Hic et nunc. L’arte di essere presenti
Non ti chiedere cosa può accadere domani. Qualunque giorno il destino ti dona, vivilo come un guadagno.
Smettere di aver paura del domani, di quello che avverrà, di quel che sarà. Godere del presente così da costruire veramente il futuro. Bello l’insegnamento di Orazio.
Sapete, è un po’ come quando una coppia continua a stare insieme sperando che il futuro sia meglio del presente. Rimangono legati non perché stiano bene ma perché sperano che le cose si risolvano. Solo che non solo non si risolvono per il semplice motivo che un vaso rotto non può mai tornare come prima, ma anche perché il presente, la vita, non la si vive appieno. Una volta la mia amica Alessia, avvocato che seguì il divorzio, mi disse che separandoci avevamo fatto il gesto d’amore più grande verso nostro figlio. Le diedi ragione, subito.
Oggi e adesso non è la cultura di chiudere gli occhi e non guardare al futuro. Al contrario, è godere appieno del presente per costruire un futuro migliore. Massimo Rosolen ha costruito su questa verità semplice e vertiginosa, un’intera filosofia d’impresa. Avendolo conosciuto, dubito sia per vezzo letterario. Semmai per arrivare a considerare il vino come vero atto d’amore. In questo contesto, la sua azienda, non può che chiamarsi hic et nunc. Qui e ora. In questo momento, in questo luogo. Forse solo qui e solo ora.

Il luogo è il Monferrato. Quello vero, quello selvatico, quello che non ha ancora ceduto alle lusinghe della patinatura. All’ombra di altri territori più blasonati, il Monferrato si è ritagliato una immagine di Piemonte vero. Senza orpelli. Alle volte scorbutico. Spesso distante dalle mode. Sempre vero.
La follia di un uomo che ascoltava suo nonno
Ho visto storie iniziare con un sorso di vino. Uomini diventati tali appoggiando le labbra al primo calice colmo di una qualche sostanza alcolica. Ma anche uomini che, ad un anno, venivano già svezzati con quel sorso. Massimo è uno di loro. Sangue friulano, radici contadine, un nonno che gli ripeteva come un mantra
Quando hai qualche soldo, investili in terra, perché di terra non ne costruiscono più.
Lui lo ha ascoltato. E come tutti quelli che ascoltano i vecchi saggi e ignorano i consigli prudenti, ha fatto una follia. Ha mollato tutto. Un’agenzia per il lavoro costruita dal nulla, altre società nel mondo dei servizi dedicati all’impiego. Tutto liquidato. Per cosa? Per comprare terre, vigne e un sogno.
Avevo bisogno di trovare un po’ di pace
Non è la pace di chi si ritira dal mondo. È la pace di chi ha deciso dove combattere la sua battaglia. O semplicemente dove vivere la propria vita.
Pensateci un attimo: un imprenditore bergamasco, cresciuto tra la Val Brembana e le pizzerie di famiglia, che decide di piantare tutto e trasferirsi su una collina del Monferrato. Non è propriamente e solamente un cambio di vita. Sembra una vera e convinta dichiarazione di guerra alla normalità.

La scelta del territorio: un atto d’amore, non di conquista
Ho scelto il Monferrato per due motivi. Cercavo un territorio che fosse atto a fare grandi vini e il Piemonte era la risposta. Ma visto che non mi piacciono le cose facili, cercavo anche un territorio che non fosse già arrivato, saturo.
Ho visto molti cercare la scorciatoia, il brand già fatto, la denominazione che si vende da sola. La velocità non del percorso ma dell’arrivo è, in fondo, quella delle nuove generazioni. Saranno magari i social per i quali basta scrollare per trovare qualcosa. Come per le notizie che non si leggono ma si intravedono dai titoli, non ci si sofferma a leggere così come a godersi il percorso. Si vuole già essere arrivato e quando non succede, si vede un video di chi è già li. Non per invidiarlo ma perché ci faccia vivere qualche emozione.
Massimo ha scelto deliberatamente la strada in salita. Ha scelto un Monferrato wild, selvatico, pieno di biodiversità ma ancora in ombra rispetto alle cugine Langhe. Ha scelto di essere pioniere, non colonizzatore.
Poi innamorarsi di queste colline, non è difficile.
La differenza è tra chi compra un territorio e chi lo sposa. Massimo non è arrivato con l’atteggiamento del conquistatore. È arrivato con quello del pellegrino. Ha comprato da Giovanni, terza generazione di coltivatori, un uomo di cinquantacinque anni che era stanco, che vendeva vino sfuso, che viveva in un mondo dove la damigiana da un litro sul tavolo era ancora la normalità. Un mondo che stava morendo. E lui, il forestiero, l’uomo venuto dalla Val Brembana passando per Milano, ha deciso di farlo rinascere.

Il nome è destino
hic et nunc. Qui e ora.
Era un po’ una filosofia, quella del qui e ora. Fare vino, farlo in quel momento, farlo qui. Non poteva che diventare il nostro brand. Anche come augurio di buona fortuna per il futuro.
I latini avevano il carpe diem, certo, ma avevano anche il senso della terra, del genius loci, dello spirito del luogo che va rispettato e onorato. Una saggezza antica presa da Massimo per trasformarla in un progetto imprenditoriale contemporaneo. Non è poco.
I nomi delle cantine sembrano oggi usciti da un distributore automatico di marketing e chiamare la propria azienda con un’espressione latina che significa “qui e ora” lo interpreto come un vero e proprio atto di coraggio. Una lingua per molti morta e invece viva più che mai. In ogni modo, il nome sembra voler affermare che non apparteniamo a una moda, apparteniamo a un luogo e a un momento preciso. Prendere o lasciare.
Stessa cosa dicasi per i nomi dei vini. Quelli di Massimo non solo sono in continuità con ciò che l’azienda l’ha scelto di rappresentare ma rappresentano anche qualcosa di radicato. Nel Monferrato per i vitigni, nella vita per la scelta da portare avanti.
Dentro il bicchiere: Monumento, Monolite, Altromondo
Monumento è la Barbera del Monferrato Casalese nella sua espressione più pura. Solo acciaio, nessun legno, nessun trucco. Colore rubino profondo, già attraversato da riflessi granata e comunque trasparente che fa capire come non si sia davanti all’ennesimo vino muscolare che cerca di stupirti a suon di estratto. Il respiro è dei fiori rossi freschi, dell’erba tagliata, del pepe, del ribes, della mora, del lampone. Un’arancia sottile illumina tutto come una luna invernale sul Monferrato. Infine il pepe, che firma il tutto con autorità balsamica. Un naso elegante, deciso, pungente. Non grida, non bisbiglia, non urla così che, chi sa ascoltare, capisce. Scorre poi tesa, viva, lucente. Una morbida lama verticale. Freschezza tagliente, tannini maturi ancora pulsanti, frutta che conferma ogni promessa del naso. Non si allarga, sale. Come una guglia. Persistenza sobria, finale pulito, voglia immediata di un altro sorso.
È una Barbera che cerca, trovandola, la verticalità, la voglia di pungere senza far male. Rispecchia in pieno la Barbera che voleva dire Piemonte, che si beveva a tavola. Il vino semplice non solo delle domeniche ma di tutti i giorni. Fresco e diretto come il marmo di un monumento. Immagino il vecchio piemontese che per lodare la Barbera dice: A bisognaria faje un monument!
Monolite, Cortese
Nasce dalle marne bianche di Vignale Monferrato. Le stesse Terre Bianche che furono fondale marino prima di diventare collina. Sarà per questo che ne porta impressa una sapidità che sa di firma geologica. Paglierino e luminoso, apre con un ventaglio di fiori bianchi, pera e pesca che non ha nulla di timido; la vinificazione quasi integrale in acciaio custodisce la freschezza varietale, mentre la piccola quota affinata in barrique dona corpo senza appesantirne il disegno. È un Cortese che rifiuta la vocazione all’immediatezza tipica del vitigno capace, come pochi bianchi piemontesi, di attraversare gli anni e restituire, in tarda evoluzione, note di pietra focaia e idrocarburo che ne confermano la stoffa. Un manifesto, prima ancora che un vino.
Altromondo, Grignolino del Monferrato Casalese DOC
La materia si trasforma, mai si perde: è la stessa vicenda del Grignolino, vitigno che il Piemonte ha amato e dimenticato più volte nel corso di un secolo e che ad Hic et Nunc trova una delle sue metamorfosi più convincenti. Altromondo nasce sul Bricco, il punto più alto della tenuta, da vigne che superano il mezzo secolo e affondano le radici in marne tufacee; matura solo in acciaio, per non tradire la sua natura di rosso scarico e ingannevolmente lieve. Al calice si apre su rosa e peonia, poi cede a piccoli frutti (ciliegia, lampone) e ad una speziatura di pepe bianco che ne disegna il carattere senza asprezza. In bocca la trama tannica, fine ma presente, sorregge un corpo più pieno di quanto il colore lasci immaginare: un equilibrio che si gusta meglio a quella temperatura di cantina che i nonni sapevano bene anche in estate. Un altro mondo, appunto, quello che si apre quando si smette di giudicare un vino dal suo colore. Forse un mondo dimenticato ma che in Piemonte e nel Monferrato in particolare, proprio per la sua lontananza dalle mode e dal turismo di massa, può dirsi ancora presente. Come a dire che un altro mondo, magari quello del passato, è possibile.
Tre vini, tre dichiarazioni d’intenti. E in ognuno si sente la scelta radicale di lavorare solo con vitigni autoctoni.
Uno Chardonnay stupendo a me fa impazzire. Però lo troviamo in tutto il mondo. Il Grignolino no. Il Cortese no. Se ce l’hai, sei caratterizzato e caratterizzante.
Un viticoltore importante delle Langhe, ricorda Massimo, gli disse una volta:
Il Barolo viene solo da qua. Puoi mettere il Nebbiolo dovunque, ma viene una schifezza. Se vuoi il Barolo, devi stare qua.
Ecco, estremizzando, questo vale per ogni territorio. E hic et nunc ha scelto di essere, prima di tutto, un racconto autentico del Monferrato.

Un’impresa familiare nel senso più profondo
E poi c’è Emanuela. Le grandi storie d’amore nascono spesso dove meno te lo aspetti e quella tra Massimo ed Emanuela è nata proprio qui, tra i filari.
Galeotta fu l’azienda
Ci scherza Massimo così che si capisce come ci sia una tenerezza autentica in questa frase, il pudore di chi non ama spettacolarizzare i sentimenti.
Emanuela è cresciuta in zona e con Massimo stanno costruendo qualcosa che va oltre il vino. C’è l’ospitalità, con la vecchia casa dell’ex proprietario ristrutturata e aperta nel 2017. C’è l’idea di un’azienda che sia anche un luogo di incontro, di scambio, di vita vera. C’è la loro vita insieme fatta di azienda e vita privata. Bello vederli insieme e bello vedere come se la tengano per loro. E dire che l’anno scorso sono passati da hic et nunc circa cinquemila visitatori registrati, cinquemila persone che hanno respirato quest’aria, camminato su questa terra, bevuto questi vini ascoltando la storia di chi li produce.
Forse sono stati i primi a puntare molto sull’accoglienza. Su questo territorio era tutto ancora un po’ chiuso. Ci sono ancora tante aziende che il sabato e la domenica sono chiuse.
Insomma, un modo per rimanere fedeli a loro così come ad un territorio che meriterebbe migliore attenzione.
Il Monferrato è uno dei territori più belli d’Italia, ma anche uno dei più timidi. Per anni, quando vivevo a Torino, il Monferrato era il posto dove non trovavi niente. Niente ristoranti aperti, niente cantine visitabili, niente segnaletica. Un tesoro nascosto, certo, ma nascosto un po’ troppo bene. Forse anche per le persone riservate e timide. Quasi timorose di mostrare qualcosa di meno bello rispetto alle Langhe. Un po’ come chi non crede in se stesso avendo invece molto, moltissimo da mostrare. Ora le cose stanno cambiando e persone come Massimo ed Emanuela sono parte di questo cambiamento. Non stanno solo facendo vino: stanno facendo territorio.
Le fragilità che rendono umani
Sarebbe facile dipingere Massimo come l’imprenditore vincente che ha avuto successo e poi ha realizzato il sogno nel cassetto. Ma la verità è più sfumata e molto più interessante perché, come in molte altre storie, c’era la pandemia che colpiva proprio mentre la cantina nuova veniva ultimata.
La zona degustazione l’abbiamo finita ad agosto 2020. Piena pandemia. Mi sono preso una pandemia, mille problemi, problemi legati al vino e non del vino.
Ha imparato che le difficoltà sono parte del gioco. Come la sfida del biologico in una terra dove i contadini “vecchia maniera” diserbavano senza pensarci due volte. Un mezzo terremoto culturale che però non lo ha scalfito.
All’inizio, quando ho iniziato la conversione, Giovanni era ancora presente. È stata una sfida incredibile fargli capire che il mondo girava in maniera differente.
Quelli di una certa età hanno sempre lavorato come diceva il nonno. Il nonno diceva che si faceva così e se ha funzionato per cinquant’anni perché cambiare? Eppure Massimo ha tenuto duro.
Biologico deve essere una filosofia, non uno strumento commerciale. Tanto non te lo pagano di più, non le vendi molto di più se è biologico. Ci devi credere.
Ci devi credere. Vero, il biologico non si fa se non ci credi. Forse non tanto perché si possa utilizzare come strumento di marketing. Quei tempi sono finiti. Si inizia e si continua con un percorso biologico se pensi possa far bene alla terra prima, alle persone poi. Vera convinzione che non è estremismo da talebani. È semplicemente un modo per interpretare la vita. Qui ed ora, hic et nunc, costruiamo per un futuro. Un futuro con la fatica di farsi conoscere, di costruire credibilità, di uscire dall’ombra.
Abbiamo fatto tanto, ma abbiamo ancora una montagna da scalare.
Consapevolezza di chi sa che nel vino, come nella vita, non si arriva mai davvero.
Questo mondo è fantastico anche per questo: perché non sei mai arrivato. Quando pensi di essere arrivato, cambia tutto.
Il coraggio di restare artigiani
Centomila bottiglie, dieci etichette, presto tredici. Numeri da azienda strutturata, ma con un’anima artigiana.
Vogliamo arrivare intorno alle 150-180 mila bottiglie, non oltre. Per mantenere l’artigianalità. Questa non sarà mai un’azienda che farà milioni di bottiglie.
La saggezza di una scelta che è un mix tra imprenditoria e tradizione. La ricerca di uno sviluppo pur rimanendo dentro canoni legati a quella manualità artigianale frutto del passato. La crescita non è così l’unico parametro che sembra contare. Non serve andare sugli scaffali della grande distribuzione. Non per snobismo, ma per coerenza. Perché quando fai vino con questa filosofia, ogni bottiglia deve portare con sé il racconto del luogo da cui proviene. E quel racconto, su uno scaffale tra cento altre etichette, semplicemente muore.
Tra le nuove uscite, tre progetti che mi hanno fatto brillare gli occhi: una riserva di Grignolino, frutto di una selezione maniacale acino per acino, che uscirà in sole 1500 bottiglie; un rosato fermo di Dolcetto a bassa gradazione, pensato per l’estate ma con un’anima seria; e una bolla metodo classico, sempre di Grignolino.
Con il Grignolino avremo tre referenze. È il vitigno che ci rappresenta di più.
E la riserva sarà il vino più importante dell’azienda, il fiore all’occhiello, la “chicca”.
Abbiamo provato diverse volte, ma non siamo mai riusciti.
Poi è cambiato approccio, passando più volte in vigna, selezionando acino per acino con una pazienza che ha dell’ossessivo. È questo il bello del vino: puoi avere i numeri, la struttura, la visione imprenditoriale, ma se non metti l’anima in quello che fai, la chicca non arriva.
Piccola apologia del Grignolino, anarchico testabalorda
Prima di proseguire, concedetemi una divagazione. Perché se è vero che ogni vino è un racconto, il Grignolino è un romanzo intero. E come tutti i grandi romanzi, ha bisogno di essere letto con calma.
Le cronache lo menzionano già nel 1249 chiamandolo Barbexinus o Berbesino in un documento dei monaci del Capitolo di Sant’Evasio di Casale Monferrato. Otto secoli. Otto secoli durante i quali questo vitigno è rimasto fedele al suo fazzoletto di terra tra le colline astigiane e il Casalese, rifiutandosi di emigrare altrove. Meno del 2% della superficie vitata piemontese, una produzione di poco più di due milioni di bottiglie: numeri da setta segreta, non da grande vino internazionale. Eppure, quando Re Umberto I di Savoia nell’Ottocento lo scelse come vino di corte, il Grignolino se ne stava sulle tavole più raffinate accanto al Barolo, senza complessi d’inferiorità.
Poi venne la fillossera, vennero le guerre, venne l’omologazione. E il Grignolino, fragile, sensibile alle malattie, bisognoso di suoli asciutti e sabbiosi, finì nel dimenticatoio. Troppo pallido per essere un rosso, troppo tannico per essere un bianco. Troppo spigoloso, troppo irregolare, troppo scomodo.
Il nome stesso è un enigma che profuma di dialetto e di terra. Forse deriva da grignòle, i vinaccioli che negli acini del Grignolino abbondano più che in qualsiasi altra varietà. Forse è legato al verbo piemontese grignare, che significa ridere. Ma non la risata aperta e cordiale: il ghigno, il sorriso di traverso. Quella piemontese insomma. Quella di quando bevi il Grignolino, che ti strappa un’espressione ambigua: da un lato la piacevolezza del frutto, dall’altro la sferzata del tannino che ti ricorda chi comanda.
Fu Gino Veronelli, il maestro, a trovare la definizione perfetta: anarchico testabalorda. Anarchico perché non segue le mode, non si piega ai disciplinari del gusto dominante, non cerca di assomigliare a nient’altro che a se stesso. Testabalorda perché, nonostante le basse rese, nonostante la maturazione irregolare, nonostante tutto, continua a crescere solo dove vuole lui. Mario Soldati, che del Piemonte conosceva ogni piega, aggiungeva che non è un vino fatto per i ritmi del consumismo. E infatti il Grignolino ha aspettato. Ha aspettato che una nuova generazione di vignaioli, testaballordi almeno quanto lui, lo riscoprisse e gli restituisse la nobiltà che meritava.
Dante Garrone, presidente dell’Associazione Produttori, lo definisce il più bianco dei vini rossi o il più rosso dei vini bianchi. Ed è vero: colore rubino scarico, trasparenza che inganna, profumi di fragolina di bosco, pepe bianco e una vena ferrosa che sa di terra bagnata. In bocca è teso, verticale, con una tannicità che ti afferra il palato e non lo molla più. Un vino che non ti perdona niente, e proprio per questo non ti annoia mai.
Nel Monferrato Casalese, dove Massimo ha scelto di piantare la sua bandiera, il Grignolino trova forse la sua espressione più autentica: suoli calcareo-marnosi, compattezza minerale, un’eleganza rustica che è l’esatto opposto della ruffianeria enologica. È un vitigno difficile, antimoderno, che matura bene solo in certe posizioni e solo se produce poco. Un aristocratico decaduto che però, quando lo assaggi, ti ricorda subito perché un tempo i Savoia lo tenevano in cantina.
Divagazioni tra un calice e l’altro
La terra non la leggi sui libri. La senti, la annusi, la vivi. Devi buttare via i manuali e non perché non servano. Hai bisogno di toccare con mano, vivere la giornata e sperare nella prossima.
Massimo è arrivato qui con manuali, con business plan, con una visione imprenditoriale precisa. Ha dovuto imparare ad ascoltare la terra. Solo che la terra, nel Monferrato non urla come certi territori blasonati, sussurra. Bisogna chinarsi per sentirla. La felicità della tua vita dipende in fondo dalla qualità dei pensieri. La felicità che un vino riesce a trasmettere forse dipende dalla qualità di chi lo fa. Una qualità umana e vera. Qualcosa che in Massimo ed Emanuela ho trovato in maniera tangibile. Non artefatta e non nascosta. Ma aperta e vera.

Il futuro: essere punto di riferimento
Spesso mi piace sapere come qualcuno si veda tra venti, trenta anni. Difficilmente trovo risposte vere o comunque ragionate. Quando però la propria filosofia di vita è un qui ed ora, allora le risposte assumono un significato più intenso.
Intanto spero di essere ancora in vita. Arrivare a quel numero di bottiglie, migliorarci sempre sulla qualità, farci conoscere sempre di più. E mi piacerebbe essere un punto di riferimento per questo territorio.
Non si parla di soldi, di espansione, di conquista. Si parla di territorio. Di essere utile. Di restituire qualcosa a queste colline che lo hanno accolto. Una sorta di consapevolezza di come il Monferrato sia un territorio che ha bisogno di ambasciatori, di persone che credano in esso con la stessa forza con cui si crede in un amore difficile ma vero.
Forse il Monferrato aveva la pancia piena. E gli andava bene così. Le vecchie generazioni fanno molta fatica a capire il cambiamento. Sono molto chiusi. E di conseguenza hanno rallentato questo territorio. Però forse è andata bene così: magari erano quelle generazioni che si sarebbero fatte prendere troppo la mano e avrebbero distrutto tutto.
Massimo non ha minimante l’intenzione di giudicare. Al contrario, comprende. Sa che ogni territorio ha i suoi tempi, le sue ferite, le sue resistenze. E che il cambiamento, quando arriva, deve arrivare con rispetto. Lui la collina l’ha riqualificata: ha buttato giù un vecchio capannone di cemento e lamiera che era “inguardabile”, ha costruito una cantina sotto terra, ha fatto tutto in maniera sostenibile. Non ha sfruttato: ha donato.

La lezione del qui e ora
Seneca, nel suo De Brevitate Vitae, scriveva:
Mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa.
Quante volte rimandiamo le cose da fare. Da quelle banali ai nostri sogni. Da progetti di vita a voglia di rivalsa. Mettiamo tutto da parte con la solenne promessa di riprenderli quando arriverà il momento giusto. Solo che quel momento non arriva mai e se pure arriva, lo ignoriamo. Tanto per evitare di prenderci delle responsabilità e fare. Eppure, basterebbe respirare e via. Come dire che purtroppo finisce tutto perché non si sta più bene insieme.
Massimo Rosolen ha smesso di indugiare. Ha smesso di rinviare. Ha preso la sua vita, l’ha ribaltata come un calice dopo l’ultimo sorso e ha deciso che il momento era adesso. Il luogo era qui.
Non è solo una storia di vino. È una storia di coraggio. Il coraggio di ascoltare un nonno che parlava di terra in un mondo che parla di finanza. Il coraggio di mollare tutto per qualcosa che non dà certezze ma dà senso. Il coraggio di scegliere un territorio difficile, di puntare su vitigni che nessuno conosce, di fare biologico quando nessuno te lo paga. Il coraggio di restare artigiani quando potresti crescere, di restare umani quando potresti diventare un brand.
Massimo, con la sua voce pacata, i suoi occhi che guardano lontano, la sua compagna al fianco, i figli di un’altra vita che forse un giorno prenderanno in mano l’azienda.
Sarei felicissimo se uno dei due decidesse di lavorare qui e seguirci.
Sa che i sogni non possono essere imposti a nessuno. Si seminano. Come si sono seminate le colline del Monferrato. Manca ancora qualcosa però.
Manca di essere più presenti sul nostro territorio. A livello nazionale. E avere maggiore credibilità, essere più riconosciuti come marchio. Però siamo sulla strada giusta.
Gli credo. Perché quando un uomo ha il coraggio di giocarsi tutto sul qui e ora, il futuro non può che dargli ragione.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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