Il viaggio di Orfeo

Il viaggio di Orfeo è il mio viaggio da musicista attraverso le passioni che si incontrano nella vita, un po con l’arte, un po con la musica, un po con il vino, un po con le persone cerco di raccontare i miei incontri con i vignaioli e le loro famiglie.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai, è proprio cosi. Voglio raccontare di quelle persone che non perdono mai l’infinita voglia di andare alla seconda stella a destra.

Edi Keber. Il Rinascimento del Collio Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Edi Keber. Il Rinascimento del Collio

  Melting Pot è una espressione inglese nata per identificare una multietnia all’interno di una cultura e di una società, spesso etnie radicate da decenni o secoli. É un’espressione che ben rappresenta il territorio del Collio, terra di confine da sempre, era la frontiera per l’Impero Romano contro i Barbari, di Venezia contro l’Impero Austro Ungarico, la porta tra l’Est e l’Ovest, una linea di guerre, divisioni, annessioni. Qui i cognomi hanno origini eterogenee, così come la cultura che famiglie e comunità hanno portato, austriaca, serba, croata, slovena, italiana, fusa in un unica convivenza, un autentico blend! Territorio ambito tanto dall’Impero Austro-Ungarico quanto dalla Serenissima, il Collio è da sempre vocato alla coltivazione agricola, frutta e viti soprattutto. Fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, i vitigni presenti sono in larga parte autoctoni: Malvasia Istriana, Ribolla Gialla e Ribolla Nera, Tocai Friulano e Verduzzo. In quegli anni prende forma l’organizzazione del territorio viticolo: nel 1964 nasce il Consorzio del Collio e, pochi anni dopo, nel 1968, viene istituita la DOC Collio con un disciplinare che prevedeva esclusivamente l’uso dei vitigni autoctoni per il blend principe, il Collio Bianco, composto da Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla. A partire dagli anni Settanta però inizia a crescere la richiesta per le varietà bordolesi rosse ma soprattutto bianche, presenti in questo territorio già dalla meta del 1800, il Sauvignon Blanc, il Pinot Bianco, lo Chardonnay, il Pinot Grigio, in particolare nella sua versione ramata, raggiungono vertici qualitativi assoluti, diventando modelli di riferimento, tanto che negli anni 90 del novecento si modifica il disciplinare per riconoscere ed accogliere questi vitigni, ormai parte integrante dell’enologia del territorio, nella composizione del blend Collio Bianco. Questo porta ad un aumento della produzione di bottiglie, è vero, ma al tempo stesso si corre il rischio di perdere un’identità radicata da secoli. Dopotutto, Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla non hanno nulla da invidiare a nessun altro vitigno, specialmente se nascono su un terreno stratificato da marna, arenaria ed argilla che è una macchina naturale perfetta per la vite, la Ponca, un distillatore di acqua senza pari. E’ un pensiero che inizia a farsi strada tra i viticoltori, è l’inizio di una piccola rivoluzione, si capisce quanto sia importante e determinante produrre un vino che identifica il territorio con le varietà storiche. Uno dei principali artefici di questo Rinascimento, e determinante in questo contesto, è senz’altro Edi Keber, appartenente ad una famiglia di origine austriaca radicata nel Collio da piu di 300 anni. E’ il 1994 quando Edi compie una scelta radicale, quella di espiantare tutti i vitigni internazionali per continuare a produrre solo due bianchi: il Tocai friulano e il Collio Bianco da uve autoctone, il suo è un gesto che straripa di poesia, una vera dichiarazione d’amore in un momento in cui il mercato chiede altro, per lui Il modello da seguire non sono gli altri, ma il lavoro dei padri e dei nonni. In questa scelta c’è il senso più profondo del Rinascimento del Collio, c’è la voglia, il credo, la passione, l’umanità e la libertà di un uomo che vede nelle origini la massima forma di avanguardia. Sublima poi questo suo percorso nel 2008 quando decide di produrre un solo vino, il Collio Bianco da uve autoctone. Dopo qualche anno, nel 2012, terminati gli studi e le esperienze all’estero in Australia e Georgia, il figlio Kristian entra definitivamente in azienda, lo abbiamo incontrato in cantina in una giornata che ricordiamo tra le più significative ed emotive. Kristian è una persona solare, positiva, determinata e sognatrice, le mie domande servono a poco, inizia raccontandoci un po’ la storia del Collio e della sua famiglia, da sempre viticoltori e agricoltori, certo, non come li conosciamo oggi, ci ricorda come dopo le due guerre, che qui in molti considerano come un unica grande guerra, l’ambizione più grande dei nonni era prima di tutto sollevare dalla miseria la propria famiglia, il vino, l’uva, gli animali, l’orto, servivano a garantire questo obbiettivo con una concretezza quotidiana, prima ancora che per un sogno. La produzione di vino diventa la prima attività di famiglia con il padre, Edi, che abbiamo avuto il piacere di incontrare, stesse caratteristiche di Kristian, solare, positivo, determinato e sognatore, che riesce ad affermarsi come uno dei più grandi bianchisti italiani. La giornata è bella, fresca e piena di sole, Kristian ci guida in una passeggiata in vigna. Qui a Zegla, Collio italiano, possiede circa 10 ettari vitati, più altri ettari con boschi ed alberi da frutta, ci spiega che tutte le lavorazioni sono eseguite in ottica biologica e biodinamica, certificata Bio e certificata Demeter, ente nato dai seguaci di Rudolf Steiner teorizzatore dell’agricoltura biodinamica. Nei primi 15 anni di vita del vigneto utilizza il sovescio per arricchire ed equilibrare i terreni, dopodiché una volta riequilibrati lascia alla natura il compito di nutrirli al meglio, per esempio evitando di tagliare le erbe spontanee, facendo pascolare tra i filari gli animali che possiede, questo per muovere in modo non invasivo il terreno e per una concimazione naturale, aiutandosi anche con le tecniche della biodinamica, il corno letame, il corno silicio, etc. Kristian è appassionante, ti coinvolge e conquista in un attimo. Conosce le sue viti una ad una: dalla dimensione del tralcio riesce a intuire cosa si nasconde sotto terra, argilla, marna o roccia. Da questa conoscenza nasce la sua scelta, nei nuovi vigneti acquisiti, di coltivarli pianta per pianta, selezionando per ciascuna la varietà che meglio si adatta al terreno. Io la chiamo intuizione, ma per lui è semplicemente il ritorno all’esperienza dei nonni e dei bisnonni, che già seguivano lo stesso principio. Parliamo anche di permacultura… una parola che, in realtà, non descrive nulla di più di ciò che si faceva abitualmente in campagna, lo ricordo anch’io con i miei nonni: ciò che raccogli dai campi o dagli orti alla fine torna nei campi e negli orti, in un ciclo naturale, semplice e completo. Prima di entrare nella sala degustazione visitiamo la cantina in ogni sua parte, dalle vasche di cemento, ad un emozionante archivio storico, si vede anche uno spaccato di Ponca, volutamente lasciata a vista per capire meglio di cosa si sta parlando. Tra taglieri di salame, formaggio ed un prosciutto crudo strepitoso, dolcissimo con una vena appena affumicata iniziamo la degustazione, in sala siamo in tanti una ventina e si crea anche un piacevole dialogo. I vini assaggiati sono tutti Collio Bianco da Uve Autoctone, dicitura aggiuntiva importante e molto sentita da Kristian, promotore con altre cantine di questa etichettatura per differenziarsi dal Collio Bianco prodotto anche con uve internazionali, ammesse dal disciplinare. La prima annata è la 2023, Friulano 70% Ribolla 15% e Malvasia 15%, vinificate separatamente, elevazione in cemento un anno e poi sei mesi in acciaio, senza filtrazione per tutti i vini. E’ l’annata corrente, belli e chiari i descrittori di fiori e frutta, mughetto, sambuco e camomilla, la mela e la pera in evidenza, note di pepe bianco e maggiorana, una presenza di pietra focaia e mandorla nel finale, un finale persistente ma non lunghissimo. L’equilibrio e l’eleganza in bocca sono notevoli, caratteristica dei suoi vini. Dopo la passeggiata nei filari sembra di sentire tutti i profumi dei fiori. La 2022, stesso uvaggio, si dichiara subito più intensa, sia nel colore che nei sentori, la frutta è matura, melone, ed i fiori sono gialli, più pungenti le spezie, l’agrume lo riconosco nel cedro, e la pietra focaia è ben evidente, il sorso qui lo ritrovo molto lungo. Bellissima beva! E’ un vino che conquista facilmente, a tavola si presta a molti abbinamenti sia di terra che di mare. Pur essendo un vino verticale lascia la bocca piena di ricordi “succosi”, i bicchieri qui si rincorrono….. Si passa poi alla 2019, si evidenzia per il cambio del colore, qui siamo sull’oro, si sente la frutta cotta e l’ananas maturo, la magnolia ed il gelsomino, la struttura è maggiore con spezie come il pepe rosa, acidulo e che sa di limone, presente anche la noce moscata, l’acidità mineralità e sapidità tutte in equilibrio, in bocca è setoso, intenso e caldo, la persistenza è ottima, non finisce, lo sto degustandolo accompagnato dal prosciutto crudo ed è fantastico. L’annata 2017 mi ricorda molto la 2022, piu calda ed evoluta, va beh con 5 anni in più ci sta, mi colpisce come la freschezza non sia mai in discussione, l’acidità si ammorbidisce ma il sorso rimane teso e sempre molto piacevole, non cala mai nulla e la persistenza al contrario aumenta, sono vini che si completano con il tempo, come l’ultimo che assaggiamo della cantina di Edi, l’annata 2007. Qui c’è anche un piccola percentuale di Sauvignon. C’è una leggera ossidazione ma che assolutamente non disturba, tutt’altro, si sente una pasticceria secca, frutta secca, vino con una dimensione corposa nel bicchiere e che si muove lento, acidità e sapidità sono bilanciate da un residuo zuccherino ancora presente, questo chiama pietanze di struttura, formaggi molto stagionati, erborinati, pietanze succulente, pesce alla brace,  perfetto anche come vino da meditazione. La degustazione si chiude con il Brda 2022, un vino che merita una introduzione. Siamo nel 2012 e Kristian riceve in eredità dal nonno materno, vignaiolo anch’esso, quasi due ettari di viti a Medana, nella vicinissima Slovenia, in linea d’aria 300 metri in macchina forse due o tre kilometri, decide di continuare qui la raccolta e la vinificazione ma con un grande sogno sempre in testa, e se una persona è solare, positiva, determinata e sognatrice…… poi dico tutto. Beh, il Brda 2022 possiede sempre lo stesso uvaggio ma con percentuali che sono 50% Ribolla, 40% Tocai friulano, 10% malvasia. Ha una macerazione di due settimane con il raspo che conferisce tannino e polifenoli che” allungano” la vita e la persistenza al vino, poi si eleva per due anni in botti grandi. Non subisce filtrazioni, il colore è un bel ambra, fiori di acacia, ginestra, scorza di arancia, miele, lime e cedro, mineralità calcarea, ha un tannino appunto derivante dal raspo ma ben mitigato dall’acidità e dalla salinità che prospettano una lunga lunga vita, in bocca è tagliente, e la persistenza è molto lunga. Importante per sentirlo al meglio la temperatura di servizio, piu simile ad un rosso che ad un bianco a mio avviso. Ok, adesso Kristian ha un jolly pazzesco, il suo sogno è stato inaugurato quest’estate. Trifolium, il nome è un omaggio ad uno dei pionieri dell’agricoltura biodinamica, Alex Podolonsky che durante una sua visita invita Kristian a preservare il trifoglio bianco presente nelle sue vigne. Ci siamo spostati in macchina nel Collio sloveno, a Medana, per visitare questa meraviglia, la nuova cantina che ben sintetizza in modo formale il pensiero, la filologia e le sue ambizioni. Progettata insieme allo studio austriaco lendarchitektur,, si sviluppa tutta nell’ipogeo della proprietà, una scala in ferro corten e cemento armato ci accompagna nel cuore della struttura, a forma di trifoglio con una cupola centrale, dal sapore francescano, la luce arriva tramite dei tunnel di luce alle pareti ed un opaion all’apice della cupola, aperto, come nel Pantheon assume il significato simbolico di collegamento tra terra e cielo, oltre che raccogliere le acque piovane e trasferirle in un pozzo sotterraneo. Non esiste un impianto elettrico se non tre pannelli fotovoltaici, il mosto e l’uva si spostano per gravità, la temperatura è costante tutto l’anno. Il grigio monocromo del cemento, la luce fioca, la ponca che affiora invitano al silenzio, gli unici rumori sono i passi, i gesti di chi lavora, lo scorrere del tempo è misurato con la lucentezza o il pallore della luce. Come ogni cantina che si rispetti avrebbe anche una sala degustazioni, beh…..degustazione ok, ma la parola sala è un po’ ingannevole in verità, si tratta di due tavoli di arenaria pura, due blocchi ciclopici completamente en plein air, adiacenti alla cantina, sotto una pergola con una vista sui vigneti e su un cervo luccicante di acciaio, simbolo iconografico dell’agricoltura biodinamica. Bellissimo! Quella che doveva essere una degustazione ed incontro conoscitivo in realtà sono state cinque ore trascorse parlando e soprattutto ascoltando. Ci rimane il ricordo di una giornata di aneddoti, ricca di poesia, spesso struggente come raramente capita. Ho definito il gesto di Edi Keber quando ha espiantato i vitigni internazionali per proseguire solo con un bianco, straripante di poesia, sono sicuro di usare le stesse parole per descrivere anche ciò che sta facendo Kristian. Mi piace chiudere con due cose, una è la sua frase riportata sul retro della bottiglia del Collio Bianco da Uve Autoctone: Nel vicino passato il mio bisnonno coltivava promiscuamente numerose varietà di uve, ma anche frutta, ortaggi e animali, tutto in armonia. A questo modello di biodiversità cercherò di ritornare. Può essere chiamata “permacultura” o nei casi migliori, “agricoltura del non fare”, ma io la chiamo Futuro. La seconda è una frase estratta da una poesia di Wang Chi poeta cinese del VII secolo, ben si adatta a questa giornata: Dimmi un poco, che può desiderare un uomo più che sedersene solo, sorseggiando il suo vino?
Vorrei mi venisse gente a discuter di filosofia.
Transiterei allora, adagio, cent’anni felici
E non avrei bisogno alla fine d’un Paradiso   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Luretta. Parole lente, pensate, suonate Arrow Right Top Bg

28 Ottobre, 2025

Luretta. Parole lente, pensate, suonate

    La sera scese in fretta sul Castello di Momeliano, tutto era pronto per il gran ballo di fine vendemmia, di corsa la Principessa scese le scale urlando Capitano Capitano, chi stiamo aspettando?, la festa sta iniziando! On attend Les invitès mia Principessa, eccoli! arrivano! Vedo i Nani e le ballerine, c’è anche Achab e dietro di lui il Marchese di Carabas con una Pantera, pare che in bocca abbia un’ Ala del drago… Macchè!, sarà il solito inganno di Puck, lo conosci no? Invece notizie di Boccadirosa? Insomma è il quinto Manvantara di fila che non si fa vedere! Uffa sai che c’è? torno nelle segrete del mio castello a riposare insieme a tutte le mie sorelle, per favore dite alle Rane di non far troppo rumore e svegliateci tra….i 18 e 24 mesi E si potrebbe andare avanti all’infinito giocando con la fantasia, giocando in un luogo che la magia la conserva realmente, il Castello di Momeliano. Siamo nei Colli Piacentini, zona ricca di valli, di colline, di corsi d’acqua e di vitigni, da sempre l’uva è stata un elemento presente nella vita quotidiana di questo territorio tanto che Piacenza viene eletta, negli anni 30 del secolo scorso, come capitale italiana con tanto di fiere nazionali dedicate, dell’uva da tavola. Questo successo mette però un freno alla viticoltura intesa come trasformazione in vino, conviene piu produrre uva da tavola che vinificarla! Ci vogliono decenni prima che, le cantine sociali su tutte e qualche illuminato privato, tornano a produrre vino in modo continuativo e con una certa cura, e finalmente nel 1967 i Vini dei Colli Piacentini diventano DOC, una tra le primissime zone italiane, le prime DOC sono del 1966, a ricevere la denominazione. Non passano nemmeno vent’anni che la crescita produttiva subisce una bruschissima frenata, come in tutta Italia, nel 1986 con il tristemente famoso scandalo del vino al metanolo, ed il vino dei Colli Piacentini, considerata la vicinanza geografica all’epicentro dello scandalo, è in pratica bandito dalle tavole dei consumatori. Ci vuole la nascita di un Consorzio a Tutela dei Vini Colli Piacentini e la revisione dei disciplinari di produzione per risollevare la produzione dando vita ad una nuova concezione di viticoltura. Il polline è nell’aria, e la fioritura di nuove cantine è stata la naturale conseguenza. Non più realtà illuminate ma sporadiche, l’arrivo di tanti nuovi imprenditori, la richiesta di vini selezionati, un’attenzione ed educazione alimentare ed enologica ormai diffusa, gettano le fondamenta per un sistema di aziende che si concentrano sulla qualità, che colgono il confronto come occasione per crescere più velocemente, tanto che oggi non è più una fantasia l’ipotesi della DOCG. In questo contesto verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso il polline si posa anche su un allevatore di bestiame, Felice Salamini, che si innamora di un paio di ettari scarsi di una vecchia vigna di proprietà ma abbandonata in Val Luretta. Ora, innamorarsi delle cose vecchie ed abbandonate significa solo una cosa: vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto… Ma vede comunque in quella vigna la conferma della sua ambizione e passione. In un territorio di periferia ma sicuramente vocato alla viticoltura è una rivoluzione culturale, di filosofia agricola ciò che guida Felice Salamini, abbraccia la via del biologico ancor prima della nascita delle normative europee, intensifica il numero di piante per ettaro per favorire una “competizione” tra le viti alla ricerca di nutrimento per estrarre il più possibile dal suolo, studia e compie analisi dei terreni per capire quale vitigno può rendere al massimo, concepisce il tempo come un valore, come un contenitore, impianta nuovi allevamenti di cloni bordolesi non per imitarli ma per reinterpretarli anche con blend decisamente inusuali a costo di uscire dalla DOC, insomma qui dove la regola era vendemmiare, fare il vino, venderlo entro l’anno per avere la cantina vuota e pronta per la nuova vendemmia, si vive l’attesa, si coltiva la pazienza, si cerca un diverso punto di vista, come fosse una nuova necessità.   Il seme è gettato. I frutti arrivano eccome, i primi riconoscimenti importanti, l’apertura ai mercati internazionali, da qui l’esigenza di ampliare le proprie vigne fino ad arrivare oggi a 50 ettari vitati, e sempre con la stessa filosofia iniziale: crearsi le condizioni perché nasca sempre una nuova necessità. Per esempio come quando Lucio, il figlio che ora guida l’azienda insieme alla madre Carla, decide di espiantare molti ettari di vigneto compresi quelli a corollario del Castello, per trasferirli in Val Nure, che permette esposizioni migliori ed una maggiore altitudine delle colline, fino a 400 metri, tradotto significa maggior escursione termica, maggior varietà climatica. Non ultimo il fatto che i terreni sono di origine marina, variando tra sedimenti argillosi e calcarei, ritenuti piu idonei alla loro idea finale di vino. Ad oggi Luretta possiede vitigni in Val Nure, Val Tidone, Val d’Arda, Val Trebbia ed ovviamente Val Luretta. Ma…….quella nuova necessità, quel qualcosa che sa di magico……ci vorrebbe giusto un Castello! Arriva anche quello, nei primi anni del 2000 Luretta si sposta dalla Val d’Arda a Gazzola, nel Castello di Momeliano di epoca romana, e come tutti i Castelli che si rispettino è abitato da figure magiche ed ovviamente….da una Principessa. Ve li presento. Arrivare a Luretta significa dimenticarsi per un po la quotidianità, come se l’ultima curva della stradina sterrata che porta al Castello impedisse alla fretta di seguirti. I rumori sono pochi e sottili, inusuali oggi, ma che mi riportano alla mia infanzia in campagna, una folata di vento, le foglie che si muovono, un trattore lontano, i passi sulla ghiaia ed un tintinnio che sembra di campanelle, in realtà bottiglie che vengono spostate. Ti accorgi del tempo che passa dallo scarto tra un rumore ed un altro. Ci viene incontro Lucio e ci accomodiamo nella sala degustazione, con un bicchiere di vino iniziamo a chiacchierare, anche le parole sono lente, pensate, suonate, ci spiega che il loro focus è vestire di personalità, e lo spiegherò meglio in seguito, i vini storici del territorio, Gutturnio e la Malvasia di Candia Aromatica su tutti, renderli riconoscibili ed in grado di dialogare alla pari con i vini più rinomati, ed oggettivamente, per tentativi ed errori, per tentativi e successi il loro modus operandi è stato riconosciuto precursore in tutto il territorio. Prima si pensa al vino che si vuole ottenere poi si cerca il terreno. Già, personalità penso sia la parola chiave per i vini di Luretta, sin dai loro nomi questa emerge. La parte evocativa delle etichette, nomi e simboli, è merito della mamma di Lucio, Carla, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, una signora con lo sguardo fanciullesco, di chi ha nel profondo degli occhi un altro mondo vivo di figure fiabesche, o forse, mi piace pensare, che quel mondo sia la sua vita presente. I vini che assaggiamo sono parte della nostra storia, i Colli Piacentini sono i primi che tutti hanno bevuto, si parte da qui, Gutturnio = rosso, Malvasia = bianco, sono il nostro primo alfabeto.   L’inizio non può essere che con Principessa, il metodo classico blanc de blanc della cantina da uve Chardonnay, il vino più venduto dell’azienda. In origine, e siamo intorno al 2000, era un Blanc de noir con uve di Pinot nero, il nome deriva da una canzone di De Andre, Prinçesa, che racconta il desiderio di una transizione, di una trasformazione, come quella di un Pinot nero. Ventiquattro mesi sui lieviti, si fa notare immediatamente per la sua freschezza, quasi balsamica, frutta bianca croccante, fiori di zagara, mughetto, un sentore agrumato dolce, un po’ di mandorla nel finale, bollicina persistente e fine, uno spumante che non nasconde nulla, si palesa per ciò che è, un vino che piace a che si avvicina alle bollicine e piace a chi già beve bollicine. Lascia la bocca fresca ed invita alla beva.   L’altro metodo classico che assaggiamo è On attend les invitès, Pinot nero, sessanta mesi sui lieviti, una piccola macerazione sulle bucce conferisce un colore rosa antico, quasi buccia di cipolla, è sicuramente uno spumante molto ambizioso, fragoline di bosco, ribes, melograno, un piacevole sentore di lieviti, ed un tannino sottilissimo che viaggia parallelo all’acidità, nel finale arriva una nota di pompelmo rosa. Mi affascina per il colore e per la delicatezza, molto elegante.   Chiudiamo la degustazione dei vini bianchi con Boccadirosa, che descriverò alla fine. Il primo vino rosso che assaggiamo è il Gutturnio Superiore 2023, blend di Barbera 60% e Croatina 40%, è il vino che da una vita ho abbinato al pane e salame, alla coppa piacentina, ai salumi e formaggi locali, di un rubino intenso, in equilibrio tra l’acidità del ribes e la dolcezza della mora, presenta un tannino nervoso ma è una sua caratteristica, guai se non ci fosse, piacevoli spezie dolci di cannella e noce moscata. L’affinamento è inusuale per questo vino, vasche di cemento per sei mesi che lo rendono sicuramente più morbido. Migliora e tanto il ricordo che ho del Gutturnio. Intenso, per tanti motivi, insomma…per me è un buco nel tempo.   Il secondo rosso mi piace definirlo usando il dialetto Piacentino, anche per omaggiare la figura di Felice Salamini che tanto ha creduto in questo vino: Taij Burdleis (taglio bordolese). Come la Pantera e i lupi nella sera, è il primo vino prodotto da Luretta nel 1997, era il credo del fondatore: barbera e croatina possono sposarsi con un nobile bordolese, all’inizio era il Pinot Nero, con gli anni gli è stato preferito il Cabernet Sauvignon. Quello che assaggiamo è un 2022, l’elevazione è di nove mesi in barrique con 50% di rinnovo annuale, e poi dodici mesi in bottiglia. Rubino con qualche inizio di riflesso granata, al naso si presenta subito una nota minerale di pietra bagnata, di polvere da sparo, il fiore è una viola intensa, i frutti sono belli maturi, la marasca, la prugna, evidenti anche le speziature come il pepe nero e cannella,  si affacciano anche i terziari, cacao amaro e foglie di tabacco. É un vino vigoroso e profondo al sorso, un vino generoso, avvolge il palato, il Cabernet apporta alla Barbera e Croatina, l’uvaggio del Gutturnio, maggior struttura, longevità e si, anche nobiltà. Noi l’abbiamo abbinato ad un brasato e penso che la Pantera sia rimasta soddisfatta. Mi piacerebbe assaggiare la versione con il Pinot Nero!   Chiudiamo con Achab, si lui, il Capitano di Moby Dick, come dicevo una volta qui c’era il mare tant’è che al museo geologico di Castel Arquato, a pochi kilometri, sono esposti i resti dei cetacei ritrovati nelle valli piacentine. E poi Achab è l’incarnazione della sfida con se stessi, che sia Moby Dick o perchè no, che sia quella di coltivare il Pinot Nero in questo territorio, vitigno considerato tra i piu difficili, sensibile al clima, alle malattie, alle muffe. L’annata è la 2022, nove mesi in tonneau, mantiene bene l’eleganza e la sontuosità del vitigno, piccoli frutti rossi, lamponi e mirtilli in primis, rosa fumè e violetta i fiori, un bel vegetale di corteccia e sottobosco secco, chiude con una fine nuance di china, apprezzo la “potenza” e la struttura e tra qualche anno saprà rasserenare il Capitano Achab raccontandogli il meglio di se.   Voglio chiudere con Boccadirosa 2023, Malvasia di Candia Aromatica, più di tutti il pilastro dei colli Piacentini, conosciuto anche come Vino di Piacenza talmente è identitario. Malvasia per decenni è stato sinonimo di spumante metodo Charmat, in alternativa vino frizzante, dolce, demi-sec o secco, e ancora oggi penso sia la vinificazione maggiormente utilizzata. Da qualche tempo però alcune cantine hanno iniziato a vinificarla in modi differenti, ferma, secca, surmaturata, appassita, ridando vita ed interesse ad un vitigno che ha dimostrato capacità espressive sorprendenti.   La faccio breve, Boccadirosa ci ha letteralmente fulminati! Macerazione prefermentativa di 24 ore sulle bucce e fermentazione spontanea con lieviti indigeni, Il nome è chiaramente ispirato alla famosissima canzone di De Andre, e proprio come nella canzone, Boccadirosa si propone, affascinante, prorompente, suadente, profumata, con facilità ruba le bocche agli altri vini. Secondo me è’ il vino che maggiormente riflette il concetto di “vestire di personalità” della cantina, in maniera proprio esplicita, assume un color rosa immaginifico, bellissimo, al naso è una vertigine di profumi, fiori e frutti se la giocano a farsi sentire, in bocca corrisponde tutto ciò che l’olfatto ti lascia immaginare, persistenza, equilibrio, Boccadirosa le ha tutte. E’ una Malvasia di Candia Aromatica sorprendente, che non invidia nulla, ma proprio nulla, ai vitigni aromatici più blasonati. Sa come distinguersi e sa come farsi ricordare! Luretta oggi è una realtà ampiamente riconosciuta ed è un contenitore di storie, Principessa, Boccadirosa, Selin dl’armari, Capitano, Puck, Nevermore, Le rane, Manvantara, I nani e le ballerine, Ala del drago, ed altri ancora, invitano alla libertà della fantasia, sedersi a chiacchierare con la signora Carla, mentre racconta con il suo sguardo fanciullesco, come nascono i nomi dei vini, fa ritornare quella curiosità di quando si era bambini e si domandava sempre Perché? Perché? Perché?.     Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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27 Ottobre, 2025

Guide dell’Espresso 1000 Ristoranti d’Italia e 1000 Vini d’Italia

  Le mille e una notte, o sarebbe meglio dire I mille in una notte. Per il suo 46 compleanno le prestigiose guide dell’Espresso 1000 Ristoranti d’Italia e 1000 Vini d’Italia curata da Luca Gardini, tra i più autorevoli esperti internazionali di enogastronomia, torna a Milano al Teatro Arcimboldi in grande stile, una serata per celebrare il gusto e le eccellenze italiane con talk dedicati ed ospiti di rilievo del mondo della cucina e del vino. L’Ottava Arte, l’enogastronomia italiana ribattezzata così da L’Espresso, potrà fregiarsi, dal prossimo 10 dicembre del titolo di Patrimonio immateriale dell’Unesco. Un riconoscimento che celebra la cultura del cibo e del vino come espressione identitaria del Paese e che vede tra i principali promotori Massimo Bottura, chef pluripremiato e da sempre impegnato nella valorizzazione della nostra cucina. Bottura è anche tra le voci più attive nella difesa del Made in Italy contro il fenomeno dell’Italian Sounding — dal Parmesan al Prosek, fino al Jambon de Parma — che da anni arreca danni d’immagine ed economici al nostro patrimonio gastronomico. La presentazione inizia con una novità netta: la sforbiciata ai ristoranti premiati con i cappelli, simbolo distintivo della guida gastronomica, da 500 della scorsa edizione ai 300 attuali, a sottolineare come le sentinelle dell’espresso abbiano alzato l’asticella della qualità richiesta. I ristoranti premiati con il massimo riconoscimento,  i cinque cappelli, sono 21 e solamente sei hanno ottenuto il punteggio massimo di 20/20 e sono: Osteria Francescana di Massimo Bottura, Duomo di Ciccio Sultano, Cracco di Carlo Cracco, Madonnina del Pescatore di Moreno Cedroni, Villa Crespi di Antonino Cannavacciuolo, Reale di Niko Romito. Seguono di un nonnulla L’argine a Venco’ di Antonia Klugmann, Antica Corona Reale di Gian Piero Vivalda, Piazza Duomo di Enrico Crippa, Quattro Passi di Fabrizio Mellino, Mauro Uliassi di Mauro Uliassi, Al Gatto Verde di Jessica Rosval, Dal Pescatore di Nadia Santini, La Pergola di Heinz Beck, Le Calandre di Massimiliano Alajamo, L’Enoteca Pinchiorri di Riccardo Monco e Alessandro della Tommasina, Dalla Gioconda di Davide di Fabio, La Madia di Pino Cuttaia, D’O di Davide Oldani, La Peca di Nicola e Pierluigi Portinari, Da Vittorio della famiglia Cerea Per la sezione dedicata ai vini il premio più ambito è il 110 cum Laude, sette le cantine che hanno ricevuto il riconoscimento: Elvio Cogno Novello (CN), Alta Mora Castiglione di Sicilia (CT), Ferrari Trento Trento (TN), Castello di Ama Gaiole in Chianti (SI), Giovanni Rosso Serralunga d’Alba (CN), Tenuta Sette Ponti Castiglion Fibocchi (AR), Podere Forte Castiglione d’orcio (SI). Dai talk dedicati, in verità più alla cucina che ai vini, emerge l’impegno di Massimo Bottura con il suo progetto no profit Food for Soul, per un recupero costante del cibo in eccesso attraverso i Reffertori trasformandolo in pasti per i piu bisognosi, piu di tredici sparsi per il mondo, quanto i suoi ristoranti, progetto di forza sociale, di aggregazione, di riumanizzazione di storie a volte disumane. Davvero bravo. Così come bello, sincero e appassionato il consiglio di Antonino Cannavacciuolo a chi vuole intraprendere questa carriera, non perdere mai di vista l’obbiettivo ne a vent’anni ne a cinquanta, concedersi la possibilità e le probabilità di sbagliare, vera occasione per crescere professionalmente. Altra novità delle guide è la sezione Outsider, sempre per quanto riguarda la cucina, ad aggiudicarsi il premio è lo Chef Alberto Gipponi del ristorante Dina, percorso inusuale il suo, iniziato 35 anni e che dopo solo due anni di attività e diversi stage in ristoranti di rango vede l’apertura del suo locale. Complimenti! Sul fronte dei vini il miglior vino rosso risulta essere il Toscana IGT 2023 della Tenuta Sette Ponti, il miglior vino bianco Etna Bianco Doc Arrigo 2022 di Alta Mora, il miglior rosato è Sensuale 2024 di Santa Barbara, il miglior spumante Ferrari Trento  di Matteo Lunelli, miglior vino dolce lo splendido Marsala Doc Riserva Vergine 2009 cantina Florio, miglior cantina Vallepicciola, miglior enologo Andrea Delpiano, miglior vino sotto i 15 euro Allegrini Valpolicella Doc 2024 cantina Allegrini, miglior sommelier Nicoletta Gargiulo, migliore carta dei vini Daniele Tagliaferri per Achillei al Parlamento. Serata lunga ma piacevole, introdotta dal catering curato dal ristorante Da Vittorio che ha selezionato 6 giovani chef, e dalle bollicine di Ferrari Trento. Un plus!     Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Slowine. Milan l’è propri un gran Milan! Arrow Right Top Bg

21 Ottobre, 2025

Slowine. Milan l’è propri un gran Milan!

  Milan l’è propri un gran Milan! E’ il mantra dei milanesi che vivono la città come il loro salotto di casa, soddisfatti e orgogliosi. Certo è che oltre al Design, con il Salone del Mobile ed il Fuorisalone in aprile, evento diffuso in tutta la città e forse il più importante in assoluto nel settore, la Fashion Week altrettanto di richiamo internazionale, l’arte contemporanea con l’Hangar Bicocca, le Fondazioni Prada, Trussardi e Mudima, le gallerie private che sono di casa nelle Fiere più importanti, anche l’attenzione per il settore enogastronimico si sta confermando sempre in crescita. Si moltiplicano le presentazioni di cataloghi di importatori, le serate e tema, è appena terminata la Milano Wine Week, le Associazioni che propongono corsi, così come le guide che scelgono Milano per presentarsi. E’  anche il caso di Slowine, che da qualche anno ha scelto Milano per l’anteprima della propria guida. Riconfermata  la location di Superstudio Maxi, una delle sedi dell’iconico Superstudio, leggendaria prima culla del Fuorisalone in Via Tortona ed ora location per eventi a 360 gradi. Un solo giorno, sabato 18 ottobre, per 450 cantine….. Impegnativo. Ma come si fa a non impegnarsi con cantine così? Tra le Chiocciole, massimo riconoscimento per le cantine “buone giuste pulite”, le Bottiglie, eccellente qualità per tutta la linea della cantina, e le Monete, miglior rapporto qualità prezzo abbiamo fatto una nostra selezione di cosa ci è piaciuto e interessato particolarmente, un po per ogni regione.   Per dirla alla Slowine: La lista delle meraviglie, lista molto personale.   Partendo dalla Val d’Aosta uno Chambave Muscat Fletri di La Vrille, un appassimento dello Chambave, ricco di frutta candita che fa tornar bambini, scorza di arancia e cedro in primis, pesca e frutta secca, lungo lungo. Come compagno di banco della Val d’Aosta c’è un Pinot Nero spaziale, L’Emerico di Elio Ottin, 2022, ancora in divenire ma che sa già arrivare al cuore. Una vena balsamica ricca di sfumature, sottobosco e pino, spezie dolci ben dosate. Suadente. Oggi secondo me tra i vari Pinot assaggiati era senza pari. Il Piemonte, con la Toscana, rappresenta un terzo delle cantine premiate da Slowine, tanta presenza di Barolo, altrettanto di Barbaresco, un buon numero di cantine del Roero con diverse versioni di Arneis e di Roero, bella la presenza dell’Alta Langa metodo classico. Ci è particolarmente piaciuto in Piemonte il Barbaresco Basarin Riserva 2020 della cantina Adriano Marco e Vittorio, bello prorompente, con note terziarie nobili di tabacco, cuoio, cacao amaro, un bel sottobosco secco, eucalipto e spezie condividono la scena, un tannino ruvido ma non troppo asciuga per bene la bocca. Val la pena aspettarlo. Sempre in Piemonte siamo stati alla cantina Vigneti Massa, sui colli tortonesi, feudo di Walter Massa e del Timorasso. Derthona 2023 è un bianco macerato che si apre con i fiori, acacia, tiglio, mimosa, camomilla, scorza di arancia, è un vino cremoso, minerale e complesso, di grande persistenza. Un vino che ti rende curioso. Poi abbiamo assaggiato Monleale 2001, una Barbera che spiazza, sorprende per quanto sia vellutata nei tannini e composta nell’acidità, frutta rossa da confettura, un elegante sentore etereo di cipria e cioccolato dolce, molto equilibrato ed avvolgente. Per la Toscana tanti Brunello di Montalcino, Nobile di Montepulciano, tagli Bordolesi, Chianti, insomma i grandi rossi sempre perfetti, ci va di segnalare però due bianchi: una Vernaccia di San Giminiano 2022 riserva, L’Albereta della cantina Il Colombaio di Santa Chiara. La bocca si riempie di albicocca matura e miele, poi si sposta sul pompelmo rosa, anche mandorla tostata ed una acidità vibrante per un finale sapido. Vino strutturato, caldo e riempie bene la bocca. Il secondo bianco è un Vermentino Superiore 2023, I Pini di Corsano della cantinaTerenzuola. Decisamente atipico, l’idrocarburo è dominante quanto elegante, fiori gialli così come la frutta, ma spicca oltre al sentore iniziale una grande mineralità di pietra focaia, agrume di lime e balsamico. Vino dalla lunga prospettiva! Nelle Marche si va di Verdicchio con l’azienda Campanelli e La Staffa due giovani cantine ma con le idee molto chiare e che sanno distinguersi, tant’è che James Suckling le definisce “emerging stars” del Verdicchio. Di Campanelli interessa soprattutto il Cru San Michele, si apre con fiori bianchi e sambuco, note vegetali di erba, con mandorla e limone sul finale che rimane sapido e iodato, non manca la nota minerale. L’acidità lo porta in crescita negli anni, molto interessante. Della Staffa piace ricordare il Verdicchio Riserva Rincrocca 2022, vino articolato, camomilla e sambuco vanno di pari passo, così come il lime e l’acidità sostenuta, croccantezza di mela Golden e note balsamiche. Ottima freschezza. Vino già completo ma vanta crediti con il tempo. In Veneto siamo stati dal Filo’ delle Vigne e anche qui abbiamo scelto un bianco il Calto delle Fate, bellissimo blend di Chardonnay, Riesling e Tai. Frutta tropicale di mango, ananas, frutta secca e burro, il Riesling si sente nel finale, molto ben riuscito. Sempre in Veneto siamo tornati sui rossi con un opulento Amarone Classico 2020 di Brigaldara, caldo, austero, ciliegie mature, prugne sunsweet, liquirizia e caffè, eucalipto, cacao, tannino presente ma elegante, ottima espressione della Valpolicella. Il Trentino, Alto Adige, ce lo siamo goduti con due vini della cantina Gumphof, un Pinot Bianco ed un Sauvignon Bianco, quest’ultimo è intrigante, Markus, il titolare della cantina lavora per sottrazione e si concentra particolarmente sull’essenza del vitigno, le note erbacee e vegetali sono ben integrate con l’agrume, non c’è nulla che non sia equilibrato e nitido, vino Top! Il Pigro della cantina Romagnoli, Emilia Romagna, è un metodo classico dosaggio zero da uve Pinot Nero e Chardonnay, i lieviti sono amalgamati bene con fiori di zagara e limone ed una leggera mineralità, bollicina lunga e fine ed un sorso invitante e cremoso. Con Skerk, Edi Keber/Kristian Keber abbiamo assaggiato due versioni diverse di vini macerati del Friuli, la Vitovska di Skerk, colore giallo ambrato ci avvolge la bocca con frutta molto matura, erbe officinali, miele, toni balsamici in primo piano, un vino caldo e affascinante. Edi Keber e Kristian Keber sono due aziende guidate entrambe da Kristian, la prima nel Collio Italiano la seconda nel Collio sloveno, Brda. Peculiarità di Kristian è produrre un solo vino, Collio Bianco da uve autoctone sia con Edi Keber che con Kristian Keber, Malvasia, Tocai, Ribolla ma in due proporzioni diverse. Il Brda di Kristian Keber, color ambra intenso, esprime un intenso floreale di fiori gialli, così come la frutta, poi arriva un po di miele e il cedro, ricco di espressioni saline e una buona acidità lo rende molto fresco. Il Calderara 2022 della cantina Calcagno, siamo in Sicilia con un Nerello Mascalese e un 10% di Nerello Cappuccio in zona Etna, ha una fermentazione a tini aperti, il che conferisce a questi splendidi vitigni un’estrazione maggiore di terpeni e aromi, risulta un vino già pronto, esaltato da frutta rossa matura, arancia sanguinella, spezie dolci ed un finale di china. In bocca è intenso ed armonico a lungo. Sempre sulle isole, in Sardegna, abbiamo bevuto una espressione insolita del Canonau, Canonau Bianco Karamare dell’azienda Pusole, vino macerato, si evidenzia la nota salmastra di iodio, frutta gialla ed un po aspra, ananas, maggiorana e timo sono evidenti, mineralità di calcare e salinità invitano molto alla beva. Vitigno riscoperto dalla famiglia Pusole merita attenzione. Bravi. Casachiara è una giovanissima cantina in Abruzzo, presente con due vini Trebbiano e Montepulciano, il Trebbiano 2022 ci è molto piaciuto per la struttura amplia sia olfattiva che aromatica, un vegetale di fieno, camomilla, fiori secchi, salvia, frutta gialla come la pesca e pera matura, un vino che va lungo negli anni. L’Umbria l’abbiamo assaggiata con due Sagrantino Montefalco, cantine Scacciadiavoli e Bellafonte, bello cogliere stili diversi. Scacciadiavoli, nome storico per il Sagrantino, presenta una annata 2020, molto intenso, rubino carico con riflessi granata, un bouquet pieno di frutta rossi, mirtillo e mora, arancia rossa, spezie di cannella e chiodo di garofano, eucalipto e anice stellato, il tannino è ancora molto presente, caratteristica del Sagrantino che lo affina nel lungo tempo. Bellafonte ci versa il Sagrantino Collenottelo 2019, oltre ad un anno in piu di affinamento in bottiglia, si differenzia dal compagno di banco, uno accanto all’altro a Slowine, perchè secondo noi è forse meno potente ma risulta più pronto alla beva, con tannini eleganti, con grafite, pepe nero, eucalipto, lamponi e fiori di lavanda. Due stili che rappresentano l’eccellenza del Sagrantino. Chiudiamo la nostra giornata con un Aglianico del Vulture Superiore, siamo in Basilicata, versione rosato e rosso, la cantina è Elena Fucci, Titolo rosso 2022 subito ha una beva facilissima, frutta rossa piccola come more, lamponi mirtilli, con erbe aromatiche dolci e rosmarino, ginepro e mirto, tannini sorprendentemente maturi, un vino ammaliatore sin d’ora. Curioso di assaggiare una vecchia annata. Giornata densa di incontri e di degustazioni, la qualità complessiva è stata molto buona, l’organizzazione ottima, ha assistito tutti i viticoltori costantemente ed ha adeguatamente preparato i sommelier FISAR di servizio. Adesso non ci resta che aspettare il prossimo febbraio per l’edizione completa di Slowine a Bologna.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Vignalta. Lucio Gomerio, il demiurgo dei Colli Euganei Arrow Right Top Bg

14 Ottobre, 2025

Vignalta. Lucio Gomerio, il demiurgo dei Colli Euganei

  Qui rimiro i verdi colli e i ruscelli che corron puri,
il ciel sereno, l’aura soave,
e dentro me s’acqueta ogni tempesta
(Francesco Petrarca)   Nel linguaggio musicale la “musica descrittiva” è una forma di composizione che trascende il senso assoluto di musica fine a se stessa, cioè che valorizza il linguaggio e lo stile compositivo con un tema, uno sviluppo, armonie etc,  ma si propone invece di raccontare e descrivere attraverso i suoni, immagini, paesaggi, sentimenti. Basti pensare alle Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi, oppure, evidenziato anche nel titolo, i Poemi sinfonici di Franz Listz scritti per raccontare poesie, quadri e la natura. Forse il brano di musica classica che prediligo in assoluto, L’adagetto della 5 Sinfonia di Gustav Mahler è un altro esempio di musica descrittiva, reso, secondo me, indimenticabile da Luchino Visconti in Morte a Venezia, dove la musica sottolinea con una commovente simbiosi tra suono ed immagine, il clima di decadenza spirituale del protagonista, peraltro personaggio ispirato a Mahler stesso. Sublime. È anche la musica che più di tutte associo alle colline dei Colli Euganei ogni volta che ci torno. Foschie, paesaggi morbidi e rarefatti, una biodiversità esuberante, definiti come un’isola fiorita in mezzo alla pianura, o la terra dei poeti a ricordare tutti gli scrittori e poeti che qui hanno trovato ispirazione, Petrarca, Foscolo, Byron, Zanzotto, Shelley, D’Annunzio, Parise, Buzzati… I Colli Euganei sono anche idealmente la fine di una dorsale vulcanica che da Verona si spinge fino ad Est, interessando i monti Lessini ed i colli Berici, con una nota comune nel suolo: basalti, tufi, rocce vulcaniche conferiscono tanta mineralità che si traduce in longevità per i vini, che qui si sono sempre fatti, ricordando anche la prima scuola enologica in Italia, a Conegliano, poco distante dai colli. L’attenzione però alla ricerca della qualità come oggi la conosciamo, intesa come lavorazione in vigna ed in cantina, è una storia più recente, primi anni ottanta del secolo scorso, e pioniere in questo territorio è stato senz’altro Lucio Gomiero, fondatore di Vignalta ad Arquà Petrarca, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare in cantina. Il primo ad introdurre le botti di legno di diverse dimensioni, una resa decisamente più bassa per ettaro, la voglia di confrontarsi con i grandi vini del mondo, nuove tecnologie per essere sempre più autonomi. Vignalta è stata tra le prime cantine dotate di impianto fotovoltaico ottenendo in pochi anni riconoscimenti nazionali ed internazionali. ssi pensi al Moscato fiori d’arancio versione passito Alpinae, più volte vincitore della medaglia d’oro al concorso Muscats du Monde, o ad altri due gioielli della cantina Gemola Merlot e Gemola Chardonnay, per non parlare di…..va beh, lo racconto dopo. Certificata azienda biologica dal 2022, oggi Vignalta conta ben 40 ettari gestiti, anche qui precursori dei tempi, con la lotta integrata ovvero la riduzione di fitofarmaci a favore di accorgimenti più sostenibili, e produce circa 250.000 bottiglie con tecniche enologiche minimaliste come sottolineano sul loro sito con questa espressione che a me piace moltissimo. La visita in cantina inizia nel luogo di appassimento di uno dei campioni di Vignalta, il Moscato Fiori d’Arancio, dove riposa per circa 100/120 giorni prima di essere pressato e lavorato per diventare il passito Alpinae. Prosegue nella barricaia dove tra barriques e tonneau ci sono 700 botti e più, nel nuovo ampliamento della cantina volutamente hanno lasciato a vista una parete della roccia che caratterizza questi colli, molto eterogenea e con in evidenza il carbonato di calcio che non di rado arriva ad avere spessori anche di 10 metri, disgregazione di conchiglie miste a roccia molto scure vulcaniche. Con Massimo, che ci ha seguiti in questa visita, saliamo alla sala degustazione che si apre su un panorama mozzafiato, si capisce perchè i Colli Euganei furono definiti isole fiorite in mezzo alla pianura, dalla sala si intravede Bologna a piu di 100 kilometri di distanza… Iniziamo con uno dei due metodi classici prodotti dalla cantina, il Blanc de Noir Brut Nature da uve di Raboso Friularo, 60 mesi sui lieviti, il colore è un acceso paglierino quasi dorato con una bollicine lunga e fine, intensi profumi di crosta di pane, di cedro, una nota vegetale di erba fresca, albicocca ed anche lampone e ribes, dopo un paio di minuti prevale però in modo netto la liquirizia, l’acidità e la sapidità accompagnano il sorso in equilibrio. Ottimo aperitivo ottimo inizio di degustazione. Il secondo vino che ci versano è uno dei miei Chardonnay preferiti, il Gemola Bianco 2023. Il Monte Gemola che si trova a sud dei Colli Euganei possiede un terreno vulcanico si, ok, ma molto di più, è la summa di  tutti i minerali, detriti organici, presenti sui colli, su questo suolo Vignalta coltiva due Cru che sono il fiore all’occhiello della cantina, veri campioni di eleganza e complessità, il Gemola Bianco ed il Gemola Rosso. Torniamo al Gemola Bianco 2023, il colore è dorato, lucente, al naso potrebbe essere un profumo fatto e finito, mimosa, acacia, vaniglia, noce moscata, note balsamiche, burro, frutta secca tostata, note fumè, un vino piu che complesso, nel bicchiere disegna cerchi che lentamente si scompongono. Al sorso è caldo, riempie tutta la bocca, estremamente morbido, accompagna benissimo tante pietanze, dai formaggi erborinati o stagionati, risotti delicati, pesce al forno, carni bianche succulente, ma da solo accompagna anche una serata di riposo, magari ascoltando Mahler! L’esperienza mi dice che fra tre o quattro anni tutto viene amplificato. Chiacchierando con Massimo iniziamo con i rossi, il primo è il Carmenère Riserva 2021. Il Carmenère ha una storia curiosa, vitigno che da origine a quasi tutti i bordolesi viene abbandonato in Francia nel post fillossera verso il 1860, in quanto difficile da coltivare causa la difficoltà a raggiungere la piena maturazione, e perché ha una resa bassa. Esportato in Sud America probabilmente dai viaggiatori europei, trova il suo habitat naturale in Argentina e soprattutto in Cile, dove viene coltivato e lavorato ma con la convinzione che si tratti di Cabernet Franc. A metà anni novanta del secolo scorso arriva anche in Veneto, nei Colli Berici ed Euganei, appunto sotto le mentite spoglie di Cabernet Franc, notando alcune similitudini ma anche dissonanze con il Cabernet Franc francese viene chiamato Cabernet Franc di tipo Italiano, solamente nei primi anni del duemila studi genetici hanno ricostruito l’esatta origine di questo vitigno, clone del Carmenère. In Veneto ha trovato un ambiente talmente vocato che nel 2009 gli viene riconosciuta la DOC. Vignalta ha il merito di essere stata una delle prime cantine a produrre un Carmenère in purezza e per di più Riserva, quello che stiamo assaggiando come detto è un 2021, si eleva per almeno 24 mesi in tonneau di rovere, nel bicchiere mostra un bella tonalità di rubino con riflessi granata, al sorso prevalgono frutti piccoli rossi, ribes, lampone, una ciliegia sotto spirito, in evidenza anche le spezie dolci, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, un tannino già maturo fa risaltare anche alcuni terziari, si sente bene il cuoio ed un cacao. Il secondo rosso che ci viene servito è Marrano 2016, un taglio bordolese 50% tra Merlot e Cabernet Sauvignon, l’elevazione in botte raggiunge almeno quattro anni più altri due in vasche d’acciaio, si sentono… Il fiore è appassito, tipica violetta e ciclamino appassito, risaltano bene il cuoio, il cioccolato amaro, le foglie di tabacco, una confettura di ciliegie, e dopo nove anni il tannino è ancora ben presente seppur setoso, l’acidità è piacevole ed invoglia alla beva. Come dicevo il Monte Gemola raccoglie nel sottosuolo una infinità di minerali, silici, detriti organici, che non ha pari in tutti i Colli Euganei ed è da qui che nasce il Gemola Rosso 2019, il Campione di Vignalta, il vino piu premiato di tutto il territorio, un fuoriclasse. Anche questo è un taglio bordolese 70% Merlot e 30% Cabernet Sauvignon, elevazione in tonneau di rovere per tre anni, ed è un gran sentire di frutta rossa e ciliegie, spezie dolci, avvolge il palato con tanta eleganza, il tannino ha ancora margini per diventare più morbido, così l’acidità, è un vino dall’enorme potenziale annunciato già al primo sorso, tra qualche anno sarà davvero speciale. Non si dimentica. Super!!! Ma le sorprese non mancano….. Lucio Gomerio ha dimostrato sin da subito, nel 1980, di avere le idee ben chiare, tanto coraggio e tanta determinazione, l’obbiettivo era un vino di qualità assoluta, e se Gemola Rosso è il fuoriclasse della cantina il Cabernet Riserva ne è l’Icona, non solo di Vignalta ma di tutto l’areale. E’ il primo vino qui prodotto ad essere riconosciuto in Italia e all’estero, il vino che è diventato l’esempio da seguire, in trentacinque anni conta solo cinque annate la 1990, 1998, 2009, 2007, 2011. Noi assaggiamo la 2011, tre anni di elevazione in tonneau di rovere e già dieci anni di affinamento in bottiglia,  più che descriverlo andrebbe bevuto, il centrobocca è in armonia totale, 15% gradi alcool totalmente invisibili, appunto: ICONICO. Dopo i tagli bordolesi divenuti ormai identitari di queste terre, la degustazione si conclude con Alpinae 2020, per Vignalta questa è considerata la vinificazione più completa e naturale per il Moscato Fiori d’Arancio, appassimento per circa 4 mesi e 18 mesi in botti di rovere. Come sopracitato anche questa etichetta ha in dote le soddisfazioni ai massimi livelli, dal corpo denso si sprigiona frutta candita, albicocca, pesca, sentori di zafferano, sambuco, frutta secca tostata, erbe come timo e maggiorana, certamente miele di acacia, ma a colpire è la sapidità finale, lunga lunga, la sensazione è un caramello salato, e qui l’innocenza della dolcezza nasconde l’inganno e rende la beva facilissima.   Vignalta è la cantina considerata pioniera dei Colli Euganei e Lucio Gomerio il suo demiurgo. Ci vuole fantasia, ci vogliono sogni, ci vuole determinazione, ci vuole la voglia di rompere gli schemi. Mi piace riprendere le parole di un altro grande viticoltore, Giorgio Anselmet, che disegnano bene quest’attitudine “Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai…”. So di sbagliarmi ma…..lasciatemi immaginare Lucio Gomerio così: con in mano la prima bottiglia di Cabernet Riserva, in una notte piovosa e fredda, nella fioca luce della cantina che esclama “SI…..PUO’…..FARE!!!”.     Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vigna Arrow Right Top Bg

4 Ottobre, 2025

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le sorelle della vigna

  Ci sono parole che hanno un potere evocativo immediato, oltre al significato aggiungono sensazioni, immagini, suoni, iniziano a raccontarti una storia. Per esempio a Codogno, il paese in cui sono nato e cresciuto, c’è un edificio storico che è conosciuto come Ospedale Soave, dal cognome dell’architetto neoclassico che lo progettò intorno al 1770. Rimase in uso come ospedale fino agli anni 40 del secolo scorso dopodiché è diventato un “contenitore” di eventi, io ci organizzai anche cinque mostre di arte contemporanea. Da bambino l’Ospedale Soave, che sorge alla fine di un grande viale alberato, con la cupola verde rame, le colonne in pietra, il cancello sempre chiuso in ferro battuto, mi faceva pensare ad un posto magico. Associavo le parole Ospedale+Soave ad un luogo di miracoli, dove ogni paziente sarebbe senz’altro guarito! Un anticipo di Paradiso sulla terra. Poi….si cresce, ti spiegano che Soave è solo il cognome dell’Architetto, e tutta la poesia finisce in una oretta di vista guidata con la classe, avrò avuto si e no 8 anni. Va beh! Ma esiste un altro Soave, questo si un anticipo di Paradiso sulla terra, tra Verona ed i Monti Lessini, colline morbide, dolci, a volte nascoste nella foschia, molte di origine vulcanica con un vitigno la Garganega che la fa da padrona. Tra questi paesaggi fiabeschi, tra borghi medioevali e castelli, tre principesse Meri, Valentina ed Alessandra nell’antico borgo di Fittà guidano una azienda dal nome magico, Suavia antico nome di Soave. Fondata nel 1982 dai loro genitori, Giovanni e Rosetta Tessari e certificata azienda biologica dal 2020 oggi conta una area di 30 ettari nella zona classica del Soave, Fittà, Carbonare, Castellaro e Tremenalto, con una produzione di circa 250.000 bottiglie all’anno interamente dedicata alla vinificazione in bianco tra Trebbiano di Soave e Garganega. Di quest’ultima varietà vantano viti che sanno di memoria storica, biotipi che raccontano oggi il passato di 70 anni fa ed oltre. Nota a parte merita il Trebbiano di Soave, parente stretto del Verdicchio, che fino agli anni 50/60 del secolo scorso godeva di una estensione pari alla Garganega. Vitigno delicato e sofferente alle variazioni climatiche ed ai parassiti è stato quasi del tutto espiantato negli anni successivi a favore della stessa Garganega o di altre qualità più resistenti, la sua rinascita è merito di Valentina, enologa della cantina, che nei primi anni del 2000 dopo una ricerca tra le vigne più vecchie del Soave Classico ed in collaborazione con L’Università di Milano riesce ad individuare 14 genotipi di Trebbiano di Soave, ristretti poi a quattro con una selezione massale. Esce nel 2008 la prima annata di Massifitti, il primo esempio di Trebbiano di Soave in purezza di tutto il territorio, autentico paradigma di stile, risultato della tenacia e dell’amore per questa varietà e questa terra di tutta la famiglia Tessari. Amore che si riscontra anche nella filosofia di allevamento delle vigne, non una monocoltura spinta, ma una variegata biodiversità tra boschi di querce, acacia, piante di ulivo, da qui una piccola produzione di un ottimo olio varietà Grignano dal sapore quasi agrumato e piacevolmente piccante. E il bello sta proprio qui….cura e attenzione per il passato e tanta cura ed attenzione per il presente: Suavia affida i suoi vini al tempo con la chiusura del tappo Stelvin, che ahimè ancora oggi è questione di dibattito e pregiudizi. E la poesia? La poesia rimane intatta al primo sorso, questo metodo di chiusura difatti elimina qualsiasi rischio durante l’affinamento in bottiglia, racchiude uno specifico momento di vita del vino cosi come lo vuole la cantina, sorrido se penso al prossimo tabù da infrangere, le bottiglie con questa chiusura ancora orizzontali? No no, in piedi va benissimo. Ma….un passo alla volta. A tal proposito prendo in prestito una famosa opera, una frase al neon, dell’artista fiorentino Maurizio Nannucci,  “ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY” a sottolineare come il nuovo sia storicamente  divisivo, ma anche come il contemporaneo dopo una manciata di anni diventa un classico. Prima di iniziare la degustazione Alessandra, oggi nostra preziosa Virgilio in questo viaggio enologico, ci racconta la composizione morfologica del territorio: prevalenza di suolo calcareo ad Ovest, prevalenza di suolo vulcanico ad Est, introduzione necessaria per capire al meglio i vini di Suavia. Iniziamo con gli uvaggi Garganega prima ed il Trebbiano di Soave poi: Soave Classico 2024, Garganega lavorata in acciaio, è subito un pot pourri di fiori freschi bianchi, vengono in mente il biancospino, il mughetto, profumi delicati, così la frutta una mela croccante allo stesso modo la pera, un sentore di pompelmo rosa ed una fresca nota erbacea ne fanno un vino perfetto per le calde serate d’estate, con una scia sapida che favorisce la beva. Morbido, cremoso ed elegantemente avvolgente. Parlando di come già questo vino annunci la qualità e la ricerca espressiva della cantina, senza fronzoli, pulizia nei sentori, risalto dei terreni, Alessandra ci versa nel bicchiere Monte Carbonare 2023, Cru di Garganega. Qui si cambia registro, ci racconta di come le radici delle vigne affondino in un terreno nero, ma proprio nero, basalto molto scuro comunque drenante, tra i più vulcanici del Soave, sul loro sito viene raccontato come “un pezzo di terra nel bicchiere”. Rende bene l’idea perché prevale l’idrocarburo, la grafite, la frutta c’è ed è matura, una pesca gialla, corposa, le note sono fumè, qualche nota vegetale di fieno, riposa un anno sulle fecce in acciaio più sei mesi in bottiglia. Una pronunciata acidità e mineralità portano questo vino lontano nel tempo, curioso di assaggiarlo tra tre o quattro anni! I prossimi tre vini sono parte di un progetto chiamato I LUOGHI , un percorso che personalmente mi piace moltissimo per l’aspetto didattico e la profondità del dettaglio di come un terreno influisca sul risultato finale di un vino. Nel raggio di tre chilometri Suavia possiede tre particelle in tre U.G.A., unità geografica aggiuntiva, sottozone all’interno di una denominazione DOC o DOCG, in pratica uno zoom all’interno della denominazione. Esattamente a Fittà, Castellaro e Tremenalto con una produzione di sole 2.000 bottiglie per particella. Sorprende come in così poco spazio i terreni siano geologicamente tanto diversi,  diversità che si rispecchia palesemente nei vini. Un passo alla volta…. Il primo assaggio è Fittà 2020, vigne vecchie anche di 50/60 anni ed oltre, qui il terreno è scuro, la massa è argillosa, per farci capire quanto Alessandra la definisce un pongo, e si alterna con substrati di rocce basaltiche. I sentori prevalenti sono di frutta matura esotica, papaya, melone, ananas maturo, la mimosa sicuramente, il gelsomino, si sente la mandorla, il cedro, note di affumicato. Il secondo è Castellaro 2020, si cambia completamente suolo, roccia pura, pietroso e qui le radici devono sudarsi il nutrimento scavando e faticando non poco. Vengono esaltate le note speziate, sempre un fiore giallo di mimosa e gelsomino, ma il frutto è poco e le spezie tante, pepe bianco, noce moscata, erba di maggiorana, un po di agrume, una balsamicità di mentuccia, le note prevalenti. Il terzo è Tremenalto 2020, il terreno è poco argilloso in superficie, roccia sgretolata e ossidata con diversi minerali. Tornano i sentori di idrocarburo accompagnati da una frutta molto matura, una marmellata, fiori di zagara e frutta candita, con una mandorla a chiudere, il sentore minerale è un gesso. Tutti e tre sono Garganega 2020, distanti pochi metri, ed hanno la stessa vinificazione: 12 mesi in vasche d’acciaio con le fecce fini e 24 mesi in bottiglia, ma in comune hanno solo una cosa, il colore, un bel paglierino tendente al dorato, con una luminosità intensa e scintillante, per il resto si fatica a credere che nascano nella stessa zona, vicinissimi, ed abbiano avuto le stesse identiche lavorazioni. Concludiamo questa splendida degustazione con il celebrato Trebbiano di Soave. La prima etichetta è Massifitti 2021, bello teso e verticale, paglierino e riflessi verdolini, esce con pepe bianco, pesca, mandorla nel finale, fiori di sambuco, ben sapido e persistente, note evidenti di calcare, roccia bagnata. La seconda etichetta di Trebbiano di Soave è Opera Semplice Atto V, un metodo classico con 24 mesi sui lieviti, un pas dosè con bolla fine, frutta dolce e miele di acacia lo rendono molto piacevole, subentra poi una bella acidità quasi astringente insieme a sentori di pasticceria secca, Alessandra ci suggerisce anche un sentore di oliva che effettivamente riscontriamo, prodotto solo nelle annate migliori. Un unicum assoluto nel territorio. La giornata si chiude con l’unico vino della cantina che si eleva in legno, Garganega Le Rive 2021, 15 mesi in botte grande sulle proprie fecce e affinamento di un anno in bottiglia. Gode anche di una vendemmia tardiva, a fine ottobre, che ne esalta il grado zuccherino che ben controbatte l’acidità della Garganega, il risultato è un vino paglierino dorato, ricco di frutta candita, di spezie, viene in mente il pepe rosa che di per se tende all’agrume, un pò di vaniglia, insomma è il vino che si lascia bere anche da solo, regge una bella serata autunnale, in compagnia…di un bicchiere. Da Suavia abbiamo vissuto un’esperienza entusiasmante grazie ad Alessandra, ricca di racconti, di storie, di particolari che aiutano a capire i loro vini, ognuno con la propria identità, con una firma distinguibile tra mille. La parola Mineralità, diventata un eco che accompagna degustazioni, fiere, presentazioni, spesso svuotata di significato, qui finalmente riacquista concretezza e verità. Meri, Valentina ed Alessandra trasmettono a piene mani l’amore che hanno per questo territorio e per il loro lavoro in vigna, il risultato è un vino scolpito nei dettagli, superlativo, contemporaneo e giustamente molto ambizioso, ci rimane nel cuore la degustazione  I LUOGHI, tra le più interessanti ed autentica trasposizione di un concetto in un bicchiere. BRAVISSIME!     Davide Stroppa
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17 Settembre, 2025

La Dama. È il momento giusto

  Ogni nuova storia porta con se un punto, un momento in cui capisci che è il tempo giusto, un momento in cui trovare  le risposte a tutte le domande diventa facile. Ricordo bene il mio momento quando, da curioso ed interessato bevitore di vini, decisi che avrei studiato, approfondito, seguito corsi su corsi, avrei trasformato una curiosità in una forte passione. Era una delle prime edizioni del Mercato dei vini dei Vignaioli indipendenti Fivi che ai tempi aveva luogo a Piacenza, ora a Bologna, un territorio fertile per una Fiera dedicata tanto da determinarne un successo ed una crescita verticale. Tra tanti e tanti incontri, scambi di opinioni e assaggi rimasi molto colpito da una giovane cantina, dalla vivacità, della freschezza, dalla sicurezza e dall’entusiasmo di due ragazzi, Miriam e Gabriele, e soprattutto dal loro Valpolicella Ripasso Superiore Classico, il famoso effetto WOW! L’ istante che illumina tutto!  Si si, ci siamo Il mio tempo giusto era arrivato!  Capii che avevo bisogno di studiare per trovare tutto ciò che non sapevo dire. Oggi qualcosa ho trovato e qualcosa so dire e raccontare, e per me non ci può essere miglior inizio che raccontare La Dama. Val polis cellae, valle dalle tante cantine come la indicavano già i romani a sottolineare come questo territorio fosse vocato per la produzione del vino, raccoglie aziende che hanno fatto la storia dell’enologia italiana, raccoglie anche cantine che la loro storia la stanno scrivendo ora e vogliono condividerla, nel nostro caso siamo a Negrar in piena Valpolicella classica e 19 anni fa Miriam e Gabriele, chiudono un cerchio aperto tra le aule dell’Università di Padova: Miriam veneta con competenze e prospettive al di fuori del mondo enologico, Gabriele trentino con esperienze in importanti cantine, ma soprattutto con una idea fissa, un sogno, fare il suo vino, due ragazzi poco più che ventenni che fissano un punto nel tempo, condividono sogni e rischi, progettano insieme, ed ora si preparano a festeggiare, nel 2026, vent’anni di attività de La Dama. Cantina dalla vocazione biologica ha un area produttiva di 10 ettari vitati su 16 nella Valpolicella Classica più precisamente nei comuni di  Negrar di Valpolicella con i vigneti Ca’ Besi, sei ettari di vigne storiche che abbracciano l’azienda con viti che superano i 50 anni d’età, e Sant’Ambrogio di Valpolicella con i quattro ettari delle vigne Colombarino, sublima la tecnica di vinificazione più importante per questo areale, l’appassimento delle uve, con un fruttaio che gode a pieno delle correnti e dell’umidità che la valle regala, senza nessun ausilio di ventilazione meccaniche. Territorio di grandissimi vini rossi con terreni molto variegati, si va dai suoli vulcanici ai calcarei, dall’argilla alla sabbia, dai terreni scistosi a quelli ciottolosi, insomma un vero caleidoscopio di sfumature, anche La Dama conferma quest’attitudine centrando la produzione su otto etichette di rosso, già, proprio QUEL rosso che anni e anni fa in un dialogo intimo mi disse Ma hai capito cosa stai bevendo? Arrivati in cantina ci accoglie una sorridente e splendida Miriam, Gabriele è impegnato nel guidare la vendemmia che ormai è nel suo pieno, ed essendo tutta a raccolta manuale la selezione dei grappoli in vigna è un momento estremamente importante e richiede la massima attenzione e tanta manodopera, così anche i figli, in questi ultimissimi giorni di vacanza scolastica, aiutano. Iniziamo passeggiando tra i filari di Ca’ Besi, uve di Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara si alternano in questo allevamento a pergola veronese che affascina con grappoli molto ricchi e maturi, gonfi a pieno. Sarà, ma già basta questo a lasciarmi immaginare il corpo del vino e il suo colore. Ci si sposta nell’ipogeo della cantina, luogo d’elevazione dei vini e archivio storico con le prime annate. Botti grandi, barriques di primo, secondo e terzo passaggio, acciaio, cemento naturale e un un monolite di grès da 2500 litri, sono i materiali prescelti per invitare il tempo a diventare quel grande scultore così ben definito da Marguerite Yourcenar. E poi fai che è un venerdì di metà settembre, con l’aria della valle che un pò aiuta, fai che magari QUEL rosso deve dirmi ancora qualcosa….Assaggiamo? Il primo vino è parte di un progetto che vuole celebrare l’importanza del ruolo delle tre donne della famiglia La Dama, Le Tre Dame, a ciascuna è stato dedicato un vino Bollicella per Miriam, Ripensia alla madre di Gabriele, Austernia alla madre di Miriam. Bollicella è un rosato frizzante fermentato sui lieviti da uve Molinara, con l’innesto del mosto di Molinara per la seconda fermentazione. Già dal nome è un vino che porta allegria, di un colore rosa molto tenue, perla, con nuances di frutta rossa ricordi del mosto ed un po di agrumi, ma tutto molto sottile e delicato, giusto accenni, anche la bollicina è sottile e fresco se ne beve parecchio. Il Valpolicella Classico preannuncia la filosofia seguita da Gabriele nel pensare il suo vino, l’elevazione è solo in vasche di cemento naturale e si dimostra verticale sin dal primo sorso, rosso rubino, acidità spiccata tipica del ribes, dei  lamponi, del trifoglio rosso, speziature di pepe rosa, il tannino è morbido ed e’ di buona persistenza. E’ il vino che richiama a tavola la famiglia. Il Valpolicella Superiore esprime al meglio l’essenza di questo territorio, con il Colombarino 2020, uve Corvina al 95% e Rondinella al 5%, Gabriele da un segnale netto di come vuole che sia il suo vino, un po’ il suo manifesto, territoriale e tecnico. L’ambizione è proporre un grande Valpolicella Superiore senza l’utilizzo dell’appassimento consentito dal disciplinare. Cosa significa? L’uva Corvina possiede una acidità elevata e bella vivace che viene contrastata e ammorbidita con l’appassimento dei grappoli, questo favorisce la perdita d’acqua e di conseguenza aumenta la concentrazione degli zuccheri, riducendo così l’acidità e levigando i tannini. Il desiderio di Gabriele è non porre filtri tra l’uva ed il vino finale, lavorando maggiormente in vigna riducendo i trattamenti e spingendo sul grado zuccherino anche attraverso un allevamento a guyot, suggerito dall’esposizione ad ovest del vigneto che gode di una luce costante tra sole e luce riflessa dal lago di Garda, lavorando su fermentazione mirate che estraggono profumi e sentori più freschi. Il risultato è un Valpolicella Superiore che sorprende per verticalità, il suolo calcareo dona una struttura ricca di freschezza e mineralità, è il vino che per eleganza oggi ho preferito. Di certo la frutta rossa la fa da padrona, sempre piuttosto acida, ancora ribes, lampone, melograno, speziature di pepe nero e chiodo di garofano, balsamico con eucalipto in evidenza, si sente una violetta fresca, i terziari si intravedono, li porterà in dote il tempo, che puo trascorrere senza problemi maturando maggiormente i tannini. Decisamente utile e “didattico” per capire capire al meglio cosa significhi territoriale e tecnico è l’assaggio di un secondo Valpolicella Superiore, il Ca’ Besi 2021, stesse percentuali di Corvina 95% e rondinella5%, allevamento a pergola veronese, raccolto e lavorato con un metodo piu legato alla tradizione. L’appassimento di circa 20 giorni si sente. Ne risulta un vino che avvolge il palato, con morbidezze dettate dalla frutta rossa matura, ciliegia, prugna, speziature di cannella, vaniglia, ancora chiodi di garofano ma supportati già dai terziari come tabacco, cuoio, cioccolato, sottobosco secco, un vino che riempie la bocca, il tannino è già levigato. Due visioni differenti per due grandi vini! Sempre con Miriam che intanto ci racconta aneddoti legati al loro inizio proseguiamo con due ripassi. La tecnica del ripasso è tipica di questo areale, consiste nel lasciare riposare per circa un 15/20 giorni il Valpolicella sopra le vinacce dell’Amarone o, com’era in origine, del Recioto in grado di rilasciare ancora zuccheri e lieviti che innescano così una seconda fermentazione. Il vino che si ottiene anticipa il corpo e la struttura dell’Amarone, un grado alcolico maggiore, emergono sentori di tostature, complessità olfattiva e gustativa. Nel nostro caso il primo assaggio è LUI, quel Valpolicella Ripasso Superiore Classico 2022 che mi sta facendo scrivere ora. Gabriele però riduce il contatto con le bucce dell’Amarone a soli 7 giorni, bilanciando, a mio avviso, meglio le caratteristiche dei due vini e dotandolo di una gran beva piacevolmente in equilibrio tra acidità, grado zuccherino ed alcol. Il secondo ripasso è Ripensia 2019, della linea delle Tre Dame. Il Valpolicella Ripasso Superiore Classico in questo caso viene a contatto con le vinacce del Recioto, sempre per un periodo di una settimana. Le tostature sono più evidenti, cioccolato, caffè, foglia di tabacco, sempre frutta rossa molto matura, mora, il fiore è una viola, un ciclamino, poi un’arancia sanguinella, mirto, un vino complesso da scoprire pian piano. Questo si che ci prende per mano e ci accompagna agli ultimi assaggi, Miriam ci introduce due Amarone ed un Recioto. L’Amarone è un vino piuttosto recente, nato negli anni 50 del secolo scorso, la versione romantica della sua nascita narra che si debba ad una dimenticanza in cantina di una botte di Recioto, che dopo aver svolto in fermentazione tutti gli zuccheri divenne più che amaro, divenne Amarone. La seconda versione più pragmatica ci dice che la sua nascita derivi semplicemente dalla domanda di mercato, di sicuro oggi è diventato il simbolo della Valpolicella nel mondo. Il primo è l’Amarone Classico 2019, il colore è un rubino intenso con riflessi granata, al naso è…..che dire…. si sente una viola, una rosa appassita, prugna matura, grafite, alloro, maggiorana, pepe nero, liquirizia, cacao amaro, si iniziano a sentire nuances di etereo, tipiche dei grandi vini da invecchiamento e al palato si riscontra tutto amplificato da un grado alcolico notevole ed una persistenza molto lunga accompagnata da un tannino rotondo. Il secondo Amarone è Austernia 2018 della linea delle Tre Dame. Allora…..va bene un anno in più di affinamento rispetto al primo ma qui c’è qualcosa che ci sorprende parecchio, ci spiazza letteralmente, nel bicchiere si muove lento, il glicerolo scende a fatica dal vetro, chiediamo a Miriam cosa succede? Succede che quel gran genio del mio amico Gabriele lavora uve che hanno periodi di appassimento diversi, distanti nel tempo, le lascia poi fermentare in vasche di cemento naturale per un mese circa, in pratica lavora tre amaroni distinti e dopo tre anni di elevazione in botti di rovere li assembla per ottenere Austernia. Cosa sento quando assaggio questo vino? Quali sono i sentori che prevalgono? Uno: l’Hallejuah di Haendel! E last but not least il Recioto. Autentico monumento della Valpolicella, dalla storia ultra millenaria, per intenderci: i viticoltori quando vogliono confrontarsi tra loro usano il Recioto non l’Amarone. E’ un vero vino da meditazione, denso, ricco di sapore, dolce ma giustamente acido e con un finale appena sapido, molto balsamico di eucalipto, la giusta conclusione per una degustazione così completa. Ogni nuova storia porta con se un punto, un momento in cui capisci che è il tempo giusto, ed oggi era il tempo giusto per raccontarvi La Dama.       Davide Stroppa
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