Le Donne del Vino alla Corte di Canova
Esiste un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega la mano di uno scultore come Canova al braccio del vignaiolo. Non è solo questione di manualità, ma di quella rara capacità di trasformare la materia grezza — che sia un blocco di marmo di Carrara o un grappolo di Sangiovese — in un’emozione eterna. Per fare un grande vino, così come per scolpire un capolavoro, la tecnica è il punto di partenza, ma è la visione a fare la differenza. In questo parallelismo, la sensibilità gioca un ruolo chiave: ogni opera e ogni vino sono pezzi unici, universi a sé stanti dove l’interpretazione finale non spetta ai critici, ma al pubblico. È il sorso, o lo sguardo, a chiudere il cerchio della creazione. Con questo spirito, una delegazione delle Donne del Vino ha varcato la soglia della Cavallerizza a Lucca per una visita speciale alla mostra curata da Vittorio Sgarbi.
Canova: l’ideale che si fa carne
Antonio Canova non è stato solo uno scultore; è stato l’uomo che ha restituito all’Italia il primato della bellezza universale. Massimo esponente del Neoclassicismo, Canova aveva il potere quasi divino di infondere morbidezza alla pietra. Le sue figure non sono fredde imitazioni dell’antico, ma incarnazioni di un ideale di perfezione che vibra di una sensualità trattenuta. Per l’arte italiana, rappresenta il punto di equilibrio perfetto tra rigore formale e passione, la stessa “pulizia” esecutiva che cerchiamo in un calice impeccabile.
Un’emozione scolpita nel cuore
Per chi scrive, tuttavia, Canova non è solo un nome sui libri di storia dell’arte o una firma sotto un busto di marmo. Il mio legame con il Maestro di Possagno è profondo, viscerale, e passa attraverso il silenzio solenne della Basilica di Santa Maria dei Frari a Venezia. È lì, davanti al suo imponente monumento funebre — quella piramide di marmo che sembra una soglia tra due mondi — che ho vissuto uno dei momenti più significativi della mia vita, cioè fare da testimone alle nozze della mia migliore amica. La Basilica fu aperta appositamente per celebrare quell’unione proprio dove riposa il cuore di Canova. Da allora, ogni sua opera mi parla con la stessa intensità di quel giorno, fondendo la grandezza dell’arte con la sacralità degli affetti.
Canova e il “nettare degli dei”
Non tutti sanno che il legame tra Canova e il vino non è solo metaforico. Si narra che il Maestro, nonostante la vita frugale e il lavoro incessante, non disdegnasse il buon vino della sua terra trevigiana, in particolare il Prosecco di allora (molto diverso dall’attuale), che descriveva come ristoro necessario dopo le fatiche dello scalpello. Ma il riferimento più alto è nel suo Ebe, la coppiera degli dei: in quella statua, il gesto di versare il nettare divino diventa un’ode all’ospitalità e alla celebrazione, gli stessi valori che noi, come Donne del Vino, portiamo avanti in ogni degustazione.
Lucca: uno scrigno tra le mura
La cornice di questa esperienza è stata Lucca, una città che sa accogliere con la maestosità gentile delle sue mura cinquecentesche. Lucca non è solo un gioiello architettonico, ma un vibrante raccoglitore di cultura: dal caos creativo del Lucca Comics & Games alle note internazionali del Lucca Summer Festival, che ogni estate trasforma Piazza Napoleone in un palcoscenico mondiale. Passeggiare per le sue vie significa respirare una storia che si rinnova costantemente, proprio come un territorio che sa reinterpretare le proprie tradizioni.
La bellezza del nudo attraverso il mito
Durante la mostra alla Cavallerizza, curata con la consueta verve da Vittorio Sgarbi, è emerso un tema centrale: la gestione del nudo. Nel Settecento e nell’Ottocento, la nudità era un territorio scivoloso, permesso e accettato solo se nobilitato dal mito. Il corpo nudo non era mai volgare se apparteneva a una divinità o a un eroe; diventava, anzi, una proiezione dell’Assoluto. Ecco allora fiorire i nudi più belli della storia dell’arte, dove la carne sembra vibrare sotto il marmo. Pensiamo a opere come la Venere Vincitrice o le Tre Grazie, dove la perfezione anatomica è al servizio di un ideale superiore, proprio come la tecnica enologica deve servire a far emergere la purezza del vitigno, senza sovrastrutturarlo.
Non solo marmo: l’incontro tra Canova e il genio di Pucci
La mostra alla Cavallerizza non si è limitata a celebrare la tridimensionalità del marmo. Le sale, sapientemente curate da Vittorio Sgarbi, hanno ospitato anche raffinati dipinti neoclassici, creando una narrazione visiva completa del periodo. Tuttavia, il vero “tocco di classe” che ci ha lasciato senza fiato è stato l’inaspettato dialogo con l’alta moda: l’esposizione degli abiti storici di Emilio Pucci. Il “Marchese delle Stampe” è stato accostato a Canova per una ragione profonda: la ricerca della linea pura. Vedere i celebri abiti di Pucci accanto alla bianchezza eterea delle statue ha creato un contrasto magnetico.
Il Marchese delle Stampe – L’Aristocrazia dello stile
Emilio Pucci di Barsento, appartenente a una delle famiglie più antiche e nobili di Firenze, non è stato solo uno stilista, ma un rivoluzionario del costume. Soprannominato il “Marchese delle Stampe”, deve questo titolo alla sua capacità senza precedenti di trasferire sui tessuti — in particolare sul jersey di seta — motivi geometrici astratti, caleidoscopici e dai colori audaci, ispirati ai paesaggi del Mediterraneo, ai palii storici e alle architetture rinascimentali. Il legame con Canova in questa mostra non è casuale: se Canova è il sarto della pietra che avvolge i corpi con panneggi marmorei, Pucci è stato il maestro che ha liberato il corpo femminile con tessuti leggeri come l’aria. Entrambi hanno perseguito un ideale di eleganza che non insegue la moda del momento, ma aspira all’eternità del gusto.
Tra statue e calici corrispondenze sensoriali
Durante la visita di luglio 2024, alcune opere hanno sprigionato suggestioni che richiamano immediatamente il mondo enologico.
La Grazia delle forme canoviane: Davanti alla sinuosità delle linee e alla levigatezza delle superfici, il pensiero corre a vini di estrema eleganza.
L’Abbinamento: Per queste sensazioni di armonia, non si può non citare il rosato Laura di Agricola Ludus di Laura Carrera (vice delegata Donne del Vino Toscana). Un vino che, come una scultura di Canova, mostra una struttura solida ma vestita di una finezza estrema, capace di raccontare il territorio con una voce chiara e cristallina. La Forza del Gesto: Altre opere, più imponenti e muscolari, richiamano vini di carattere, rossi toscani che fanno della persistenza e della visione a lungo termine il loro punto di forza.
Convivialità alla Buca di Sant’Antonio
La giornata non poteva che concludersi celebrando la convivialità in uno dei luoghi simbolo della ristorazione lucchese: la Buca di Sant’Antonio. Situato a pochi passi dalla Chiesa di San Michele, questo ristorante non è solo una tappa gastronomica, ma un pezzo di storia vivente. Le sue origini risalgono addirittura al 1782. Nato come stazione di posta dove i viandanti cercavano ristoro, oggi è unanimemente considerato uno dei migliori e più classici interpreti della cucina lucchese. Un tempio della tradizione dove il tempo sembra essersi fermato tra soffitti a cassettoni e rami appesi alle pareti.
Storia e sapori
Qui, tra i sapori autentici del territorio, ci siamo ritrovate per un pranzo d’eccellenza. È stato il momento in cui i racconti dei filari si sono intrecciati alle impressioni sulla mostra, accompagnando piatti iconici che profumano di storia. Tra un sorso di Ludus e un confronto sulle opere di Canova, abbiamo riscoperto che l’arte dello scultore e l’arte del fare vino condividono lo stesso obiettivo: lasciare un segno indelebile nella memoria di chi sa guardare, e di chi sa bere, con il cuore.
Una passeggiata finale lungo le Mura, con la luce del pomeriggio che baciava i tetti rossi di Lucca, ha suggellato un concetto fondamentale: che sia in una galleria, a tavola o in una cantina, la cultura è l’unico strumento che abbiamo per rendere il mondo un luogo più profondo. La giornata non poteva che concludersi celebrando la convivialità. Dopo l’immersione nell’arte, le Donne del Vino si sono ritrovate per un pranzo d’eccellenza, dove i racconti dei filari si sono intrecciati alle impressioni sulla mostra. Tra un calice e l’altro, abbiamo riscoperto che l’arte di Canova e l’arte del fare vino condividono lo stesso obiettivo: lasciare un segno indelebile nella memoria di chi sa guardare, e di chi sa bere, con il cuore. Una passeggiata finale lungo le Mura, con la luce del pomeriggio che baciava i tetti rossi di Lucca, ha suggellato un concetto fondamentale: che sia in una galleria o in una cantina, la cultura è l’unico strumento che abbiamo per rendere il mondo un luogo più profondo.
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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