De’ Federici Franciacorta. Federico Messina, dove finisce la corsia
Dalla sala operatoria ai vigneti della Franciacorta, la storia di Federico Messina racconta una scelta nata dopo gli anni della pandemia e trasformata in un progetto di vita. Con De’ Federici, il chirurgo pugliese ha dato forma a una cantina che unisce metodo, passione e visione, producendo Franciacorta capaci di riflettere il suo percorso umano e professionale.
Le strade che scegliamo raccontano soltanto una parte della nostra vita. Le altre sembrano aspettarci da sempre, pazienti, nascoste dietro una curva che raggiungiamo quando dentro di noi qualcosa è finalmente pronto.
Federico Messina racconta la propria storia partendo dalla chirurgia. Sarebbe naturale, perché è il mestiere che lo accompagna da anni, la professione che lo ha portato lontano dalla Puglia, attraverso Ferrara e l’Inghilterra, fino alla Franciacorta. Eppure, mentre ascolto le sue parole, il vino continua a rimanere sullo sfondo. Come se fosse una filigrana.
In primo piano, c’è tanto altro. Un bambino che accompagnava il nonno a prendere una damigiana di vino. Una famiglia legata agli ulivi e ad un olio conferito alla cooperativa locale. Un uomo che durante il Covid ha vissuto giorni capaci di cambiare per sempre il peso delle scelte dunque la loro priorità. Un padre che immagina il futuro del figlio. Un professionista arrivato ad un punto importante della propria carriera e ancora animato dal desiderio di costruire qualcosa con le proprie mani.
Forse è proprio da qui che bisogna partire per comprendere De’ Federici. Dall’uomo che ha deciso di affidare alla terra una parte dei suoi sogni.

Federico viene da Molfetta ovvero da quella Puglia nella quale l’agricoltura voleva dire famiglia. Altro che un progetto professionale. Gli ulivi rappresentavano (e rappresentano Xylella a parte) una presenza concreta e consueta; il vino la vera memoria domestica delle case, delle tavole, dei legami tra le persone e in grado di dare vita ai ricordi di un volto, una voce, dei colore di certi pomeriggi trascorsi con i nonni.
La connessione con l’agricoltura arrivava dall’olio. I miei hanno sempre conferito alla cooperativa locale. Il vino, invece, era quello del nonno, quello che andavamo a prendere in damigiana dalla cantina.
A volte una vocazione nasce così e non si riesce nemmeno a darle un nome. Se ne sta rccolta da qualche parte, continua a respirare silenziosamente durante gli anni dello studio, del lavoro, dei viaggi, poi riemerge quando la vita apre lo spazio necessario per accoglierla.
Dalla Puglia all’Inghilterra, imparando a ricominciare
Federico si laurea in Medicina a Bari e vince il concorso di specializzazione in Chirurgia generale a Ferrara dove rimane tredici anni. Poi decolla verso il Regno Unito. Lavora tra Birmingham e Londra, affinando la propria esperienza nella chirurgia generale, colorettale, bariatrica e mini-invasiva.
L’Inghilterra non può che lasciargli molto più di una competenza tecnica. Gli consegna un metodo, una forma mentale, un modo di affrontare le difficoltà attraverso passaggi precisi, analisi e responsabilità.
Il metodo britannico è diventato un modo di vivere le cose e le persone. Davanti a un problema parte un processo mentale. Lo analizzi, lo scomponi, trovi una direzione.
Anche il vino comincia a mostrare, timidamente, il proprio volto. Nel Kent Federico osserva una produzione spumantistica ancora giovane, segue la crescita delle bollicine inglesi. Così, un interesse già presente, inizia a trovare nuovi argomenti. In Veneto, terra d’origine della moglie, guarda vigneti e progetti legati al Prosecco. Il desiderio comincia ad assumere contorni più precisi.

Arriva la Franciacorta.
Un territorio disteso a sud del Lago d’Iseo, fatto di colline, suoli capaci di cambiare nel giro di pochi metri, boschi, piccoli borghi e vigne che sembrano conoscere il valore dell’attesa. Qui il vino è fatto di bolle, di lunghi affinamenti, di lavoro quotidiano e di capacità nel trasformare il tempo in materia.
Federico riconosce subito quel paesaggio come il luogo adatto alla propria idea.
Quando sono arrivato qui ho pensato che fosse il posto giusto. Ero nel cuore del metodo classico, dentro una tradizione fortissima. A quel punto sono andato ancora più deciso.
Solo che c’è il lavoro quotidiano e non certo un lavoro facile. Belli i sogni ma la vita è diversa. Quella di un medico lo è ancora di più. Detto fra noi non so come diavolo facciano i medici a svegliarsi la mattina, andare in corsia, fare le visite, gli interventi, poi le visite ecc. ecc ecc. Venti ore al giorno a dover tenere la mente attiva. Così come il corpo.
La ferita e la terra
Lo slancio definitivo arriva dopo il Covid.
Federico e sua moglie sono entrambi medici. Vivono la pandemia dalla prima linea, dentro ospedali chiamati a fronteggiare un’emergenza per la quale mancavano riferimenti, certezze e perfino il tempo necessario per comprendere.
Tommaso, loro figlio, aveva otto anni.
Per parecchio tempo io e mia moglie ci davamo il cambio. A volte Tommaso rimaneva a casa da solo, seguiva la scuola a distanza e faceva i compiti. Una vicina che abitava di fronte si affacciava alla finestra per controllare come stesse. Tornavamo dal lavoro, ci cambiavamo fuori, facevamo la doccia e soltanto dopo arrivavano i baci e gli abbracci.
L’immagine di quel bambino dentro una casa improvvisamente troppo grande non può che pesare. Ho sentito tante molte ricostruzioni collettive di quegli anni ma quella di un bambino, da solo, in casa, è terribile. Perfino l’affetto era diventato una procedura, sottoposto alla prudenza, alla paura di portare oltre la porta ciò che si incontrava ogni giorno in corsia.
Quando Federico parla delle decisioni prese allora, la voce cambia intonazione oltre che ritmo. Si sente una sofferenza vera.
Abbiamo vissuto situazioni che seguivano criteri di guerra, con risorse limitate e informazioni ancora fragili. Ti trovi a compiere scelte che in un altro contesto avrebbero avuto un significato diverso. Le fai perché quello è il tuo compito, poi il peso arriva dentro di te.
L’Italia aveva chiamato eroi medici e infermieri, aveva suonato dalle finestre e immaginato una nuova solidarietà. Terminata la fase più dura, la memoria collettiva ha ripreso a consumarsi rapidamente. Federico conserva un giudizio lucido, perfino duro, su ciò che è rimasto negli adulti e sulle ferite silenziose portate dai ragazzi, privati della socialità proprio mentre stavano imparando a costruirla.
Dentro quella stanchezza nasce però un desiderio semplice: stare all’aperto, sentire l’erba, seguire il movimento delle stagioni, ritrovare una forma di vita capace di accogliere invece di stringere.
Dopo essere rimasto bloccato per tanto tempo in ospedale ho cercato quel senso di liberazione che provo nei campi. Avevo bisogno di ricongiungermi alla terra, di stare fuori.
Nell’ottobre del 2022 acquista i primi terreni, due ettari già vitati, divisi tra Chardonnay e Pinot Nero. De’ Federici prende corpo a Paderno Franciacorta come progetto artigianale, con una produzione contenuta e una precisa volontà identitaria.
Un chirurgo con il decespugliatore
Durante la settimana Federico indossa il camice. Il sabato o la domenica lo si può trovare nei vigneti con il decespugliatore, intento a tagliare l’erba, osservare le piante, controllare il lavoro svolto e imparare quello che la terra insegna soltanto a chi la frequenta.
La scena sorprende gli abitanti della zona che lo conoscono come chirurgo. A lui diverte.
Quando mi vedono in campo rimangono scioccati. Mi trovano mentre taglio l’erba, controllo come vanno le cose, faccio i lavori che posso svolgere personalmente. La parte più specialistica la affidiamo ai professionisti, ma dentro questo progetto metto anche la mia fatica fisica.
Il camice e gli abiti da lavoro appartengono allo stesso uomo. Cambia il luogo, cambia il ritmo, resta intatta la cura del gesto.
Nella vigna, però, Federico attraversa una libertà diversa. L’ospedale vive di urgenze, la terra chiede presenza. La chirurgia misura il tempo in minuti, la vite lo conta attraverso potatura, germogliamento, fioritura, maturazione e raccolta. Ogni azione produce conseguenze che affiorano mesi o anni dopo. Forse proprio questo lo affascina: imparare un tempo sul quale il controllo umano ha confini precisi.
Il bersaglio grosso
Quando faccio qualcosa miro al bersaglio grosso.
Per Federico, la De’ Federici rappresenta un’impresa piena, sostenuta da investimenti, rischio, studio e responsabilità familiare.
Questo è lontano dall’idea di un hobby per ricchi. Qui dentro ho messo tempo, denaro, fatica e una parte della mia vita. Ci credo e voglio che diventi un futuro per la mia famiglia, qualcosa che vada oltre la medicina.
Prima di acquistare i terreni studia la normativa, frequenta percorsi dedicati al vino e alla comunicazione enogastronomica, approfondisce le regole necessarie alla costituzione dell’azienda e prepara personalmente documenti e statuto. Il metodo imparato in medicina entra anche qui: conoscere, preparare, misurare il rischio, poi agire.
Per la parte enologica sceglie di affidarsi a Jean-Pierre Renard, capace di comprendere la direzione desiderata dal progetto. Accanto a lui trova anche il sostegno di Loris Biatta e del mondo Le Marchesine, diventati negli anni riferimenti tecnici e umani.
Ho chiesto una cosa molto semplice: dimmi ciò che faccio bene, ma soprattutto dimmi dove sbaglio. Dei complimenti posso fare a meno, dagli errori posso imparare.
Ecco Federico. Il chirurgo. Colui che impara dagli errori. La sicurezza di chi ha costruito tanto convive con la disponibilità a ricominciare da allievo. La sua fragilità è esattamente questa. Il timore di essere sottovalutato, di essere considerato un medico con il capriccio della vigna, insieme alla volontà ostinata di meritare ogni passo sul campo.

La scelta di restare outsider
Il progetto enologico nasce immaginando prima il vino finale e risalendo poi verso le scelte necessarie per raggiungerlo. Federico e Jean-Pierre condividono l’idea di preservare freschezza, frutto e tensione, evitando la fermentazione malolattica e cercando una voce capace di muoversi dentro la Franciacorta con una propria personalità.
Mi piace essere l’outsider, nell’accezione britannica del termine. È una condizione che mi ha accompagnato anche nella vita professionale.
Essere outsider in Franciacorta significa entrare in un territorio popolato da aziende storiche, investimenti importanti e identità già consolidate. Significa accettare una competizione intensa e scegliere la riconoscibilità del proprio passo.
Questa volontà riaffiora nel calice.
Il Franciacorta Brut mi da la sensazione di muoversi con energia e precisione, attraverso un perlage fine e continuo che porta al naso la freschezza della mela appena tagliata, della pera croccante e del cedro, per poi aprire verso il pane ancora tiepido, la mandorla fresca, le erbe aromatiche e una traccia gessosa capace di ricordare la componente minerale delle colline. Il sorso procede spedito, sostenuto da un’acidità tesa e luminosa, mentre la bolla accompagna il palato con eleganza e lascia affiorare una sapidità netta, quasi salina, destinata a prolungare la memoria dell’assaggio.
Nel Brut ritrovo il Federico più immediato: analitico, concentrato, proiettato verso il passaggio successivo. La pulizia del sorso richiama quella precisione affinata in sala operatoria, mentre il frutto restituisce una vitalità più istintiva, legata alla Puglia, agli ulivi e a quella parte di lui che cerca nella vigna un respiro ampio.
Il Franciacorta Satèn Millesimato rivela invece un registro più intimo. Nel bicchiere il vino chiede tempo e lo ricompensa con fiori di campo, tiglio, camomilla, pesca bianca, albicocca appena matura, nocciola e una sfumatura di miele d’acacia che rimane sottile, lontana da ogni dolcezza compiaciuta. Il sorso entra morbido, avvolgente, con quella carezza tipica del Satèn, poi la freschezza cambia la traiettoria e una vena sapida dà profondità all’insieme.
La sua forza risiede nel modo in cui modifica il ritmo. Prima accoglie, poi rivela. La cremosità accompagna il palato, mentre l’acidità protegge nitidezza e slancio. È il vino che più somiglia alla parte di Federico che affiora dopo avere superato il racconto della carriera: il padre, il marito, l’uomo attraversato dalla paura negli anni del Covid, il professionista che ha sentito il bisogno di riavvicinarsi a una materia viva.
Anche qui la precisione serve a raggiungere l’emozione.
Il Rosé e una storia ancora aperta
Nel Franciacorta Rosé Millesimato il Pinot Nero porta un’energia diversa, più carnale, capace di unire slancio e profondità. Il colore richiama la buccia della cipolla rossa e i riflessi ramati di una sera di fine estate, mentre al naso arrivano fragolina selvatica, melograno, ribes, lampone appena schiacciato e scorza di arancia sanguinella. Una sfumatura di rosa canina incontra il pepe rosa e una traccia ferrosa sottile, quasi ematica, che conferisce al profilo una verità più cruda.
Il sorso parte agile, poi prende volume. Il frutto conserva croccantezza, la freschezza allunga il palato e la sapidità imprime una direzione precisa. La bolla entra nella trama del vino e ne sostiene il movimento, lasciando una chiusura vibrante, con un ritorno di agrume e piccoli frutti che invita a un secondo assaggio.
Federico racconta spesso di avere bisogno di nuove sfide, di sentire il desiderio di spostare ogni volta un po’ più avanti l’orizzonte. Forse è per questo che nei suoi vini trovo più tensione che appagamento. Nessuno sembra nato per celebrare un punto d’arrivo. Tutti guardano oltre.
È una sensazione che ritrovo soprattutto nel Rosé. All’inizio arrivano i piccoli frutti rossi, il melograno, la scorza di arancia sanguinella. Poi il vino cambia passo, acquista profondità, lascia emergere una vena sapida che allunga il sorso e invita a restare. Sembra seguire lo stesso percorso di Federico: la Puglia degli ulivi e delle damigiane del nonno, gli anni della formazione tra Bari e Ferrara, l’Inghilterra, le sale operatorie, il Covid vissuto in prima linea, infine la Franciacorta.
Ogni esperienza ha lasciato una traccia. Ogni passaggio ha aggiunto uno strato di complessità, proprio come accade ai vini che maturano lentamente e trovano la propria identità con il tempo.
Una identità precisa che viene espressa dal Dosaggio Zero che sembra spingersi qualche passo più vicino all’essenza del progetto.
Nel bicchiere affiorano cedro, pompelmo, mela appena colta e una scia minerale che ricorda la pietra dopo la pioggia. Con il passare dei minuti emergono crosta di pane, erbe aromatiche, mandorla fresca e una nota sapida che richiama immediatamente la terra da cui nasce. Nulla appare in eccesso. Ogni profumo occupa il proprio posto con naturalezza.
Il sorso è vivo, teso, attraversato da un’energia che lo accompagna dall’inizio alla fine. La freschezza dà ritmo, la sapidità costruisce profondità e la bolla sostiene il racconto senza mai cercare protagonismo. È uno di quei vini che invitano ad ascoltare più che a descrivere.
Questo Dosaggio Zero assomiglia soprattutto al modo che Federico ha di guardare la vita. Dentro il calice non infatti trovo la ricerca della perfezione ma una sorta di verità, liberazione.
La stessa che lo ha portato a lasciare la Puglia per costruire il proprio percorso professionale. La stessa che lo ha accompagnato negli ospedali inglesi, nelle corsie attraversate durante gli anni più difficili della pandemia e nelle vigne della Franciacorta dove oggi immagina il futuro della sua famiglia.
Il Dosaggio Zero procede senza scorciatoie. Senza effetti speciali. Senza un effetto wow ma con la concretezza che lo fa rimanere fedele alla propria natura lasciando che sia il tempo a fare il resto.
In fondo è la stessa lezione che Federico ha imparato dalla terra. Le cose importanti crescono lentamente. Una vigna. Una famiglia. Un sogno. E qualche volta anche una nuova vita.
Oggi quella tensione verso il futuro prende la forma di un casale da trasformare in casa e cantina, di nuovi vigneti, di un luogo capace di accogliere persone e storie oltre alle bottiglie: raccontare una storia intenzionata a proseguire fino a raggiungere un equilibrio. Non per fermarsi ma per continuare a crescere.
Un titolo inventato per una storia vera
Anche il nome De’ Federici nasce dall’incontro tra il desiderio di radicarsi e il piacere di giocare con la storia.
Federico si imbatte in una leggenda locale legata a una famiglia Federici, di origine guelfa, entrata in conflitto con il proprio ambiente e scesa dalla Val Camonica verso i territori della Franciacorta, fregiandosi di una discendenza da Federico Barbarossa. La precisione documentaria cede qui il passo al fascino del racconto, e Federico, pugliese cresciuto sotto l’ombra culturale di Federico II, riconosce immediatamente quella risonanza.
Mi piaceva l’idea di comprarmi anch’io un titolo nobiliare che ovviamente non possiedo. De’ Federici suonava come un latinismo di provenienza, qualcosa che mi apparteneva e al tempo stesso parlava del territorio.
Il logo conserva la stessa misura. La parola diventa segno, mentre l’apostrofo assume una forma trapezoidale che richiama metà della merlatura di una torre. Piuttosto che un’araldica decorativa, sceglie un dettaglio geometrico capace di tenere insieme ironia personale, storia e identità contemporanea.
In fondo anche il nome racconta ciò che Federico sta facendo: acquistare il diritto all’appartenenza attraverso il lavoro.
Il casale, la paura, l’all-in
Il nuovo capitolo arriva attraverso il marito di un’infermiera della rianimazione, che conosce da tempo la ricerca di Federico e lo chiama per segnalargli una proprietà.
Mi ha detto soltanto: questa è quella che stai cercando.
Federico visita il casale insieme al geometra che negli anni lo ha accompagnato a vedere molte altre soluzioni. Quando persino lui riconosce che quella proprietà possiede qualcosa di diverso, la decisione matura in fretta. Dentro quel luogo Federico vede già la casa della famiglia, la cantina, gli spazi per l’accoglienza, le stanze e una parte dedicata alla ristorazione. Altri due ettari si aggiungono idealmente ai primi vigneti, rendendo più concreta la prospettiva di portare in futuro la vinificazione all’interno dell’azienda.
Firma il preliminare e telefona alla moglie.
Lei conosce l’entusiasmo del marito, insieme alla sua tendenza a studiare ogni dettaglio prima dei grandi passi. Lo sostiene anche quando il progetto chiede molto alla famiglia e quando il rischio finanziario diventa più evidente.
Sa che sono analitico, anche nei colpi di testa. Diciamo che sono colpi di testa calcolati. Ogni tanto arriva la paura e penso: forse questa volta l’hai fatta grossa.
La fragilità di Federico appare in frasi come questa, pronunciate con un sorriso che lascia passare tutta la responsabilità del momento. Il coraggio, del resto, somiglia poco all’assenza di paura. Assomiglia piuttosto alla scelta di andare avanti portandola con sé.
Con questo immobile sto facendo all-in.
La sua ambizione guarda ad una produzione capace di raggiungere in futuro una dimensione più rilevante, intorno alle settantamila bottiglie, forse centomila, con un’identità forte e riconoscibile. Immagina un Dosaggio Zero, un Pinot Nero vinificato in bianco, riserve numerate e affinamenti più lunghi, procedendo per passaggi, con lo stesso metodo che ha guidato la carriera medica.
Prima il casale. Poi la cantina. Infine gli esperimenti che daranno voce alle vendemmie future.
Tommaso e la libertà di scegliere
Il futuro di De’ Federici passa anche attraverso Tommaso, se un giorno vorrà attraversarlo. Federico evita di trasformare l’eredità in un obbligo. Vale per il vino, vale per la medicina, vale per ogni decisione destinata a definire la vita del figlio.
Tommaso oggi parla del desiderio di diventare manager, affascinato dall’idea di dirigere persone e attività. Il padre sorride, la madre conosce bene il peso reale di quel ruolo, ma entrambi gli consegnano la stessa libertà.
Scegli quello che vuoi. Qualunque cosa deciderai di fare, falla al massimo delle tue possibilità. Scegli ciò che ti interessa, invece della strada più comoda, perché il talento sprecato per me è un sacrilegio.
Quelle parole parlano a Tommaso e, nello stesso momento, sembrano rivolte anche a Federico.
De’ Federici nasce dalla sua scelta di usare ogni parte del proprio talento, perfino quella rimasta per anni senza una forma precisa. La medicina gli ha insegnato a curare il presente, la vigna gli permette di preparare qualcosa destinato a vivere oltre l’urgenza di oggi.
Ogni vendemmia parla dell’anno che l’ha generata. Alcune raccontano stagioni difficili, altre portano con sé il sole, l’attesa e la generosità del raccolto. De’ Federici custodisce una storia ancora diversa: quella di un uomo che, dopo aver attraversato ospedali, città, Paesi e una pandemia capace di lasciare cicatrici profonde, ha scelto di investire ancora nella possibilità di costruire.
Costruire una cantina. Costruire una casa. Costruire un futuro. Forse è questo il significato più vero delle sue bottiglie: continuare a credere in ciò che deve ancora arrivare.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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