Una rubrica che non ha la pretesa di essere migliore di altre, ma solo di trasmettere la piacevolezza di ciò che faccio e perché no, qualche consiglio sugli acquisti.
Senza mai prendersi troppo sul serio perché, in fondo, il vino è sempre piacevolezza e convivialità. Proprio dove è possibile dire e fare qualche bischerata
17 Marzo, 2026
La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare
Come due fratelli hanno trasformato l’eredità di un lungimirante contadino toscano in un progetto vitivinicolo autentico, tra le colline che videro nascere Leonardo da Vinci
Dalla vendita di sfuso agli imbottigliatori industriali fino alle prime bottiglie nel 2013: la storia di Sara e Marco Viviani — che si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi, come il loro nonno Cesare — è quella di un ritorno alla terra trasformato in un progetto qualitativo di rara coerenza, capace di esprimere attraverso nove etichette l’anima di un terroir troppo spesso trascurato dalla critica enologica.
Un territorio, una scelta
Esistono luoghi che sembrano nati per fare il vino, dove la combinazione di suolo, esposizione e clima produce risultati che nessuna tecnica di cantina potrebbe replicare altrove. Le colline che circondano Vinci, piccolo borgo medievale in provincia di Firenze famoso per aver dato i natali a Leonardo, appartengono a quella categoria silenziosa di terroir che la grande critica internazionale ha in larga parte ignorato, forse perché troppo decentrati rispetto ai grandi circuiti del Chianti Classico o della Vernaccia di San Gimignano.
Eppure qui, a pochi chilometri dal castello che sovrasta il paese, su una collina chiamata Montrilli, il Sangiovese dà risultati di sorprendente carattere: frutto maturo ma non stanco, acidità vivida, un profilo aromatico terragno e diretto che tradisce la personalità di chi lo ha allevato.
La zona di Vinci sta però attraversando un momento di profonda crisi. Sono rimasti in pochi a darsi da fare e a continuare a proporre sul mercato prodotti di qualità: molti produttori conferiscono tuttora la totalità della produzione ai grossisti, senza investire nella valorizzazione del territorio. Un paradosso evidente lo racconta Marco: qualche anno fa era impossibile trovare una vigna in affitto in zona, una risorsa ambita e contesa. Oggi le trovi quante ne vuoi, ma purtroppo nessuno le vuole.
Sara e Marco, in controtendenza, hanno scelto di conferire ai grossisti soltanto il 60% della produzione, trattenendo il resto per gestirlo direttamente — lavorando meno quantità, ma con attenzione assoluta alla qualità finale. Una parte del prodotto viene anche commercializzata in Bag in Box, formula che consente di monetizzare tempestivamente preservando la freschezza del vino.
La memoria come punto di partenza
Nonno Cesare aveva costruito la sua vita attorno alla terra. Quasi trent’ettari tra vigneti e oliveti, un lavoro incessante che lo aveva accompagnato per decenni fino a quando l’età aveva cominciato a pretendere rispetto.
La figlia Paola aveva sempre affiancato il padre nei campi, ma la prospettiva di gestire da sola un’azienda di quelle dimensioni era fuori discussione. I nipoti, Sara e Marco, erano avviati verso percorsi professionali distanti dall’agricoltura: lei nella ragioneria, lui all’università.
Il momento della decisione arrivò senza drammi particolari, ma con tutta la gravità delle scelte irreversibili. Vendere? Affittare? Cedere a qualche cooperativa o a uno dei grandi imbottigliatori che rastrellano uve sfuse in tutta la provincia? Ognuna di queste opzioni avrebbe significato la stessa cosa: recidere un legame che non era solo economico, ma identitario.
Chiudere con la terra sarebbe stato come perdere una parte della nostra identità. Non era solo un’azienda. La sentivamo una cosa di casa, parte della famiglia
Sara e Marco scelsero di restare. Una decisione presa con la consapevolezza di avere molto da imparare, di dover rimettere in discussione quasi tutto ciò che il nonno aveva costruito — non per mancanza di rispetto, ma per portarlo avanti in una direzione nuova.
Vale la pena ricordare che dove oggi sorge l’azienda agricola, in passato si trovava un frantoio elettrico — ai tempi considerato modernissimo — che serviva tutta la zona lavorando ininterrottamente da novembre a marzo. Con gli anni arrivò la concorrenza, gli impianti invecchiarono e l’intero complesso fu dismesso, cedendo il passo all’attività vitivinicola che oggi conosciamo.
Costruire un’identità: dal 2010 alle prime bottiglie
Il 2010 rappresenta l’anno zero de La Doccia di Vinci come progetto autonomo. Ma prima ancora dell’uscita pubblica, c’è stato un periodo di studio e di assestamento che Marco e Sara descrivono come fondamentale: comprendere i propri vigneti, capire come rispondevano alle diverse tecniche di gestione, individuare le parcelle con più potenziale.
L’approccio agronomico adottato è quello dell’agricoltura integrata: pratiche tradizionali supportate dal metodo scientifico, intervento solo quando necessario e nella misura strettamente indispensabile. In cantina, la filosofia è altrettanto rigorosa: non si acquistano uve né vino da terzi. Ogni etichetta è il frutto esclusivo delle proprie vigne, ogni annata porta con sé la firma indelebile del proprio andamento climatico.
Nel 2013 escono le prime tre etichette: il Montrilli, il Chianti e il Caesar. Lotti piccoli, quasi simbolici, ma che segnano il passaggio definitivo da azienda agricola generica a progetto enologico con un’identità precisa. L’ingresso nella FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) ha poi sancito l’appartenenza a quella galassia di piccoli produttori che in Italia rappresentano il presidio più autentico della biodiversità vitivinicola.
Un omaggio a Leonardo: il progetto grafico delle etichette
C’è un dettaglio che sfugge a chi non conosce la storia de La Doccia di Vinci, ma che racconta forse meglio di qualsiasi altro la profondità del legame di questa cantina con il proprio territorio. Tutte le etichette dei loro vini fanno parte di un disegno preciso: messe insieme, riproducono la tavola 765r (foglio 765 recto) del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, databile intorno al 1504. Il disegno raffigura il “Molino della Doccia di Vinci”, il mulino idraulico situato nei pressi della casa natale dell’artista, e include gli appunti di Leonardo per macinare i colori ad acqua. Un omaggio silenzioso e colto al genio che ha dato il nome a questo borgo — e a questa cantina.
La cantina e il banco assaggi
Entrando nella cantina de La Doccia di Vinci, uno degli elementi che colpisce immediatamente è il banco assaggi: un pezzo costruito con il legno delle vecchie botti del tris nonno, il nonno di nonno Cesare. Non è solo un arredo funzionale, è un manifesto. La visione d’insieme trasmette la cura dei dettagli e il valore che Sara e Marco sentono di avere ogni giorno davanti agli occhi — la continuità con chi li ha preceduti, trasformata in oggetto quotidiano.
I VINI
Il portfolio de La Doccia di Vinci racconta il territorio con coerenza e curiosità sperimentale. Il cuore è il Sangiovese declinato in tre versioni diverse, ma accanto ai rossi toscani convivono vitigni alloctoni testati con spirito scientifico, un bianco vinificato in arancio e un passito prodotto secondo regole antiche. Quello che accomuna la gamma — tranne alcune chicche di punta — è una filosofia di fondo: vini da abbinare ai cibi di tutti i giorni, capaci di esprimere semplicità di beva senza cercare l’opulenza. Un’impresa difficile che qui riescono nell’intento in modo eccelso.
Montrilli — Il vino identitario
Il Montrilli è il vino che più di ogni altro definisce La Doccia di Vinci. Sangiovese in purezza, prende il nome dalla collina omonima a pochi chilometri dal castello di Vinci, a sud del borgo, dove si trovano la maggior parte dei vigneti aziendali. Il terreno, prevalentemente argilloso con componenti sabbiose, conferisce al Sangiovese un profilo fruttato diretto, una buona struttura tannica e un’acidità vivace che garantisce longevità. Nel calice: rosso rubino brillante, note di ciliegia matura e viola, spezie leggere, finale sapido e persistente.
Caesar — L’omaggio al fondatore
Dedicato a nonno Cesare, il vino da cui tutto è partito, è la versione più ambiziosa del Sangiovese aziendale. Non esce ogni anno: viene prodotto solo nelle annate in cui le uve raggiungono un livello di maturità e complessità sufficienti a giustificarne l’affinamento in legno. La tecnica prevede il riposo in barrique di secondo o terzo passaggio per un periodo variabile dai 9 ai 24 mesi a seconda del millesimo. Tannini maturi, note terziarie di tabacco e spezie dolci, buona capacità evolutiva in bottiglia.
Chianti DOCG — La tradizione reinterpretata
La denominazione storicamente più famosa della Toscana, affrontata con rispetto ma senza riverenza. La base è il Sangiovese, presente in modo pressoché esclusivo, ma l’azienda si riserva la libertà di piccole contaminazioni varietali — Merlot in alcuni anni, perfino Trebbiano in altri — sempre in funzione dell’annata e del gusto personale dei produttori. Tra i vini più strutturati e importanti della gamma.
Non usiamo il Trebbiano per la bottiglia del Chianti.
Usiamo il Merlot, non sempre nella stessa percentuale, circa 5-10% al massimo.
Abbiamo fatto un esperimento con il Syrah e in effetti non è escluso che si possa fare in futuro. Ci piace sperimentare.
Syrah — La scommessa vinta
Syrah in purezza, figlio di una piccola e giovane vigna a Montrilli. La collina si è dimostrata un terroir sorprendentemente vocato anche per questo vitigno di origine francese: frutto scuro, pepe nero, macchia mediterranea, struttura tannica elegante. Una scommessa che il territorio ha vinto.
Merlot — La curiosità scientifica
Merlot in purezza: l’obiettivo era testare se la vivacità che i terreni vinciani trasmettono al Sangiovese fosse ripetibile anche su altri vitigni. Risposta affermativa: profilo morbido e rotondo, frutti rossi maturi, tannicità vellutata, freschezza sorprendente.
Esiste inoltre una versione superiore, il Merlot “Elite”, che rappresenta un’altra piccola gemma del portfolio. Nasce soltanto nelle annate favorevoli e solo quando le condizioni di cantina e di invecchiamento in barrique di rovere possono garantire un risultato di eccellenza. Una versione che porta il Merlot vinciano su un piano di complessità e struttura comparabile ai grandi rossi toscani da invecchiamento.
Albagia — L’Orange Wine vinciano
Il nome viene dal dialetto locale: “albagia” si dice di chi si lancia in un’impresa ambiziosa con la certezza di farcela. La materia prima è il Trebbiano Toscano della Vigna dei Pozzi, impianto del 1988, che produce uve straordinariamente sapide e strutturate.
La genesi di questo vino ha anche una radice tecnica curiosa e rivelatrice: La Doccia di Vinci non dispone di una moderna pressa a membrana. La necessità, come dicevano i nonni, aguzza l’ingegno. Le uve, uscite dalla diraspatrice e separate dai raspi, vengono avviate direttamente al tino per la fermentazione. Le bucce, ancora molto bagnate di mosto, vengono immediatamente separate dal liquido libero: si formano così due tini distinti. Nel primo fermenterebbe il mosto pulito, che darà origine al vino bianco Gora. Nel secondo, le bucce ricchissime di liquido macerano a lungo, rilasciando tannini, polifenoli e colore per dar vita all’Albagia. Una soluzione nata da un limite strutturale che si è rivelata una scelta identitaria.
Il risultato nel calice: toni ambrati, note di frutta secca, miele d’acacia, spezie orientali e una sapidità minerale persistente. Un vino che richiede un palato curioso e non prevenuto.
Gora — Il bianco della memoria
Trebbiano in purezza nella sua versione più tradizionale e diretta. Il nome omaggia il bacino artificiale costruito dai Masetti alla fine dell’Ottocento alle spalle della cantina, che alimentava le macine del mulino locale. Marco e Sara sognano di trasformarla in un anfiteatro all’aperto per concerti estivi — naturalmente accompagnati dal loro Trebbiano fresco.
Gazzara — Il rosato dell’imprevedibilità
Rosato IGT Toscana che non nasce mai due volte nello stesso modo. L’uva cambia — Sangiovese o Merlot — e cambia la tecnica: salasso o vendemmia precoce, a seconda dell’andamento climatico stagionale. Un vino che si lascia determinare dal millesimo più di qualsiasi altro in cantina. Prende il nome da un piccolo podere nella parte bassa della collina di Montrilli.
Vinsanto — Il tempo in bottiglia
Prodotto in purezza da Trebbiano, affinato in caratelli per un minimo di sette anni. Ambrato, complesso, con note di fico secco, nocciola tostata, scorza d’arancia candita, caramello e una dolcezza mai stucchevole.
La storia della nascita del loro Vinsanto è una di quelle che si ascoltano con il fiato sospeso. Tutto è iniziato per caso, racconta Marco: dopo la scomparsa di nonno Cesare, lui e Sara entrarono nella rimessa dove il nonno teneva il trattore e gli attrezzi. Trovarono dei caratelli sigillati, neri come la pece e coperti di polvere. Insieme al loro enologo li aprirono, scoprendo all’interno il Vinsanto segreto del nonno. E come se non bastasse, sul fondo dei caratelli si era perfettamente conservata la “Mamma” — così la chiamano in Toscana — ovvero la madre acetica che permette di ripartire da una base preziosa di microorganismi selezionati. Da quella scoperta fortuita, e da quella Mamma intatta, Sara e Marco hanno ricostruito il loro Vinsanto: un prodotto di pura eccellenza che stupisce per freschezza, per la moltitudine di sentori al naso e in bocca, e per la capacità di conquistare l’assaggio sorso dopo sorso.
Una coccola, una carezza. Un vino che parla di altri tempi, che non si apre tutti i giorni. Ogni bottiglia è un flashback, un’introspezione.
Bustecchio — Il Metodo Classico della sperimentazione
Tra le novità più interessanti emerse dalla visita in cantina c’è uno spumante Metodo Classico che porta un nome inconsueto: Bustecchio. Il soprannome appartiene a Daniele Saccoccio, l’enologo che collabora con La Doccia di Vinci — un omone grande e robusto come un armadio, buono e simpatico, diventato amico di famiglia nel tempo. È uno di quelli che fa ancora il vino alla vecchia maniera, che si prende a cuore le persone e il prodotto, trasformando ogni sfida in un’occasione per dare di più.
Come il Caesar e il Vinsanto, anche il Bustecchio non esce ogni anno: viene prodotto soltanto nelle annate in cui il vino base possiede le caratteristiche giuste per reggere la rifermentazione in bottiglia e il lungo affinamento sui lieviti.
Il millesimo assaggiato in cantina è un 2019, Pas Dosé, a base Trebbiano, con cinque anni sui lieviti. Nel calice si presenta con un bel colore giallo paglierino, una bollicina fine ed educata, un’acidità ben bilanciata e un sentore di ossidazione controllata e piacevole — quella complessità ossidativa che nei grandi Champagne si chiama rancio. Un sorso tira l’altro, e la magia si apre pienamente al naso e in bocca dopo qualche minuto di sosta nel bicchiere.
Avete mai provato solo a pensare di mettere del Vin Santo nel Metodo Classico come liqueur de expédition? …No? Male, avete fatto male… Stay tuned!
Un prodotto nato da un’intuizione giusta che sta appena iniziando la sua ascesa nel mondo delle bollicine artigianali. L’evoluzione futura, con il Vinsanto come liqueur de expédition, promette di essere una delle sorprese più originali del panorama spumantistico toscano.
Marco e Sara oggi: un progetto in divenire
Sono passati più di dieci anni da quando Sara e Marco posarono le forbici della loro vita precedente e le imbracciarono letteralmente in vigna. Nel frattempo, molto è cambiato: nonna Dina e nonno Cesare non ci sono più, Paola si è ritirata dall’attività quotidiana, Marco è diventato padre di Eva e di Anna.
L’azienda oggi si regge essenzialmente su due persone: Marco e Sara. A loro si affianca Gabriele, compagno di Sara, nei momenti in cui il lavoro lo richiede, e la sempre presente Paola Brogi — formalmente in pensione, ma disposta a dare una mano ai ragazzi, soprattutto sul piano morale. Un nucleo piccolo, compatto, che lavora in piena sinergia.
Un dettaglio che Marco e Sara tengono a precisare, e che dice molto di loro: si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi. Come il loro grande nonno Cesare. Il cognome Viviani è quello anagrafico, ma l’identità più vera è quella legata alla terra e a chi gliene ha trasmesso il rispetto.
Restano invariati i tratti fondamentali che distinguono questa azienda: la scelta di non acquistare uve esterne, il rispetto per l’annata come narratore principale, la gestione agronomica attenta e non invasiva, la cantina come luogo di ascolto piuttosto che di correzione.
La natura non può essere comandata, ma può essere ascoltata. Farlo bene richiede etica, riflessione, coraggio e molta voglia di lavorare. E un po’ di fortuna.
Uno degli obiettivi più curati è il punto vendita aziendale e l’accoglienza per visite e degustazioni in cantina, per consentire a chi vuole conoscere La Doccia di Vinci di farlo direttamente sul luogo in cui tutto accade, tra le vigne che salgono verso Montrilli e la cantina che odora di legno, di mosto e di anni ben spesi.
Vale infine la pena menzionare un’altra dimensione dell’azienda spesso trascurata: oltre alle vigne, La Doccia di Vinci gestisce circa 1000 ulivi di varie cultivar che producono un olio extravergine di qualità, venduto direttamente a turisti e clienti affezionati. La produzione non è mai sufficiente a soddisfare la domanda, come raccontano Sara e Marco con quella soddisfazione mista a rimpianto che solo chi lavora la terra conosce bene.
SCHEDA AZIENDALE
DENOMINAZIONE
Società Agricola La Doccia di Vinci di Sara Viviani, Marco Viviani, Paola Brogi SS
SEDE
Via Cino da Pistoia, 8 — 50059 Vinci (FI)
SUPERFICIE
Parte dei circa 30 ettari totali aziendali, con circa 1000 ulivi
FILOSOFIA PRODUTTIVA
Agricoltura integrata. Nessun acquisto di uve o vino da terzi. Ogni bottiglia è produzione esclusiva aziendale.
DISTRIBUZIONE
60% conferito ai grossisti; 40% gestito direttamente (bottiglia e Bag in Box)
CERTIFICAZIONI
Membro FIVI — Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti
ETICHETTE
Montrilli, Caesar, Chianti DOCG, Syrah, Merlot, Merlot Elite*, Albagia (orange wine), Gora, Gazzara (rosato), Vinsanto, Bustecchio Metodo Classico* (*produzioni selettive)
CURIOSITA’
Le etichette, messe insieme, riproducono la tavola 765r del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci — il disegno del “Molino della Doccia di Vinci” del 1504
CONTATTI
ladocciadivinci@gmail.com — www.ladocciadivinci.it
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi
2 Marzo, 2026
Vigne di Malies. Le bottiglie colme d’amore
Vigne di Malies, è dritta nel cuore del Sannio beneventano, tra i comuni di Guardia Sanframondi e Castelvenere.
Una realtà a carattere familiare fondata e gestita da una coppia di agronomi, Flaviano Foschini e Giuseppina (Pina) Caporale, che hanno dato vita al progetto nel 2001 approdando in FIVI (Federazione Italiana Vignaioli indipendenti).
Gestione diretta e scrupolosa, il che vuol dire occuparsi personalmente di ogni fase: dalla cura dei campi e delle potature fino alla raccolta manuale e all’estrazione differenziata in cantina.
Insieme a loro, tanto per rimarcare la vocazione familiare, sono pienamente coinvolti nell’attività anche i figli, Lina e Giuseppe.
La filosofia della famiglia si basa su un’agricoltura consapevole, artigianale e sostenibile, ricercando un equilibrio tra innovazione tecnica e rispetto per la natura, seguendo i principi del Progetto VIVA del Ministero dell’Ambiente.
Sono proprio le due giovani leve che si stanno attivamente impegnando per portare in azienda l’innovazione che il mercato di oggi cerca. Dalle idee per le etichette all’indispensabile rapporto con i social.
I Prodotti: Tradizione e Innovazione
L’azienda coltiva circa 6 ettari di vigneti, dedicandosi prevalentemente a vitigni autoctoni del Sannio.
La produzione annuale si attesta su poco più di 40.000 bottiglie, con vini prodotti quasi esclusivamente in purezza.
La produzione si concentra su Falanghina (che copre almeno il 45% dei terreni), Aglianico, Greco, Fiano e Coda di Volpe, Sangiovese e Cabernet Sauvignon.
Recentemente è stata introdotta anche la vinificazione della Camaiola.
Una produzione vinicola strutturata su tre linee produttive a riflettere la volontà dell’azienda di coniugare la tradizione dei vitigni autoctoni del Sannio con tecniche di affinamento specifiche e innovative.
Linea Creantia
Questa linea rappresenta l’eccellenza ed è dedicata ai vini che richiedono un processo controllato di invecchiamento e maturazione. Il nome deriva dal latino Creantia (“cose che fanno crescere”), termine che nel dialetto campano richiama anche il concetto di “buona educazione” (bona crianza). I vini di questa linea sono definiti “ben educati” per la cura e la passione dedicate al loro affinamento.
Creantia Falanghina: Una versione di Falanghina affinata in legno.
Creantia Aglianico Riserva: Un rosso di struttura che segue un lungo percorso di maturazione
Linea Bollicine
Particolare ricerca e detdizione alla spumantizzazione, utilizzando la propria cantina storica situata nel borgo antico di Guardia Sanframondi per l’affinamento, grazie alle condizioni naturali ideali per l’evoluzione del vino.
Spumante Auspicio: Uno spumante Metodo Classico ottenuto da uve Falanghina, con un affinamento di 24 mesi sui lieviti, caratterizzato da una bollicina setosa e carezzevole. Disponibile in versione Brut e Pas Dosè.
Levato: Prodotto sia come Falanghina Frizzante che in versione Rosato. E’ un vino rifermentato in bottiglia che sosta sui propri lieviti secondo il metodo tradizionale (col fondo), senza essere sboccato. Rappresenta il recupero di una tradizione contadina antica per conservare il vino migliore destinato alle occasioni speciali.
Linea ARTE
Insieme a Creantia e Bollicine, la linea ARTE completa l’offerta principale dell’azienda, e si differenzia dalla “Linea Classica” per il suo approccio estetico e narrativo delle sue etichette.
Monovitigni e Selezioni
La filosofia aziendale prevede la produzione di vini quasi esclusivamente in purezza, per esaltare le caratteristiche dei singoli vitigni autoctoni.
Vini Bianchi: Oltre alla Falanghina (che occupa il 45% dei vigneti), la gamma include Fiano, Greco e Coda di Volpe. Quest’ultima viene lavorata in un blend verticale con la Falanghina ( 90% coda di volpe , 10% falanghina) studiato per non snaturare il vitigno di base.
Vini Rossi: Oltre all’Aglianico, che affina in barrique di rovere da 225 lt (in passato sono stati utilizzati anche tonneaux per l affinamento), la cantina produce il Nero di Malies e il Rosso Superiore.
Novità: Recentemente è stata introdotta la vinificazione della Camaiola, vitigno locale che ha visto la sua prima produzione nel 2023.
Tutti i vini, a eccezione di quelli della linea Bollicine e delle riserve in legno, vengono lavorati in vasi vinari in acciaio inox di piccole e medie dimensioni, ideali per gestire selezioni specifiche di uve e preservarne la qualità.
L’intervista
Incontro Giuseppe, figlio di Flaviano e Pina, un ragazzone giovane, con un viso allegro e il sorriso sempre stampato in faccia. Entusiasta di raccontarmi la storia del loro mondo, orgoglioso del nonno, dei suoi genitori e proiettato insieme alla sorella Lina verso il futuro ma con una storia inizia che parte da lontano.
Vigne di Mailes è un’azienda, il cui un nome risale all’antico Sannio.
Questa incisione fu trovata su delle antiche monete di epoca presannita (IV secolo ac) e gli storici hanno attribuito il termine Malies al luogo compreso tra i fiumi Sabato e Calore, dove oggi sorge la città di Benevento, Malies è il nome che precedeva Maleventum (il paese delle streghe… esatto) e infine Beneventum…Benevento.
Il cinghiale stolato (imbrigliato), raffigurato nel logo dell’azienda, rappresenta il simbolo della provincia di Benevento e descrive il profondo legame col territorio.
La storia vignaiola della famiglia Foschini inizia a Guardia Sanframondi, un paesino piccolo e grazioso il cui nome deriva da un’antica famiglia normanna che governava il territorio e viveva nel castello dei Sanframondo, tutt’oggi esistente e utilizzato per eventi all’aperto.
Ai tempi, data la sua posizione strategica, era posto a guardia della valle e consentiva alla popolazione di rifugiarsi in caso di attacchi nemici. Da questo deriva il nome “Guardia Sanframondi”.
La Nascita dell’Azienda e la Tradizione Familiare
L’azienda nasce relativamente pochi anni fa, intorno al 2001, anche se la prima vendemmia effettiva è stata nel 2006. Giuseppe è del 2005 e Lina del 2007, quindi l’azienda è considerata da loro proprio come “il fratello o la sorella di mezzo”.
Io e mia sorella, a 8 anni già mettevamo le bottiglie nella imbottigliatrice e facevamo ordine. Tutte cose semplici, che però comunque erano un contributo e un po’ un modo per abituarsi a dare una mano, … perché ognuno deve dare il proprio contributo. Le forze in campo erano quelle…
L’azienda è piccola, sono solo in quattro d’altronde. Da sempre si basa solo sulle loro forze così da renderli dinamici e in grado di scegliere autonomamente le strade da percorrere.
Flaviano e Pina hanno studiato all’Università Federico II di Napoli. Sono entrambi agronomi, Giuseppe ha acquisito le sue conoscenze dai genitori. Lina ha iniziato un percorso in ambito enologico.
Il Sannio è sempre stata una terra in cui la tradizione di vinificare era una necessità e tradizionalmente si conferiva tutto alla cantina cooperativa della zona. Era il modo con cui si lavorava, si campava così. Era il lavoro principale della generazione dei nonni per queste zone.
Molte persone hanno dei terreni. L’attività è rurale. Flaviano e Pina invece un giorno hanno iniziato a vinificare in autonomia e si sono voluti cimentare integralmente nella produzione del vino. Da questa passione è nata Vigne di Malies.
Per la famiglia Foschini è una sfida per capire quanto possono crescere e fino che punto devono arrivare per lasciare il proprio marchio nel panorama enologico.
Questa è una delle prime interviste che faccio dice Giuseppe. Sono contento. Per me è anche una grande soddisfazione, un modo per mettermi alla prova. Mi manca un po’ di esperienza e mi rendo conto che sia per me che per mia sorella è importante viaggiare molto per conoscere tante realtà diverse. Siamo consapevoli di quanto sia importante anche innovare in questo senso e quasi per gioco abbiamo scommesso su alcuni prodotti.
Capito come nasce e cresce un’azienda? Le intenzioni e la volontà ci sono, la carica emotiva anche, le capacità tecniche non mancano…Eccoli qui allora pronti per il successo!
Su cosa avete puntato Giuseppe?
Abbiamo scommesso e ci siamo impegnati nel far crescere la Camaiola perché è un vitigno che purtroppo ha avuto difficoltà ad essere valorizzato. Era soprannominato “il Barbera del Sannio”, quasi come se fosse limitato ad essere una brutta copia della Barbera del Nord. Al contrario è stato identificato come genotipo differente dalla Barbera e lo rivendichiamo con orgoglio E un vino carico di possibilità, un vino che anche all’evento di Firenze ha avuto un grande successo”.
In effetti io l’ho assaggiato e vi posso assicurare che anche se con la Barbera potrebbe avere qualcosa in comune, in realtà è veramente un altro vino. Ha più corpo, più struttura, più gradi alcolici, più persistenza. Insomma a me è piaciuto molto e ne ho portato a casa una bottiglia per la mia cantina personale.
Più nello specifico, però, mi riferivo a prodotti particolari ad esempio il rifermentato ancestrale, il nostro Levato perché dal dialetto locale, il nome Levato sta a richiamare il lievito madre, “LEVATO”
Il rifermentato ancestrale è un tipo di prodotto che, essendo rifermentato in bottiglia, conserva i lieviti che lo rendono velato richiamando la tradizione con cui in passato si faceva il vino con le bollicine.
In queste zone, in passato, sapevano bene che per produrre le bollicine era necessario introdurre dei lieviti nel vino pronto, ma le tecnologie per la sboccatura non erano alla portata di tutti, e quindi venivano lasciati all’interno. Da questo è nato un vino abbastanza genuino, abbastanza povero dal punto di vista tecnico, che richiama l’antica tradizione contadina.
È uno di quei vini che bevi piacevolmente, costa il giusto e ti dà quel sapore immediato, quella freschezza, quella semplicità che lo premia su un antipasto, e sulla pizza. E’ un vino naturale e genuino che tranquillamente può accompagnare tutto il pasto.
lo potremmo tranquillamente proporre come un’alternativa a una bella birra fresca consumata in convivialità con gli amici. Cioè, un vino che non devi per forza giudicare quando lo bevi, ma un vino che quando c’è l’occasione per festeggiare o in qualunque momento di convivio tu lo prendi, lo apri e te lo godi.
Con che tipo di uve è prodotto?
Sempre uve di Falanghina …o meglio, è nato come uve di Falanghina, però abbiamo prodotto anche una versione con il Sangiovese. Quindi un Levato, classico e un Levato Rosé da uve a bacca rossa che lo rendono un po’ più morbido, rotondo, meno fresco, ma con più corpo e più ricco al naso e al palato rispetto alla Falanghina che conserva quella nota persistente di freschezza che è comunque importante. È quindi è un’alternativa.
Bisogna essere pronti a capire che vino si sta bevendo. In abbinamento è davvero il top. È fresco, gioioso, sbarazzino e nello stesso tempo pieno di un carattere che non invade ma accompagna, fa convivialità. Un sorso tira l’altro, le delicate bollicine stuzzicano il palato e richiamano un altro sorso, fino a che poco dopo ci si ritrova con la bottiglia finita!
Ho aperto un LEVATO durante due chiacchiere con amici accompagnandolo con tarallucci e pizzette. Confermo che è una validissima alternativa alla birra…..anzi a mio avviso anche meglio.
Vigne di Malies ha circa sette ettari di terreno coltivato a vigne e un po’ di ulivi (che tengono tradizionalmente per la famiglia).
In realtà hanno un gran numero di vitigni. Diciamo che una grande fetta (il 45% circa) è senz’altro di Falanghina che per la nostra zona è il vitigno più identificativo. Poi c’è il 15% di Aglianico il 10% di Coda di Volpe, il 10% Greco. Il resto di Fiano, Sangiovese e Cabernet. Gli ultimi due sono piantati a barbatelle alternate e li usano per produrre il rosso superiore, che è un blend.”
Va bene Giuseppe, Ma alla fine cosa producete?..dimmi di più
Allora, considera che noi, durante le fiere a cui andavamo, avevamo sempre sentito papà che ripeteva un po’ ai clienti questa battuta: “Facciamo più etichette che bottiglie” Infatti produciamo un gran numero di etichette proprio perché ci piace sperimentare, ci piace vedere i vini sotto una luce diversa
Una Falanghina macerata e una Falanghina affinata in legno. Entrambe parte della Linea Creantia. Una è Creantia Falanghina affinata e l’altra è Creantia Falanghina macerata.
Poi la Creantia Aglianico di grande struttura con un lungo percorso di maturazione.
..A livello di nomi commerciali possono ancora migliorare …
La linea nasce inizialmente con la Creantia Falanghina affinata e con la Creantia Aglianico. Poi a queste si è aggiunta nel 2022, Creantia Macerata, il nostro ultimo prodotto. Qualcosa che subisce evoluzione.
C’è anche un Aglianico base in purezza, vinificato in maniera classica. Allo stesso modo un Fiano, un Greco, un Coda di volpe e il blend di Sangiovese e Cabernet sauvignon (Rosso superiore) e l’autoctona e non convenzionale Camaiola di cui tanto si parla.
Questa è la Linea Classica, che in seguito si differenzierà dalla linea che promuovono adesso come Linea Arte.
Le Nuove Etichette e la Storia Familiare
Aggiunge Giuseppe:
Ad un certo punto, insieme a mia sorella Lina provai a realizzare delle nuove etichette, quasi per “sfizio”.Mia sorella ha fatto le foto che sono poi diventate le nostre etichette, a parte quella del rosso superiore che è la più bella perché l’ho fatta io!!! (Scherzo ehh), ed è l’unica, che riprende un falò alto 3 metri.In ogni caso, dietro ad ognuna di queste foto c’è un momento preciso della nostra azienda.
Questa sorta di restyling ci sta premiando, perché oggi abbiamo deciso di commercializzare le nostre bottiglia con le etichette un po’ più artistiche (Linea Arte). Ci siamo resi conto che avevano un maggiore impatto visivo e quindi abbiamo iniziato a proporre sempre queste etichette.
Dietro queste etichette è come se ci fossimo io e mia sorella che conosciamo la storia in prima persona e quindi è bello poterlo raccontare.
Insomma, sono tutti dettagli che per me sono una conferma di come sia intrinseco il fatto che noi siamo nell’azienda. È una parte di noi perché inevitabilmente, come dicevo, è un fratello di mezzo, una sorella di mezzo.
A otto anni fai le cose che puoi fare a otto anni, puoi dare una mano, poi piano piano inizi a diventare grande e inizi a gestire sempre più cose. Poi quando prendi la patente inizi ad aiutare papà con le consegne e fare di tutto in azienda, esattamente come fanno i miei genitori. Sto cercando di andare avanti sulla parte commerciale, quindi è una continua scalata, una continua crescita, una continua corsa ad imparare il più possibile sia per me che per mia sorella. Anche per questo ho scelto economia aziendale, così da poter dare anche un contributo all’azienda per l’aspetto gestionale
Giuseppe ha la capacità di appassionarti alle cose che racconta. Ci mette enfasi, anima e cuore, è orgoglioso di casa sua e sa che possono e devono crescere. I due spumanti metodo classico da Falanghina (AUSPICIO) che hanno creato, sono una chicca tutta loro, una sfida che li porterà in alto.
Il Restyling dello Spumante e il Signor Malies
Continua Giuseppe:
Poi, ci siamo dedicati allo spumante di Falanghina a cui sono particolarmente legato, perché anche questa etichetta l’ho fatta io (e mia sorella).
Tutto è nato, quando io e Lina, per gioco, iniziammo a prenderci gioco di Vigne di Malies e ad un certo punto dicemmo: Qui ci sono le Vigne di Malies, il furgone di Malies, la cantina di Malies, ma chi è questo signor Malies???.
A un certo punto mi è venuta l’idea: Ma creiamo un personaggio, no?. Creiamo allora questo signor Malies, questo signore d’altri tempi, con un certo stile, esperto di vino, miliardario, e che possiede le Vigne di Malies giustamente. E da qui che ad un certo punto abbiamo creato questa etichetta, dove abbiamo rappresentato proprio questa figura un po’ fiabesca, con naturalmente il bastone che raffigurava il nostro cinghiale.
Ecco qui, questa è la storia di un’azienda che farà palare di sé, di una piccola realtà che riempie le bottiglie con il proprio amore.
Bravi !!!
• Indirizzo: Viale della Vittoria, 58 – 82034 Guardia Sanframondi (BN)
• Cellulare: +39.328.285.9621
• Email: info@vignedimalies.it
• Orari: Lun-Sab (8:00 – 19:00) Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi
• Cellulare: +39.328.285.9621
• Email: info@vignedimalies.it
• Orari: Lun-Sab (8:00 – 19:00) Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
7 Dicembre, 2025
AIS Presenta Vitae 2026. Trionfo di Eccellenza e Passione
La Stazione Leopolda Cuore Pulsante dell’enologia Italiana:
Il 15 novembre 2025, la storica Stazione Leopolda di Firenze è tornata a essere, ancora una volta, l’epicentro dell’eccellenza enologica italiana. L’Associazione Italiana Sommelier (AIS) ha organizzato un appuntamento imperdibile per celebrare i vini che hanno segnato l’ultima annata e, soprattutto, per incontrare di persona gli straordinari protagonisti che li creano.
L’evento clou è stata la presentazione della Guida Vitae 2026. Quest’anno, la guida si lancia sul mercato globale con l’introduzione della versione digitale in inglese, dedicata in particolare alle 400 selezioni in degustazione, suddivise in quattro percorsi tematici unici:
I 100 Grandi Vini: Le etichette “iconiche”, note per il loro posizionamento e valore assoluto.
I 100 Migliori Vini di Territorio: La celebrazione dell’espressione più fedele e autentica del terroir.
I 100 Vini Innovativi/Rivelazione: Il premio alle nuove interpretazioni e ai territori emergenti.
I 100 Vini Valore/Prezzo: L’attenzione alla sostenibilità economica, selezionando etichette dall’acquisto accessibile ma dall’elevato valore organolettico.
In allegato la selezione di vini presentati in degustazione al Vitae 2026
Il Nuovo Punteggio: Universalità e Immediata Chiarezza
Per supportare la leggibilità internazionale, la guida ha rivoluzionato il suo sistema di valutazione. Viene data evidenza assoluta al punteggio in centesimi, un dato universale, immediato e oggettivo. Questo sistema chiaro e rapido permette di riconoscere le performance più alte e celebrare i capolavori dell’enologia italiana.
Dietro ogni pagina della Guida Vitae c’è un lavoro impressionante, frutto della passione e della competenza di oltre 1000 sommelier e collaboratori AIS. Questa vasta squadra degusta migliaia di vini da tutta Italia per selezionare solo il meglio, garantendo l’affidabilità e l’autorevolezza che da sempre contraddistinguono l’Associazione.
Per una comprensione completa, l’introduzione a ogni regione offre un’analisi dettagliata del profilo dell’annata (il millesimo). La guida fornisce così il contesto necessario per dare ai centesimi il giusto peso, permettendo di capire a fondo il vino che si sta bevendo.
Con la nuova app, disponibile anche in lingua inglese, Vitae 2026 si afferma come uno strumento di riferimento essenziale nel mercato globale per professionisti, appassionati e operatori del settore desiderosi di scoprire il meglio del patrimonio enologico italiano.
La Visione del Presidente: Ambasciatori dell’Identità Italiana
Il Presidente Nazionale AIS, Sandro Camilli, ha illuminato la visione del progetto:
In un tempo di cambiamenti globali, La Guida Vitae vuole essere una bussola, un punto di riferimento che non giudica solo il prodotto ma illumina il contesto e lo straordinario sforzo dei produttori, agendo come ambasciatore dell’identità italiana. Siamo una rete di migliaia di professionisti presenti capillarmente sul territorio. La Guida Vitae è il risultato di questo immenso lavoro collettivo. È un punto di riferimento che creiamo tutti insieme per raccontare la fatica, la resilienza e la conquista quotidiana che sta dietro ogni bottiglia. Il nostro vino parla al mondo e la nostra guida doveva fare lo stesso.
L’evento ha celebrato l’intera “famiglia AIS”, riconoscendo l’impegno sul territorio. Il Presidente Camilli ha concluso: “Oggi è stato il ritratto perfetto di cosa sia l’Associazione Italiana Sommelier. Vedere per tutta la giornata i produttori, gli artefici di questa eccellenza, dialogare con i nostri sommelier e con tutto il numeroso pubblico di esperti e appassionati è la dimostrazione fisica della nostra filosofia”.
Un Banco d’Assaggio Monumentale e L’Incontro con i Produttori
Vitae 2026 non ha tradito le attese, rivelandosi un banco d’assaggio monumentale con una selezione straordinaria tra i migliori prodotti d’Italia. Il pubblico ha potuto degustare icone leggendarie, esplorare le eccellenze del territorio, scoprire i vini più innovativi e scovare gli acquisti più convenienti.
L’incontro diretto con i produttori ha rappresentato un valore aggiunto impagabile, offrendo la possibilità di scambiare pensieri e ascoltare le filosofie di produzione di chi lavora incessantemente nel settore, credendo in un progetto autentico e appassionante. L’eccellente servizio è stato garantito dalla grande professionalità di un nutrito team di sommelier AIS, che ha reso possibile la perfetta riuscita della presentazione.
La Finale del Miglior Sommelier d’Italia: Trionfo di Ilaria Lorini
La manifestazione ha ospitato anche la prestigiosa finale del Miglior Sommelier d’Italia 2025 (Premio Trentodoc). A trionfare è stata la magnifica Ilaria Lorini di AIS Toscana (Firenze), che ha emozionato il numeroso ed esigente pubblico con una performance impressionante e straordinaria, al termine di una sfida durissima e combattuta.
A consegnarle il premio sono stati il Presidente Nazionale AIS Sandro Camilli e Stefano Fambri, Presidente dell’Istituto Trentodoc. Sul podio, si sono distinti anche Artur Vaso e Andrea Montini, entrambi di AIS Lombardia, che hanno conquistato un meritatissimo secondo e terzo posto.
Un applauso speciale è andato anche ad AIS Campania, vincitrice del Premio Surgiva con il progetto Percorsi di vite. Questa iniziativa è stata lodata per la sua capacità di affrontare temi educativi complessi, dimostrando — come ha sottolineato il Presidente Camilli — che la cultura del vino può diventare un “motore fondamentale di innovazione” e un “veicolo di valore per la comunità”.
Infine, Bruno Chiappani, Patrizia Morlacchi e Nicola D’Onghia si sono aggiudicati le prestigiose borse di studio offerte dalla distilleria Bonaventura Maschio per essersi distinti per passione e competenza nel seminario di approfondimento sui distillati “La ricerca dell’eccellenza”.
La straordinaria iniziativa di AIS ha ottenuto il patrocinio del Ministero del Made in Italy, della Regione Toscana, della Città Metropolitana di Firenze e del Comune di Firenze, oltre al sostegno di numerosi e importanti partner istituzionali e commerciali.
Viaggio nell’Eccellenza: Quando la Degustazione Diventa Esperienza d’Arte Italiana
C’è un momento in cui l’assaggio di un vino si eleva oltre la semplice bevanda, trasformandosi in una vera e propria immersione nell’arte e nella storia italiana. Questo accade quando nel calice si incontrano i vini di altissimo livello, capolavori liquidi che raccontano secoli di tradizione, passione e terroir ineguagliabile.
Una degustazione focalizzata sull’eccellenza non è solo un esercizio tecnico; è un viaggio sensoriale che inizia prima ancora del primo sorso. L’atmosfera si carica di attesa mentre i protagonisti — i grandi rossi strutturati della Toscana, gli spumanti metodo classico più raffinati, i bianchi autoctoni di sorprendente longevità — vengono svelati.
Emozioni in un Calice
Ogni vino di altissimo livello offre una complessità aromatica che affascina. Si scoprono bouquet ricchi e stratificati: le note terziarie di un Barolo maturo, la profondità setosa di un Brunello di Montalcino, l’eleganza vibrante di un Supertuscan o la mineralità intensa di un Etna Bianco. Tutte le regioni d’Italia hanno i loro capolavori enologici e tutti sono stati rappresentati al massimo delle loro potenzialità.
Il culmine arriva all’assaggio. Questi vini non si limitano a essere buoni; sono memorabili. La loro persistenza è straordinaria, il loro equilibrio è perfetto. Lasciano in bocca non solo un sapore, ma la viva impronta del paesaggio da cui provengono e l’abilità maniacale del vignaiolo.
Degustare vini italiani di altissimo livello significa celebrare l’identità enologica del nostro Paese, un patrimonio che il mondo ci invidia. È un’esperienza che arricchisce la conoscenza, stimola la conversazione e, soprattutto, regala un profondo e duraturo piacere. Un vero e proprio lato scintillante del Made in Italy racchiuso in un solo calice.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi
29 Novembre, 2025
Stravino. Una conferma mai scontata
Anche il 2025 conferma STRAVINO come una manifestazione perfettamente riuscita. Ottima l’affluenza e l’organizzazione FISAR.
Hanno partecipato quasi 80 aziende italiane e una piccola selezione di “Petit Vigneron” francesi. Tutte realtà che si stanno fortemente impegnando per portare ad un livello top le loro creazioni.
Alcune già note nel panorama vitivinicolo italiano altre dirette da giovani intraprendenti che si stanno evolvendo velocemente.
Le regioni italiane sono state portate alla ribalta di un pubblico appassionato grazie all’ottima organizzazione e al curatissimo ambiente curato del Toscana Flair di Pistoia: un vivaio con cucina provvisto di due meravigliose serre (Serra Winter Garden e Serra Cristal) nelle quali sono stati allestiti i banchi di degustazione.
Girando, pieno di attenzioni, ho voluto porgere un saluto allo stand dei Marchesi Pancrazi, di Bagnolo, dove il loro Pinot Nero, messo a dimora negli anni 70 dal Marchese Pancrazi per un semplice errore da parte dell’agronomo, continua a stupire per eleganza e particolarità.
Ho raggiunto l’azienda agricola FILANDA DE BORON dove ho degustato il DEDIT un bianco naturale prodotto con uve Solaris, un vitigno resistente e prodotto nel cuore del parco nazionale dell’Adamello. Una ottima beva e una buona complessità e freschezza, una leggera astringenza e una serie di aromi facilmente riconoscibili, ne fanno un prodotto da seguire e di cui tenerne conto.
Ed eccomi in Abruzzo…Li ho conosciuto lo staff al completo di SASSOCRETA, azienda vincitrice di diversi premi per l’eccellenza dei suoi prodotti che mi ha fatto godere dell’assaggio di una Cococciola (BRECCIAIA) e di un Montepulciano d’Abruzzo (QUERCIAIA), passando per un classico e sempre ben fatto Trebbiano d’Abruzzo (SASSAIA).
Arrivo nelle Marche e conosco Bruno e Franca, marito e moglie. Lui enologo e lei felice proprietaria di una realtà ormai consolidata a Serrapetrona. COLLELUCE. Tirano fuori dal cappello, due chicche splendide. La prima, una vernaccia di Serrapetrona secca, famosa per le sue tre fermentazioni (hanno anche la versione dolce) davvero rara e fatta bene che mi ha piacevolmente colpito, e per finire un Serrapetrona doc (BRECCE ROSSE) con uve di Vernaccia nera e un pochino di merlot, anche questo fatto utilizzando una parte di uve appassite. Hanno poi un passito da dessert sempre da uve vernaccia nera che hanno chiamato 87Km, proprio come la distanza che percorrono tutt’ora per spostarsi da casa loro alla tenuta.
Ed eccomi in Lombardia. Mi accoglie la CANTINA PRIMAVENA con una selezione di spumanti metodo classico di tutto rispetto. Tutti prodotti dell’oltreò pavese curatissimi. Si passa da prodotti con uve Pinot nero e chardonnay ad un pas dosè di uve chardonnay (DUMA VIN) a un extra Brut rosé di pinot nero (BIBO), fino ad arrivare a un affinamento sui lieviti di 80 mesi con il pas dosè (REVERSO). Chiudendo in bellezza con un edizione limitata da brivido (CL), un pas dosè di pinot nero con almeno 160 mesi sui lieviti.
Rapido passaggio per la Puglia dalle CANTINE TORRE DI BOCCA, cantina biologica, dove scopro una piacevolezza infinite del degustare il loro nero di Troia.
Eccomi alle CANTINE VITEVIS, una cooperativa molto ben strutturata e all’avanguardia dove mi attendono delle splendide chicche. Si inizia con un Lessini Durello (LE MACINE) con 36 mesi di affinamento, un pinot grigio (TORRE DEI VESCOVI), una Lugana (MONOPOLIO) per chiudere con la CANTINA DI GAMBELLARA (Terre di Castelnuovo) che producono un mitico Amarone della Valpolicella riserva e la CANTINA CASTELNUOVO DEL GARDA con un classico Valpolicella ripasso (CA’ VEGAR). Il tutto con un rapporto qualità/prezzo davvero imbattibile.
Poi, capito quasi per caso in Campania, nel Cilento e incontro un giovane e rampante imprenditore; Paolino Serpico di CORTE LAUREANA una realtà campana che ha già chiaro il suo posto nel panorama vitivinicolo italiano. Concentrati sulla spumantizzazione, non disdegnano di produrre vini bianchi da uve fiano e aglianico, tre spumanti metodo ancestrale e due metodo classico millesimato (LE MATRESSE). Sono certo che ne sentiremo parlare intensamente in un futuro prossimo.
Girovagando, mi imbatto in una realtà locale che ho trovato a dir poco esaltante. TENUTA CASTELVECCHIO (www.tenutacastelvecchio.it) dove Romina mi accoglie insieme a sua mamma e mi riempie il calice con un Carmignano doc eccellente per poi terminare con un Vin Santo di Carmignano doc veramente di superba fattura. Eccellente rapporto qualità/prezzo!
Rimango in toscana perché incontro una realtà a me già nota e mi fermo per un rapido saluto a Giovanni. La FATTORIA DEI BARBI . Qui ci sono poche storie. Loro producono svariati Rosso di Montalcino DOC, un Chianti DOCG, un buon Ciliegiolo IGT, un Vermentino Orange IGT, un Morellino di Scansano, un vin santo del chianti DOC e quattro Brunello di Montalcino DOCG, un Riserva, un classico, un Vigna dei fiori e un tipico Colombini, tutti prodotti sempre premiati per la loro eccellenza. Con loro non ci sono aggettivi per descrivere la qualità dei prodotti. Una sicurezza.
Finiamo con la TENUTA MONTEMAGNO di Asti. E anche qui c’è poco da mettere in discussione per qualità e professionalità. Praticamente solo vini pregiati e unici! Ho degustato una serie di prodotti tutti vincitori di prestigiosi premi. Ho iniziato con Monferrato bianco (SOLIS VIS) da uve Timorasso, poi un Ruchè di castagnole Monferrato (INVICTUS), poi un Barbera d’asti superiore (MYSTERIUM) un Barolo (SORANUS). Producono anche un metodo classico TM BRUT con 36 mesi di affinamento, una Malvasia di Casorso spumante e ferma. Entrambe DOC. Tutto veramente eccellente. In definitiva, ogni vino risulta curatissimo rispecchiando in pieno le sue particolarità.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi