Tenuta I Fauri. Abruzzo sincero in controtendenza
Quando il destino chiama
In quest’ultimo anno, il mondo del vino mi ha riservato un incontro che sa di destino e passione: quello con l’Abruzzo e, in particolare, con la Tenuta I Fauri della famiglia Di Camillo. È stato bellissimo, durante lo Slow Wine Fair a Bologna, conoscere Valentina Di Camillo, donna del vino e in passato delegata per l’Abruzzo. Assaggiare i suoi vini è stato come fare un viaggio immediato tra la forza della Maiella e la leggerezza dell’Adriatico, percependo l’orgoglio abruzzese in ogni sorso. Ma gli incontri non sono finiti lì. Poco dopo, l’ho ritrovata a casa mia, a Villa Severi, per una sentita “Serata col Produttore” organizzata dalla mia delegazione AIS. Il cerchio si è chiuso a maggio, quando, in occasione della Convention Nazionale delle Donne del Vino, mi sono ritrovata a vedere con i miei occhi la terra che Valentina descrive con così tanto affetto. Quel paesaggio è un abbraccio di benvenuto: le colline che degradano al mare, la Maiella in lontananza che sembra così vicina e, insieme al Gran Sasso, forma uno scenario maestoso. Il destino mi ha fatto incrociare questa bellissima realtà e io, con grande piacere, ve la racconto.
Radici profonde e il coraggio di andare oltre
La storia della Tenuta I Fauri affonda le sue radici nella provincia di Chieti, il gigante enologico d’Abruzzo (produce circa il 75-80% del vino regionale). Qui coesistono due realtà: le grandi cooperative (ancora circa una trentina attive nella sola Chieti, responsabili di gran parte della produzione) e le piccole e medie aziende familiari. I Di Camillo rispecchiano il percorso di molte altre famiglie abruzzesi: sono partiti come conferitori delle cooperative e, a un certo punto, hanno trovato il coraggio di imbottigliare e vendere il vino in proprio.
Negli anni Ottanta, il padre Domenico Di Camillo decise di non conferire più le uve perché si guadagnava davvero poco e iniziò a produrre e vendere mosti. La svolta decisiva arrivò con la tragedia dello scandalo del Metanolo (1986): Domenico decise di andare oltre, dismettere la vendita di mosti e iniziare a imbottigliare in proprio puntando sulla qualità e sulla tracciabilità. L
La terza generazione dei Di Camillo
Il nome della Tenuta, “I Fauri”, è legato alla tenuta di Villamagna. Il ritrovamento dei resti di un monastero paleocristiano di epoca romana, i cui frati erano detti “Fauri”, ha ispirato il nuovo corso aziendale. Lo stemma aziendale – due leoni che affrontano un ariete – sigilla il legame con una tradizione millenaria.
L’azienda gestisce circa 35 ettari vitati in diversi comuni (Chieti, Francavilla, Miglianico, Ari, Bucchianico e Villamagna), tutti a circa 250 metri slm. I vigneti, un tempo frammentati tra vari familiari e poi riuniti, offrono una varietà di suoli strabiliante. Terreni sabbiosi e sciolti vicino al mare mentre quelli più pesanti e argillosi sono verso l’interno. In questo contesto gli stessi vitigni si esprimono in modo diverso in base al terroir specifico in cui sono collocati. Una dislocazione, che impegna più ore di lavoro ma è strategica perché aiuta a limitare i danni dovuti a eventi climatici ostili.
Una visione onesta e territoriale: il ritorno del tendone
Grazie a Valentina ho conosciuto un Abruzzo che propone un’interpretazione enologica diversa da quella convenzionale. La Tenuta si distingue per la scelta in controtendenza di esaltare la tipicità senza sovrastrutture, mirando a vini sinceri e diretti. Circa un decennio fa, per produrre qualità, i Di Camillo avevano iniziato a convertire i vigneti dal tendone a forme di allevamento più moderne. Oggi, invece, si assiste a un parziale ritorno al tendone: le condizioni climatiche estreme, con temperature estive che rischiano di scottare i grappoli, hanno dimostrato che questa forma tradizionale, se gestita in ottica qualitativa, offre una protezione ottimale. Il tendone riduce l’evaporazione, mantiene una temperatura più bassa e preserva l’acidità, elemento cruciale che ritroviamo nella freschezza dei loro vini. Grazie a queste pratiche le piante raggiungono un buon equilibrio.
Vendemmie manuali e scelta biologica
Il profondo rispetto per la natura e la ricerca della qualità si concretizzano in vigna. La raccolta è interamente manuale, poiché nessuna macchina può eguagliare la precisione dell’uomo. Le operazioni iniziano ai primi di agosto con le varietà precoci, come il Pecorino, e si concludono a inizio ottobre con il Montepulciano. Questo impegno culmina nella conduzione delle vigne in regime biologico certificato a partire dall’annata 2021. Ottenere la “fogliolina verde” è stato un passo impegnativo: la conversione di 15 vigneti dislocati in luoghi diversi ha richiesto tempo per rigenerare terreni saturi di sostanze chimiche, coinvolgendo anche i contadini limitrofi in una microarea lontana dalla concezione sostenibile. Un lavoro lungo, ma necessario per raccogliere uve schiette e ricche.
La cantina e l’eredità del cemento
La Tenuta è guidata dalla terza generazione, con Valentina e Luigi, affiancati dai genitori, Domenico e Tiziana. Un passaggio del testimone netto: i figli e il padre non hanno mai vinificato insieme. L’unico consiglio di Domenico è rimasto un mantra: creare vini che si lascino godere e bere facilmente, perché “se non si arriva al secondo calice, c’è un problema”. I vini de I Fauri sono infatti noti per la loro vocazione gastronomica. Il segreto di questa bevibilità risiede nel cemento e nell’approccio poco interventista in cantina. Le vasche di cemento, risalenti agli anni Sessanta, sono la grande eredità del nonno nella cantina storica di Ari (un tempo poco più di un fienile). Dopo aver pensato a lungo di dismetterle, nel 2010 sono state ristrutturate e valorizzate. Queste vasche, che un tempo “puzzavano di povertà”, sono oggi il contenitore ideale per accogliere il Montepulciano.
La cantina di Ari è dunque diventata la testimonianza di una visione: quella di un vino autentico in cui il legno non è protagonista. Il cemento vetrificato è prediletto perché garantisce la purezza del Montepulciano e consente una migliore conservazione dell’acidità. Oggi il cemento non è più riservato solo ai rossi: dal 2015 Luigi ha avviato la sperimentazione sui bianchi, partendo da Passerina e Trebbiano, per poi estenderla a Cerasuolo e Pecorino. Attualmente, diversi vini – tra cui Pecorino, Ottobre Rosso e Cerasuolo – effettuano in cemento non solo la fermentazione ma anche l’affinamento.
L’espressione dei vitigni autoctoni
La vera essenza della Tenuta I Fauri si esprime attraverso il suo forte legame con i vitigni autoctoni abruzzesi, vinificati per esaltarne l’identità. La gamma è oggi completa: dagli spumanti, al mitico Cerasuolo, fino ai bianchi e ai rossi, protagonisti indiscussi. Provo a raccontare questo percorso, partendo dalle bollicine, dove la sperimentazione è più evidente. Il cammino nella spumantizzazione è iniziato nel 2010, con la consulenza di Manuel Codello di Conegliano Valdobbiadene, amico e compagno di studi di Luigi. Dopo una prima bollicina base Pecorino, l’azienda ha compiuto la svolta nel 2015 con l’acquisto di autoclavi, portando la produzione ad essere integralmente aziendale. La linea si è arricchita con l’Albarosa (Montepulciano e Pinot Nero Metodo Charmat) e con progetti di rifermentazione in bottiglia dal 2021, come Le Belle (Ancestrale di Pecorino) e Il Piano del Cavaliere (rosato rifermentato). A conferma del valore dato a questa sperimentazione, le etichette di queste produzioni limitate sono state affidate all’estro di artisti abruzzesi (tra cui Pep Marchegiani, Giorgia Mascitti e Matteo Fato).
Le Belle e l’approccio contemporaneo dell’azienda
“Le Belle”, un Pecorino vinificato con il Metodo Ancestrale (Pet Nat), incarna l’approccio contemporaneo e giocoso della Tenuta. Nato quasi per divertimento nel 2021 come vino da tavola, è una bollicina frizzante e ruspante che richiede un intervento minimo. Il processo è artigianale: la fermentazione viene bloccata in vasca quando rimangono circa 8-9 g/l di zuccheri, e il mosto viene immediatamente imbottigliato con tappo a corona. Con il rialzo termico, i lieviti si risvegliano in bottiglia, completando la fermentazione e creando l’anidride carbonica naturale. Per sua natura, non viene filtrato né sboccato, restando naturalmente torbido. Il nome “Le Belle” evoca la bellezza semplice e gioiosa dell’Abruzzo, offrendo un’istantanea viva e non filtrata del territorio. Vino brioso che mi ha colpito per la nota leggermente tannica sul finale tipica del pecorino. La sua piacevolezza lo rende un jolly!
Il Pecorino davvero un grande vino
Valentina ci ha spiegato che il Pecorino è davvero un grande vitigno! Reimpiantato in azienda nel 2005, è capace di regalare vini di notevole concentrazione e struttura. Rispetto al Trebbiano, il Pecorino ha un grappolo più piccolo che mantiene una grande freschezza, donando ai vini longevità e resistenza: non delude mai, nemmeno nelle annate più difficili, come la 2014 e la 2023. L’origine del nome è ricca di storia: sebbene alcuni lo attribuiscano alla forma del grappolo, l’ipotesi più affascinante lo lega alla transumanza. Il vitigno, originario della montagna, sarebbe sceso a valle con le greggi, e le pecore, attratte dalla dolcezza degli acini, ne spiluccavano volentieri l’uva. La sua spiccata acidità e la sua complessa sapidità lo rendono uno dei bianchi autoctoni più espressivi del panorama italiano. Nel calice, il Pecorino mostra grande luminosità e profondità gustativa. A impreziosire il sorso, si avverte nel finale un ricordo tannico che lo rende immediatamente riconoscibile. Questa struttura permette al vino di affrontare abbinamenti più importanti, come carni bianche e piatti speziati.
Un etichetta che racconta i contadini
A rendere unico questo vino contribuisce anche l’etichetta. Sul Pecorino I Fauri spicca l’immagine dei Trabocchi. Queste sono antiche macchine da pesca tipiche della costa adriatica abruzzese, complesse costruzioni in legno, simili a palafitte, che si protendono verso il mare. Un tempo utilizzate dai pescatori per gettare le reti senza dover uscire in barca, oggi molti Trabocchi sono stati trasformati in caratteristici ristoranti sul mare dove è possibile gustare il pesce freschissimo, spesso pescato in loco. Il gesto di lanciare le reti dai Trabocchi, un tempo utilizzate dai contadini prestati alla pesca, ricorda quello del contadino che zappa la terra. Non avendo esperienza di mare aperto, si ingegnarono a costruire queste macchine per pescare senza rischiare la vita. L’etichetta celebra così il profondo legame della Tenuta con l’ingegno e l’ambiente marittimo-rurale dell’Abruzzo.
Schiettezza e Carattere
Il cuore di Valentina batte in modo particolare per il Cerasuolo d’Abruzzo DOC “Baldovino”. Questo non è un semplice rosato, ma un’espressione intensa e diretta del Montepulciano in purezza, legata al soprannome storico della famiglia Di Camillo che simboleggia l’onestà e la vocazione rurale. La sua vinificazione mira a estrarre un colore ciliegia profondo (cerasuolo) e una struttura inaspettata. La tecnica chiave prevede una breve macerazione pellicolare in pressa, seguita da decantazione statica, fermentazione a temperatura controllata e affinamento in vasche di cemento. Questo processo regala un vino fruttato, floreale, con un tipico retrogusto di mandorla amara.
Il Cerasuolo Baldovino nel calice
Quando si versa il Cerasuolo d’Abruzzo DOC “Baldovino”, il suo colore è così intenso che spesso induce a chiedersi se si tratti di un rosso o di un rosato. Il Montepulciano ha infatti una tale carica colorante da “sporcare” inevitabilmente il mosto. Valentina sottolinea la complessità nel realizzare un rosato del genere, in chiara controtendenza rispetto ai pallidi e tenui vini provenzali. Inizialmente una sottotipologia del Montepulciano DOC, il Cerasuolo è stato nobilitato a denominazione autonoma nel 2010, diventando Cerasuolo d’Abruzzo DOC.
Per Valentina, questo è il vino di tutti i giorni, che incarna l’anima conviviale dell’Abruzzo per la sua immensa versatilità: si abbina perfettamente dall’aperitivo alla zuppa di pesce, sintetizzando freschezza e un corpo inatteso. Il “Baldovino” ha sempre riscosso successo per la sua schiettezza e il suo essere diretto e non ruffiano, distinguendosi sia a Villa Severi sia nella masterclass tematica guidata da Adua Villa durante la Convention delle Donne del Vino. Perfino in annate climatiche complesse come la 2024, ha mantenuto il suo carattere distintivo, confermando la sua coerenza qualitativa. Un entusiasmante progetto futuro riguarda una versione superiore di Cerasuolo che affinerà in anfora, ma per ora i Di Camillo sono ancora in fase di sperimentazione!
Ottobre Rosso: l’emblema della filosofia aziendale
Sui rossi, il protagonista indiscusso è il Montepulciano d’Abruzzo, splendidamente rappresentato dall’Ottobre Rosso. Questo vino è il manifesto di un tratto distintivo della cantina. Fedele alla tipicità, mira a liberare il Montepulciano dalla “retorica della barrique”. Il nome stesso è un omaggio diretto: “Ottobre” indica il mese tardivo della vendemmia, mentre “Rosso” ne esprime il carattere schietto e l’identità cromatica. Frutto di una macerazione e un affinamento di circa nove mesi nelle vecchie vasche di cemento restaurate, l’Ottobre Rosso garantisce una purezza e una freschezza uniche. È un rosso rubino vibrante e intenso, con richiami di frutta rossa e visciola, che celebra la capacità del vitigno di esprimersi al meglio senza l’intervento invasivo del legno.
Vigna Santa Cecilia Montepulciano d’Abruzzo DOC Riserva 2020: un cru marino
“Vigna Santa Cecilia” è un cru specifico e unico situato nella storica Contrada Santa Cecilia a Francavilla al Mare. La scelta di questa vigna ha radici affettive e familiari: la bisnonna era solita dire a suo padre che tutto ciò che cresceva a Francavilla a Mare (come i pomodori e le fragole) era più buono. Seguendo questo consiglio, i Di Camillo acquisirono la vigna negli anni Ottanta. Il terreno, che poggia su un’arenaria è talmente vocato che il vecchio proprietario pretese per anni una parte della produzione di vino nell’atto di compravendita. A differenza dell’Ottobre Rosso (vinificato in cemento), la Riserva, che esce solo nelle annate migliori, affina per 18 mesi in botti di rovere. Questo è un elemento di sfida per l’azienda, ma necessario per ottenere un’espressione più complessa e longeva del Montepulciano, spostando l’accento dalle colline della Maiella verso l’influenza marina.
Nel calice, il Vigna Santa Cecilia si presenta come un Montepulciano che cambia pelle: è più elegante e meno riconoscibile rispetto all’immaginario comune del vitigno, grazie anche alle uve che si sviluppano in modo differente nel cru marino. La dedica a Santa Cecilia, protettrice dei musicisti, non è solo un toponimo ma è anche un omaggio alla grande passione della famiglia: sia Luigi che Valentina hanno studiato al conservatorio, e ogni occasione è buona per suonare e cantare. Questa Riserva unisce così la storia del territorio, l’amore per il vino e la passione per l’arte.
In conclusione
Tenuta I Fauri non è solo un’azienda: è l’incontro tra una storia di famiglia radicata e l’impegno di una nuova generazione di vignaioli. Tra l’energia femminile di Valentina, che gioca un ruolo fondamentale, e un territorio unico. I loro vini sono veri e propri racconti in bottiglia, capaci di far assaporare la forza della Maiella e l’eleganza dell’Adriatico, interpretati con una visione sincera e controcorrente. L’Abruzzo dei Di Camillo è un luogo di grande bellezza e coraggio, dove il passato viene abbracciato e trasformato in futuro di qualità. Spero di avere incuriosito chi non conosce questa realtà. Non vedo l’ora di andare a trovarli in azienda, immergendomi di nuovo tra le colline teatine. Immagino già la prossima degustazione del Vigna Santa Cecilia o del Cerasuolo “Baldovino” in loco, magari con un sottofondo musicale e di canto, come vuole la tradizione di famiglia. Tutto ciò rende l’attesa ancora più dolce. La certezza è che i vini di Valentina e Luigi continueranno a sorprenderci per la loro autenticità e capacità di emozionare. Cin! E a presto con la prossima scoperta enoica di Benny.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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