio magistrale che dimostra come questa cantina sappia gestire l’importanza del legno e l’estrazione con una mano estremamente sensibile, confermandosi come uno dei punti di riferimento imprescindibili per chi vuole capire l’anima più autentica e contemporanea di questa denominazione.

Verso nuovi orizzonti: l’ispirazione tra i Grandi

Lascio le Gallerie Mercatali con una consapevolezza rinnovata. Spero, negli anni a venire, di poter rivivere ancora l’emozione di trovarmi fianco a fianco con i produttori che segnano, oggi come ieri, l’eccellenza enologica italiana. In contesti come questo, la qualità del vino si fonde con la statura umana di chi lo produce: assaggiare queste etichette significa toccare con mano il successo di chi ha avuto il coraggio di cambiare il corso della storia del vino, trasformando la terra in leggenda.

C’è una sensazione di vittoria in questi calici, un’energia che sento mia e che diventa pura ispirazione per il mio lavoro. Raccontarvi questi giganti non è solo un esercizio di stile, ma il desiderio di trasmettere la forza di chi ha saputo materializzare una visione. Il mio viaggio a Verona però è appena iniziato: porto con me l’eleganza di questo “Terzo Atto” per immergermi nel caos creativo della fiera. Vi rimando ai prossimi articoli per il racconto dettagliato del mio Vinitaly 2026. Stay tuned!

Benedetta Costanzo
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