Curtomartino. Pasquale, guardare i sogni
Strana la Puglia. Strana e bellissima. Eppure piena di stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni. Sarà che la stragrande maggioranza delle persone vede la Puglia come luogo di vacanza. Dunque spiagge, mare, sole.
Eppure è una regione che riesce a cambiare e a stupire se solo si ha la voglia e la pazienza di lasciarsi trasportare in mondi diversi dai soliti. O da quelli che vogliamo che siano per il semplice fatto di stare in vacanza e non volere nessuno che rompa le scatole.
Quando il mio amico Marco Mascellari mi dice che gli piacerebbe io vedessi una cantina che segue in quel di Gioia del Colle, il punto interrogativo deve essersi palesato immediatamente nel mio sguardo. Non so se sul volto ma io me lo vedevo davvero dinanzi.
Gioia del Colle? Vino? Io di Gioia del Colle ricordo solo l’aeroporto militare. Quello dal quale partivano gli aerei per la Libia ai tempi dell’affair di Sigonella piuttosto che dell’Achille Lauro.
Vino da queste parti? Un pò difficile da crederci. Tanto più perché l’indirizzo che mi da Marco porta ad una zona industriale di Acquaviva delle Fonti, un piccolo paese dell’entroterra barese.
Ho chiamato al telefono Pasquale Gentile, il titolare della cantina Curtomartino. Forse mi sono perso perché il navigatore mi portava da una parte, l’indirizzo di Marco dall’altra. Sono arrivato “all’altra” e mi trovo dinanzi un grande cancello scorrevole di quello un capannone industriale. Non certo una cantina.
Pasquale apre il cancello con il telecomando perché non lo vedo se non quando scendo dall’auto. Non molto alto, barba non particolarmente folta ancorché curatissima. Come i capelli. Super abbronzato con muscoli e tatuaggi a vista. Un sorriso che fa sembrare il suo viso, quello di un bravo ragazzo.

L’interno sa di un capannone industriale riadattato a cantina. Con gusto. Ad iniziare dal primo ambiente che deve anche essere l’ufficio di Pasquale. Tanto legno. Tanta tecnologia. Tanto gusto appunto. Immediatamente dopo i grandi serbatoi di acciaio sembrano nanetti in una cattedrale. Quasi fuori posto se paragonati al modo normale di vederli. In fondo però, a pensarci bene, le cantine in genere sono vecchi ambienti di vecchi stabili riadattati. In quei luoghi i contenitori in acciaio sembrano, a guardarli bene, come dei giganti chini e stretti l’un l’altro. Qui godono di tanta libertà e tanto spazio. Un pò meglio a dir la verità.
La pulizia sembra essere un mania. Non c’è nulla di nulla sul pavimento. Ho idea che Pasquale debba essere un maniaco compulsivo. Spero di non vederlo mai in uno di quei programmi trash tipo Malati di pulito.
Gli spazi vuoti sono tanti. Forse troppi. Ma la cantina è stata riadattata e l’attività è cominciata da poco. Prima si faceva altro qui.
Con la mia famiglia produciamo pannelli coibentati con l’azienda di famiglia. Sono almeno venti anni. Tutti questi capannoni sono l’ex azienda. Era troppo piccola come dimensione e abbiamo spostato le linee e questi erano rimasti depositi.
Di vigne tramandate e di nipoti al seguito dei nonni ad andare in vigna, ne abbiamo sentito tutti. Quello che mi colpisce del come Pasquale abbia iniziato a fare vino è la provenienza delle vigne.
La vigna era della famiglia di mia madre. Avevano vigneti e uliveti. Una famiglia numerosa. Sette sorelle e un fratello. Hanno fatto a sorteggio: a chi è andato l’uliveto a chi una cosa a chi un’altra. A mia madre toccò il vigneto.
Ecco, un sorteggio per un vigneto non lo avevo mai sentito. Quanto è bello parlare con le persone.

Io sono molto legato al territorio e ho voluto portare avanti io la tradizione. Ho coltivato la passione. Ho comprato l’attrezzatura. Cinque anni fa mi incontrai con Marco Mascellari. Poi ci fu il Covid e ho rallentato. Nella vendemmia 2023 ho detto: meh partiamo!
Quel “meh” è la classica espressione barese che vuol dire dai, vai! Insomma qualcosa di esortativo. Meraviglia del dialetto
Comprato tutto. Serbatoi, barrique, ecc. Il massimo sarebbe stato farla vicino ai vigneti ma io questa avevo come struttura.
I vigneti sono la masseria attorno alla quale ci sono dodici dei venti ettari della proprietà. È alla masseria che sorgerà il futuro con l’ospitalità.
Ci sono molte realtà che hanno un luogo per gli eventi ma non per la cantina. Non volevo farmi fare il vino da terzi. È un prodotto mio.
Pasquale parla con quel sorriso che la barba esalta. Sereno, soave. Sembra che viaggi a tre metri da terra. È la felicità che lo fa librare. Ci sta mettendo l’anima in questo progetto ma lo fa con tranquillità, senza stress. Tanto impegno senza avere l’ansia. Non essere questa la sua prima attività, ovviamente, lo agevola. Ma sapete quante persone ho visto stressarsi anche per qualcosa che deve rappresentare felicità?
Vigneti sparsi con massima altitudine di 450 metri. Diverse tipologie di terreno. Vitigni separati in base al suolo. Su questo Pasquale è categorico. Anche perché il territorio di Gioia del Colle è abbastanza strano, diverso, differente. Tanto che per valorizzarlo è nato anche un Consorzio dedicato.
Anticamente qui c’erano boschi e fiumi e quanto c’è oggi è il risultato di un tipico sistema carsico con fiumi sotterranei che hanno disgregato il terreno sovrastante creando strati di diversa composizione in diverse aree. Si trovano terreni stratificati diversamente in aree anche limitrofe. Questo non può che generare differenze di nutrimento per le piante con evidente ripercussione sui frutti. Meraviglia della natura.
In cantina tutto è tecnologico e si vede che Pasquale ci tiene a fare le cose bene. Anche a livello di investimenti. Contenitori in acciaio a temperatura controllata. Stessa cosa per la bottaia. Qui pure l’umidità viene controllata cosi da evitare stress meccanici. Un bel po di metodo classico in affinamento sui lieviti. Un vero investimento per il futuro.
Ho impiantato anche il Pinot Nero. Il metodo classico è fatto ora da Primitivo in purezza ma dall’anno prossimo faremo anche il blend Pinot Nero e Primitivo.
Botti, acciaio, anfore, metodo classico. Non si fa mancare nulla per un progetto che lo vede galvanizzato. Grande cultura delle botti e delle diverse tostature. Grande dosaggio tra le varie tipologie di affinamento. Qui c’è quanto di meglio si possa avere per creare vini interessanti.

Il rosato è in affinamento in acciaio. I bianchi li facciamo fermentare in barrique per un 30% della massa. A fine fermentazione uniamo tutto. Il legno troppo insistente non mi piace ma quel po di legno, mi piace. Facciamo un batonnage due volte a settimane. Così il vino è più grasso, più corposa. Quest’anno la base spumante di primitivo e chardonnay è in botte.
Pasquale non si è staccato dall’azienda di famiglia. Troppo presto perché il suo sogno decolli. È ancora in fase di rullaggio.
Siamo io e e le mie sorelle, mio padre, mio cognato. La cantina mi ha assorbito nel momento in cui la storia è iniziata. Adesso un pò meno. Una volta che hai i ragazzi che seguono i vigneti ecc è meglio.
Circa 20 ettari non tutti intorno alla masseria. Cinque ettari in produzione. Cinque ettari impiantati e il resto da impiantare. In previsione c’è un ovvio aumento di produzione. Qui si pensa in grande.
Il nome dell’azienda, Curtomartino, è un vero, sincero omaggio al territorio. Quello che è nella memoria del bambino Pasquale.

È la zona dove andavo a giocare da bambino. Ho voluto omaggiare il territorio, il paese e la mia infanzia. La grotta di Curtomartino è il calderone dove nascono tutte le cose qui. La zona di Curtomartino era un bosco e ci sono ancora i resti di vecchie querce. Qui nascono orchidee selvatiche di colore fucsia. Il labello del petalo dell’orchidea ricorda le ciglia e lo ricordiamo con il nome del rosato. L’etichetta rappresenta una orchidea selvatica con il nome che riconduce alla eleganza e femminilità dell’orchidea. Anche perché il vino è profumato con sentori floreali.
Siamo al tavolo delle degustazioni. Un tavolo particolarissimo creato con grandi assi di legno chiaro. Fa impressione per la sua grandezza. Lungo e largo. Davvero immenso. Una di quelle cose che possono incutere timore come stupore. Dipende per cosa veniva usato prima. Sempre ci fosse da prima.

Partiamo con il bianco Selce. Nomen omen. Deriva dal minerale presente nella grotta di Curtomartino che veniva usato come utensile. D’altronde è duro. È la silice!
Selce è prodotto da uve Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca. Una parte del Trebbiano, circa il 30% della mass, ha subito la fermentazione in barrique. Un modo per arrotondare il Trebbiano così da accostarlo bene alla Malvasia.
La barrique e il batonnage si sentono rimanendo nel sottofondo. Prevalgono le note floreali e i sentori erbacei mentre la frutta che è croccante, viva. Spicca la mandorla, spiccano gli agrumi ma, soprattutto la mineralità grazie ad uno iodio marino prepotente. Una freschezza marina.
La bocca non può che bearsi di una intrinseca morbidezza avvolgente. La parte sapida con la freschezza prende forza. La persistenza è breve ma, essendo burroso, va benissimo così. Un finale che sa di mandorla fresca.
Il passaggio in barrique si sente senza essere pervasivo. Probabilmente il 90% delle persone non se ne accorgerebbe. Risulta comunque un vino ad ampio spettro che si può usare dall’aperitivo con patatine e olive ad una pasta con pesce in bianco. Con questa ci starebbe da Dio. Pure con le carni bianche farebbe bella figura. Io lo proverei, per quella freschezza agrumata con una frittura di pesce. Duttile, minerale, sapido.
Molti pensano che la Puglia non sia forte per i vini bianchi. Noi abbiamo un terreno vocato. Sopratutto ad Acquaviva delle Fonti. Ci sono sbalzi notevoli di altitudine e caratteristiche del suolo. In antichità erano tutti corsi di acqua che nel corso del tempo si sono sedimentati con diversi tipi di terreno. È come avere tanti terreni in uno.
Mentre Pasquale è intento ad aprire il rosato, ammiro le bellissime etichette. Belle davvero. Affascinanti, molto glamour. Studiate, con garbo, diverse dal solito. Una linea giovanile, futuristica, direi proprie del futurismo per quelle linee geometriche che si incontrano. Vedo in anteprima anche quelle dei due metodi classico
Il metodo classico si chiamerà tite e mite (stalattite e stalagmite), tite il bianco, mite il rosato
Nomi bellissimi che sono certamente prodotto di un attento studio. Pasquale non è solo e si vede che anche in queste cose c’è studio e professionalità.
Ecco Ciglia, il rosato prodotto da uve Primitivo (60%) e Sangiovese.
Altre volte usiamo il Montepulciano. L’anno scorso avevo un vecchio vigneto di Sangiovese che sto riconvertendo. Se fosse stato un alberello non l’avrei toccato ma era un tendone. Sistema diffusissimo.
Il tendone si usava nel passato per due motivi principali. Il primo era perché offriva grande sviluppo dell’apparato vegetativo che formando una sorta di tetto, proteggeva i grappoli dalle intemperie: caldo al sud, freddo e pioggia al nord. Questo garantiva (secondo motivo) una alta produzione. Solo che era molto scomodo per la raccolta.
I miei nonni non erano molto alti e ce la facevano…
Non possiamo fare a meno di scoppiare in una grande risata.
Complicato aprire le bottiglie. Sarà perché hanno la gommalacca che da un certo tono di eleganza ma complica un pò l’apertura. Menomale che non hanno la ceralacca altrimenti sarebbe un dramma. Quanto la odio. Specialmente quando si sgretolano in pezzettini.
Ciglia ha i delicatissimi sentori dei rosa e viola. Delicati ma in grado di far passare in secondo piano la pesca bianca e le croccanti fragoline di bosco. Mi piacciono particolarmente queste note floreali che, unendosi alla mineralità, rendono Ciglia estremamente fine e delicato. Altro che rosati opulenti pugliesi!
In bocca si sente il filo conduttore con il precedente. Non è corposo ma tenue, delicato con una forte spalla rinforzata e prolungata dalla sapidità. Fine, fine, fine!
Il finale mi riconduce al bianco in maniera perfetta per via della mandorla fresca. Un vino snello e semplice per il quale vale il principio del Selce ovvero da usare, senza pensarci, a tutto pasto. La mia suggestione è una fresellina con pomodori e pecorino. Sarebbe stupendo.
I rossi non sono ancora pronti e per saggiarli ci spostiamo in barricaia. Sì assaggia dalle botti. Tutte nuove. Come nuovi sono i vini che hanno bisogno di un pò di tempo per esprimersi al meglio. Come il rosso Terra Cava, nome che richiama il terreno carsico con le sue cavità che magari sono la porta di ingresso per altri mondi sotterranei. Un mondo che parte dalla grotta di Curtomartino ovviamente.

Il tempo e il lavoro rendono i vini pregiati. Più tempo ci vuole e più è complicata la vendemmia e per me più il vino è prezioso.
Pasquale è un entusiasta. Il sorriso non lo abbandona mai. Armeggia tra le botti con l’alzavino (anche se a me piace chiamarlo ladro, l’alzavino intendo!).
Mi piacerebbe fare un Superapulia. Sarebbe bellissimo. Non lo potrò mai scrivere.
C’è anche una chicca che Pasquale mi fa assaggiare trattandolo con la delicatezza con la quale si tratta un neonato. È il Passito di Aleatico. Una chicca per queste zone. Vini estremi che allo stesso tempo spaccano le coscienze e rinnovano le tradizioni. In Puglia il Passito di Aleatico si faceva un tempo. Oggi sono pochi gli ardimentosi che sfidano il mercato e i costi continuando a produrre questo nettare.
Ciliegie spinte. Tante ciliegie. Un vino che si deve dimenticare in botte perché esprima il massimo delle sue potenzialità ma già ora ha un pazzesco naso floreale con la ciliegia che, ogni tanto, si fa sentire la ciliegia ritrovandola poi in bocca. Le note speziate sono meravigliose. C’è di tutto. Dal fico secco al pepe, dalla vaniglia alla frutta disidratata. Incredibile, complesso, ampio, godurisoso. Non vedo l’ora che arrivi il tempo di averne una bottiglia.
Marco crede più di me in questo progetto. Mi da la carica, lo stimolo. Io ci credo tantissimo ma lo stimolo che mi da lui è pazzesco.

Vado via da Acquaviva delle Fonti con la certezza di aver ricevuto un dono ovvero l’aver scoperto un territorio che mi era completamente sconosciuto, in grado di produrre, grazie ad un suolo pazzesco e a giovani imprenditori, vini interessantissimi.
Pasquale Gentile è davvero squisito. La sua voglia si vede. La sua positività traspare. Il suo attaccamento al territorio è encomiabile. Eppure, vedendolo con quella maglietta bianca, i tatuaggi, la barba tagliata bene, i capelli sistemati, tutto sembra tranne un vignaiolo. È una di quelle persone che ti rimangono in mente perché continui a dire a te stesso: io questa faccia l’ho già vista. Non amo navigare molto su internet alla ricerca di volti noti dunque non lo faccio nemmeno con lui. Il caso però alle volte ci mette lo zampino. Sarà casualità o destino, vallo a capire ma avete mai provato ad ascoltare i brani di Spotify in maniera casuale? Ecco, io lo faccio spesso. Avevo impostato “cantautori italiani” e ad un certo punto mi appare la canzone Che male c’è di tale Gentile. Bellissime parole, profonde.
Qui non ci sei, pensavo di trovarti qui dietro di me,
che mi avessi preparato un po’ di the,
è bello immaginare questa scena che che profuma di te,
in fondo poi dai che male c’è se sono ancora solo
e non trovo nessuno da scrivere sui muri,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
e se poi diventa anche una abitudine,
stare al centrocampo, non sentirsi stanco,
correre da soli, viene voglie di me,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
forse non è il momento di regalare tanto, di andare controtempo,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè
e se poi diventa anche una abitudine,
andare controvento, dedicarmi tempo,
vivere di sogni, avere voglia di me,
che male c’è, non è sbagliato e neanche una abitudine,
guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore,
corrono nel cielo in cerca d’aria per se,
gridare a squarciagola, forte come un toro,
essere più solo e dare il meglio di me,
che male c’è
Ero con il cellulare bloccato e le AirPod. Così, sullo schermo appare la sola foto di copertina dell’album. Ma questo è Pasquale dico a voce alta. Era proprio lui. Pasquale Gentile da Acquaviva delle Fonti. Adesso capisco il suo sorriso, la sua pacatezza. Ascoltando quel brano, leggendo nel le parole, capisco molto di più di lui e della sua voglia di sperimentare, di mettersi in gioco, di sfidarsi. Soprattutto quando dice
guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore
Perché in queste parole leggo proprio la sua voglia di sognare e di dire al mondo che si è in grado di fare qualcosa per la propria terra. Così come per se stessi. Il vino, in fondo, è un sogno. Che sta facendo suo.
Ad una persona così non si può che volergli bene.
Pasquale, non so se ho svelato qualcosa però, se posso darti un consiglio, fai ascoltare le tue canzoni al vino in affinamento, diventerà ancor di più tua espressione.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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