Editoriale a cura di Simone Bonoccorso, Ivan Vellucci.
Un punto di vista, una guida, una riflessione mensile sui temi del mondo del vino.
11 Marzo, 2025
I giovani e il vino. Facciamo una riflessione
I giovani non bevono più vino.
Il consumo di vino tra i giovani sta diminuendo.
I giovani bevono altro. Sono tutti epiteti che abbiamo letto e sentito nel corso del tempo. Fior di studi, provenienti chissà da dove, hanno evidenziato queste tendenze. Una sorta di epitaffio scritto sul mondo del vino dovuto ad una mancanza di attenzione da parte delle giovani leve sul prodotto più importante del panorama agricolo italiano. Una filiera che secondo questi studi rischia di andare in crisi in poco tempo. Se non già in crisi da tempo. Si parla di filoni statistici piuttosto che di eccessivi prezzi delle bottiglie al ristorante. Nessuno però si è però mai interrogato su cosa vedano i giovani in una bottiglia di vino né su quali siano i gusti e le tendenze dei giovani. Si è anche affermato che i vini dealcolati possano essere la soluzione al problema. Perché faccio questa premessa? Perché credo che niente di tutto ciò sia più sbagliato e privo di fondamento reale. È senz’altro vero che una rondine non fa primavera o che non ci sono più le mezze stagioni, ma è altrettanto vero che quando ci si trova a manifestazioni come Vini Selvaggi, queste che possono essere delle certezze si sgretolano miseramente. Mi sono trovato a Vini Selvaggi a Roma lo scorso fine settimana e quello che ho visto mi ha fatto molto riflettere. Stiamo parlando di una manifestazione che tratta unicamente vini naturali, intendendo per questi vini che non hanno subito processi chimici o in qualche modo goduto (si fa per dire) di supporto chimico. Non si utilizza in vigna alcun tipo di sostanza chimica, c’è un uso ridotto della solforosa, ci sono lieviti assolutamente indigeni. Insomma, qualcosa di un po’ più stringente rispetto alla biodinamica che a parlare con gli operatori, quasi tutti ripudiano e rifuggono. Qual è la cosa che mi è balzata agli occhi in questa manifestazione? Immaginate di essere in una grande struttura nella quale generalmente si tiene un mercato: grandi spazi, grandi altezze. Al posto delle bancarelle della frutta e verdura, tanti banchetti con altrettanto produttori di vino naturale. Chi si aggirava tra questi banchetti erano nella quasi totalità ragazzi. Sorridenti, attenti, interessati a parlare con i produttori anch’essi giovani e in qualche caso, di una certa età votati alla viticoltura naturale. Calici che si alzavano, bicchieri che si svuotavano, bottiglie che versavano vino tanta allegria. Tanta voglia di conoscere, tanta voglia di sperimentare vini che non puzzano più, che sono decisamente interessanti ed identitari, che riescono a promuovere il territorio e i vitigni, che sono in grado di esprimere sensazioni anche molto particolari. Non vi sono solamente vini di pronta beva e immediati ma anche sperimentazioni, nemmeno tanto tali, di utilizzo di anfora, botte, barrique, tonneaux. Tecnica e semplicità applicate alla produzione del vino. L’autoreferenzialità del vino e in qualche modo la mancata voglia di sdoganare un prodotto considerato aristocratico da un lato ed elevato dall’altro, l’utilizzo di termini roboanti e altisonanti, le master class piene di parole prive di qualunque empatia e altrettanta voglia di avvicinare le persone “normali” al mondo del vino. Ecco tutto questo genera l’allontanamento dei giovani al vino. Ascoltavo i dialoghi tra i produttori e ragazzi a Vini Selvaggi ammirando i tratti semplici delle storie. Vignaioli, persone semplici che hanno dedicato la propria vita al vino. C’è chi abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi alla campagna, c’è chi ancora non lo abbandonato ma ci sta pensando, c’è chi ha ricevuto il testimone dai genitori virando completamente la metodologia, c’è chi è semplicemente andato in continuità. Tutti accomunati dalla voglia di produrre vini semplicemente complessi. Dove la complessità è nelle proprie storie, nei sentimenti, nella vita. Riuscire a portare all’interno delle bottiglia la propria anima così da rendere ogni vino diverso dall’altro e dallo stesso dell’anno precedente. Vini che cambiano anche nei pochi minuti di una chiacchierata. Semplicità e complessità intrinseca ma non estrinseca. La voglia di semplificare non è banalizzare ma tornare alle basi del vino. Una spremuta di uva che ha subito il minor numero di trattamenti per essere solo quello che può essere. Non quello che la commercializzazione vuole che sia. Da un vitigno che non ha le caratteristiche di longevità non si può pretendere che un vino semplice. Utilizzare eccessivamente la botte vuol dire camuffare il vino. Utilizzare la chimica vuol dire correggerlo commettendo un abominio. Nei vini che ho assaggiato non ci sono sensazioni di artefazione chimica. Semmai di semplice tranquillità. Vini che possono essere bevuti quasi come fosse una birra. Senza sovrastrutture. Senza grandi pensieri. Senza grandi riflessioni su quello che può essere un sentore piuttosto che un retrogusto. Non serve farsi venire idee e su quello che è il retropensiero del vignaiolo che ha creato questo vino né inventare storie. Semplicità. Voglia di trovare nel vino il puro godimento istantaneo. Una bottiglia che deve essere aperta e non conservata perché la vita è adesso. Oggi. Non domani, non dopodomani, non fra qualche anno. Questo modo di pensare dei giovani è un modo che rispecchia la società moderna dove i ragazzi non vogliono perdere tempo nell’investire nel futuro. Sanno che la vita è adesso e ora. Oggi voglio vivere quello che posso vivere non fra qualche anno. Noi avevamo questa voglia di pensare al futuro, forse perché c’erano le condizioni per un futuro possibile. Io andrò, forse, in pensione a 67 anni. Un ragazzo che comincia a lavorare oggi non sa quando andrà in pensione e se vi andrà. Allora perché investire nel futuro quando invece posso godermi l’attimo adesso? La stessa cosa è nel vino. Ho una bottiglia, la strappo me la bevo con gli amici senza tante sovrastrutture, senza la necessità di aspettare domani o il prossimo anno. Senza la necessità di farla stare ferma per chissà quanto tempo, perché maturi. La voglio adesso. La voglio bere adesso. Ne voglio godere adesso. Voglio una bottiglia che abbia il giusto costo. Quello che serve per remunerare quel vignaiolo che con tanta dedizione per la vita e per ciò che lo circonda, lo ha prodotto. Ha avuto rispetto per tutto. Anche per me. Ecco, i giovani hanno bisogno di questo e se non lo si capisce allora abbiamo fallito tutti. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il consumo di vino tra i giovani sta diminuendo.
I giovani bevono altro. Sono tutti epiteti che abbiamo letto e sentito nel corso del tempo. Fior di studi, provenienti chissà da dove, hanno evidenziato queste tendenze. Una sorta di epitaffio scritto sul mondo del vino dovuto ad una mancanza di attenzione da parte delle giovani leve sul prodotto più importante del panorama agricolo italiano. Una filiera che secondo questi studi rischia di andare in crisi in poco tempo. Se non già in crisi da tempo. Si parla di filoni statistici piuttosto che di eccessivi prezzi delle bottiglie al ristorante. Nessuno però si è però mai interrogato su cosa vedano i giovani in una bottiglia di vino né su quali siano i gusti e le tendenze dei giovani. Si è anche affermato che i vini dealcolati possano essere la soluzione al problema. Perché faccio questa premessa? Perché credo che niente di tutto ciò sia più sbagliato e privo di fondamento reale. È senz’altro vero che una rondine non fa primavera o che non ci sono più le mezze stagioni, ma è altrettanto vero che quando ci si trova a manifestazioni come Vini Selvaggi, queste che possono essere delle certezze si sgretolano miseramente. Mi sono trovato a Vini Selvaggi a Roma lo scorso fine settimana e quello che ho visto mi ha fatto molto riflettere. Stiamo parlando di una manifestazione che tratta unicamente vini naturali, intendendo per questi vini che non hanno subito processi chimici o in qualche modo goduto (si fa per dire) di supporto chimico. Non si utilizza in vigna alcun tipo di sostanza chimica, c’è un uso ridotto della solforosa, ci sono lieviti assolutamente indigeni. Insomma, qualcosa di un po’ più stringente rispetto alla biodinamica che a parlare con gli operatori, quasi tutti ripudiano e rifuggono. Qual è la cosa che mi è balzata agli occhi in questa manifestazione? Immaginate di essere in una grande struttura nella quale generalmente si tiene un mercato: grandi spazi, grandi altezze. Al posto delle bancarelle della frutta e verdura, tanti banchetti con altrettanto produttori di vino naturale. Chi si aggirava tra questi banchetti erano nella quasi totalità ragazzi. Sorridenti, attenti, interessati a parlare con i produttori anch’essi giovani e in qualche caso, di una certa età votati alla viticoltura naturale. Calici che si alzavano, bicchieri che si svuotavano, bottiglie che versavano vino tanta allegria. Tanta voglia di conoscere, tanta voglia di sperimentare vini che non puzzano più, che sono decisamente interessanti ed identitari, che riescono a promuovere il territorio e i vitigni, che sono in grado di esprimere sensazioni anche molto particolari. Non vi sono solamente vini di pronta beva e immediati ma anche sperimentazioni, nemmeno tanto tali, di utilizzo di anfora, botte, barrique, tonneaux. Tecnica e semplicità applicate alla produzione del vino. L’autoreferenzialità del vino e in qualche modo la mancata voglia di sdoganare un prodotto considerato aristocratico da un lato ed elevato dall’altro, l’utilizzo di termini roboanti e altisonanti, le master class piene di parole prive di qualunque empatia e altrettanta voglia di avvicinare le persone “normali” al mondo del vino. Ecco tutto questo genera l’allontanamento dei giovani al vino. Ascoltavo i dialoghi tra i produttori e ragazzi a Vini Selvaggi ammirando i tratti semplici delle storie. Vignaioli, persone semplici che hanno dedicato la propria vita al vino. C’è chi abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi alla campagna, c’è chi ancora non lo abbandonato ma ci sta pensando, c’è chi ha ricevuto il testimone dai genitori virando completamente la metodologia, c’è chi è semplicemente andato in continuità. Tutti accomunati dalla voglia di produrre vini semplicemente complessi. Dove la complessità è nelle proprie storie, nei sentimenti, nella vita. Riuscire a portare all’interno delle bottiglia la propria anima così da rendere ogni vino diverso dall’altro e dallo stesso dell’anno precedente. Vini che cambiano anche nei pochi minuti di una chiacchierata. Semplicità e complessità intrinseca ma non estrinseca. La voglia di semplificare non è banalizzare ma tornare alle basi del vino. Una spremuta di uva che ha subito il minor numero di trattamenti per essere solo quello che può essere. Non quello che la commercializzazione vuole che sia. Da un vitigno che non ha le caratteristiche di longevità non si può pretendere che un vino semplice. Utilizzare eccessivamente la botte vuol dire camuffare il vino. Utilizzare la chimica vuol dire correggerlo commettendo un abominio. Nei vini che ho assaggiato non ci sono sensazioni di artefazione chimica. Semmai di semplice tranquillità. Vini che possono essere bevuti quasi come fosse una birra. Senza sovrastrutture. Senza grandi pensieri. Senza grandi riflessioni su quello che può essere un sentore piuttosto che un retrogusto. Non serve farsi venire idee e su quello che è il retropensiero del vignaiolo che ha creato questo vino né inventare storie. Semplicità. Voglia di trovare nel vino il puro godimento istantaneo. Una bottiglia che deve essere aperta e non conservata perché la vita è adesso. Oggi. Non domani, non dopodomani, non fra qualche anno. Questo modo di pensare dei giovani è un modo che rispecchia la società moderna dove i ragazzi non vogliono perdere tempo nell’investire nel futuro. Sanno che la vita è adesso e ora. Oggi voglio vivere quello che posso vivere non fra qualche anno. Noi avevamo questa voglia di pensare al futuro, forse perché c’erano le condizioni per un futuro possibile. Io andrò, forse, in pensione a 67 anni. Un ragazzo che comincia a lavorare oggi non sa quando andrà in pensione e se vi andrà. Allora perché investire nel futuro quando invece posso godermi l’attimo adesso? La stessa cosa è nel vino. Ho una bottiglia, la strappo me la bevo con gli amici senza tante sovrastrutture, senza la necessità di aspettare domani o il prossimo anno. Senza la necessità di farla stare ferma per chissà quanto tempo, perché maturi. La voglio adesso. La voglio bere adesso. Ne voglio godere adesso. Voglio una bottiglia che abbia il giusto costo. Quello che serve per remunerare quel vignaiolo che con tanta dedizione per la vita e per ciò che lo circonda, lo ha prodotto. Ha avuto rispetto per tutto. Anche per me. Ecco, i giovani hanno bisogno di questo e se non lo si capisce allora abbiamo fallito tutti. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
5 Marzo, 2025
Bruno, mola el bevi!
Bruno, smettila di bere!
Era uno striscione apparso nel 1994 al Giant Stadium di New York durante i Mondiali di Calcio. Commentati, nemmeno a dirlo, da Bruno Pizzul.
È così che mi piace ricordare la voce delle partite della Nazionale di calcio oggi scomparso. Un giornalista, un uomo, un appassionato, un gentiluomo.
La sua voce era di quelle calde e familiari che entrano nelle case con garbo e moderazione. Senza eccessi sudamericani o espressioni forzate tanto perché diventi un tormentone.
Bruno Pizzul non aveva bisogno di questo. La passione per il calcio si legava, da buon friulano di Cormons, centro del Collio, a quella del vino. Forse da questo lo striscione.
Chissà che risate si sarà fatto vedendolo. A New York poi.
Me lo ricordo fin da ragazzo, quando le partite della Nazionale si seguivano anche senza il bisogno di attendere eventi importanti. Anche perché non è che di calcio in televisione se ne vedesse più di tanto. Tutt’al più 90° minuto, Domenica Sprint e poi La Domenica sportiva.
Bruno Pizzul era pacato quasi sornione e mai sopra le righe. Quando segnavano gli avversari, era come se venisse preso dallo sconforto. Entrava in una sorta di spirale depressiva che durava giusto il tempo della ripresa del gioco. Se era la Nazionale a segnare, il suo era un giubilo moderato ma carico di gioia. Una esultanza che non poteva che essere così. Un friulano anche in questo.
Unico rammarico è l’aver iniziato dopo Nando Martellini e la finale del Bernabeu del 1982 e non essere stato operativo nel 2006 a Berlino. Non ha mai gioito di una vittoria della Nazionale in una competizione sportiva.
È stato testimonial del vino nell’ambito del Club Turista del Vino e nella trasmissione “Quelli che…il calcio”, all’epoca condotta da Simona Ventura, parlava di vino. Sempre con il suo modo da entusiasta sornione che lo accumunava ad un altro friulano doc come Dino Zoff. Un marchio di provenienza sicura per tratti caratteriali dettati, sempre e comunque, dalla mancanza di eccessi e di pure concretezza.
Ciao Bruno. Non posso dire che mi mancherai perché sei iniziato a mancarmi già da tempo.
Continuerai a mancarmi.
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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10 Febbraio, 2025
Vini e Vittorie al Festival di Sanremo
Dal palco all’etichetta: abbinamenti tra i vincitori di Sanremo e i vini che ne esaltano l’essenza
Il Festival di Sanremo non è solo musica, è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi.
Cosa si potrebbe abbinare ad una canzone? Ascoltandola o semplicemente accostandone il testo, il suo significato, la musica, il ritmo, l’artista?
Basta lasciarsi trasportare in un vortice di emozioni e liberare la fantasia.
Non so ancora cosa si potrà abbinare alle canzoni della settantacinquesima edizione del Festival (siamo arrivati a 75 anni senza accorgercene!) ma ho provato ad abbinare qualche vino ai vincitori delle ultime edizioni.
2024 – Angelina Mango, La Noia
Un brano che mescola cumbia colombiana e pop. Semplice e brioso. Senza particolari pretese se non quella di far ballare spensieratamente. Allora ci vuole una bollicina metodo Martinotti (o Charmat). Visto che però Angelina è donna, una bollicina rosata ci sta tutta. Ecco che ho pensato al Rosato Brut Sasso di Sole, un Sangiovese vinificato in bianco in autoclave per 120 giorni . Fragoline di bosco, ribes, ciliegia bianca, violetta. Perlage fine e tanta sapidità per un godimento unico. Insomma, frizzante e giovane per contrastare la noia con freschezza e leggerezza. Accompagna il ritmo ballabile e l’ironia del testo.
2023 – Marco Mengoni, Due Vite
Una ballata intensa e riflessiva richiede un vino strutturato e complesso. Vorrei abbinarlo comunque ad una bollicina prodotta da una simpatica coppia, Rosa e Antonio, che in una seconda vita hanno iniziato a produrre metodi classici che dovrebbero essere un must have per tutti. A Farnese, nel Lazio, sui terreni vulcanici. Li si produce Alaenne, un metodo classico da Pinot Nero che ho assaggiato nella sboccatura 2019 dopo ben cinque anni di permanenza sui lieviti. Complesso, elegante, persistente. Una profondità emotiva che rispecchia quella del brano. Una intensità che pochi spumanti mi hanno donato. Una esperienza che necessita più di due vite. Vigne del Patrimonio!
2022 – Mahmood e Blanco, Brividi
È una tensione tra rap e melodie soul, un’intensa e accorata richiesta d’amore, un cadere e un rialzarsi. La necessità di amare e amare ancora di più. Non posso che abbinarlo a Talitha dell’azienda Nina Trinca di Zagarolo in provincia di Roma. È un rosato da Sangiovese e Merlot coltivato su terre di riporto vulcanico. Tenero e delicato come i petali di una rosa, caldo e morbido come un abbraccio. Pungente ma amorevole come la carezza di una barba. In bocca la freschezza è quella del risveglio; la morbidezza degli abbracci; la sapidità è il gusto della vita; la persistenza è il voler rimanere al mondo.
2021 – Måneskin, Zitti e Buoni
Rock sfacciato e energia pura, duro ma spontaneo. Energetico e vulcanico, non poteva che ispirare un vino dell’Etna. Allora ci vuole qualcosa che sia una spremuta di energia, qualcosa che non abbia subito manipolazioni e che sia semplice e diretto. Aita di Tenute Foti Randazzese. Un vino vulcanico per intensità e mineralità. Un vino così pieno di sole, calore e Sicilia che è bastato pigiare le uve di Nerello Mascalese per fare emergere la Sicilia intera. Tutto sa di vulcano.
2020 – Diodato, Fai Rumore
Il brano è una potenza emotiva. Passionale, intenso, complesso. Serve qualcosa di importante e caldo, come un Barolo. Ma non qualcosa che sia inarrivabile. Qualcosa di vero. Allora ho scelto il Barolo Castellero 2021 di Marrone. È al naso che l’emozione inizia a farsi strada: si rimane quasi increduli rispetto a quanta forza, intensità, passione, vi sia in tutto ciò che è contenuto nel calice. Quando lo si bene è come un accenno del finale di amplesso. Da ripetere e non smettere. Facendo rumore silenziosamente.
2019 – Mahmood, Soldi
Un mix di urban e world music che parla di come i soldi possono cambiare i rapporti in una famiglia. Allora ci abbino Ser Gino, un Chianti Classico Riserva 2021 dell’Azienda Mazza perché proviene da una famiglia nella quale i soldi hanno diviso ma chi è rimasto è riuscito ad andare avanti. Ser Gino parla con un gusto esplosivo e raffinato, caldo e coinvolgente, elegante e suadente. Ma vero. Una sorta di abbraccio per superare tutti i problemi. Anche quelli di soldi. a di complessità e sdoganamento.
2018 – Ermal Meta e Fabrizio Moro, Non Mi Avete Fatto Niente
Un inno alla resistenza. Un grido al mondo. Un odio che non ci sarà mai. Difficile abbinamento ma serviva un vino solare, che sapesse di vita e di voglia di vivere. Allora ho scelto Innato di Cantina Villa Gianna. Malvasia per un godere della sensualità, Trebbiano per donare immediata spensieratezza, Chardonnay per struttura e freschezza (con un tocco di charme). Un mix di sapide sensazioni per bere alla vita evocando speranza nonostante le difficoltà, come i versi del brano .
2017 – Francesco Gabbani, Occidentali’s Karma
Ironia e filosofia nella ricerca di serenità. Allora serve un vino che possa dare piacere puro senza artifici o sovrastrutture. Appassimento di Ruota Libera da uve Primitivo, Nero di Troia, Merlot e Sangiovese ha in sé tutto il calore della Puglia e degli acini lasciati maturare al sole a donare puro godimento. Semplice, corposo, intenso, godurioso. Senza dover andare a cercarlo altrove.
2015 – Il Volo, Grande Amore
Un brano operistico e passionale non può che esigere qualcosa di potente e vellutato. Ma non è una vera opera, è pop. Allora serve la versione pop dell’Amarone. Gastone di Massimago fa al caso nostro. Avvolgenza, calore, sensazioni per regalare alto godimento in una raffinatezza senza fine. Potente e vellutato, simbolo di amore eterno .
2013 – Marco Mengoni, L’Essenziale
Minimalismo e profondità richiedono senza dubbio un Barbaresco ovvero un vino introspettivo e raffinato, che invita all’ascolto silenzioso. Mai stucchevole, soprattutto essenziale. Ecco allora che il Barbaresco 𝟐𝟎𝟐𝟎 di Morra Gabriele, Un sorso poderoso ma non impegnato. per una vera esplosione in bocca: elegante, fine, avvolgente, persistente. Essenziale
Questi abbinamenti non sono solo un esercizio di stile, ma un invito a vivere Sanremo con tutti i sensi. Ogni sorso racconta una storia, proprio come ogni canzone.
Cosa abbineremo alle canzoni della settantacinquesima edizione? Cosa a Carlo Conti?
Stay tuned….
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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19 Gennaio, 2025
Quel pasticciaccio brutto delle nuove norme del Codice della Strada
L’auto non è un giocattolo. Commettere una infrazione guidando una vettura è qualcosa che può danneggiare noi stessi e soprattutto gli altri.
Passare ad un semaforo con il rosso piuttosto che leggere i messaggi sullo smartphone può provocare serie conseguenze.
Un tempo, prima della introduzione delle norme sull’omicidio stradale, commettere un reato guidando una vettura fungeva quasi da attenuante. Si arrivava all’assurdo che se ci si causava un incidente ubriachi o sotto l’effetto di stupefacenti, vi era una sorta di comprensione. Altro che aggravante.
Da tempo abbiamo invece capito che guidare una vettura è come avere un’arma sempre carica in mano. Occorre fare attenzione. Molta attenzione. Non fosse altro perché è come se noi stessi avessimo la responsabilità della vita degli altri. Utenti della strada, passeggeri, pedoni.
Poi sono arrivate le nuove norme del codice della strada tra le quali spiccano quelle sul consumo di alcol.
Non sono cambiati i limiti. Assolutamente vero. Ma sono, tremendamente, cambiate le sanzioni.
Secondo il Codice della strada, articolo 186, il tasso alcolemico consentito per la guida è inferiore a 0.5 grammi per litro. Sopra tale soglia, scattano sanzioni e pene varie in funzione del livello raggiunto alla misurazione.
Da 0,5 a 0,8 g/l vengono applicate sanzioni amministrative (multe) da € 543 a € 2.170) e la sospensione della patente da tre a sei mesi.
Da 0,8 a 1,5 g/l le sanzioni si innalzano fino ad arrivare ad un intervallo compreso tra 800 e 3200€ più la sospensione della patente da sei mesi ad un anno.
Oltre 1,5 g/l le sanzioni sono tra 1500 e 6000€ e sospensione della patente da uno a due anni con sequestro del veicolo. Se poi si guida un veicolo non proprio, la sospensione della patente, raddoppia.
Qualora il conducente in stato di ebrezza (dunque da 0.5 g/l in su) provoca un incidente stradale, le sanzioni sono raddoppiate ed il fermo amministrativo del veicolo diventa di sei mesi. Se il tasso alcolemico è superiore a 1.5 g/l, la patente viene revocata.
Ovviamente per i neo patentati, il limite è zero.
Qualunque persona dotata di intelletto, leggendo queste norme, non potrebbe fare a meno di pensare che sia meglio non bere.
Secondo tabelle che è facile reperire on line, bere due calici di vino bianco (riempiti a metà) per una donna e circa tre e mezzo per un uomo (entrambe di media corporatura dunque peso) vuol dire essere al limite di tolleranza. Sopra tale livello, a meno che non si stia bevendo una bottiglia di Chateau Lafite, non ne vale la pena.
Ecco, non ne vale la pena. Questa è la frase che il legislatore non ha avuto modo di sviscerare bene soffermandosi solo sull’aspetto relativo agli incidenti stradali.
Eppure, anche guardando bene i dati, secondo i dati ISTAT, nel 2023 su 56.075 incidenti stradali con lesioni, 4.787 erano riferibili ad un eccesso di alcol. 8.5% del totale. A naso, perché non ci sono dati, è presumibile pensare che il tasso alcolemico di chi ha provocato l’incidente, difficilmente si attestava sotto lo 0.8 ovvero 5 bicchieri di vino ovvero poco meno di una bottiglia. Bersi una bottiglia da soli, la vedo una grande tristezza. Credo che nessuno voglia mettere la vita di una persona dinanzi ad una bottiglia di vino, però sarebbe opportuna una saggia e serena via di mezzo. Se non altro per evitare che un settore già in crisi per svariati motivi, soffra maggiormente. È di tutta evidenza infatti che una contrazione dei consumi colpirebbe l’intera filiera produttiva e di distribuzione con evidenti ripercussioni sociali e infrastrutturali. Ma c’è di peggio poiché il rischio è che, un calo generale della vendita di vino, conduca ad un abbassamento dei prezzi che, se da un lato può far piacere ai consumatori, di certo ne aumenterebbe il consumo. Con tutte le conseguenze del caso. Non è che si fa anche peggio? Un vero pasticcio per il quale l’eventuale toppa può essere peggio del buco ma che, soprattutto, denota la meschinità e incompetenza della politica che, volendo fungere da moralista educatrice, non pensa alle conseguenze di tali misure. Se è infatti vero che in altri paesi esistono norme ben più severe, è anche vero che la disponibilità di mezzi pubblici e il basso costo dei taxi, rende disponibili soluzioni alternative alla guida. Il moralismo non porta mai alla educazione. Semmai a creare brutti pasticciacci con possibili disastri economici. La soluzione? Non c’è e nessuno si prenderà mai la briga di cambiare le insensate norme. Basterà però fare meno controlli e tutto si risolverà nella brillantemente italica maniera. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Eppure, anche guardando bene i dati, secondo i dati ISTAT, nel 2023 su 56.075 incidenti stradali con lesioni, 4.787 erano riferibili ad un eccesso di alcol. 8.5% del totale. A naso, perché non ci sono dati, è presumibile pensare che il tasso alcolemico di chi ha provocato l’incidente, difficilmente si attestava sotto lo 0.8 ovvero 5 bicchieri di vino ovvero poco meno di una bottiglia. Bersi una bottiglia da soli, la vedo una grande tristezza. Credo che nessuno voglia mettere la vita di una persona dinanzi ad una bottiglia di vino, però sarebbe opportuna una saggia e serena via di mezzo. Se non altro per evitare che un settore già in crisi per svariati motivi, soffra maggiormente. È di tutta evidenza infatti che una contrazione dei consumi colpirebbe l’intera filiera produttiva e di distribuzione con evidenti ripercussioni sociali e infrastrutturali. Ma c’è di peggio poiché il rischio è che, un calo generale della vendita di vino, conduca ad un abbassamento dei prezzi che, se da un lato può far piacere ai consumatori, di certo ne aumenterebbe il consumo. Con tutte le conseguenze del caso. Non è che si fa anche peggio? Un vero pasticcio per il quale l’eventuale toppa può essere peggio del buco ma che, soprattutto, denota la meschinità e incompetenza della politica che, volendo fungere da moralista educatrice, non pensa alle conseguenze di tali misure. Se è infatti vero che in altri paesi esistono norme ben più severe, è anche vero che la disponibilità di mezzi pubblici e il basso costo dei taxi, rende disponibili soluzioni alternative alla guida. Il moralismo non porta mai alla educazione. Semmai a creare brutti pasticciacci con possibili disastri economici. La soluzione? Non c’è e nessuno si prenderà mai la briga di cambiare le insensate norme. Basterà però fare meno controlli e tutto si risolverà nella brillantemente italica maniera. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
30 Ottobre, 2024
No alcol: ma perché?
Mi sto chiedendo da giorni perché dovrei bere un vino dealcolato.
Fa meno male. Certamente.
L’alcol può essere un problema sia se assunto in dosi atti a sfidare un alcol test sia in minime quantità.
Però è anche vero che, come scriveva Oscar Wilde: Tutto quello che più ci piace o è illegale, o è immorale o fa ingrassare.
Sempre lo stesso scrittore soleva dire L’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi.
Senza voler dunque entrare nel merito delle disquisizioni giuridico normative circa i vini dealcolati, la domanda che continua a ronzarmi in testa è sempre: perché?
C’è il latte senza lattosio. C’è la pasta senza glutine. Ci sono le bevande senza zucchero. Senza lievito. Senza sale. Senza grassi. Senza olio di palma. Senza coloranti. Senza conservanti. Senza zolfo. Senza additivi aggiunti.
In tempi andati l’abbondanza era ciò che si chiedeva maggiormente. Quasi una architettura barocca del wine&food. C’erano le barrette con dentro goduria pura (ricordate i Mars?) così come c’erano i vini con tanto legno da farli sembrare masticabili.
Oggi sembra che se hai qualcosa, anche di naturale come può essere ad esempio il lattosio, non va bene. Occorre togliere. Less is more.
Poi però, se ci si ferma un attimo a pensare, la domanda dovrebbe venire spontanea: come si fa a togliere qualcosa che normalmente c’è?
Con la chimica ovviamente.
Certo, se non c’è l’olio di palma (che poi, cosa abbia fatto di male l’olio di palma, a parte deforestare alcuni paesi e sfruttarne le popolazioni, non l’ho ancora capito) ci sarà qualche altro olio (sempre ottenuto sfruttando qualche paese povero…). Ma se devo togliere il lattosio al latte o l’alcol al vino, un po’ di chimica devo sempre utilizzarla. Non c’è verso.
Ecco allora che si sceglie di togliere qualcosa da un prodotto naturale attraverso un procedimento chimico rendendolo di fatto non più naturale. Per business mica per altro.
Immaginiamo i produttori di vino biodinamico che si sono dannati l’anima per realizzare capolavori senza chimica e senza aggiungere nulla al processo produttivo che devono poi usare la chimica per dealcolare i propri vini. Una contraddizione ma anche una impossibilità etica. Anche per i piccoli produttori sarebbe impossibile perché troppo costoso. Ne consegue che saranno a vantaggio di pochi. Sempre i soliti.
Come la mettiamo?
Poi, problemino etico a parte, c’è pure Oscar Wilde.
In che senso?
Beh, dalla notte dei tempi si è bevuto il vino per stare insieme in allegria liberando, almeno in parte, i freni inibitori grazie proprio alla presenza dell’alcol.
Bere il vino è piacevole già quando si apre una bottiglia e se ne sentono gli effluvi. Il colore del vino nel calice. I sentori che si sprigionano e che attivano i nostri sensi pronti ad assaporarne il sorso. Il gusto che avvolge piacevolmente la bocca. Un sorso che va dal verticale all’ampio lasciando sensazioni di puro godimento. Il calore. La sapidità. La struttura. Il connubio con il cibo. L’esaltazione. L’euforia. L’allegria. Una poesia. Un gioioso rito. La magia dello stare insieme in maniera spensierata. Apro una bottiglia di dealcolato e tutto questo non c’è più. Svanito nel nulla. Così mi domando: ma che lo bevo a fare se manca tutto questo? Cosa c’è nella vita se mancano momenti di questo genere? Si, ma fa male. Magari si. Ma fa male pure il fumo. Fa male pure lo smartphone. Fa male pure l’aria delle città inquinate. Fa male pure il sole. Allora tanto vale rimanersene in casa a mangiarsi del semolino senza glutine condito con formaggio senza lattosio (anche se a rigor del vero il Parmigiano lo è naturalmente), bevendo acqua senza cloro. Che tristezza! Ve lo immaginate uno come James Bond che invece di ordinare un seduttivo Bollinger del ’67 gli tocca ordinare un dealcolato del mese prima? Sempre che non ripieghi su una Coca Cola. Zero ovviamente. Altro che tristezza. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Bere il vino è piacevole già quando si apre una bottiglia e se ne sentono gli effluvi. Il colore del vino nel calice. I sentori che si sprigionano e che attivano i nostri sensi pronti ad assaporarne il sorso. Il gusto che avvolge piacevolmente la bocca. Un sorso che va dal verticale all’ampio lasciando sensazioni di puro godimento. Il calore. La sapidità. La struttura. Il connubio con il cibo. L’esaltazione. L’euforia. L’allegria. Una poesia. Un gioioso rito. La magia dello stare insieme in maniera spensierata. Apro una bottiglia di dealcolato e tutto questo non c’è più. Svanito nel nulla. Così mi domando: ma che lo bevo a fare se manca tutto questo? Cosa c’è nella vita se mancano momenti di questo genere? Si, ma fa male. Magari si. Ma fa male pure il fumo. Fa male pure lo smartphone. Fa male pure l’aria delle città inquinate. Fa male pure il sole. Allora tanto vale rimanersene in casa a mangiarsi del semolino senza glutine condito con formaggio senza lattosio (anche se a rigor del vero il Parmigiano lo è naturalmente), bevendo acqua senza cloro. Che tristezza! Ve lo immaginate uno come James Bond che invece di ordinare un seduttivo Bollinger del ’67 gli tocca ordinare un dealcolato del mese prima? Sempre che non ripieghi su una Coca Cola. Zero ovviamente. Altro che tristezza. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
8 Maggio, 2024
Anamnesi di una crisi
Estirpazione.
[dal lat. exstirpatio –onis]. – L’azione e l’effetto dell’estirpare, spec. nel senso fig.: e. di abusi, di mali sociali, di vizî, di errori. In agraria, lavoro compiuto con l’estirpatore per amminutare il terreno dopo l’aratura: è più energico dell’erpicatura e la sostituisce quando questa risulta insufficiente.
Così recita la Treccani.
Amminutare, per i meno esperti, vuol dire preparare il terreno per la semina. Erpicatura consiste nello spianare e sminuzzare il terreno sempre prima della semina.
Oggi si parla insistentemente dell’estirpazione dei vigneti per ovviare alla sovrapproduzione. O almeno così si dice.
Che ci sia una sovrapproduzione ho francamente forti dubbi visto i danni dalla Peronospora della scorsa vendemmia. Forse gli anni precedenti. Molte cantine hanno ancora nei magazzini grandi quantità di vino delle vendemmie 2022 e 2021. L’annata 2023, a causa della Peronospera, è stata un dramma. Questo implica che se qualcuno manifesterà problemi di stock sarà solo segno che ha acquistato partite di uva o di vino dall’estero. Altro che sovrapproduzione!
Eppure tutti parlano di diradamento in pianta, di attenzione alla qualità. Che strano fenomeno!
Diciamocelo chiaramente. Il problema non è una sovvraproduzione ma una mancanza di rispondenza tra vino sugli scaffali e consumi. C’è un calo dei consumi e c’è l’incremento dei costi di produzione. Due fenomeni che si sommano generando una tempesta perfetta.
Capiamo bene cosa sta accadendo.
I consumi stanno diminuendo.
Vero. In Italia si sta assistendo ad una lenta ma progressiva diminuzione dei consumi di vino (non di birra!). Perché?
I produttori affermano che questo sia frutto della sovrapproduzione di vino alla quale si aggiunge l’importazione di vino dall’estero. Eccessiva quantità con influenza sui prezzi.
Francamente questo, economicamente, non ha senso. In un mercato maturo, la produzione aumenta quando aumentano i consumi. Ci possono essere momenti nei quali i consumi si contraggono a fronte di un sistema produttivo che si è strutturato per determinati volumi. In questo caso l’unica alternativa possibile sono gli sconti. Deve calare il prezzo di vendita altrimenti gli stock rimangono elevati. Molto semplice.
Il problema è insito nella filiera del vino che, per come è stata costruita, rappresenta, a mio modo di vedere, la vera problematica.
Einstein diceva però che non si può risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema. Parole sante che in questo caso cadono a pennello.
La distribuzione, così come è, è stata voluta o perlomeno incentivata dagli stessi produttori. Da quelli grandi si intende.
Dove si vende il vino?
Principalmente tre canali con pesi profondamenti diversi: distribuzione, horeca, cliente finale.
Aldilà dei pesi dei singoli canali, la crescita dell’enotorusimo dunque della vendita a cliente finale, non riesce per ora a sostituire distribuzione e horeca che, dunque, gestiscono il mercato. Ciò implica che siano loro, distributori in primis, a determinare il prezzo alla fonte e al cliente finale.
Secondo un recente articolo de Il Sole 24 ore, il canale horeca e distributori sono in crescita, cosa questa abbastanza prevedibile con lo stock di cui sopra.
Andare a cena in qualunque ristorante ed ordinare una bottiglia di vino sta diventando proibitivo. Una prodotto che in cantina comprereste a 10/15€, nella migliore delle ipotesi nel conto lievita a 30/35€. Nella peggiore fino a 45€.
Non voglio assolutamente gettare la croce sui ristoratori ma la categoria non si sta comportando propriamente bene. Il costo di un pasto al ristorante è aumentato vertiginosamente sbandierando aumenti dei costi. Peccato che a fronte di aumento di costi (energia e materie prima certo ma non retribuzioni del personale) la ricaduta sul conto è decisamente più marcata. Se il conto sale e la capacità economica delle persone rimane invariata, a qualcosa si dovrà pure rinunciare. D’altronde anche gli acquisti al supermercato del vino sono diminuiti. Vale il concetto che se tutto aumenta, si cerca di rinunciare a qualcosa nel carrello.
In questo contesto, regolare il mercato con l’estirpazione, che senso ha? L’obiettivo di chi ha avanzato la proposta estirpante è quello di abbassare le produzioni per gestire il prezzo verso proprio i distributori.
Estirpare vuol dire certamente diminuire la produzione. Non per un anno ma per gli anni necessari a impiantare di nuovo le barbatelle e farle arrivare alla produzione. Una operazione non irreversibile ma certo rischiosa.
Diamo pure per assodato che si diminuisca la produzione italiana (e quella francesce visto che stanno già andando in quella direzione), gli altri stati cosa faranno? Viviamo in un mercato globale. Non solo europeo. Possiamo anche arrivare a mettere i dazi per le importazioni extra eu, ma i costi dei vini, esempio quelli sud americani, sono così bassi che invaderci, sarebbe un attimo.
Come uscirne?
Qualità e trasparenza.
La ricerca della qualità del prodotto è un punto fondamentale per lo sviluppo del mercato.
Ciò vuol dire alcune cose.
smettere di avere produzioni per ettaro superiore ad una cifra fissata per il vino imbottigliato e sfuso.
uscire dall’attuale sistema di denominazioni e lavorare su una classificazione in base a chiari criteri qualitativi che devono assolutamente passare per la resa per ettaro.
Vietare la produzione di vino con partite di uva provenienti da coltivazioni non dell’azienda proprietaria dell’etichetta
Vietare assolutamente l’utilizzo di additivi come il mosto concentrato
La trasparenza verso il consumatore finale.
La catena distributiva del vino è così ignobile che il guadagno dei ristoratori non può, e sottolineo NON può, essere così elevato.
Se acquisto un vino da 10€ in cantina, sarà certamente un buon vino ma non un capolavoro. Se acquisto lo stesso vino al ristorante a 30€ penso che sia un ottimo vino. Ma quante volte me lo potrò permettere?
Qualcuno ha sostenuto come lo sviluppo del settore possa essere nell’alveo dei vini premium. L’intento è ovviamente quello di aumentare i prezzi dei vini. Maggior prezzo, maggiori guadagni con minori volumi. Una vecchia formula che non funziona mai. Specialmente in un mercato in contrazione dove, aumentare i prezzi, è pura follia sapendo, non facendo finta di nulla, cosa significherebbe poi al tavolo.
Serve invece tanta comunicazione seria. Persone che sappiano comunicare dei vini con cognizione di causa. Senza vedere voti assurdi per vini che sono lontani anni luce da quei numeri.
Mi capita di assaggiare vini valutati 95, 96, 98 punti e solo all’esame olfattivo non c’è quella complessità necessaria. Non si dice e non si deve dire, ma dietro quei voti, dietro la presenza in una guida, ci sono soldi. Tanti soldi.
Si racconta un vino come se si fosse sempre dinanzi ad una platea di esperti quando invece al consumatore finale interessa solo capire pochi semplici concetti. Si parla di abbinamenti trovabili solo presso ristoranti stellati. Ma poi la bottiglia di vinio si apre anche a casa. E con la fettina di pollo che mi aspetta stasera, cosa stappo?
Saper parlare alle persone, saper esser umili, saper essere onesti.
Se si vuole uscire da questo cul de sac occorre tanta tanta ma tanta capacità di analisi e, soprattutto, autocritica. Non certo la estirpazione delle vigne. Non certo rimanendo piccoli ed isolati produttori. Non certo non investendo nei consorzi, nella promozione del territorio, nel rapporto cibo-vino.
Siamo l’Italia, siamo il bel paese. Quello dove la qualità, la varietà e la tradizione sono valori da preservare e coltivare.
Non estirpare! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Siamo l’Italia, siamo il bel paese. Quello dove la qualità, la varietà e la tradizione sono valori da preservare e coltivare.
Non estirpare! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
24 Aprile, 2024
Ivan Vellucci. Il mio Vinitaly 2024
Cosa mi rimane di questo Vinitaly 2024? Tante cose sinceramente.
Anzitutto le dimensioni della manifestazione che da un lato spaventa l’umile appassionato o il grande esperto, dall’altro rende bene l’idea di quanto il movimento del vino in Italia sia grande. Numeri importanti anche se le oltre 5000 aziende presenti rappresentano comunque solo il 12% del totale a riprova di come il Vinitaly sia ancora alla portata di pochi. Grande il lavoro fatto dai Consorzi e dalle Regioni la cui partecipazione ha permesso anche a piccole realtà di essere presenti.
Serve il Vinitaly? Certo che si. Forse più a far comprendere a tutti, italiani e stranieri, quanto l’Italia meriti di essere nell’Olimpo dei paesi a vocazione enologica. Singolare come non ci si concentri nel parlare delle cose positive di una simile manifestazione lasciando invece spazio a chiacchiere utili a generare viralità magari sperando di trovare facili like e followers. Antonella Boralevi, nel corso del TG2 Post esprime un concetto molto chiaro e poco interpretabile (almeno per chi comprende la lingua italiana, che è una lingua precisa, in modo corretto).
Riporto testualmente Noi donne abbiamo fatto tante cose. Abbiamo conquistato tanto. Ci mancano ancora cose da raggiungere. Però c’è dentro di noi una specie di sentimento, temo sia genetico: noi non ci sentiamo mai all’altezza. Quando si dice una donna soffre di solitudine, si, ma anche gli uomini ma la donna deve sempre combattere con quella parte di se che non si sente all’altezza. Quale è il tema? Che le donne spesso bevono come prima si fumava una sigaretta. Cioè bevono per darsi un tono. Va benissimo però torno a dire, noi non abbiamo bisogno del bicchiere di vino per sapere che siamo persone di valore come voi uomini. E soprattutto un bicchiere, una piccola dose, ma bere da soli. Mai bere da sole in casa. Mai. Ora, la polemica nasce per coloro che si fermano alla lettura strumentale dei giornali o dei siti che fermano i loro titoli e articoli al “bevono per darsi un tono”. Oppure di coloro che neanche hanno visto il video della dichiarazione ma pontificano per un like in più.
Quella di Antonella, dal mio umile modo di vedere, è una esortazione alle donne. A quelle donne che pensano di esser inferiori o che qualcuno fa sentire tali. Un modo per dire che non serve una sigaretta, non serve un bicchiere di vino, non serve altro per dimostrare di essere persone meravigliose. Persone meravigliose.
Esortazione ad emergere aldilà degli stereotipi. Aldilà dei luoghi comuni.
Altro che sessismo.
Antonella ha voluto fortemente stimolare le donne a non nascondersi dietro un bicchiere di vino. Ho letto e visto tanti interventi di donne che dicono di non sentirsi sola e di non aver bisogno di un bicchiere di vino per dimostrare qualcosa. Ma non si parlava fino a pochi mesi fa di una società patriarcale? WineTales Magazine ha una redazione perlopiù al femminile ed è bello che sia così. Non è un modo per dimostrare qualcosa all’interno di un mondo, quello del vino, che per molti versi ancora non è cresciuto in questo senso.
Molte sono le donne che scrivono di vino. Molte le blogger. Moltissime le sommelier.
Poche le donne enologhe. Pochissime le produttrici.
Eppure, quando ne ho incontrata qualcuna, ho visto la grinta, la passione, la competenza. Tutto a livelli nettamente superiore a quello degli uomini.
Ha suscitato polemiche la foto di apertura del Vinitaly con una sola donna, a margine, insieme a tanti uomini. Tra l’altro nemmeno rappresentava il vino in quanto vicesindaco di Verona. Girovagando per gli stand, non si poteva non notare la bassa presenza di produttrici donne. C’è chi stima che le donne rappresentino circa il 30% dei produttori. Francamente dubito di questa percentuale. Magari l’azienda sarà pure intestata ad una donna, ma è poi lei che gestisce? È lei che si occupa del vigneto? È lei che gestisce la cantina? Dubbi. Tanti dubbi. Tante e per fortuna le donne che si stanno impegnando in prima persona per la “conquista” (come se di dovesse conquistare qualcosa e non “meritare” qualcosa) di associazioni e consigli di amministrazione. Conquista appunto perché oggi nei CDA la presenza femminile è praticamente nulla. Nei Consorzi stessa storia. Tutto ciò è lo specchio della realtà contadina e imprenditoriale che ancora domina il mondo del vino. Poche le aziende nelle quali il capostipite ha ceduto o dovuto cedere alle donne della famiglia lo scettro del comando. Il punto però è proprio sul lessico “ceduto o dovuto cedere” al quale occorre aggiungere, spostandoci dalla prospettiva di una figlia “ho voluto o ho dovuto impegnarmi”.
Il mondo contadino legato al vino è difficile e con una difficoltà ovviamente direttamente proporzionale al numero di ettari. Impegnarsi in una attività del genere, uomo o donna che sia, non è mai scontato. Non dobbiamo però mai, e sottolineo mai, pensare che una donna non ce la possa fare in quanto donna.
Questa è la vera discriminazione. Da estirpare. Il mondo del vino si valorizza con le persone che amano questo mondo e che vogliono impegnarsi per farlo crescere. Indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla religione. Non solo con le bottiglie. Perché il vino è fatto da donne e uomini che hanno una storia alle spalle e, soprattutto, hanno un’anima. Forse, e dico solo forse, vorrei vedere un Vinitaly maggiormente incentrato sulle storie da raccontare che sui prodotti da vendere. Non fosse altro perché queste, fanno parte di una cultura che nessun’altro ci potrà copiare. Il vino è di tutti! PS io spesso bevo un bicchiere di vino da solo ma non per questo mi sento solo. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Anzitutto le dimensioni della manifestazione che da un lato spaventa l’umile appassionato o il grande esperto, dall’altro rende bene l’idea di quanto il movimento del vino in Italia sia grande. Numeri importanti anche se le oltre 5000 aziende presenti rappresentano comunque solo il 12% del totale a riprova di come il Vinitaly sia ancora alla portata di pochi. Grande il lavoro fatto dai Consorzi e dalle Regioni la cui partecipazione ha permesso anche a piccole realtà di essere presenti.
Serve il Vinitaly? Certo che si. Forse più a far comprendere a tutti, italiani e stranieri, quanto l’Italia meriti di essere nell’Olimpo dei paesi a vocazione enologica. Singolare come non ci si concentri nel parlare delle cose positive di una simile manifestazione lasciando invece spazio a chiacchiere utili a generare viralità magari sperando di trovare facili like e followers. Antonella Boralevi, nel corso del TG2 Post esprime un concetto molto chiaro e poco interpretabile (almeno per chi comprende la lingua italiana, che è una lingua precisa, in modo corretto).
Riporto testualmente Noi donne abbiamo fatto tante cose. Abbiamo conquistato tanto. Ci mancano ancora cose da raggiungere. Però c’è dentro di noi una specie di sentimento, temo sia genetico: noi non ci sentiamo mai all’altezza. Quando si dice una donna soffre di solitudine, si, ma anche gli uomini ma la donna deve sempre combattere con quella parte di se che non si sente all’altezza. Quale è il tema? Che le donne spesso bevono come prima si fumava una sigaretta. Cioè bevono per darsi un tono. Va benissimo però torno a dire, noi non abbiamo bisogno del bicchiere di vino per sapere che siamo persone di valore come voi uomini. E soprattutto un bicchiere, una piccola dose, ma bere da soli. Mai bere da sole in casa. Mai. Ora, la polemica nasce per coloro che si fermano alla lettura strumentale dei giornali o dei siti che fermano i loro titoli e articoli al “bevono per darsi un tono”. Oppure di coloro che neanche hanno visto il video della dichiarazione ma pontificano per un like in più.
Quella di Antonella, dal mio umile modo di vedere, è una esortazione alle donne. A quelle donne che pensano di esser inferiori o che qualcuno fa sentire tali. Un modo per dire che non serve una sigaretta, non serve un bicchiere di vino, non serve altro per dimostrare di essere persone meravigliose. Persone meravigliose.
Esortazione ad emergere aldilà degli stereotipi. Aldilà dei luoghi comuni.
Altro che sessismo.
Antonella ha voluto fortemente stimolare le donne a non nascondersi dietro un bicchiere di vino. Ho letto e visto tanti interventi di donne che dicono di non sentirsi sola e di non aver bisogno di un bicchiere di vino per dimostrare qualcosa. Ma non si parlava fino a pochi mesi fa di una società patriarcale? WineTales Magazine ha una redazione perlopiù al femminile ed è bello che sia così. Non è un modo per dimostrare qualcosa all’interno di un mondo, quello del vino, che per molti versi ancora non è cresciuto in questo senso.
Molte sono le donne che scrivono di vino. Molte le blogger. Moltissime le sommelier.
Poche le donne enologhe. Pochissime le produttrici.
Eppure, quando ne ho incontrata qualcuna, ho visto la grinta, la passione, la competenza. Tutto a livelli nettamente superiore a quello degli uomini.
Ha suscitato polemiche la foto di apertura del Vinitaly con una sola donna, a margine, insieme a tanti uomini. Tra l’altro nemmeno rappresentava il vino in quanto vicesindaco di Verona. Girovagando per gli stand, non si poteva non notare la bassa presenza di produttrici donne. C’è chi stima che le donne rappresentino circa il 30% dei produttori. Francamente dubito di questa percentuale. Magari l’azienda sarà pure intestata ad una donna, ma è poi lei che gestisce? È lei che si occupa del vigneto? È lei che gestisce la cantina? Dubbi. Tanti dubbi. Tante e per fortuna le donne che si stanno impegnando in prima persona per la “conquista” (come se di dovesse conquistare qualcosa e non “meritare” qualcosa) di associazioni e consigli di amministrazione. Conquista appunto perché oggi nei CDA la presenza femminile è praticamente nulla. Nei Consorzi stessa storia. Tutto ciò è lo specchio della realtà contadina e imprenditoriale che ancora domina il mondo del vino. Poche le aziende nelle quali il capostipite ha ceduto o dovuto cedere alle donne della famiglia lo scettro del comando. Il punto però è proprio sul lessico “ceduto o dovuto cedere” al quale occorre aggiungere, spostandoci dalla prospettiva di una figlia “ho voluto o ho dovuto impegnarmi”.
Il mondo contadino legato al vino è difficile e con una difficoltà ovviamente direttamente proporzionale al numero di ettari. Impegnarsi in una attività del genere, uomo o donna che sia, non è mai scontato. Non dobbiamo però mai, e sottolineo mai, pensare che una donna non ce la possa fare in quanto donna.
Questa è la vera discriminazione. Da estirpare. Il mondo del vino si valorizza con le persone che amano questo mondo e che vogliono impegnarsi per farlo crescere. Indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla religione. Non solo con le bottiglie. Perché il vino è fatto da donne e uomini che hanno una storia alle spalle e, soprattutto, hanno un’anima. Forse, e dico solo forse, vorrei vedere un Vinitaly maggiormente incentrato sulle storie da raccontare che sui prodotti da vendere. Non fosse altro perché queste, fanno parte di una cultura che nessun’altro ci potrà copiare. Il vino è di tutti! PS io spesso bevo un bicchiere di vino da solo ma non per questo mi sento solo. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
27 Febbraio, 2024
Report. Facciamo il punto
Ho voluto far passare del tempo e con esso l’ondata lunga delle polemiche seguite all’ultima puntata di Report per cercare qualche punto di ulteriore discussione sul tema o sui temi sollevati.
Partiamo dal metodo.
Le inchieste giornalistiche devono esserci. Sono l’essenza della democrazia oltre che del giornalismo. Mettono spesso in risalto qualcosa di sotteso, sotterraneo, sporco, cattivo.
Ciò che non dovrebbero mai fare, senza dichiararlo anticipatamente, è esprimere una opinione o voler dimostrare un teorema.
Faccio un esempio estremo. Se volessi fare un servizio giornalistico per rafforzare la mia opinione che la terra è piatta, basterebbe intervistare portandone le istanze, una serie di terrappiattisti e il gioco è fatto.
Senza un contraddittorio ovvero senza un equilibrio, passerebbero dei concetti privi di un parere più rotondo.
Oltre questo, parlare solo ed esclusivamente di un paese, in questo caso l’Italia, facendone emergere un quadro, ancorché parziale e non oggettivo, desolante, senza alcun tipo di rimando ad altri mercati, identifica quest’ultimi come migliori.
Ma questo non corrisponde alla realtà.
Che le logiche di una grande azienda vitivinicola siano e debbano essere diverse da quelle del piccolo artigiano, è palese. Nei primi conta di più il volume dunque il margine, nei secondi, magari lo stesso ma con valori numerici decisamente inferiori. Di certo, la qualità non può che essere un focus di entrambe le categorie anche se con specificità diverse. Per le grandi aziende ciò che conta maggiormente è una “uniformità” dei prodotti per garantirne “l’identità”; per gli artigiani o le piccole medie aziende la “riconoscibilità” del territorio ovvero del terroir.
Ci sono vini standard? Si, certo. Negarlo sarebbe osceno. Lo sono per logica commerciale e non già per “frode”. Tempo fa andai al Lidl a provare del vino che poi ho recensito sul mio blog Instagram. Era un Aglianico del Vulture acquistato a meno di 3€. Le conclusioni furono queste: Non si tratta di un grande Aglianico né di un grande vino ma nemmeno di una schifezza. Un vino buono, certamente migliore di tanti altri che costano anche di più. Lo suggerisco? Suggerisco solo di non avere mai pregiudizi! Nel volantino del mese di Lidl c’è ad esempio Muller Turgau a 2.19€, un Cabernet Sauvignon a 2.39€, un Rosso di Montefalco a 5.99€. Quello che costa di più è un Prosecco DOC millesimato a 6.99. Spesso si trovano anche Chianti Classico DOCG, Amarone, Barolo. Possibile? Tecnicamente no certo però, grazie alle multinazionali e ad un po’ di attività in cantina, si possono ottenere prodotti, non nocivi, ma per tutti. Sbagliato? Non lo so e ognuno avrà la sua opinione. Un vino omologato è peggiore di altri? Mi sarebbe piaciuto che i giornalisti di Report fossero andati nello Champagne. Li, specialmente le grandi Maison, sono maestri della omologazione. Non vorrei bestemmiare ma aggiungere il liqueur d’expedition al vino base dopo il degorgement, oltre che per determinare il grado zuccherino del prodotto finale, serve ovviamente per fornire un gusto “riconoscibile”. Forse è meglio che non ci siano andati in Francia. Sai che incidente diplomatico avrebbero creato? La chimica e i metodi. Quando nostro figlio ha la febbre, gli diamo il paracetamolo. Se sta ancora più male, probabilmente, sarà necessario l’antibiotico. Non siamo scettici. Non pensiamo che gli stiamo dando qualcosa di non naturale. Certo, ci sono i prodotti omeopatici o i rimedi della nonna ma, sfido chiunque a dire che non ha mai dato antibiotici al proprio figlio anche se il pediatra lo ha prescritto. Allo stesso modo, se una pianta sta male, non usare la chimica, potrebbe essere drammatico ai fini del risultato finale. Ci sono ovviamente altri metodi, naturali, previsti dai disciplinari biologici e biodinamici. Anche se spesso vengono comunque permessi rame e zolfo poiché considerati come naturali. Poi le conseguenze sul terreno non sempre vengono calcolate. Senza dimenticare che non esiste un vero disciplinare per i vini naturali con la conseguenza che ognuno fa un pò come vuole. Oggi, sempre più rispetto al passato, i produttori stanno puntando la propria attenzione sulla qualità della vigna. Non è tanto un tema di manualità o meccanizzazione dei processi quanto della necessità di far arrivare in cantina acini sani. Solo così infatti, si può non solo immettere tutto il territorio nella bottiglia ma rendere il processo di vinificazione più lineare possibile. La cantina e i lieviti. Possono i lieviti selezionati e le sostanze ammesse modificare e migliorare il prodotto finale? È inutile prenderci in giro: si. Conti alla mano possono essere usati come “addizionanti” oltre 50 sostanze diverse. Lieviti, vitamine, acidi, solfiti, chiarificanti, stabilizzanti, addolcenti, astringenti, acidi, ammorbidenti, ecc. Chi più ne ha, più ne metta. Sempre rispettandone la legalità. Ora, essere sostanze autorizzate, implica due cose: Non sono nocive (altrimenti non sarebbero autorizzate); Non necessariamente devono essere usati. Mi concentrerei su quest’ultimo punto dando per scontato il primo dando per scontato che nessuno, a valle degli scandali del metanolo e antigelo, utilizzi più sostanze illegali. I produttori hanno la capacità, in funzione delle proprie conoscenze e della filosofia produttiva, scegliere come realizzare il vino. Ho personalmente conosciuto decine produttori che usano lieviti selezionati o spontanei ma mai nessuno che usa chimica e additivi. Non mi sono mai volutamente interfacciato con grandi aziende perché quelle giocano in un campionato che non mi interessa. I piccoli e medi produttori sono aziende tipicamente a carattere familiare. Lavorano autonomamente la terra e sono i primi utilizzatori del proprio vino: chi è il pazzo che usa chimica in vigna quando è li che vive o beve il proprio vino quando non sano? Sgombro anche il campo dall’equivoco di chi sta pensando che fanno un vino diverso per sé stessi ovvero per sé stessi buono e per gli altri edulcorato perché le attrezzature in cantina sono poche e costose e non è possibile differenziarle. Una volta un grande vignaiolo mi disse che non ci possono essere vini naturali perché, di per sé, il vino è un prodotto di trasformazione. Prendi l’uva, la lavori, ne estrai il succo, la conservi. Si possono avere tutti i metodi che si vuole per fare questi passaggi ma di certo non sono passaggi naturali. Se prendi il frutto dalla pianta e lo mangi, allora non c’è trasformazione ed è tutto naturale. Sempre che alla pianta non sia stato dato qualcosa prima. Oltretutto, se il “succo” lo si vuole conservare per qualche tempo, occorre aggiungere dei “conservanti” ovvero antibatterici. Non fosse altro che il vino o qualunque liquido non chimico, è materia viva per la presenza di microorganismi che, se non mutati, portano alla decomposizione dunque alla impossibilita di consumo. Anche l’acqua presa dalla migliore fonte al mondo potrebbe fare questa fine e non già perché marcisca in bottiglia, quanto a causa di possibili contaminazioni dei recipienti. L’acqua imbottigliata, per legge, non può ricevere additivi. Tornando ai lieviti, sarebbe bello se ogni vignaiolo potesse usare solo lieviti spontanei. Ma non è così semplice. Le diverse condizioni che si creano in vigna prima e soprattutto in cantina dopo (dove ci sono veramente i batteri responsabili dei lieviti), non è detto che generino la fermentazione. Quando questo non accade, il lavoro di un intero anno può andare direttamente nella fognatura. Pardon! Nello smaltimento. Lavoro. Investimento. Guadagno. Tutto gettato via. Come si fa a biasimare un vignaiolo che non riesce a rischiare? Come si fa a condannare grandi aziende con centinaia di dipendenti se non vogliono mettere a rischio il fatturato e ciò che ne consegue? Inutile e sciocco condannare l’utilizzo di lieviti. Le caratteristiche organolettiche di un vino dipendono anche, ma non solo, dai lieviti. Sarà comunque il mercato a scegliere e compito di divulgatori e sommelier (onesti) è proprio quello di far scoprire ai consumatori i vari prodotti con le loro differenze e peculiarità. Qualche settimana fa sono andato alla manifestazione Vignaioli Naturali a Roma e un mio amico incontrato li mi chiese sottovoce: ma perché qui ci sono produttori che usano lieviti? Cosa gli potevo rispondere se non che non ci sono regole per i vini naturali? Il mercato sceglie anche, e tanto, di bere birra che è un prodotto completamente chimico e dove i lieviti sono aggiunti come nella pizza o nel pane. Ah ecco. Il pane, la pizza, la birra, i dolci. Allora tutto è edulcorato! Dunque, giusto che i giornalisti di Report aprano la discussione su qualcosa di poco noto ma, sarebbe stato più corretto avere una visione più attenta e un maggior coinvolgimento di chi sa. Non solo di chi si vuol far parlare. Esplorare ed indagare vuol dire guardare il mondo con gli occhi di un bambino che si fa le domande. Per ottenere le risposte però, non si può usare lo stesso bambino altrimenti crederemmo ancora a Babbo Natale. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Ci sono vini standard? Si, certo. Negarlo sarebbe osceno. Lo sono per logica commerciale e non già per “frode”. Tempo fa andai al Lidl a provare del vino che poi ho recensito sul mio blog Instagram. Era un Aglianico del Vulture acquistato a meno di 3€. Le conclusioni furono queste: Non si tratta di un grande Aglianico né di un grande vino ma nemmeno di una schifezza. Un vino buono, certamente migliore di tanti altri che costano anche di più. Lo suggerisco? Suggerisco solo di non avere mai pregiudizi! Nel volantino del mese di Lidl c’è ad esempio Muller Turgau a 2.19€, un Cabernet Sauvignon a 2.39€, un Rosso di Montefalco a 5.99€. Quello che costa di più è un Prosecco DOC millesimato a 6.99. Spesso si trovano anche Chianti Classico DOCG, Amarone, Barolo. Possibile? Tecnicamente no certo però, grazie alle multinazionali e ad un po’ di attività in cantina, si possono ottenere prodotti, non nocivi, ma per tutti. Sbagliato? Non lo so e ognuno avrà la sua opinione. Un vino omologato è peggiore di altri? Mi sarebbe piaciuto che i giornalisti di Report fossero andati nello Champagne. Li, specialmente le grandi Maison, sono maestri della omologazione. Non vorrei bestemmiare ma aggiungere il liqueur d’expedition al vino base dopo il degorgement, oltre che per determinare il grado zuccherino del prodotto finale, serve ovviamente per fornire un gusto “riconoscibile”. Forse è meglio che non ci siano andati in Francia. Sai che incidente diplomatico avrebbero creato? La chimica e i metodi. Quando nostro figlio ha la febbre, gli diamo il paracetamolo. Se sta ancora più male, probabilmente, sarà necessario l’antibiotico. Non siamo scettici. Non pensiamo che gli stiamo dando qualcosa di non naturale. Certo, ci sono i prodotti omeopatici o i rimedi della nonna ma, sfido chiunque a dire che non ha mai dato antibiotici al proprio figlio anche se il pediatra lo ha prescritto. Allo stesso modo, se una pianta sta male, non usare la chimica, potrebbe essere drammatico ai fini del risultato finale. Ci sono ovviamente altri metodi, naturali, previsti dai disciplinari biologici e biodinamici. Anche se spesso vengono comunque permessi rame e zolfo poiché considerati come naturali. Poi le conseguenze sul terreno non sempre vengono calcolate. Senza dimenticare che non esiste un vero disciplinare per i vini naturali con la conseguenza che ognuno fa un pò come vuole. Oggi, sempre più rispetto al passato, i produttori stanno puntando la propria attenzione sulla qualità della vigna. Non è tanto un tema di manualità o meccanizzazione dei processi quanto della necessità di far arrivare in cantina acini sani. Solo così infatti, si può non solo immettere tutto il territorio nella bottiglia ma rendere il processo di vinificazione più lineare possibile. La cantina e i lieviti. Possono i lieviti selezionati e le sostanze ammesse modificare e migliorare il prodotto finale? È inutile prenderci in giro: si. Conti alla mano possono essere usati come “addizionanti” oltre 50 sostanze diverse. Lieviti, vitamine, acidi, solfiti, chiarificanti, stabilizzanti, addolcenti, astringenti, acidi, ammorbidenti, ecc. Chi più ne ha, più ne metta. Sempre rispettandone la legalità. Ora, essere sostanze autorizzate, implica due cose: Non sono nocive (altrimenti non sarebbero autorizzate); Non necessariamente devono essere usati. Mi concentrerei su quest’ultimo punto dando per scontato il primo dando per scontato che nessuno, a valle degli scandali del metanolo e antigelo, utilizzi più sostanze illegali. I produttori hanno la capacità, in funzione delle proprie conoscenze e della filosofia produttiva, scegliere come realizzare il vino. Ho personalmente conosciuto decine produttori che usano lieviti selezionati o spontanei ma mai nessuno che usa chimica e additivi. Non mi sono mai volutamente interfacciato con grandi aziende perché quelle giocano in un campionato che non mi interessa. I piccoli e medi produttori sono aziende tipicamente a carattere familiare. Lavorano autonomamente la terra e sono i primi utilizzatori del proprio vino: chi è il pazzo che usa chimica in vigna quando è li che vive o beve il proprio vino quando non sano? Sgombro anche il campo dall’equivoco di chi sta pensando che fanno un vino diverso per sé stessi ovvero per sé stessi buono e per gli altri edulcorato perché le attrezzature in cantina sono poche e costose e non è possibile differenziarle. Una volta un grande vignaiolo mi disse che non ci possono essere vini naturali perché, di per sé, il vino è un prodotto di trasformazione. Prendi l’uva, la lavori, ne estrai il succo, la conservi. Si possono avere tutti i metodi che si vuole per fare questi passaggi ma di certo non sono passaggi naturali. Se prendi il frutto dalla pianta e lo mangi, allora non c’è trasformazione ed è tutto naturale. Sempre che alla pianta non sia stato dato qualcosa prima. Oltretutto, se il “succo” lo si vuole conservare per qualche tempo, occorre aggiungere dei “conservanti” ovvero antibatterici. Non fosse altro che il vino o qualunque liquido non chimico, è materia viva per la presenza di microorganismi che, se non mutati, portano alla decomposizione dunque alla impossibilita di consumo. Anche l’acqua presa dalla migliore fonte al mondo potrebbe fare questa fine e non già perché marcisca in bottiglia, quanto a causa di possibili contaminazioni dei recipienti. L’acqua imbottigliata, per legge, non può ricevere additivi. Tornando ai lieviti, sarebbe bello se ogni vignaiolo potesse usare solo lieviti spontanei. Ma non è così semplice. Le diverse condizioni che si creano in vigna prima e soprattutto in cantina dopo (dove ci sono veramente i batteri responsabili dei lieviti), non è detto che generino la fermentazione. Quando questo non accade, il lavoro di un intero anno può andare direttamente nella fognatura. Pardon! Nello smaltimento. Lavoro. Investimento. Guadagno. Tutto gettato via. Come si fa a biasimare un vignaiolo che non riesce a rischiare? Come si fa a condannare grandi aziende con centinaia di dipendenti se non vogliono mettere a rischio il fatturato e ciò che ne consegue? Inutile e sciocco condannare l’utilizzo di lieviti. Le caratteristiche organolettiche di un vino dipendono anche, ma non solo, dai lieviti. Sarà comunque il mercato a scegliere e compito di divulgatori e sommelier (onesti) è proprio quello di far scoprire ai consumatori i vari prodotti con le loro differenze e peculiarità. Qualche settimana fa sono andato alla manifestazione Vignaioli Naturali a Roma e un mio amico incontrato li mi chiese sottovoce: ma perché qui ci sono produttori che usano lieviti? Cosa gli potevo rispondere se non che non ci sono regole per i vini naturali? Il mercato sceglie anche, e tanto, di bere birra che è un prodotto completamente chimico e dove i lieviti sono aggiunti come nella pizza o nel pane. Ah ecco. Il pane, la pizza, la birra, i dolci. Allora tutto è edulcorato! Dunque, giusto che i giornalisti di Report aprano la discussione su qualcosa di poco noto ma, sarebbe stato più corretto avere una visione più attenta e un maggior coinvolgimento di chi sa. Non solo di chi si vuol far parlare. Esplorare ed indagare vuol dire guardare il mondo con gli occhi di un bambino che si fa le domande. Per ottenere le risposte però, non si può usare lo stesso bambino altrimenti crederemmo ancora a Babbo Natale. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
1 Agosto, 2023
Agosto: "mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore"
Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe e oziose ore | mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore. (Francesco Guccini)
Con questa massima gucciniana, legata al nostro amato mondo del vino, apriamo l’editoriale di agosto. Un editoriale che scaturisce da alcune riflessioni che un po’ di tempo libero di luglio ha fatto nascere spontaneamente. Queste riflessioni sono legate alle nuove modalità di comunicazione e di consumo del vino, a nuove strategie che le cantine e i produttori mettono in atto per andare incontro alle esigenze di un consumatore che non si limita a comprare e aprire la bottiglia, ma che vuole l’esperienza. La descrizione di un vino non basta (forse non è mai bastata perché è più difficile per i nostri clienti immagine un vino dalla sua descrizione. Più facile immagine piatto.) Le fotografie sui social sono più efficaci per un piatto, del quale passano colori, composizione, descrizione cui è più facile dare forma mentale personale, ricordando i profumi e i sapori degli ingredienti che lo compongono e cercando di farsi un’immagine gustativa di tutte le sue componenti e della loro armonia nel piatto.
Parlare di vino rosso rubino (intenso, carico o come il vino appare) non ci aiuta a capirne l’essenza. Parlare di profumi di frutta rossa, o esotica, o di fiori gialli, di cuoio, liquirizia, ecc. non serve a cogliere le sfumature e le variazioni che questi aromi, tipici di tanti vini, possono assumere in tipologie di vitigni e quindi vini differenti.
La varietà di vini disponibili ovunque, dal supermercato all’enoteca, dal ristorante alla cantina, e il fatto che si beva purtroppo con poca cognizione di causa non aiuta. I nasi sono in generale poco allenati, la diffusione della conoscenza e della cultura del vino è ancora ai minimi livelli.
In questo mare magnum trovo molto utile il lavoro di tanti Wineblogger o, per meglio dire, cultori del vino che fanno cultura del vino. Appassionati, divulgatori, performer a volte, con le loro narrazioni aiutano in primis a sdrammatizzare i toni e i termini di cui si servono, per forza di cose, i professionisti del settore, umanizzando il contenuto delle nostre bottiglie. Inoltre sempre più spesso sono proprio i wine blogger che sanno fare la differenza perché investono in conoscenza in prima persona, si spostano, organizzano il proprio tempo libero in funzione della visita di cantine e territori, diventano narratori coinvolti e coinvolgenti. Sono proprio loro spesso a contestualizzare umanizzare la bottiglia, riuscendo a legare una degustazione, e quindi profumi e aromi del vino, ai propri ricordi personali. Sono loro che vengono a conoscere noi produttori, a chiedere di vedere le vigne, di capire gli sforzi che vengono fatti per dare vita al vino.
Nonostante ciò sono spesso bistrattati e ridicolizzati. Intendiamoci, il vino è di moda e in tanti le mode le cavalcano per interessi di vare genere e tipo. Ma la curiosità che spinge gli appassionati non ha prezzo e non ha valore. Traducono il nostro fare in linguaggio semplice, comprensibile ai più, attuale. Sono in grado di creare fascinazione, di suggerire il piacere che si prova aprendo una bottiglia, consigliando il momento giusto per la degustazione, insegnando l’ABC del nostro universo, indirizzando, incuriosendo, stimolando la fantasia di chi li segue.
A loro un grande grazie, e un doppio grazie, sopratutto alla luce di due spiacevoli episodi recenti che ci hanno portato a individuare la DISINFORMAZIONE che invece rischia di generare un nuovo strumento di ricerca di facile accesso a tutto il mondo, ovvero l’intelligenza artificiale.
Se è concepibile l’errore umano, difficile per noi pensare all’errore digitale.
Già oggi dobbiamo faticare per capire quale informazione scovata online sia attendibile e quale no. Le Fake news sono un fenomeno recente ma preoccupante, in grado di fare grandissimo danno in pochi minuti, ore, giorni.
E’ successo, davvero, di individuare due casi di disinformazione totale relativamente al vitigno e al vino che produco, il Moscato di Scanzo. E’ successo a noi ma può succedere a tutte le realtà enologiche e non solo.
Da vitigno Moscato rosso è diventato Moscato bianco o Moscato rosa; la maturazione in acciaio è stata dimenticata e sostituita con quella in legno; da vino fermo è diventato frizzante, ecc.ecc. La storia che rende importante questo vitigno, documentata dal 1325, è stata completamente cancellata e si parte dal 1891. Insomma l’intelligenza artificiale, nei due casi che siamo riusciti a scovare, non ne ha azzeccata una. L’intelligenza artificiale non è riuscita nemmeno, in questi due casi, a impegnarsi in un’operazione di copia-incolla sensata.
Visto che questo tipo di informazione e l’uso di queste AI per scrivere e comporre testi è solo all’inizio mi sento di averne paura. Certo si migliorerà, si sistemerà, forse gli errori diminuiranno, ma sino ad allora perché accettare la menzogna? Siamo davvero tutti in grado di capire questo tipo di errori? Non credo. Unico modo è costruirsi un proprio bagaglio culturale e critico sul vino. Le strade sono poche: iscriversi ai corsi professionali, necessari per capire e orientarsi in un universo ricchissimo e variegato. Partecipare alle degustazioni che le Associazioni professionali organizzano, spesso occasione di seri approfondimenti su regioni, territori, vitigni, ecc. Inoltre bere, bere bene, bere guidati e consigliati. Consigliati da chi ne sa di più, consigliati dai sommelier, consigliati da fine blogger. Fate domande, siate curiosi, lasciate parlare chi ne sa di più. Quando bevete annusate, cercate di cogliere le sfumature più semplici, ma annusate anche quando siete in passeggiata (il muschio, i fiori), annusate negli orti, dal fruttivendolo, annusate l’aria dopo la pioggia, soffermatevi sul profumo dell’erba bagnato del finto appena tagliato (se avete la fortuna di trovarne).
Immergetevi nella natura, prestate attenzione, e vedrete che anche il mondo del vino saprà con calma, aprirsi a voi con tutte le sue infinite sfumature e donarvi soddisfazioni così complesse e durature da farsi vostro personale bagaglio culturale.
Iniziate ad agosto, mese di pausa per i più. E chiudiamo invitandovi a Scanzorosciate a settembre, per la Festa del Moscato di Scanzo: in quest’occasione potrete assaggiarli praticamente tutti. Chiosiamo ancora con Guccini, esortandovi ad inebriarvi (con moderazione) di vino e di calore, di vino e di calore.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
@francypagno
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