Vinitaly in pillole. La Cappuccina
Elena Tessari: vini, amore e la forza del cambiamento
Il Vinitaly non è solo un’occasione per degustare grandi vini, ma anche un momento prezioso per incontrare persone speciali e intavolare conversazioni che vanno ben oltre il calice. È sempre un piacere ritrovare Elena Tessari, donna del vino Veneto e figura di spicco dell’azienda storica La Cappuccina.
Un anno fa, ho avuto il privilegio di conoscere Elena e sua sorella grazie a un viaggio in Alsazia organizzato dall’Associazione Nazionale Donne del Vino. Lì, tra una degustazione e l’altra, ho potuto apprezzare non solo il talento di Elena per la fotografia, ma anche la sua sensibilità. Ma partiamo dall’inizio.
La Castellana di Soave
Il giornalista Luciano Ferraro del Corriere della Sera, una volta ha presentato Elena come la “Castellana di Soave“. È un appellativo che si addice perfettamente a Elena, custode di un patrimonio che va oltre la semplice produzione di vino.
Tutto ha inizio nel 1890, quando la famiglia Tessari acquista Villa Buri-Tessari, un’imponente dimora edificata attorno al 1650 dai Conti Buri. Giunta oggi alla quarta generazione, l’azienda ha saputo tramandare l’amore per la natura e il rispetto per l’ambiente. Pensate che i 42 ettari di vigneto della famiglia sono coltivati in regime biologico sin dal 1985, un vero atto pionieristico. L’azienda prende il nome dalla suggestiva cappella privata, annessa alla Villa e risalente al XVII secolo, dove si pensa officiassero un tempo i frati Cappuccini. Stilizzata anche nel logo aziendale, è un autentico gioiello architettonico incastonato tra le nere rocce vulcaniche della Val d’Alpone.
La storia qui rivive in ogni angolo: dagli affreschi della Villa, alla storica “caneva”, l’antica cantina scavata nella roccia basaltica, dove ancora oggi si affinano i vini. Non vedo l’ora di visitare personalmente.
Il sorriso di Elena: tra “Filòs” e l’amore d’altri tempi
Mentre sorseggiamo il primo calice, Elena mi sorprende con un sorriso che illumina il suo racconto. Il primo vino che degustiamo, Filòs, è un inno alla giovinezza e alla tradizione, un ponte tra il passato e il presente.
Il nome è un gioco di assonanze colto e romantico: dal greco antico Filòs, che significa “amico”, ma anche il verbo “fare il filo”, ovvero corteggiare. Questo richiama l’antica usanza del “filò” veneto, quando la sera le persone si riunivano al caldo, attorno al fuoco, per raccontare favole e indovinelli, la “biblioteca della memoria collettiva” della comunità. Ed è lì, in quegli incontri, che nascevano i primi amori, fatti di sguardi fuggevoli e corteggiamenti nascosti. Filòs è la loro risposta al Metodo Italiano (Martinotti), una fine cuvée di uve Garganega coltivate nelle preziose terre vulcaniche del Soave. Riposa sui lieviti per cinque mesi, sviluppando un perlage fine e persistente. Nel calice, questo spumante biologico è giallo paglierino con riflessi verdi, un bouquet aromatico di pesca e agrumi. All’assaggio, è la freschezza e la mineralità a sorprendere, perfetto per celebrare i momenti belli e per accompagnare i ricchi antipasti.
Due bollicine a confronto
La Cappuccina però non si ferma alla bollicina della spensieratezza. Il vero contrasto arriva con l’altra etichetta di bollicine, un vino che porta il peso e la profondità dell’affetto paterno: il Villa Buri L.T. Metodo Classico. Questo spumante millesimato è un omaggio sentito a Lorenzo Tessari, il padre di Elena, che ha trasmesso alla famiglia l’amore per la natura. Qui parliamo di Garganega in purezza (la stessa uva, ma con un impatto totalmente diverso!), coltivata nell’omonimo vigneto e poi affinata in bottiglia per almeno 24 mesi, direttamente nella roccia vulcanica della barricaia.
Il risultato è una bollicina di grande impatto minerale, con una compostezza e un’eleganza notevoli. Se Filòs è l’amico che ti invita a ridere, Villa Buri L.T. è il saggio che ti invita a riflettere. Due espressioni straordinarie di un unico vitigno, che testimoniano la capacità delle Donne del Vino di portare avanti tradizione e innovazione con pari passione.
L’anima Profonda del Soave: San Brizio e Monte Stelle
Durante la degustazione con Elena, due etichette hanno catturato particolarmente la mia attenzione, dimostrando quanto possa essere complessa e stratificata l’uva Garganega quando curata con maestria. Il San Brizio è il primo: un Soave Classico prodotto dalla vigna storica dietro Villa Buri. Ciò che mi ha colpito è il suo affinamento in tonneaux di rovere da 500 litri, che in teoria potrebbe appesantire il vino. Invece, l’effetto è l’opposto: il legno integra i profumi tipici della Garganega con note delicate di vaniglia, miele d’acacia e un fruttato maturo e complesso che lo rende caldo, ampio e persino balsamico. È un grande Soave, ricco di struttura, dal colore giallo paglierino intenso con sfumature dorate, che smentisce chi crede che il Soave non possa avere complessità.
Il profilo aromatico è stratificato: note di frutta matura esotica, miele, mandorla e una spiccata mineralità vulcanica. Al palato è pieno, avvolgente e strutturato, un vino di grande carattere e longevità.
A un livello ancora superiore di intensità c’è Monte Stelle, un vero e proprio cru che nasce da vigneti di Garganega di oltre 60 anni in alta collina, su rocciosi basalti neri. La vecchiaia delle viti conferisce al vino una profondità e una concentrazione che sono immediatamente percepibili. Al naso è intensissimo, con raffinati profumi floreali di glicine e acacia uniti a scorza d’agrumi. In bocca, la freschezza e una vibrante sapidità creano un sorso persistente e avvolgente. I suoi sentori minerali ti trasportano, portandoti ad esplorare gusti cangianti. È un vino che ti fa stare “con il naso all’insù a rimirar le stelle”, come dice Elena, regalandoti un’esperienza che va ben oltre la semplice degustazione.
La forza delle donne che cambierà il mondo
Abbiamo degustato i loro vini, espressione di una filosofia biologica e della profonda valorizzazione del territorio. Ogni sorso è la conferma della passione che guida questa azienda, ma al Vinitaly si parla anche del mondo.
Con Elena abbiamo condiviso le preoccupazioni per il momento storico: una profonda convinzione che il mondo sia troppo spesso gestito con l’amore non al primo posto, e questo porta alla guerra. Al contrario, noi donne dobbiamo credere nella nostra forza intrinseca, quella stessa forza che è stata l’artefice del cambiamento anche quando i nostri spazi erano limitati. Guardiamo al passato: in Italia, le donne hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1946. Un altro passo fondamentale per la dignità femminile è stata l’abolizione del delitto d’onore solo nel 1981. Questi traguardi, un tempo impensabili, dimostrano come la nostra lotta in prima linea stia aprendo la strada per le generazioni future. C’è ancora tanta strada da fare, ma finché crederemo in noi stesse e lavoreremo per creare quella solidarietà femminile essenziale, il mondo potrà attuare quel cambiamento di cui tutti abbiamo bisogno.
Ecco le chiacchiere profonde che si possono fare al Vinitaly, scoprendo la passione e la forza che si celano dietro ogni bottiglia e ogni donna del vino.
Io ed Elena ci crediamo fermamente.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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