Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova
Ho incontrato chi nasce nel vino e chi ci arriva per caso. Chi per scelta, chi per necessità. Chi per un lavoro, chi per vivere.
E poi c’è chi ci arriva per fuga. Perché il vino, a ben guardare, è spesso la destinazione di chi stava cercando tutt’altro. Un’uscita di sicurezza trasformata in casa. Una scorciatoia diventata vocazione.
Quando ho incontrato Julian Reneaud per la prima volta, stavo cercando una storia. Come sempre. Come ogni volta che mi siedo di fronte a qualcuno con un bicchiere tra le mani o, nel suo caso, con un bicchiere d’acqua minerale, che è una delle cose di lui che mi aveva colpito subito e che mi aveva fatto pensare. Un enologo che non beve. O meglio: che beve pochissimo, solo se qualcosa davvero lo sorprende. E che ammette questa cosa con una naturalezza disarmante, senza imbarazzo, senza sentire il bisogno di giustificarsi.

Nel mondo del vino, dove tutti assaggiano, commentano, confrontano, analizzano e collezionano, un produttore che non beve è una specie di ossimoro vivente. Eppure. Eppure è esattamente questa distanza che lo rende diverso. Non c’è il filtro del produttore innamorato di sé, quello che dice *prima deve piacere a me* e poi fa il vino per se stesso. Julian fa il vino per chi lo compra. Per quel sorriso sul viso di qualcuno che porta il bicchiere al naso e dice: aspetta, non me lo aspettavo.
Partire per non restare.
Restare per non perdersi.
E poi scoprire che il posto che cercavi
non era una geografia. Era un mestiere.
Poi, qualche tempo dopo il nostro primo incontro, mi arriva un messaggio. Poche righe. Julian mi dice che ha lasciato. Che è in Champagne. Ho riletto quella parola tre volte. Non perché mi sorprendesse. Lui è fatto di cambiamenti, l’inquietudine è il suo carburante. Il salto era però enorme. Dalla Toscana rurale, dai merlot scolpiti con tagli sperimentali ai tralci, dai vermentino pensati come basi spumanti mai spumantizzate, all’epicentro mondiale delle bollicine di lusso. Da artigiano solitario a direttore di un domaine con quaranta ettari di proprietà.
Porca miseria, mi sono detto. E mo’ che scrivo?
La famiglia che scappa. E il nipote che rimane.
Per capire Julian bisogna partire da lontano. Molto lontano. Dalla Spagna degli anni Trenta, dalla guerra civile, da quella che i repubblicani chiamavano la Retirada, la ritirata. Quando centinaia di migliaia di uomini e donne attraversarono i Pirenei a piedi verso la Francia, portando con sé solo quello che sapevano fare con le mani. C’è chi scappava poiché antifascista che non poteva certo rimanere in una Spagna franchista. Chi aveva paura in generale per via di un regime che lasciava preannunciare anni duri. Scappare forse era per molti l’unica vera opportunità di rimanere in vita.
I nonni di Julian erano tra loro. Agricoltori. Arrivati nel sud della Francia senza terra, senza lingua, senza niente. Ricominciarono dall’unica cosa che conoscevano: lavorare la terra. Con gli anni, mettendo da parte qualcosa, i primi ettari acquistati, poi una cantina, il vino. Non per passione, non per vocazione artistica. Per sopravvivenza. Perché era l’unica cosa che sapevano fare.
Non c’era un’idea del vino nella mia famiglia. Facevano questo perché era l’unica cosa che sapevano fare. Il vino non si vendeva, nessuno sapeva come farlo davvero. E io quando vedevo questa difficoltà, quando vedevo quanto fosse faticoso, l’unica cosa che volevo, era andarmene.
Ci penso spesso, a queste storie di radici spezzate e poi ritrovate. Al fatto che i nonni di Julian attraversarono Pirenei a piedi. Probabilmente con le scarpe rotte, probabilmente di notte. Per scappare dalla fame. Per fare l’agricoltori in un paese che non era il loro e che nemmeno li accoglieva a braccia aperte. Non c’era Internet a quel tempo. Non c’erano i social media. Ma le cronache raccontano di centri di raccolta dove i francesi trattavano gli esuli in maniera brutale e disumana. È lo stile dei francesi che non è cambiato mai. Pensiamo alle colonie ma, più vicino a noi, a quanto accade al confine di Ventimiglia.
Julian è diventato enologo per scappare dall’agricoltura che i nonni avevano costruito. Il cerchio è strano. La vita è strana. E il vino, che è una cosa viva che porta dentro di sé il tempo e il luogo di chi lo ha fatto, è forse lo specchio più onesto di tutto questo.

Julian nasce a Carcassonne. Cresce con la cantina di famiglia sullo sfondo. Qualcosa di faticoso, di poco glamour, di difficile. Decide che quella non è la sua storia. Non può essere la sua vita. A vent’anni, nel 2008, si laurea in enologia a Tolosa. La crisi economica globale è nel pieno. Le opportunità scarseggiano. Ma Julian ha già la risposta pronta e non è una risposta seria come quella che i genitori probabilmente si aspettavano.
Avevo fatto enologia più per questo che per passione per il vino. Era un modo di viaggiare. Argentina, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti, Italia, Germania, Spagna. Erano tutti i paesi produttori che volevo conoscere.
Un enologo, ragiona il giovane Julian, può atterrare ovunque nel mondo. È una specie di passaporto universale. Questo è il suo piano. Non il vino: il mondo.
Atlantico, Pacific Coast, cento punti Parker.
Quello che succede dopo ha il sapore di un romanzo scritto un po’ male. Nel senso che è troppo bello per sembrare vero. Julian parte da Carcassonne in autostop. Arriva a Bordeaux, si presenta al porto, bussa su ogni barca che trova e chiede dove è diretta. Una lo porta a Cuba. Dieci giorni di Atlantico. E invece di spendere mille euro in aereo, ne guadagna tremila come membro dell’equipaggio.
Quando me lo racconta, mi rendo conto che questa scena da sola vale un articolo. Un ragazzo di ventidue anni che si presenta al porto di Bordeaux e chiede a delle barche se può salire a bordo. Non so quanti altri avrebbero avuto il coraggio, o la leggerezza, di farlo. Julian lo racconta come se fosse ovvio. Come se non ci fosse alternativa. Forse per lui non c’era.
Da Cuba al Messico. Poi la California. La prima vendemmia da Flowers Winery, sulla Sonoma Coast, una realtà biodinamica dove il vino si fa con una cura quasi meditativa per la terra. Ed è lì, tra i filari affacciati sul Pacifico, che succede qualcosa che Julian non aveva messo in conto nel suo piano di fuga.
Ho visto che fare il vino poteva essere affascinante. Poteva essere molto buono. E da lì ero convinto di una cosa: volevo capire come si fa davvero.
Il giro del mondo continua. Hawaii, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Australia, Indonesia, Giappone, Russia, ritorno in Europa. Adesso c’è un filo. Il vino non è più il pretesto, è il centro. Julian lavora su yacht di lusso, porta bottiglie in tavola per proprietari ricchi e appassionati, fa conoscenze che valgono più di qualsiasi curriculum. È in questo modo, su una barca, davanti a un bicchiere scelto bene, che arriva l’invito per Opus One in California.

Opus One, nel 2012. Non una cantina qualunque: una delle istituzioni più riconoscibili al mondo, la joint venture tra Robert Mondavi e il barone Philippe de Rothschild. Julian fa la prima vendemmia. Poi la seconda. Su quella seconda vendemmia, in una degustazione in anteprima, Robert Parker mette cento punti. Cento. La luce che ne segue è di quelle abbaglianti, e Julian è dentro, nel mezzo.
Da Opus One, la strada porta in Europa. Un gruppo francese, Château du Groupe Caisse d’Épargne, cerca qualcuno per dirigere Caia Rossa in Toscana. Julian arriva a Montalcino nel marzo del 2014. Non parla italiano, non conosce nessuno. Ha trent’anni. Ha già fatto il giro del mondo due volte.
La pallamano, la Lituania e la vita che non ti aspetti.
Non ci sono solo le vigne toscane e non c’è solo il vino nella vita di Julian. È anche, o forse era, un giocatore di pallamano di buon livello. In Francia aveva giocato a livelli decenti. In Toscana, non trovando squadre vicino a dove abita, manda una mail alla Federazione Italiana Pallamano. Pardon, Handball. Come se chiamarla con l’inglese faccia diventare più sexy un gioco, purtroppo, poco noto. In ogni modo, la federazione gli segnala una squadra a Follonica. Julian si presenta al primo allenamento, parla con il direttore sportivo, dice che vuole giocare. Il direttore non ci crede. Il mercato era chiuso, eppure questo ragazzo dice di essere libero, senza contratto, senza niente. Devono chiedere alla federazione francese una certificazione.
Racconto questo pezzo di storia perché mi sembra rivelatoria di come Julian si muova nel mondo. Non aspetta che le cose arrivino. Bussa. Al porto di Bordeaux, alla federazione di pallamano, ai mercati asiatici. Bussa sempre, con la stessa naturalezza con cui un altro aspetterebbe che qualcuno aprisse.
La pallamano lo porta alla pallavolo. O meglio: lo porta a lei. La sua compagna è una pallavolista lituana, naturalizzata italiana perché la federazione la voleva in nazionale, dove ha giocato per una decina d’anni. Professionista vera. Talmente brava che quando ha iniziato a pensare di smettere, e ha giocato senza il peso dell’aspettativa, ha fatto una stagione straordinaria. Così straordinaria che sono arrivate proposte da tutto il mondo. Tra cui una da Chicago.
Lei è di origine lituana, io non sono italiano. Non siamo chiusi a niente. Potremmo tornare in Francia, andare negli Stati Uniti, restare qui. Staremo bene comunque, non ci facciamo troppe domande.
Questa frase mi piace molto. Dice tutto di un uomo che ha imparato, a forza di oceani attraversati e porte bussate, che la felicità non ha un indirizzo fisso.
Julian smette di giocare a pallamano purtroppo. Non con rimpianto ma con sollievo. Quasi. Perché la sua ragazza gioca due allenamenti al giorno e le partite il fine settimana e lui capisce che il tempo libero è così prezioso da non spenderlo correndo dietro a un pallone quando puoi stare seduto a guardare qualcuno che lo fa meglio di te.
Colline Albelle. La vigna come tabula rasa.
Caia Rossa finisce nel 2018. Non male. Anzi, finisce bene. Ma Julian ha già la testa altrove. Ha trovato qualcosa a Volterra: quaranta ettari, una villa in rovina, vigne abbandonate, argille bianche che parlano di un territorio ancora tutto da raccontare. Trova due socie che credono in lui più di quanto probabilmente lui credesse in se stesso in quel momento. Firmano. Lui lascia le consulenze, lascia Caia Rossa, e si butta.
Il progetto si chiama Colline Albelle. E il modo in cui Julian lo affronta dice tutto di lui.
Non ripianta. Recupera. Mette mucche nei filari per ripulire l’erba cresciuta in anni di abbandono. Le lascia pascolare, poi le porta altrove. Porta le api: tre arnie che diventano un apario floridissimo. Segno inequivocabile, per chi sa leggere queste cose, che l’ecosistema risponde, che stai facendo qualcosa di giusto. Il biologico e il biodinamico non sono per lui una fede. Sono una logica. Una lettura del territorio.
La biodinamica mi piace molto anche per tutta la parte filosofica. Mi mette fuori dagli schemi. E meccanicamente, mi mette fuori da tanti altri schemi.
I vini che escono da questa visione sono piccole rivoluzioni silenziose. Il Vermentino nasce dall’ossessione di Julian per le basi spumante. Sono quei vini vinificati per diventare bollicine, che lui assaggiava in Champagne e trovava bellissimi così, incompiuti, aromaticamente precisi, e si chiedeva perché nessuno ci facesse un vino fermo. Lo ha fatto lui. Fermentazione a bassissima temperatura con lieviti indigeni, malolattica per ammorbidire l’acidità, sei mesi in barrique a doghe piegate a vapore. Un bianco timido al naso, quasi riservato, che in bocca sorprende con un equilibrio che non sembra toscano, non sembra italiano, non sembra niente di già catalogato.
Inbianco Vermentino Toscana IGT, Colline Albelle
C’è qualcosa di strano in questo bicchiere. Strano nel senso buono, nel senso di quello che non ti aspetti e che poi ti rimane.
Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati, luminoso, pulito. Il naso non urla. È un naso riservato, quasi schivo, che si apre lentamente su note di fiori di campo, frutta a polpa bianca. Poi, eccola, quella vena minerale precisa, quasi iodata, che rimanda alla pietra focaia, alla selce, a qualcosa di ancestrale che viene dal tufo bianco Riparbella. A chi conosce certi Riesling tedeschi, quell’accento non passerà inosservato. A chi non li conosce, sembrerà semplicemente qualcosa che non aveva mai sentito in un bianco toscano.
In bocca succede qualcosa di inaspettato. L’alcol, dieci gradi e mezzo, quasi impercettibili, lascia spazio a tutto il resto: una freschezza ondivaga, agrumata, amarognola nel finale, con una vena sapida che persiste. Non è un vino che sazia. È un vino che invita. Che fa venire voglia di un altro sorso, poi un altro ancora, per capire cosa sta succedendo davvero.
Julian ha costruito questa cosa partendo dalle basi spumante che assaggiava in Champagne e che trovava bellissime così, incompiute. Ha preso quella tensione aromatica e l’ha messa in una bottiglia ferma. È un’idea semplice, detto così. Nella pratica, è un vino che non assomiglia a niente di già visto.
Il Merlot è ancora più radicale. Julian ha sviluppato a partire da un errore di cimatura, poi trasformato in sistema dopo anni di sperimentazione. Una tecnica di taglio dei tralci durante la fioritura che altera l’equilibrio ormonale della pianta, ritarda la maturazione di alcuni grappoli e cattura le pirazine: quei precursori aromatici vegetali che normalmente il Merlot perde oltre gli undici gradi. Il risultato è un vino con note leggermente erbacee, elegante, atipico, che nelle degustazioni fa alzare le sopracciglia a chi se lo aspettava morbido e fruttato.
Inrosso Merlot Toscana IGT, Colline Albelle
Se l’Inbianco ti sorprende al primo sorso, l’Inrosso ti sorprende un po’ alla volta. È un vino che parla sottovoce ma dice cose interessanti. Un rosso con un carattere che in bocca ti aspettavi rotondo e invece ti trova verticale, teso, con una struttura tannica presente ma mai invadente.
Al naso è quasi austero all’inizio. Ci vuole pazienza, come con le persone che non si svelano subito. Poi emergono le note erbacee: peperone verde, erba fresca, una macchia mediterranea lieve. Sono le pirazine, quelle che Julian ha imparato a conservare con il taglio sperimentale dei tralci. Poi arriva la frutta scura: ciliegia, piccoli frutti di bosco. Qualcosa di terroso, speziato, con un cenno di cioccolato fondente nel finale. Il legno, diciotto mesi tra barrique e anfora, è ben assorbito, non si impone.
In bocca la freschezza sorprende. Un Merlot che non si lascia andare alla morbidezza facile, che mantiene una mineralità riconoscibile, una vena acida che allunga il sorso. È un vino che pensa. Come chi lo ha fatto.
Non volevo fare il Merlot normale. Volevo fare qualcosa che sorprendesse. Non al naso, ma in bocca. Quel sorriso sul viso di chi non se lo aspettava. È quello che cerco.
Devo dire la verità: quando Julian mi ha spiegato la tecnica nel dettaglio, con l’auxina, la citochinina, il rapporto che si inverte quando tagli l’apice del tralcio, ho capito che stavo parlando con qualcuno che non si è fermato alla pratica. Che studia. Che ragiona. Che non fa le cose perché le ha viste fare, ma perché ha capito perché funzionano. Questo, nel vino come altrove, è la differenza tra un artigiano bravo e uno straordinario.
Il momento in cui le visioni divergono.
Le aziende, come le persone, crescono. E a volte crescono in direzioni diverse. Colline Albelle ha funzionato. Il mercato cinese si apre, gli investitori cominciano a vedere numeri. Quando si vedono i numeri si inizia a vedere altro. L’ottimizzazione. I volumi. Comprare uva esterna, abbassare i costi, trasformare un progetto artigianale e visionario in una cash machine con un exit da manuale.
Non è una storia nuova. Nel vino, come in qualunque settore dove l’artigiano convive con la finanza, questo copione si ripete con frequenza sconfortante. Ho visto aziende bellissime diventare prodotti di scaffale in pochi anni. Ho visto etichette che raccontavano territori diventare strumenti di marketing globale. È un processo che non ha colpevoli, tecnicamente. Ma ha vittime. Di solito sono i vini.
Julian lo capisce prima che lo dicano esplicitamente.
Io non voglio fare questo. Non voglio che un giorno la gente veda Colline Albelle come un vino commerciale e dica: Reneaud si è lasciato andare. Non voglio avere quell’immagine.
Lascia. Non in modo brusco, non con astio. Con rispetto, con gratitudine verso due socie che gli hanno dato fiducia e libertà per anni. Ma lascia. Perché c’è una cosa che Julian si è promesso all’inizio della sua carriera, e me la dice con quella semplicità che è la sua firma: non lavorare mai con persone che non lo ispirano, e non restare mai in un posto dove la visione non è più condivisa.
Prende gli sci. Sparisce in montagna per due mesi. Poi vola in Asia a trovare un amico. La compagna fa la sua stagione. Julian fa il vuoto. E dal vuoto, come accade sempre a chi sa aspettare, arrivano le proposte.
Champagne Edouard Duval. Quaranta ettari. Tutti insieme.
Il mondo dello Champagne è, per sua natura, un mondo di frammentazione. Le vigne sono divise, cedute, ereditate, acquistate in parcelle minuscole sparse su decine di comuni. I grandi marchi assemblano da centinaia di fonti diverse. Anche i piccoli vigneron indipendenti, quei récoltants-manipulants che negli ultimi vent’anni hanno ridisegnato il panorama qualitativo dello champagne, sottraendo progressivamente terreno e narrativa alle maisons storiche, lavorano spesso su superfici frantumate, parcelle lontane le une dalle altre, diversi terroir che richiedono altrettante attenzioni.

Edouard Duval ha qualcosa di raro. Quaranta ettari di proprietà. E trenta di questi sono tutti insieme. Una parcella continua. Udn blocco unico in un territorio dove questa cosa quasi non esiste. Una risorsa che fino al 2020 veniva sostanzialmente svenduta: le uve, di qualità eccellente, cedute alle grandi maison che le usavano nei loro assemblages senza che il nome Duval comparisse da nessuna parte.
Poi Edouard comincia ad imbottigliare in proprio. Trentamila bottiglie l’anno, su quaranta ettari: chiunque conosca la Champagne sa già, solo da questo numero, che il potenziale è straordinario. Che c’è uno spazio enorme da riempire. Che serve qualcuno con la visione e i contatti per farlo.
Entra in scena Julian, segnalato da un head hunter che lo segue fin dai tempi di Caia Rossa, nel 2013.
Quando ho visto questo progetto ho detto: c’è un bel potenziale, c’è qualcuno che ha possibilità, e io ho qualcosa da dare. È un bel match. Mi sono innamorato del posto.
Arriva in aprile e in pochi mesi apre il mercato giapponese e quello tedesco. Gli Stati Uniti sono il prossimo obiettivo. Qui la vita privata e quella professionale si sovrappongono in modo quasi cinematografico, perché la sua compagna si trasferisce a Chicago per giocare a pallavolo così che Julian avrà una base americana naturale per costruire la distribuzione.

Io so già che ho il potenziale per mandare un paio di container negli Stati Uniti. Ho lavorato lì due anni. Ho i contatti. So dove andare.
Ma il lavoro vero, quello che lo emoziona, non è certo la distribuzione. È quello che viene prima.
Imparare di nuovo. A trentasette anni.
C’è una cosa che Julian dice e che mi colpisce molto. Dice che ha trentasette anni e che arrivare in un posto dove deve imparare tutto da capo gli piace moltissimo. Non lo dice come uno che cerca di convincersi. Lo dice come chi ha già fatto questa cosa abbastanza volte da sapere che è il momento più vivo di tutti.
Io non so fare lo Champagne però imparo veloce. Della parte tecnica non ho paura. Non sapevo fare il sangiovese. Non sapevo fare il vino californiano. Ho imparato ogni volta.
Ad affiancarlo c’è un uomo che lavora in quella cantina da trent’anni. Julian lo chiama *il maestro*. Conosce ogni angolo della vigna, ogni capriccio della cantina, ogni stagione che si è depositata in quei quaranta ettari. Il direttore precedente gestiva la parte tecnica da vent’anni, ma quando l’azienda ha iniziato a imbottigliare in proprio, nel 2020, si è trovato a dover gestire anche comunicazione e commercializzazione, che non erano il suo terreno. Julian arriva a coprire esattamente questo spazio vuoto: i contatti internazionali, la rete costruita in quindici anni di cantina in cantina, la capacità di aprire mercati.
Le cuvée attuali sono cinque: Blanc de Blancs, Blanc de Noirs, Rosé, Brut millésimé, e un Blanc de Noirs Brut Nature pensato specificamente per il mercato italiano, dove Duval è distribuito da un partner di primissimo livello come Pretzhof Selection.
Degli Champagne di Edouard, ne ho assaggiati tre.
Brut d’Eulalie NV
La cuvée di ingresso di Duval. Ma “ingresso” è una parola che qui rischia di ingannare, perché questo champagne ha una personalità ben definita e non si scusa per averla.
È un assemblaggio a dominante Pinot Noir (oltre l’ottanta per cento) con una quota di Chardonnay da una singola parcella chiamata L’Épicéa. Una parte dei vini affina in demi-muids di rovere borgognone, che aggiungono rotondità senza appesantire. Il risultato è uno champagne dalla veste oro paglierino luminoso, con un perlage fine e vivace che non si stanca.
Al naso è generoso e immediato: fiori bianchi primaverili, mela verde, pera matura, e poi un accenno di brioche tostata che arriva dopo qualche minuto nel bicchiere. C’è una nota iodata, quasi marina, che rimanda al calcare e alle marne su cui crescono le vigne. In bocca l’attacco è morbido, cremoso, con un’effervescenza che si integra bene nella struttura. La frutta (pesca, ciliegia chiara, pompelmo rosa) si allunga su un finale fresco, leggermente ammandorlato, con una mineralità che pulisce e invita al sorso successivo.
È uno champagne onesto, diretto, piacevole in ogni occasione. Il tipo di bottiglia che non delude mai.
Noir d’Eulalie Brut Nature NV

Il Noir d’Eulalie Brut Nature è uno Champagne che ha bisogno di silenzio e di un bicchiere pulito. Zero dosaggio, cento per cento Pinot Noir da vigne che hanno cinquantacinque anni di storia alle spalle. Radici che scavano in profondità nelle marne a ostriche di Sainte-Eulalie, in quella Côte des Bar che ancora oggi fatica a ottenere il rispetto che merita, eppure continua a produrre champagne di una sincerità disarmante. Quaranta per cento affinato in legno, settantadue mesi sui lieviti. Non c’è trucco. Non c’è dosaggio a correggere, a smussare, a rassicurare. C’è solo la verità nuda della terra.
Nel bicchiere è giallo oro pallido, luminoso, con una bollicina fine e instancabile che sale senza affrettarsi, come se sapesse di avere tutto il tempo del mondo. Al naso apre su un timbro calcareo e minerale, austero, quasi scabro: la firma della pietra, del suolo, di qualcosa che viene da molto in profondo. Poi, con l’aria, si apre. La violetta arriva prima, delicata, inaspettata. Il pepe esotico le fa compagnia. E poi, piano, i frutti rossi: ribes nero, mora, ciliegia, avvolti da una freschezza di pompelmo che alleggerisce senza distrarre. Le note calde, il pane, la brioche, il miele, sono figlie del tempo sui lieviti, di quei settantadue mesi in cui il vino ha imparato la pazienza.
Al sorso succede qualcosa. L’attacco è ricco, cremoso, con un’effervescenza che si integra nella struttura senza sovrastarla. Poi arriva la mineralità come una lama di freschezza sapida che attraversa il palato in verticale. Infine il ritorno fruttato, nitido, goloso, che chiude il cerchio con eleganza. Un finale lungo, pulito, che lascia la bocca in silenzio e la mente a pensare.
Non è uno champagne che intrattiene. È uno champagne che racconta.
Noir d’Eulalie Extra Brut
Questo è il champagne che racconta di più. Blanc de noirs in purezza, cento per cento Pinot Noir da tre parcelle in cima ai coteaux, quaranta per cento affinato in demi-muids borgognoni. Un vino raro anche solo da trovare: nella Côte des Bar il Pinot Noir domina, ma farne un blanc de noirs di questa ambizione è un’altra cosa.
La veste è oro giallo pallido con riflessi quasi verdolini. Sorprendente per un vino fatto solo di uva a bacca nera, segno di una pressatura gentile e di una vinificazione precisa. Le bollicine sono fini, vive, persistenti. Al naso apre su qualcosa di terroso e marino insieme: calcare fumé, iodio, la mineralità densa e salmastra che viene dalle marne ad ostriche su cui poggiano le radici di queste vigne. Poi, con l’aria, emerge la frutta: ciliegia, more, pompelmo, con qualche accento di pepe che sorprende e che dà carattere. Sotto, discreto, il pane tostato dell’affinamento.
In bocca è ricco ma fresco, con un’effervescenza cremosa che porta la materia fruttata in modo elegante. L’acidità è precisa, non aggressiva, e fa il suo lavoro sostenendo un finale lungo e sapido. È il tipo di champagne che un sommelier appassionato ordinerebbe senza guardare il menu, solo per vedere la faccia di chi non se lo aspettava così.
Il primo Champagne completamente suo, dalla vigna alla bottiglia, con ogni scelta presa da lui, non arriverà prima del 2030.
Lo Champagne non ha fretta. Ha metodo. Ha il tempo come ingrediente principale. Ma Julian non aspetta inoperoso: sta già modificando piccoli processi in cantina, sta già mettendo le mani nella vigna, sta già cambiando qualcosa. Nel frattempo vuole fare dei Coteaux Champenois, i vini fermi della Champagne, rarità assolute. Julian vuole, necessita subito una prova. Qualcosa per dimostrare cosa sa fare, senza aspettare, senza bollicine come schermo.
Il primo vino che sarà completamente mio, seguito dalla vigna fino alla bottiglia, sarà non prima del 2030. Ma intanto già cambia qualcosa. Già si vede.
Un’installazione d’arte tra le vigne. E una famiglia che aspetta.
C’è un’ultima cosa che Julian ha in testa e che mi racconta con quegli occhi da chi ha una visione ancora da costruire. Quella parcella di trenta ettari contigui è, a suo avviso, abbastanza rara e abbastanza bella da meritare un gesto artistico. Pensa a Château La Coste, in Provenza, dove artisti come Tadao Ando e Frank Gehry hanno lasciato installazioni permanenti tra i vigneti, trasformando una tenuta vinicola in un percorso di arte contemporanea nel paesaggio. Qualcosa di simile, con proporzioni adeguate e artisti diversi, potrebbe esistere su quella collina in Champagne.
Edouard Duval ha detto di sì. E quando un proprietario dice di sì a queste cose, soprattutto quando è presente ogni settimana, quando fa lui stesso i giri commerciali in Asia, quando si impegna personalmente, allora è il segnale che il match è davvero quello giusto.
Con le aziende dove ho lavorato prima, i proprietari quasi non li vedevi mai. Opus One, la famiglia Mondavi, in due anni li ho visti tre volte. Caia Rossa, il proprietario l’ho visto il giorno che ho firmato il contratto. Edouard invece è qui ogni settimana. Si impegna personalmente. Questo dà una carica enorme a tutta la squadra.

C’è poi la dimensione personale, quella che Julian tiene per ultima ma che si sente pesare in ogni cosa che dice. Una famiglia che prende forma. Una compagna che si sposta a Chicago ma che vuole costruire qualcosa di stabile. Possiede un’accademia di pallavolo in Lituania, vuole aprirne una analoga negli Stati Uniti, suo fratello giocherà alle Olimpiadi di Los Angeles. I pianeti si allineano verso ovest. Julian e lei si troveranno lì, o da qualche altra parte, prima o poi.
C’era anche questo, l’idea che con Colline Albelle facevo ogni anno un anno in Asia, un anno in America, sempre in giro tra Torino e Napoli, una volta al mese a Londra o a Parigi. Dal punto di vista della creazione di una famiglia, ci voleva un allineamento tra i pianeti. E ho capito che era il momento di pensare ad altre cose.
Quando sento questa cosa, penso che c’è un tipo di intelligenza che non si studia e non si impara in cantina. È l’intelligenza di saper leggere la propria vita senza aspettare che sia troppo tardi. Di capire quando un capitolo è finito, non perché sia fallito, ma perché ne sta cominciando uno nuovo, più importante. Julian ha lasciato Colline Albelle non perché Colline Albelle fosse andata male. L’ha lasciata perché c’era qualcosa di più grande che aspettava.
Il sabato e la domenica, adesso, non lavora. Lo dice con la soddisfazione di chi ha conquistato qualcosa di prezioso. Non il riposo per sé visto che Julian non sembra il tipo da stare fermo. Lo spazio. Lo spazio per la compagna, per i progetti che non si mettono in bottiglia, per quella famiglia che sta costruendo piano piano come ha costruito tutto il resto: con pazienza, con coraggio, e con qualche errore necessario lungo la strada.
Quello che resta, nel bicchiere e fuori.
Mi fermo a pensare a Julian mentre scrivo queste righe. A cosa lo distingue dalla maggior parte delle persone che incontro nel vino. Non è la tecnica e in Champagne ce n’è tanta, distribuita tra migliaia di produttori. Non è la visione commerciale, che pure ha e sa usare. Non è nemmeno il coraggio di cambiare, che è una qualità che molti rivendicano ma pochi esercitano davvero.
È questa combinazione di leggerezza e serietà che non si trova spesso. La leggerezza di chi ha attraversato l’Atlantico su una barca senza biglietto di ritorno. La serietà di chi studia per anni la curva di maturazione di un grappolo ritardato. La leggerezza di chi lascia un progetto creato da zero perché la visione non è più condivisa. La serietà di chi sa aspettare il 2030 per mettere il proprio nome su una bottiglia di champagne.
Dell’Italia quello che mi manca di più è la cultura, il cibo. Devo ammetterlo, anche se sono francese: preferisco la gastronomia italiana. La semplicità. Pomodoro, mozzarella, sale, basilico. Finito. Noi in Francia siamo bravi a cucinare, certo. Ma è un’altra cosa.

Un francese che preferisce la cucina italiana. Un enologo che quasi non beve. Un ex proprietario di vigna diventato dipendente, ma con più libertà di prima. Un uomo che ha lasciato il suo progetto non per fallimento, ma per non tradirlo.
Julian Reneaud è pieno di queste contraddizioni apparenti. E sono esattamente queste contraddizioni il segreto migliore che ha. Quello che, ne sono convinto, finirà prima o poi dentro quei calici che aspettano il 2030.
Lo champagne ha pazienza. Ma Julian di più.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969