Paolo Cappuccio. L’uomo che guarda la cucina dall’alto
Esistono chef che cucinano e chef che progettano. Paolo Cappuccio appartiene, senza dubbio, alla seconda categoria. Napoletano di nascita ma plasmato dal rigore della grande scuola francese, Cappuccio non è solo un nome che brilla nell’albo d’oro della Guida Michelin traguardo raggiunto per ben due volte ma è una delle voci più lucide, tecniche e, talvolta, fuori dal coro della ristorazione contemporanea.
La sua è una storia che parte da lontano, dai profumi di una pasticceria a soli 13 anni, per approdare alle vette dell’alta cucina internazionale. Tuttavia, nel 2016, al culmine di una carriera operativa di successo, Cappuccio ha fatto una scelta controcorrente: svestire i panni dello chef residente per trasformarsi in un consulente globale. Una decisione nata non per stanchezza, ma per l’esigenza di portare ordine, metodo e sostenibilità in un settore che oggi, per sua stessa ammissione, “vive in una dimensione poco reale”.
Esperto di chimica degli alimenti e pioniere del longevity food, lo Chef si racconta in questa intervista senza filtri. Dalla pressione adrenalinica della Stella Michelin alla crisi del personale, fino alle recenti polemiche che lo hanno visto protagonista, Cappuccio affronta ogni tema con la stessa precisione chirurgica che mette in un piatto. Ne emerge il profilo di un uomo che non cerca il consenso a tutti i costi, ma che rivendica con orgoglio il valore della disciplina, dello studio e, soprattutto, della responsabilità.
Un viaggio tra tecnologia alimentare e visione imprenditoriale, dove la cucina non è solo un atto creativo, ma una sfida quotidiana alla sostenibilità.
Chef, il suo percorso in cucina è iniziato molto giovane.
Cosa ricorda di quegli anni e cosa l’ha portata a scegliere definitivamente questa strada?
Il mio percorso inizia in una pasticceria di un parente. Mio padre, per togliermi dalla strada durante il periodo estivo, mi mandò da lui per imparare un mestiere. Avevo 13 anni… da lì mi appassionai e successivamente mi iscrissi all’istituto alberghiero di Posillipo (Na).
Chef, come descriverebbe il suo approccio alla cucina?
Un approccio molto tecnico, che nasce dal rispetto della materia prima, dalla conoscenza e dalla trasformazione di un pensiero: una cucina che deve essere buona, gustosa e deve far bene.
Quali sono i principi o le idee che guidano ogni piatto che crea?
Sicuramente la stagionalità, la qualità del prodotto e la gestione dello stesso; cercare tecniche e sapori che lo rispettino e lo esaltino al 100%.

Nel corso della sua carriera ha lavorato in diverse realtà importanti della ristorazione. Quali esperienze hanno segnato davvero la sua formazione?
Sicuramente l’esperienza fatta in Francia all’École des Arts Culinaires Lenôtre con i grandi maestri. Lì ho appreso tanto e capito che, senza lo studio e la tecnica, nulla sarebbe stato possibile.
Nel 2009 è arrivata la stella Michelin. Che momento è stato per lei, sia dal punto di vista professionale che personale?
Momento eccitante: raggiungi la vetta della ristorazione. Un misto tra gioia e paura, mi sentivo gli occhi puntati e non puoi mai deludere, le guide sono severe. Molta pressione, adrenalina pura ogni volta che creavo un nuovo menu! La stella ti dà tantissimo: tutti la criticano ma tutti la sognano, ma solo in pochi ci riescono; io ci sono riuscito per ben due volte e ne vado fiero.
A livello personale è una grande responsabilità. Ti dirò, con guide e ispettori non sempre condividevo ci sono molti equilibri che vanno ben oltre la cucina, ed io non le mandavo certo a dire. La Michelin è tra le più serie, se non la più seria per le altre potrei raccontarne ma non importa, pesano poco, quindi va bene così!
Dopo anni alla guida di cucine importanti ha scelto di allontanarsi dalla cucina operativa. Quando ha iniziato a maturare questa decisione e cosa l’ha spinta a intraprendere un percorso diverso?
Puntavo alla seconda stella, poi il ristorante per il quale lavoravo non era gestito in modo egregio dalla proprietà, ritardo di stipendi allo staff e ai fornitori, quindi si era creato un brutto clima che limitava la mia crescita e la mia creatività di conseguenza, nel 2016, decisi di lasciare la ristorazione operativa e di aprire una società di consulenza per la ristorazione a 360 gradi, dove riscontro moltissima soddisfazione.
Oggi si occupa principalmente di consulenza: in cosa consiste concretamente il suo lavoro quando entra in una nuova realtà gastronomica e quali sono i primi aspetti che osserva in una cucina o nell’organizzazione di un ristorante?
Oggi sicuramente il food cost e la gestione delle materie prime. Cerco di creare un’empatia con i cuochi per trasmettere le mie conoscenze ed aiutarli ad applicarle nel loro quotidiano. Oggi le tecniche di lavorazione, le cotture moderne e la tecnologia in cucina sono fondamentali tanto quanto un buon piatto.
La brigata di cucina è sempre stata basata su disciplina e gerarchie forti. Oggi quel modello è ancora necessario o va ripensato?
Domanda da un milione di dollari. Oggi la ristorazione soffre un po’ una serie di problematiche, ovviamente non bisogna generalizzare. I tempi sono cambiati, le brigate non esistono quasi più: cuochi molto giovani che spesso si sentono già arrivati e poco disposti, forse giustamente, a passare troppe ore in cucina.
Molti giovani cuochi oggi cercano equilibrio tra lavoro e vita privata. Per la sua generazione questo concetto quasi non esisteva: pensa che sia un progresso o un limite per la formazione?
Problema fondamentale è anche la tassazione per gli imprenditori. In cucina servirebbero due brigate per garantire un solo servizio e più tempo libero per i cuochi, ma questo costo poi ricadrebbe sul cliente con un costo per pietanza elevatissimo e sul ristoratore, quindi è improponibile. Per fare le cose come si deve in cucina ci vuole tempo, disciplina, rispetto e molto impegno, ma soprattutto responsabilità: il nostro non è un lavoro normale!
Molti ristoratori dicono che non si trova più personale: è davvero un problema di giovani che non vogliono lavorare o è il sistema della ristorazione che deve cambiare?
I giovani ci sono, ma hanno una mentalità diversa. Siamo noi, che non siamo più giovani, a doverli appassionare e guidare in questo nuovo periodo storico: non possiamo più ragionare come negli anni ’90.

Due giorni di riposo, alloggi dignitosi e stipendi adeguati alle capacità sono presupposti fondamentali che non dovrebbero mai mancare.
Allo stesso tempo, però, senso del dovere, impegno e responsabilità devono andare di pari passo con i diritti. Oggi la bilancia pende forse troppo da un lato: i diritti vengono spesso dati per scontati, nel lavoro come nella società, ma senza equilibrio rischiano di perdere valore.
Alcune sue dichiarazioni negli ultimi anni hanno suscitato polemiche molto forti. Qual era il suo vero intento: voleva discriminare o trasmettere un messaggio chiaro su come chi lavora o vuole lavorare dovrebbe approcciarsi seriamente al lavoro?
Sicuramente sono state parole forti, pronunciate in un momento difficile. Non ho mai discriminato colleghi o collaboratori: ognuno è libero di fare ciò che vuole nella propria vita privata. Nel lavoro, però, credo sia fondamentale portare rispetto per la divisa che si indossa, mantenere professionalità e senso di responsabilità. Per il resto, ognuno può vivere come desidera, sempre nel rispetto delle leggi e degli altri.
Dopo tanti anni nel mondo della ristorazione, tra cucina e consulenza, cosa continua ad appassionarla di questo lavoro e come definirebbe oggi la sua identità professionale? Guardando indietro, c’è un consiglio che darebbe al Paolo Cappuccio degli inizi?
Il mio lavoro e la mia vita mi hanno portato a essere ciò che sono oggi. A 50 anni posso dire di essere molto soddisfatto del percorso fatto, ma ho ancora tanti progetti. Oggi mi piace molto dedicarmi alla formazione, insegnare ai professionisti e trasmettere quello che ho imparato.
Mi affascina sempre di più il tema della cucina nutrizionale e del longevity food: è un ambito in cui sento che c’è ancora tanto da esplorare e costruire.
Un consiglio al Paolo degli inizi? Difficile… non ascoltava nessuno. Forse lo chef Cappuccio sì, lui è meno impulsivo. Sicuramente gli direi di studiare di più, ma alla fine per quello c’è sempre tempo.
Se dovesse dire una cosa scomoda ma vera sul mondo della ristorazione di oggi, quale sarebbe?
Oggi, purtroppo, la ristorazione non è più sostenibile. È un settore che spesso vive in una dimensione poco reale, soprattutto quello stellato: bilanci in perdita e ristoranti che chiudono ogni anno.
Troppi costi, troppe tasse, troppo costo del lavoro… troppi “troppo”.
Eppure resta un mondo che continua ad affascinarmi: le cose difficili, alla fine, sono sempre quelle che mi hanno dato più soddisfazione.
Il mio punto di vista
Ascoltando Paolo Cappuccio, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un traduttore: un uomo capace di convertire il caos creativo della cucina nel linguaggio esatto della progettazione. Definirlo “l’uomo che guarda la cucina dall’alto” significa riconoscergli quella prospettiva zenitale che oggi sembra mancare a gran parte del settore. Mentre la ristorazione resta troppo spesso impantanata in una narrazione romantica quanto fragile, la sua analisi si muove con l’intento di separare l’estetica dalla sostanza e l’entusiasmo dalla sostenibilità economica.
La sua voce fuori dal coro non è un esercizio di stile, ma una necessità strutturale. Non cerca la rassicurazione del consenso, né si cura di smussare quegli angoli che rendono le sue verità taglienti; al contrario, rivendica il valore di un approccio quasi scientifico in un ambito che per troppo tempo è stato governato dall’improvvisazione. In questa visione dall’alto, la cucina smette di essere un palcoscenico per diventare un’azienda complessa, dove il rispetto per la materia prima deve obbligatoriamente coincidere con il rigore dei processi. In ultima analisi, Paolo Cappuccio rappresenta un monito vivente per chiunque voglia intraprendere questo mestiere: l’eccellenza non può essere un evento isolato, ma deve essere il risultato di un metodo solido, di una disciplina totale e di una logica che non ammette deroghe. È la prova che la vera avanguardia, oggi, non sta soltanto nello stupire il palato, ma nel garantire che l’intero sistema culinario possa continuare a esistere.
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