22 Mar 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Slow Wine Fair 2026. La staffetta del vino continua!

Scrivere di Slow Wine Fair non è mai un esercizio semplice, almeno non per me. Arrivo a Bologna sempre sul filo di lana, reduce da quella staffetta frenetica che caratterizza le settimane delle Anteprime toscane: un susseguirsi di visite in cantina, eventi, file di calici e taccuini che si riempiono freneticamente. Eppure, nonostante la stanchezza, questa fiera riesce ogni anno a rigenerarmi. Perché qui il vino smette di essere solo un punteggio o una nota tecnica e torna a essere, soprattutto, incontro.
Voglio raccontarvi l’atmosfera che si respira tra questi padiglioni, un’energia che sa di primavera anticipata e di visioni condivise.

Una piccola critica costruttiva: la logistica dell’accoglienza

Probabilmente non riuscirò a raccontarvi tutto in un solo articolo, tanto questa edizione è stata ricca di esperienze. Tuttavia, prima di addentrarmi nei sorsi, vorrei muovere una piccola critica costruttiva su un aspetto che onestamente fatico a comprendere. Sappiamo che arrivare in fiera in tempo a Bologna non è mai una passeggiata. Eppure, una volta giunta ai cancelli con pass stampa alla mano — e quella gentilezza che per me rimane un valore fondamentale — mi sono ritrovata bloccata, insieme a molti colleghi, al freddo in attesa dell’apertura delle 10.00. Nonostante una sala stampa fosse teoricamente disponibile per permetterci di organizzare il lavoro, siamo rimasti fuori senza spiegazioni plausibili. Un inconveniente che mi è costato anche un bel raffreddore e che mi auguro possa essere superato in futuro: permettere alla stampa di accedere anticipatamente alle aree riservate è una necessità logistica per chi deve raccontare l’evento in tempo reale.

Un successo che nasce dalla coerenza

Ma come siamo arrivati fin qui? Lo Slow Wine Fair è una creatura che ha scelto BolognaFiere come sua casa sin dalla nascita, nel 2022. Non è mai traslocata, anzi, è cresciuta radicandosi nel territorio emiliano, baricentro perfetto per accogliere la Slow Wine Coalition. Nata dalla visione di Slow Food e Slow Wine, con il supporto strategico di BANA e BolognaFiere, la manifestazione è cresciuta esponenzialmente. Se all’inizio era una sfida, oggi è una certezza internazionale che quest’anno schiera 1.400 espositori da 34 Paesi. Il segreto del suo successo risiede nel rigore: le oltre 1.100 cantine presenti sono selezionate secondo criteri agronomici ed enologici ferrei, con oltre il 60% di aziende certificate biologiche. È una fiera che parla ai professionisti dell’Horeca e ai buyer, ma che la domenica apre le braccia ai food&wine lover, creando un ponte raro tra produzione e consumo consapevole.

L’incontro con SANA Food

L’edizione 2026 ha alzato l’asticella unendo le forze con SANA Food. Non si parla più solo di vino buono, pulito e giusto, ma di un intero sistema alimentare etico. Tra i padiglioni ho respirato una nuova sfida per il settore della ristorazione di qualità.
Dalle Annate Storiche curate dalla Banca del Vino di Pollenzo, che ha portato a Bologna un tesoro di 50mila bottiglie, al mondo degli Spirits e degli Amari, con la Fiera dell’Amaro d’Italia che sta conquistando palati sempre più giovani; fino alla collaborazione con l‘Associazione Italiana Cuochi (AIC), che nell’area OoH Lab! ha dimostrato come l’evoluzione delle tecniche di cucina non possa mai prescindere dalla difesa delle tipicità.

Un mosaico di territori

Dunque ho deciso di sdoppiare il mio racconto: in questa prima parte condividerò con voi un mix di assaggi vari che mi hanno colpita per carattere e visione, mentre dedicherò un intero prossimo articolo agli approfondimenti regionali. Visto che la formula della divisione per territori che ho utilizzato in passato vi è piaciuta molto, nel secondo appuntamento ci concentreremo su tre aree che quest’anno hanno brillato particolarmente: Piemonte e Marche. Ma per ora, lasciate che vi racconti quelle realtà trasversali che hanno saputo lasciare il segno durante queste frenetiche giornate bolognesi.

Dalla Sicilia alla Toscana: Emiliano Falsini

Ci sono quegli incontri che ti riconciliano con la fatica del viaggio. Uno di questi è stato senza dubbio quello con Emiliano Falsini. Chi mi conosce bene sa quanto apprezzi il suo lavoro. Emiliano è un enologo che ha saputo trasformare la sua profonda sensibilità tecnica in un approccio sartoriale, capace di far parlare i territori con una voce pulita e sostenibile.

Poter fare gli assaggi insieme a lui è stata un’esperienza illuminante. Emiliano non si limita a spiegarti il vino; ti porta dentro il vigneto, mostrandoti come il dettaglio sia la vera chiave di volta per ottenere vini che raccontano . Che si trovi sulle pendici del vulcano o lungo la costa toscana, o in Sardegna, il suo tocco è inconfondibile, Una mano che non copre, ma esalta.

Ecco gli assaggi “speciali”

Partiamo dall’Etna Contrada Feudo Pignatone. Etna Rosato “Sciauro” 2024, un Nerello Mascalese in rosa che è pura energia. Mi ha colpito per quella sua capacità di essere sapido e lunghissimo, con una delicatezza di fondo che lo rende quasi etereo, pur mantenendo una beva di grande carattere.
A Bolgheri il protagonista assoluto è il Cabernet Franc, vitigno che Emiliano interpreta con una naturale armonia che lascia il segno.
“Limite”: Un Cabernet Franc in purezza che è l’essenza stessa di Castagneto Carducci. Elegante, profondo, con tannini di una grana finissima che accarezzano il palato senza mai appesantirlo.
“Il Debbio“: Un altro esempio di come Emiliano riesca a dare una veste artigianale e autentica ai grandi vitigni internazionali, regalandoci vini che sono fedeli espressioni del territorio.

Questi vini non sono solo “buoni”, sono vini che parlano all’anima. Emiliano Falsini riesce nell’impresa di rendere “nordica” la finezza di territori mediterranei, creando un equilibrio perfetto che invita subito al secondo sorso.

I Suoli: l’Etna etnico e coraggioso di tre amici

L’incontro successivo è nato quasi per gioco. Congedandomi da Emiliano Falsini, non ho potuto fare a meno di stuzzicarlo: “Ti manca solo una bollicina per completare la gamma, sono proprio curiosa di capire che stile avresti!”. La sua risposta è stata immediata e sicura: “Allora devi assolutamente andare da Dante, all’azienda I Suoli, sull’Etna”. Non me lo sono fatta dire due volte.

L’incontro con Dante Pasqua è stato di quelli che scaldano il cuore: la sua accoglienza, intrisa di una gentilezza e un’umiltà rare, mi ha conquistata ancor prima del primo sorso. Ma I Suoli è molto più di un’azienda: è una sfida coraggiosa che mette insieme tre nomi che il vulcano lo portano nel sangue. Accanto a Dante — storico amico di Giuseppe Russo — troviamo infatti lo stesso Giuseppe Russo (patron della celebre cantina Girolamo Russo) e l’energia inesauribile di Emiliano Falsini. Tre amici che, in poco più di un ettaro in Contrada Pignatone a Randazzo, hanno deciso di osare e sperimentare.

Le etichette sono un’esplosione di gioia e colore, quasi vulcaniche nel loro sprizzare sole e vita. Il logo racconta visivamente questo patto: tre mani grafiche e fumettose che giocano con acini voluttuosi come fossero coriandoli o sassi di lava ancora incandescenti. Quella più grande e vicina alla terra è di Dante, le altre a salire sono di Emiliano e Giuseppe.

Gli assaggi

Ho trovato due vini che sono pura energia, e sono tornata allo stand ben tre volte perché avevo la curiosità di degustarli alla temperatura perfetta. “Piripicchio” – Acestrale ha un nome che mette allegria e che ognuno può tradurre come vuole! È un vino brioso, teso, che sprizza luce. Un sorso fragrante che non rinuncia alla complessità minerale tipica del versante nord del vulcano. “I suoli extra brut“: Un metodo Classico che sosta ben 40 mesi sui lieviti, Elegante, profondo, ma con quella nota di gioiosa immediatezza che caratterizza tutto questo progetto ambizioso e divertente.
Oltre alla qualità nel calice, porto via con me la promessa di Dante: quella di tornare presto nella mia terra natia per camminare insieme tra i filari. Perché alla Slow Wine Fair i fili invisibili tra le persone valgono quanto il vino versato.

Enrico Cusinato e Tropfltalhof: l’eccellenza che passa per l’anfora

Tra i corridoi della fiera, uno degli incontri che mi ha fatto più piacere è stato quello con Enrico Cusinato. Conosco Enrico da anni e la mia stima per il suo lavoro è profonda: professionista eclettico, Enrico opera con successo come broker vitivinicolo e consulente, ma il suo nome è legato anche all’innovazione tecnica. Molti di voi ricorderanno quando ne parlai in merito al suo ruolo nello sviluppo di EnoKube, lo strumento innovativo per le fermentazioni e affinamenti che anche un produttore sensibile come Marco Capitoni sta utilizzando e sperimentando con ottimi risultati.

A Bologna, Enrico mi ha accompagnato alla scoperta di Tropfltalhof, l’azienda biodinamica di Andreas e Rosmarie Dichristin a Caldaro, in Alto Adige. È una realtà che incarna perfettamente lo spirito della Slow Wine Fair: qui la viticoltura è un atto di ascolto estremo. Il cuore pulsante della loro produzione è l’uso magistrale delle anfore di terracotta, dove i vini riposano a lungo senza alcuna fretta. Ho avuto il piacere di assaggiare:

“Garnellen” – Sauvignon Blanc

Dimenticate i soliti cliché sul vitigno. Qui il Sauvignon, vinificato in anfora, acquista una dimensione ancestrale, con note di erbe officinali, una texture profonda e una freschezza minerale che solo l’alta quota sa regalare.

“Barleith” – Cabernet Sauvignon di una sola vigna

Una reinterpretazione della tradizione altoatesina che tocca vette di eleganza inaspettate. Un vino che pur mantenendo la sua struttura, si rivela più sottile e vibrante, con una persistenza che racconta la vitalità di un suolo trattato con amore biodinamico. Lunga macerazione sulle bucce, lunga sosta sulle fecce fini in anfora e lunga sosta in bottiglia. E’ proprio il tempo che forgia la qualità!
Incontrare Enrico e immergersi nella filosofia di Tropfltalhof è stato un promemoria di quanto la tecnologia (quella intelligente di EnoKube) e la tradizione millenaria dell’anfora possano camminare di pari passo se guidate da mani sapienti.

La follia d’alta quota di Tonini

Mi affascina la “follia creativa”. È quella scintilla che nasce dall’ascolto profondo del territorio, dalla capacità di vedere una vigna dove altri vedono solo un pendio troppo alto e difficile. Marco Tonini ha ascoltato la sua terra e oggi Filippo ce ne consegna il frutto: un calice che sa di coraggio e di una precisione stilistica magistrale.

A presentarmi l’ultima novità di casa è stato infatti Filippo, il figlio di Marco Tonini, che con orgoglio mi ha raccontato la genesi di un progetto che oggi definiremmo visionario, ma che vent’anni fa molti avrebbero bollato come pura incoscienza. Quando Marco decise di piantare il Pinot Nero a 800 metri d’altitudine, in pochi avrebbero scommesso su un risultato simile. Eppure, il tempo e la quota hanno dato ragione a quell’intuizione.

L’assaggio

E’ stato di quelli che restano impressi: il nuovo Blanc de Noirs Pas Dosé, un 100% Pinot Nero che riposa ben 48 mesi sui lieviti. Parliamo del millesimato 2020 (un anno che per le vigne d’alta quota ha saputo regalare chicche incredibili), un vino che oggi scopriamo in tutta la sua sfolgorante finezza. Il tocco di Tonini è ormai per me inconfondibile: una mano che sa essere rigorosa ma capace di lasciare spazio all’anima del vitigno. In questo Blanc de Noirs c’è una tensione verticale vibrante, unita a una complessità che solo il lungo riposo sui lieviti sa donare, mantenendo però quella freschezza alpina quasi tagliente, figlia degli 800 metri.

 

Cantina della Volta: l’eleganza del Sorbara nel segno di Angela Sini

Non si può lasciare Bologna senza rendere omaggio a una realtà che ha riscritto le regole del Metodo Classico in terra emiliana: Cantina della Volta. Situata a Bomporto, lungo l’argine del Naviglio, l’azienda affonda le radici nella storia della famiglia Bellei, che già nel 1920 spumantizzava il Lambrusco. Ma è con la rinascita del 2010 che il progetto ha preso una direzione di assoluta eccellenza, diventando il punto di riferimento per chi cerca nel Sorbara una finezza capace di sfidare il tempo.

A guidarmi in una “passeggiata enologica” tra i calici è stata Angela Sini, General Manager dell’azienda, ma soprattutto un’amica che stimo immensamente e colonna portante delle Donne del Vino Emilia-Romagna. Se dovessi definirla, la chiamerei la custode dell’identità del Sorbara: grazie alla sua visione, il passato e il futuro di questo vitigno si fondono in un percorso sensoriale coerente, dove l’acidità vibrante e la grazia floreale diventano una firma d’autore.

Angela mi ha concesso un mini-tour attraverso assaggi mirati, dimostrando come il Lambrusco di Sorbara possa ambire a vette di eleganza insospettabili per chi è rimasto ancorato a vecchi stereotipi. Grazie a lei, Cantina della Volta non produce solo bollicine, ma tesse una trama che unisce il rigore del metodo alla spontaneità di un territorio generoso.

Le due anime di Cantina della Volta

Come mi spiega Angela con la passione che la contraddistingue, Cantina della Volta vive di una doppia identità: un’anima di pianura, legata alla tradizione storica del Sorbara lungo gli argini del Naviglio, e un’anima di collina, dove la sfida si sposta verso l’altitudine e la mineralità del Metodo Classico.

Abbiamo aperto le danze proprio con questa seconda anima, degustando il Mattaglio Dosaggio Zero (S.A.). È un blend di Chardonnay e Pinot Nero che nasce da un contesto pedoclimatico unico a Riccò di Serramazzoni, a circa 600 metri di quota. Qui i suoli sono un mosaico di calcare, argilla e gesso superficiale, con un’esposizione a sud-est che beneficia di una protezione naturale: un promontorio che, dalle 17:00 del pomeriggio, mette in ombra la vigna, preservando una freschezza e un’acidità vibrante nei grappoli.

Nel calice, il Mattaglio rivela tutta la verticalità di questo terroir: un Dosaggio Zero affilato, specchio di una viticoltura di montagna che non concede spazio a morbidezze di facciata, ma punta dritto alla finezza del perlage e alla purezza del frutto. È l’inizio di un viaggio che dimostra come la visione di Angela e della cantina sappia guardare verso l’alto, senza mai perdere il contatto con le proprie radici.

Dalle Riserve al “Vino Contadino”: l’estetica del Sorbara

Il percorso con Angela si è fatto via via più profondo, toccando vette di complessità rara. Abbiamo proseguito con una Riserva Millesimato 2017 (Pinot Nero, sboccato nel 2025): un vino che ha sfidato il tempo con 42 mesi sui lieviti e un ulteriore affinamento di 3 anni in bottiglia dopo la sboccatura del 2023. Un calice che parla di pazienza e rigore stilistico.

Siamo poi approdati a “La Volta”, il loro “vino contadino” a base Sorbara. Qui il calice si accende di un rosso rubino scarico, intenso e di una brillantezza quasi magnetica. È un vino straordinariamente attuale: solo 11% vol. di alcol e solfiti bassissimi (sotto i 37 mg/l), a dimostrazione che la pulizia tecnica non deve mai sacrificare la bevibilità. Un ulteriore omaggio a Modena è l’etichetta firmata da Giuliano Della Casa, artista celebre anche per i menù dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura; un connubio tra arte e calice che eleva l’esperienza sensoriale.

Dal “Vino Contadino” al “Vino Colto”: l’estetica del Sorbara

Il ritorno alla tradizione più pura è avvenuto con il Lambrusco col fondo 2025. Vedere Angela girare dolcemente la bottiglia per rimettere in sospensione i sedimenti è un gesto che sa di rito antico. Un vanto da sottolineare è l’attenzione meticolosa alla chiusura, che prevede il tappo a fungo fermato dalla tipica “graffa”, segno di un rispetto filologico per la spumantistica d’altri tempi.

Vorrei avere pagine intere per descrivervi ogni referenza, come il “Vino Colto”, il primo Sorbara a farsi Metodo Classico con una bollicina di una finezza estrema, o il celebre Rosé di Cantina della Volta. Quest’ultimo, frutto di una macerazione di sole 4 ore e mezza in pressa francese, è un Millesimato 2020 che, dopo 42 mesi sui lieviti e un anno di riposo post-sboccatura (2025), si conferma uno dei rosati più apprezzati e identitari del panorama nazionale.

Abbiamo terminato questo emozionante tour di assaggi con il Christian Bellei Millesimato 2017, un Blanc de Noirs di Sorbara che incarna l’apice della ricerca aziendale. La bottiglia si presenta avvolta in una velina protettiva rossa: scartandola davanti ai miei occhi, Angela ha voluto simulare visivamente il raffinato procedimento enologico che ha “spogliato” il vino del suo naturale colore rosso per restituirci una bollicina di una purezza cristallina. Con ben 86 mesi di sosta sui lieviti e una sboccatura freschissima del 2025, questo calice è un monumento alla longevità e alla nobiltà del Sorbara, un omaggio liquido alla visione di chi ha saputo guardare oltre l’orizzonte della pianura.

Verso la prossima tappa

Raccontarvi una tre giorni intensa come questa in un unico articolo sarebbe un errore. Scelgo quindi di fermarmi qui e di proseguire la scoperta del vino buono, pulito e giusto in un prossimo contributo. Lì vi racconterò in particolare di due regioni che mi hanno colpita: Piemonte e Marche. Restate sintonizzati.

Voglio però condividere l’ultimo assaggio della serata, avvenuto “fuori fiera” in compagnia della cara amica Claudia. Ha voluto condividere con me un Lessona “Tanzo” 2012 di Pietro Cassina: un piccolo capolavoro di eleganza e longevità, il suggello perfetto per concludere una giornata così densa di contenuti e umanità.
In attesa di riprendere insieme il nostro viaggio tra le vigne, vi lascio con un calice alzato: al vino che sa di verità e agli incontri che restano. Prosit!

Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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