03 Ott 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Trentodoc Festival. Vi svelo la sua doppia anima

Ci sono appuntamenti nel calendario enoico nazionale che non si possono semplicemente “visitare”: vanno vissuti, respirati e, soprattutto, pianificati nei minimi dettagli. Il Trentodoc Festival è senza dubbio uno di questi. È un evento unico nel suo genere perché custodisce e rivela una spiccata doppia anima, capace di conquistare tanto il degustatore di lungo corso quanto l’appassionato alla ricerca di bellezza.

Da un lato c’è l’anima urbana e istituzionale, un salotto diffuso che prende vita tra i palazzi storici di Trento. Dall’altro c’è l’anima viticola e produttiva, quella che batte forte tra le vigne arrampicate sui pendii, nelle cantine e nei calici condivisi con i vignaioli. Ed è proprio quest’ultima la dimensione che prediligo, quella che mi spinge ogni volta a rimettermi in viaggio.

Capoluogo incastonato tra le Alpi, Trento porta con sé l’eredità profonda di un’identità di confine, storicamente sospesa tra cultura latina e mondo germanico. Famosa in tutto il mondo per aver ospitato il celebre Concilio tra il 1545 e il 1563, la città si trasforma durante il Festival in uno scenografico palcoscenico a cielo aperto.

Dai palazzi affrescati al respiro delle cantine

Passeggiando nel centro storico, il Trentodoc s’intreccia con l’anima più autentica di Trento, incontrando dimore e palazzi dal fascino senza tempo. L’eleganza maestosa del Castello del Buonconsiglio, per secoli dimora dei principi vescovi, regala una cornice scenografica in cui il Castelvecchio medievale dialoga con il trionfo rinascimentale della Loggia del Romanino. A pochi passi, la storia incontra il calice a Palazzo Roccabruna: questa gemma del XVI secolo, legata alle vicende del Concilio, è oggi la casa dell’Enoteca Provinciale del Trentino, il tempio eletto per raccontare le grandi bollicine di montagna. Lo sguardo viene poi rapito dalla facciata affrescata di Palazzo Geremia, meraviglioso capolavoro rinascimentale che testimonia il periodo di massimo splendore culturale della città. Infine, il Chiostro degli Agostiniani svela la suggestione dell’architettura monastica medievale, trasformandosi nel rifugio perfetto dove coniugare la bellezza del silenzio con il piacere conviviale della degustazione.

Donne del Vino e della Vallagarina
Talk del Corriere della Sera e e Masterclass AIS

Ad arricchire ulteriormente l’anima cittadina del festival ci pensa un palinsesto di incontri di altissimo livello ideato in collaborazione con il Corriere della Sera, co-organizzatore dell’evento insieme all’Istituto Trentodoc, alla Provincia autonoma di Trento e a Trentino Marketing. Nei cortili e nelle sale dei palazzi storici prendono vita i celebri Wine Talks e le Sparkling Stories: dibattiti d’attualità guidati dalle firme del Corriere che fanno riflettere sulle sfide future della viticoltura, il cambiamento climatico, la sostenibilità e la cultura del gusto, mettendo a confronto produttori, grandi chef e menti brillanti del panorama culturale. Tra i momenti più attesi di quest’anno spiccano i confronti dedicati all’evoluzione del fine dining e della viticoltura di montagna, con voci d’eccezione del settore come Camilla Lunelli, Rossana Gaja e l’esplorazione del terroir in quota a cura del Mastro Enologo.

Accanto al dibattito culturale brilla l’anima didattica e tecnica firmata dall’Associazione Italiana Sommelier (AIS). Nelle prestigiose cornici dell’Enoteca Provinciale di Palazzo Roccabruna e delle sale istituzionali, i Migliori Sommelier d’Italia e i relatori AIS guidano i visitatori in masterclass imperdibili e degustazioni tecniche d’altissimo livello. Dai laboratori sulle lunghe affinazioni sui lieviti fino ai Trentodoc Tasting dedicati alle diverse altitudini — coordinati da figure simbolo come Roberto Anesi, Miglior Sommelier d’Italia AIS —, ogni calice diventa un’occasione per imparare a leggere la sapidità, la spinta acida e la mineralità profonda che solo la montagna sa imprimere al Metodo Classico.

La seconda anima: vigne, cantine e la bellezza dell’incontro

Se il centro cittadino affascina, è la campagna vitata a conquistarmi davvero. L’anima del festival che preferisco è quella che si respira sul campo. Tra i filari sfiorati dall’Ora del Garda, nei profumi di cantina, nel contatto diretto con i produttori che affrontano ogni giorno la viticoltura eroica di montagna.

Un’esperienza di questa portata non si può improvvisare. Ecco perché, insieme alla mia insostituibile compagna di avventure enologiche Claudia Riva di San Severino, abbiamo iniziato a pianificare questa trasferta con mesi d’anticipo. A farci da guida e faro in questa organizzazione è stata la preziosa Rosaria Benedetti, sommelier, degustatrice raffinata e figura di riferimento dell’Associazione Le Donne del Vino del Trentino-Alto Adige. Grazie alle sue dritte e alla sua profonda conoscenza del territorio, abbiamo costruito un itinerario costellato di incontri irripetibili e riassaggi nei luoghi del cuore.

La Casa del Vino della Vallagarina e si parte!

Uno di questi luoghi dell’anima è, senza ombra di dubbio, la Casa del Vino della Vallagarina a Isera, splendida dimora ospitata nella raffinata architettura settecentesca di Palazzo De Probizer. È un vero e proprio porto sicuro che ci accoglie sempre con calore e con camere confortevoli, con i nomi delle varietà spaziando da Nosiola e Marzemino.

Quest’anno la Casa del Vino è stata molto più di un semplice rifugio: si è trasformata nel teatro del nostro debutto ufficiale. La sera di venerdì 25 settembre, a partire dalle ore 18:00, la sala al piano superiore ha ospitato l’evento inaugurale dedicato ai produttori della Vallagarina. Una grande occasione d’incontro e di confronto per stappare le prime bollicine, ascoltare le storie di chi la terra la vive ogni giorno e dare il via, nel migliore dei modi, al nostro viaggio al Trentodoc Festival.

Un territorio nell’ombra che merita più luce

Ad animare la serata sono stati dieci produttori della Vallagarina, custodi di una sottozona del Trentodoc un po’ meno sotto i riflettori rispetto alle grandi maison di Trento o alle pendenze più celebrate, ma incredibilmente viva, artigianale e identitaria. La Vallagarina è una terra di confine, segnata dal corso dell’Adige, dove i venti del Garda incontrano le correnti alpine e dove la vite affonda le radici in suoli complessi, capaci di regalare alle bollicine una sapidità viscerale e una freschezza dinamica.

L’evento, dal titolo quantomai emblematico “Trentodoc… Come siamo prima del dosaggio”, si è rivelato un banco d’assaggio straordinario e stimolante. Il vero punto di forza della serata è stato un gioco tecnico e sensoriale bellissimo. Infatti avere la possibilità di degustare, per diverse etichette, la medesima annata messa a confronto tra una sboccatura appena fatta e un’altra più indietro nel tempo. ma anche il fattore dosaggio influiva sulla percezione. anche solo pochi g/l zucchero presenti nella liqueur possono cambiare totalmente un vino! provarlo empiricamente è stato affascinante e divertente. tanta attenzione alle sfumature e ai dettagli tecnici che generavano le differenze. Un viaggio a ritroso nella spina dorsale del vino “nudo”, privo di liqueur, per comprendere quanto il fattore tempo, il momento della sboccatura ma anche il dosaggio “zuccherino” possano plasmare volume, tensione e stabilità del sorso.

Marco e Filippo Tonini viticoltori in Isera
I protagonisti della Vallagarina

Oltre all’intrigante esercizio didattico sulle differenti date di sboccatura, che è stato un gioco tanto divertente quanto illuminante, mi piacerebbe davvero potervi raccontare una per una tutte e dieci le cantine presenti. Tuttavia, dieci realtà rappresenterebbero un approfondimento troppo vasto nel contesto di un singolo reportage. Ho scelto quindi di soffermarsi su quelle che mi hanno colpita maggiormente e che, a mio avviso, si sono rivelate particolarmente degne di nota durante la serata:

  • Tonini Viticoltori in Isera si conferma ancora una volta un interprete magistrale del territorio. Insieme al figlio Filippo e alla moglie Paola, mi hanno riservato un’accoglienza speciale e calorosa che porta dritta al cuore dell’ospitalità trentina. Oltre all’intrigante confronto sulle sboccature guidato durante le degustazioni, ci hanno deliziati nel corso della cena con la loro Riserva “Le Grile” 2019: un calice di rara eleganza e spessore che ha accompagnato la serata insieme alle Donne del Vino e ai produttori della Vallagarina, confermandomi ancora una volta tutto il suo straordinario valore.

margherita figlia di Lucia Letrari
  • Letrari: Margherita la figlia di Lucia, ha portato in degustazione due etichette Pas Dosé messe a confronto con sboccature differenti, offrendo una dimostrazione viscerale di come la pulizia formale e la tensione acida sappiano evolvere nel tempo mantenendo una precisione millimetrica.

  • Revì: Stefano mi ha guidata in un confronto diretto ed entusiasmante, facendomi assaggiare una sboccatura immediata della stessa annata affiancata a una bottiglia sboccata solo pochi mesi fa. Un sorso che ha messo a nudo la dinamicità del vino e l’impatto del riposo post-dégorgement.

  • Borgo dei Posseri: È stato un piacere immenso ritrovare Mariella (figlia di Maria), che mi ha fatto degustare il suo Trentodoc appena sboccato a confronto con una bottiglia che contava oltre un anno dalla sboccatura. In questo passaggio è emersa in modo dirompente la spina dorsale minerale e gessosa tipica dell’alta quota dell’Altopiano di Ala.
  • Cantina di Trento: Una vera e propria rivelazione per me. Il loro millesimo 2022, nato da vigne arrampicate ad altitudini importanti, ha sfoderato una verticalità e una freschezza impressionanti che mi hanno colpita per nitidezza e carattere.

  • Cantina d’Isera: Oltre all’ottima prova nel gioco dei dosaggi, questa realtà mi ha conquistata con una chicca inaspettata: un Rosato Metodo Classico da uve Marzemino. Un vino semplice ma incredibilmente piacevole, gastronomico e dalla beva trascinante.

Con i migliori sommelier d’Italia Loguercio e Anesi
La cena conviviale e i migliori sommelier d’Italia

Terminata la banco d’assaggio inaugurale, la serata si è naturalmente evoluta attorno a una tavola imbandita, per la cena che ha concluso questo primo capitolo del nostro itinerario. È stato un momento di autentica convivialità, dove i calici dei produttori della Vallagarina hanno trovato il loro ideale completamento nei piatti della tradizione locale.

Foto di rito con Simone Loguercio e Roberto Anesi, migliori Sommelier d’Italia premio Trentodoc. Sempre bello salutarsi e soprattutto scambiare impressioni sui vini e sull’evento. Tra una portata e l’altra, il dialogo tra Donne del vino e vignaioli è proseguito in modo informale, svelando dettagli di vendemmia, aneddoti di cantina e sogni nel cassetto. Il modo più vero e caloroso per brindare all’inizio del festival, immersi in un’atmosfera sospesa tra eleganza e senso di appartenenza. Vedere riunite queste realtà in un contesto diverso mi ha permesso di toccare con mano il valore d’insieme di un territorio che non cerca scorciatoie. È stato un piacere immenso ritrovare tra i calici alcune delle mie cantine del cuore come il Marzemino di Maso Salengo ma anche quello di Lucia Letrari. Una serata che ha saputo restituire la fotografia più autentica di una Vallagarina coraggiosa e consapevole del proprio valore.

A Rovereto un’emozione lunga 50 anni

Dopo una serata densa di chiacchiere ed emozioni, la mattina di sabato 26 settembre ci accoglie con la luce tersa delle prime ore montane. La colazione alla Casa del Vino della Vallagarina è un rito lento e rigenerante, perfetto per preparare il cuore a quello che si rivelerà, senza ombra di dubbio, l’evento più significativo e toccante di questa mia edizione del Festival.

Nonostante la stanchezza di un viaggio in autostrada estenuante — dove incidenti e rallentamenti hanno più che raddoppiato i tempi di percorrenza — l’adrenalina ci fa svegliare presto. Alle 10:00 eravamo già pronte a varcare la soglia della cantina Letrari a Rovereto. Sono stata da Lucia molte volte e i suoi Trentodoc figurano stabilmente tra i miei assaggi del cuore, ma vederla così emozionata mentre festeggia, al fianco della figlia e alla guida illuminata dell’eredità di papà Leonello, il traguardo dei cinquant’anni dell’azienda di famiglia è stato un privilegio raro.

L’evento “Trentodoc 50 – Essenza del tempo”, condotto con maestria insieme a Rosaria Benedetti, ha regalato momenti indimenticabili, impreziositi dalla presenza di special guest d’eccezione come il proprietario della cantina altoatesina Arunda insieme a sua moglie. Per l’occasione sono stati serviti ben sei vini straordinari, tra cui tre edizioni limitatissime create e imbottigliate appositamente per celebrare questo mezzo secolo di storia. Un’esperienza viscerale di emozioni liquide che merita uno spazio speciale: per questo ho deciso di non svelarvi altro e di dedicarle un articolo intero e approfondito che uscirà la prossima settimana.

Ancora cariche di emozioni, ci siamo messe in viaggio verso la tappa successiva a Cantina Endrizzi. Si tratta di una realtà che avevo già visitato, ma sotto una pioggia torrenziale. Ritrovarla baciata da una luce splendida ha cambiato completamente la prospettiva. Questa volta il tour è stato guidato da Lukas Endrici, che con la sua passione contagiosa mi ha coinvolta fin dal primo minuto in un’esperienza fantastica intitolata “Trentodoc: da 0 a 100 mesi sui lieviti”.

Ma chi è Endrizzi per il Trentino vitivinicolo?

Entrare nella realtà di Endrizzi, nella suggestiva cornice del Masetto a San Michele all’Adige, significa respirare una storia vitivinicola secolare nata nel lontano 1885. A guidare oggi questo storico baluardo del Trentino è la quinta generazione della famiglia Endrici, in cui la passione per la terra incontra una forte impronta corale e familiare. Un ruolo centrale in questo racconto spetta all’anima femminile della maison: la madre Christine (che con la sua sensibilità e le sue origini tedesche ha portato un’apertura internazionale e una grande cura dell’accoglienza) e la figlia Lisa Maria, entrambe fiere ed attive componenti dell’Associazione Donne del Vino.

Lukas Endrici quinta generazione

Insieme a Lukas abbiamo iniziato con una chicca didattica. Proprio accanto alla cantina si snoda un vigneto didattico, un vero e proprio “giardino dei vitigni” in cui ogni filare è dedicato a una differente varietà. La particolarità che rapisce lo sguardo — e l’olfatto — è la presenza di una specifica pianta posta a capofilare, scelta non a caso ma per richiamare ed evocare i profumi e i descrittori sensoriali tipici di quel determinato vitigno o del vino che ne nascerà. Un percorso sensoriale a cielo aperto che prepara il palato all’assaggio, dimostrando la straordinaria cura per i dettagli che contraddistingue questa famiglia. È da questa sensibilità, unita allo straordinario cru di Piancastello, che prende vita la filosofia di una cantina capace di coniugare didattica, memoria e grandi bollicine di montagna.

L’anima di Endrizzi tra memoria e Rotaliano

È importante ricordare, inoltre, che l’universo di Endrizzi non si esaurisce nelle bollicine del Metodo Classico. La cantina sorge infatti ai margini della Piana Rotaliana, quel territorio straordinario che Cesare Battisti definì “il giardino vitato più bello d’Europa”.  E’ una pianura alluvionale incastonata tra imponenti pareti rocciose, dove i ciottoli portati dal torrente Noce e le brezze alpine creano un drenaggio perfetto e un’escursione termica ideale per dare vita a uva di grandissima qualità, primo fra tutti il Teroldego Rotaliano. Ma la magia dei loro grandi rossi e delle espressioni ferme è un’altra bellissima storia di famiglia, che merita di essere raccontata a parte e che vi svelerò un’altra volta!

Trentodoc: da 0 a 100 mesi di lavorazione sui lieviti

Più che una masterclass, si è trattato di un’esperienza immersiva e dinamica. Guidati dalla verve schietta e appassionata di Lukas, dopo aver passeggiato tra i filari del vigneto didattico, toccato con mano i suoli del cru e ripercorso la storia di famiglia, ci siamo addentrate nel cuore della cantina per partire letteralmente da “zero”.

Il viaggio è iniziato con l’assaggio tecnico delle prove di vasca — i vins clairs, direbbero in Francia — per analizzare la spina acida e la materia prima nuda sia dello Chardonnay che del Pinot Nero d’annata. Poi, il primo momento ad alto tasso di adrenalina: abbiamo assistito e partecipato alla sboccatura à la volée di un Piancastello con 17 mesi di permanenza sui lieviti, cogliendo il vino esattamente a metà del suo percorso di affinamento.

Infine, ci siamo accomodate nella sala degustazione per il finale più intrigante. Qui il gioco si è fatto profondo: abbiamo messo a confronto una sboccatura regolare con una bottiglia sboccata ben 6 anni prima, per osservare l’impatto straordinario dell’ossigeno e della micro-ossidazione nel tempo.

Screenshot
Masetto Privé: due pietre miliari della Riserva di Famiglia

In questo viaggio nel tempo, il grande finale della degustazione da Endrizzi ha visto protagonista il Masetto Privé 2015. Questa etichetta iconica nasce nel 2015 per celebrare un traguardo storico — i 130 anni della cantina fondata nel 1885 — e ha segnato la prima condivisione pubblica di quella che fino ad allora era la riserva personale custodita gelosamente dalla famiglia Endrici. Prodotto esclusivamente nelle grandi annate con uva 100% Chardonnay dai ceppi più vecchi del vigneto Masnani, è un Trentodoc Riserva Dosaggio Zero monumentale che affronta oltre nove anni di affinamento sui lieviti. Nel calice regala un sorso denso e aristocratico, dove la spinta acida della montagna si veste di note calde ed evolute di crosta di pane, tabacco bianco, frutta candita e liquirizia.

A dieci anni di distanza, in occasione del 140° anniversario della maison, la riserva di famiglia ha scritto il suo capitolo successivo con il Masetto Privé Rosé: un 100% Pinot Nero in tiratura limitatissima di sole 2.500 bottiglie numerate, affinato anch’esso per almeno 84 mesi sui lieviti e concepito come Dosaggio Zero. Un’icona del territorio dal fascino unico che non ho ancora avuto il piacere di stappare, ma che spero davvero di poter degustare presto!

Domenica in quota con le Donne del Vino

Se il sabato ci ha fatto toccare la memoria storica, la domenica 27 settembre ci ha proiettato direttamente in quota: prima con Maso Martis, poi verso il futuro delle bollicine di montagna con Moncalisse. Ma andiamo con ordine.

La storia di Maso Martis è quella di un’eccellenza nata dalla passione e custodita con cura sartoriale tra le colline di Martignano. Ad accoglierci è stata Alessandra, che ci ha presentato la piccola Aurora, di soli pochi mesi: quale occasione migliore per brindare insieme tra noi Donne del Vino e amici, immersi in una cornice unica incastonata tra le maestose montagne trentine? Un momento intimo e autentico che ha intrecciato la grande tradizione spumantistica all’accoglienza più calda.

La nuova frontiera di Moncalisse

Salendo verso le pendici del Monte Calisio, a 600 metri di altitudine a nord-est di Trento, siamo andate poi a scoprire un progetto che rappresenta una vera e propria gemma: Moncalisse. Una realtà giovane e proiettata nel futuro, guidata da Julia e Karoline, figlie di Elena Walch — figura che davvero non ha bisogno di presentazioni. Dodici ettari di vigneto (tra cui una preziosissima parcella storica di Chardonnay allevata a pergola) incastonati in un terroir unico, segnato da forte escursione termica, terreni minerali e persino da antiche incisioni rupestri a “coppelle” risalenti all’Età del Bronzo trovate tra le vigne.

Se la cantina è una creatura nuova, le radici affondano dunque in vigneti “antichi” sapientemente recuperati. Una produzione rigorosa e focalizzata al momento su due sole etichette, firmatie dall’enologo Stefano Bolognani con la consulenza del celebre chef de cave champenois Odilon de Varine.
Noi abbiamo avuto il privilegio di degustare il millesimato 2017, uno spumante pensato per sfidare il tempo ed evolvere con eleganza per oltre vent’anni.

Assaggiare il Montis Arcentarie Blanc de Blancs Extra Brut Riserva 2017 (80 mesi sui lieviti) e poi visitare la nuova cantina ipogea progettata tra le curve del paesaggio è stata un’esperienza interessante e condivisa.

i vini delle Donne del vino Trentine

A coronare la giornata, oltre alla visita di questa struttura moderna e ancora in itinere, è stata la straordinaria degustazione collettiva organizzata dalle Donne del Vino del Trentino.
A guidare la masterclass sono state tre grandi figure del panorama enoico regionale: la sommelier e degustatrice Rosaria Benedetti, la delegata delle Donne del Vino Trentino-Alto Adige Manuela Viviani e la consulente di marketing, brand strategy e comunicazione Aurora Endrici. Attraverso il loro racconto ha preso vita un confronto d’eccezione che ha riunito le etichette più prestigiose del territorio: dal Ferrari Perlé a Madame Martis, passando per Balter, Revì, Letrari, Endrizzi, Borgo dei Posseri, Monfort e, naturalmente, Moncalisse. Un viaggio sensoriale ad alta quota che ha raccontato, calice dopo calice, la forza e l’anima delle bollicine trentine.

In alto i calici: il senso di un viaggio

Tornando verso casa, mentre i profili delle montagne trentine sfumano negli specchietti retrovisori, resta la consapevolezza che il Trentodoc Festival sia molto più di una semplice rassegna di settore: è un viaggio d’anima, di territorio e di persone.

È la bellezza di passare con naturalezza dal brusio colto dei palazzi rinascimentali al silenzio reverenziale delle cantine storiche. È l’emozione di intrecciare la memoria viva e profonda di una famiglia come i Letrari con l’audacia fresca e proiettata al futuro di realtà come Moncalisse. E quando la passione unisce donne del vino straordinarie, compagne d’avventura insostituibili e vignaioli capaci di ascoltare il tempo, ogni calice smette di essere una semplice degustazione per diventare una storia viva, che merita solo di essere ascoltata e condivisa.

Il mio viaggio, intanto, non si ferma qui. So già esattamente dove mi condurrà la prossima settimana, pronta a raccontarvi un’altra storia speciale, un’emozione lunga cinquant’anni.
Alla prossima scoperta, alla prossima bollicina! Cin

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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