Maria Faretra. Il mio brand parla di me
Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni in un microsecondo, mettiamo caso ad un aborigeno dalla parte opposta del pianeta.
Ma il problema è: aborigeno, ma io e te cazzo se dovemo dì?
Erano gli anni 90. Internet si affacciava nella vita di noi che in quegli anni già c’eravamo. Lo sketch di Corrado Guzzanti sembrava emblematico di quella folle corsa a connettere persone in ogni parte del globo. Internet come elemento di democrazia ed uguaglianza. Utopia. Oggi è rimasta solo la finta socialità: tutti pronti a condividere qualcosa su Instagram o Facebook senza poi nessuna voglia di avere rapporti in prima persona. Prima di Internet dei miei amici conoscevo i numeri di telefono a memoria. Non perché avessi buona memoria ma perché erano pochi. Oggi, se non hai migliaia di amici su Facebook sei uno sfigato. Ma sfido chiunque a dire che li conosce tutti (anche se forse occorrerebbe riformulare bene la definizione di conoscenza e amicizia).
Internet però, quando usato bene, ha aperto la strada a tante cose veramente buone. Mia madre ad esempio, prima di Skype (a proposito, non c’è più, lo sapete? Divorato dalla brevità della vita online attuale) scriveva una lettera al mese a zia Elisa che vive vicino New York. Quando le installai Skype era scettica. Poi la trovavo a fare le videochiamate ogni sera con la zia Elisa. Erano meravigliosamente tenere.
Ecco questa è la bellezza e l’utilità della tecnologia. Quella stessa tecnologia che aiuta Maria Faretra a realizzare il suo sogno di bambina.
Io sono figlia di viticoltore. Il mio papà ha sempre avuto la passione per l’uva. Sono quarant’anni che noi produciamo uve da vino che abbiamo poi sempre venduto. La trasformazione è arrivata dopo, perché per mio papà era proprio una passione, visto che era un business secondario. Ha portato avanti questa cosa ma nel frattempo ha messo su un’azienda commerciale. Con i miei fratelli abbiamo sempre vissuto l’azienda agricola, come la passione del papà. Ho ereditato 15 anni fa, così come i miei fratelli, tutti quanti abbiamo i nostri vigneti con aziende separate. Siamo sei figli. Ognuno ha la sua azienda agricola con suo vigneto e ognuno gestisce in modo indipendente. Tutti producono vino.
Orta Nova
Un paesone della Capitanata di Foggia, parte di quella grande pianura che è il Tavoliere delle Puglie. Qui si produce uva, da vino e da tavola, da sempre. Da poco si imbottiglia. Eppure la DOC Orta Nova è del 1984, lo stesso anno di creazione del Chianti. Solo che qui produrre uva in grande quantità per poi rivenderla è sempre stato più conveniente che produrre vino.
Maria Faretra è una donna raffinata e spigliata. La provenienza pugliese emerge solo saltuariamente, forse quando abbassa un pò la guardia. In fondo vive a Londra da subito dopo la laurea. Li ha studiato marketing laureandosi ulteriormente. Li ha incontrato quello che sarebbe diventato suo marito (ancorché italiano pure lui). Li ha dato alla luce una bambina. Li adesso vive. Li gestisce la sua Azienda Maria Faretra Apulia.
Posso realizzare il mio sogno. Non mi sono preoccupata della distanza perché per me non ci sono limiti.
Non ci sono limiti grazie alla tecnologia.
15 anni fa infatti, Maria prende in mano le terre ereditate e inizia il progetto di riconversione dei vigneti al biologico così come la scelta dei vitigni. Non certo per trasformare vino, o almeno non subito. Un conto è gestire, a distanza, sei ettari ereditati più altri 9 acquistati, per produrre e vendere l’uva, altro imbarcarsi nella produzione di vino.
Eppure, chiunque parli con Maria capisce di trovarsi davanti una donna dinamica, colta, preparata. Non solo sul vino: sul marketing, sulle vendite, sulle relazioni, sulla comunicazione. Una donna che, sono certo, da filo da torcere a chiunque e a qualunque livello. Con queste sue caratteristiche, legate anche ad una sana dose di determinazione, la portano a progettare il suo sogno, nei dovuti tempi, in ogni minimo dettaglio. Anche se poi l’imprevedibile COVID, come in tanti altri casi ci ha messo lo zampino.
Ho dovuto rinunciare ai fondi europei per fare la piccola cantina. Con soldi lì pronti per iniziare. Un enologo che mi parlò dell’esistenza del Malbec nel disciplinare. Io ho un’amore particolare per il Malbec. Decido, soprattutto sulla base del fatto che era presente nella nostra zona dalla metà dell’ottocento, di produrlo.
In effetti il Malbec è presente in Puglia da prima della fillossera, probabilmente portato dai francesi nelle operazioni di reimpianto dei vigneti. Sicuramente poco diffuso per via dello strapotere dei vitigni autoctoni pugliesi, la sua adozione da parte di Maria non può che evidenziare il suo acume: perché andare a produrre solo qualcosa che c’è già?
A pensarci benei, proporre un rosato (e un rosso) da Malbec in terra di Bombino, Nero di Troia, Primitivo e Negroamaro, potrebbe essere una soluzione vincente.
L’Orta DOC comunque propone anche il Lambrusco Maestri, il Trebbiano Toscano e il Montepulciano. Retaggio delle grandi produzioni che venivano poi portate la dove queste uve vengono utilizzate maggiormente.
Voglio e mantenere viva questo pezzo di storia, anche se meno antica. Decido che farò qualcosa che altri loro hanno fatto: un rosato di Malbec in purezza. Poi un metodo classico da Malbec.
Una voglia di fare, un sogno, una identità.

Quella di Maria e del suo territorio. Un “suo” che può sembrare fuori luogo per una donna che da anni vive a Londra. Ma non lo è per nulla. Maria torna ad Orta Nova almeno una volta al mese. Suo papà vive ancora li. La sua famiglia, casa, è in Puglia. Quando qualcosa ti scorre dentro, non c’è altro luogo che puoi sentire come casa.
Si chiama Filopatria, dalla crasi delle parole philos (amore in greco) e patria: amore per la patria. Sono definite tali alcune specie animali come le tartarughe marine o i salmoni che tornano nel luogo in cui sono nate per deporre le uova e far nascere la propria progenie. C’è qualcosa di ancestrale nella terra in cui siamo nati. Un legame che ci segna, nel bene e nel male.
Non so bene perché Maria abbia scelto di andar via dalla Puglia ma il sospetto che qualcosa a che fare con la sua determinazione e intraprendenza la abbia, è forte. Ho pensato a questo quando mi ha iniziato a raccontare dei suoi vini. Ha iniziato con Teméria, il rosato da Malbec e il modo con il quale ha pronunciato Teméria, è stato rivelatrice.
La mia prima etichetta, Temeria, è il rosato da Malbec. Raffigura una donna dell’ottocento. Lei parla di me, la temeraria, la donna che non ha paura che, per inseguire i propri desideri, è disposta a rischiare.
Una uva internazionale.
La voglia di dare una seconda vita in una identità completamente nuova nell’ambito della Capitanata.
Un invito alle donne di oggi: siate coraggiose. Perché le donne di oggi sono fortunate rispetto alle donne dell’ottocento che non potevano esprimersi. Non avevano la possibilità di avere una posizione nella società. Nella società di oggi si perde la connessione di quanto siamo fortunati rispetto al passato. Non possiamo perderci questa opportunità di gioire, di essere felici e magari alle donne occorre dare lo stimolo ad essere coraggiose e fare quello in cui credono a prescindere a quello che può essere il contesto sociale, dove vivono o quello che il loro passato o la loro situazione.
Essere coraggiose.
Maria vive in un contesto dove l’emancipazione è realtà. Dove non ci sono differenze tra uomini e donne, tra persone di colore e nazionalità diverse. L’integrazione multiculturale è una realtà. Teméria è l’invito a guardare oltre. Oltre gli occhi di una donna. Occhi che non si vedono per via di uno stappo sull’etichetta. Un gesto di rabbia e determinazione per affermare come dietro gli occhi di Teméria non vi sia solo il contenuto della bottiglia, ma il mondo intero.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima e strapparli, non farli vedere, è una forma di protesta contro il patriarcato del passato del presente: non puoi prendere la mia anima.
Una etichetta che parla di Maria.
Della voglia di un progetto realizzato senza paure. Nemmeno quella di gestire tutto a distanza. Fregandosene di chi pensa non sia possibile. Sia della distanza sia che sia una donna a farlo.
Le tecnologie consentono a Maria di essere completamente dentro la parte agricola ed enologica nonché avere un contatto diretto e giornaliero con le persone che lavorano nell’azienda.
Sento costantemente l’agronomo e parliamo del forecast meteorologico. Lui fa sopralluoghi e mi parla della situazione così che insieme decidiamo se fare una scelta piuttosto che un’altra. Stessa cosa con l’enologo. Il rosato ad esempio deve avere una struttura che permetta di invecchiare. Qualcosa che duri. C’è questa cultura italiana, ma solo italiana per la quale il rosato dell’anno precedente è già vecchio. Follia totale. In Svizzera mi chiedono l’annata prima.
Ma chi l’ha detto che il rosato debba essere necessariamente fresco e bevuto giovane? Non è certo un tema di tannini, solforosa o altro, quanto semmai il gusto che da fruttato fresco può virare verso qualcosa di più candito. Ma sono gusti ed è bene che vi siano diversità nel consumo.
Nel raccontare i vini di Maria Faretra mi sono accorto che, più che degustarli, li si ascolta. Come quando si poggia l’orecchio su una conchiglia e dentro si sente il mare. Ogni calice sembra custodire una voce diversa: a volte lieve, a volte appassionata, a volte calda come una pietra rimasta tutto il giorno sotto il sole del Sud.
E così, uno dopo l’altro, questi vini iniziano a parlare.
Teméria. Malbech Rosato

Teméria ha il colore dei tramonti che non vogliono finire. Quel rosa antico appena aranciato che ricorda certi cieli di fine estate quando il sole scivola lento e lascia dietro di sé una luce gentile, quasi nostalgica.
Il profumo non fa cerimonie. Arriva diretto, con la semplicità delle cose vere: fragoline di bosco appena colte, un soffio di basilico e di salvia, piccoli fiori rossi che sembrano sbucare tra le pietre di un sentiero mediterraneo. Nulla di ridondante, nulla di costruito. Solo la sincerità di un rosato che non vuole stupire ma accompagnare.
Poi il sorso.
Fresco, sapido, luminoso. Entra in bocca con una energia improvvisa, quasi marina, e subito si allarga portando con sé agrumi, frutta rossa e quella nota verde di basilico che accende il palato come una brezza leggera.
Non resta a lungo, Temeria. Ma forse è proprio questo il suo segreto: lascia la bocca pulita, limpida, con quella sensazione di sete gentile che invita immediatamente a un altro sorso.
È il vino delle conversazioni leggere, delle tavole senza formalità, di quei momenti in cui non serve spiegare nulla. Basta bere.
Voglio raggiungere obiettivi di qualità biologica e intervenire, grazie alla tecnologia, il meno possibile. Vogliamo sviluppare il microbiota del terreno per ovviare all’impoverimento del terreno per via delle coltivazioni convenzionali.
L’idea di Maria è avere un pannello di controllo fatto da sensori e telecamere sia in campo che in cantina. Una cantina che ancora non sarebbe sostenibile. Una scelta ponderata ed effettuata all’insegna del pragmatismo.
Un progetto monovarietale
Sei etichette nel progetto, al momento cinque con l’ultima arrivata il Nero di Troia. Nel 2026 arriverà il metodo classico. Tutte da monovitigno.
Il mio è un progetto monovarietale. Ognuno di noi è speciale così come il singolo varietale è speciale, unico. Quello che voglio fare è un tipo di trasformazione che dia la possibilità di assaporare la completezza e l’unicità di quella varietà. Sapendo che non c’è perfezione ma c’è identità. Noi abbiamo una personalità fatta di pregi e difetti. Questo ci rende unici. Non vogliamo la perfezione anche perché parliamo di natura: come possiamo ricercare la perfezione in natura? I blend in fondo nascono per nascondere o aggiustare le caratteristiche dei varietali.
Un concetto che ha un fondo di verità. In effetti, i blend nascono per sfruttare le caratteristiche dei singoli vitigni attraverso loro fusione così da realizzare qualcosa di speciale. Lavorare con il singolo vitigno invece fa si che si abbia tra le mani solo certe caratteristiche. Con quelle occorre lavorare e sfruttare al massimo delle possibilità. Due approcci diversi e complementari, entrambe validi e distintivi. La cosa strana, in questo caso è la scelta dell’enologo che è Marco Mascellani che, come scritto in un mio articolo, Marco Mascellani, l’enologo delle permutazioni, è un mago nei blend. Marco è un professionista serio e soprattutto in grado di gestire ottimamente blend e monovarietali così come fa con successo in tante realtà pugliesi e non solo.
Il nero di Troia rosato è Sontuosa. Una immagine eterea, quasi sospesa. Androgina e volutamente androgina. Quando ho pensato alla mia linee di vini, ho pensato di dare un nome ad ogni etichetta che sposasse l’identità di quell’uvaggio.
Sontuosa è un vino legato alla bellezza e all’eleganza dell’essere. Un volto androgino reso ancora più misterioso dall’assenza di labbra. Che decida chi prende in mano la bottiglia se l’etichetta raffigura un uomo o una donna. Poco importa cosa sia. L’importante è ciò che vuole essere e rappresentare. Ciò che chi lo beve deciderà che sia.
Perché sennò questo mondo è sempre maschio o femmina. Vogliamo essere anche qui inclusivi.
Come per Teméria, a rivelare il contenuto della bottiglia è lo strappo. Un ulteriore invito all’esperienza. Il Nero di Troia ovvero l’Uva di Troia, in barba alle tante leggende che ne attribuivano l’arrivo in Puglia tramite Diomede, è in realtà il risultato di un incrocio tra Bombino Bianco e Uva Rosa. Se la scelta del monovitigno può sembrare, proprio con l’Uva di Troia, una contraddizione in termini, è invece un inno al rispetto della natura e la dimostrazione di cosa essa possa regalare.
Sontuosa. Rosato di Nero di Troia
Il colore ha qualcosa di aristocratico: un arancio vivo, elegante, quasi luminoso. È il tipo di tonalità che promette grazia ancora prima di avvicinare il bicchiere.
Al naso Sontuosa parla piano.
Un accenno di pomodoro fresco, un velo di ciliegia, la scorza sottile dell’arancia. Poi la mela croccante, i fiori rossi, non la rosa, ma qualcosa di più penetrante e selvatico, come un mazzo di petali appena sparsi su un tavolo.
C’è una delicatezza quasi sensuale in questi odori. Ricordano quei profumi che si percepiscono quando qualcuno passa accanto e l’aria resta sospesa per un attimo.
Il sorso è fresco, quasi pungente all’inizio, come una scintilla. Poi si dissolve lentamente lasciando una traccia floreale che rimane sul palato come un pensiero quieto.
È un vino che non alza la voce. Preferisce sussurrare. E in quel sussurro c’è una grazia rara, fatta di equilibrio e di calma, come certi pomeriggi in cui il tempo sembra rallentare.
Eloquio. Malbech 2023
Eloquio è il Malbec in purezza. Eloquio, eloquenza, conversazione raffigurata da due immagini che sussurrano.
Nel calice Eloquio si presenta con un rosso rubino pieno, vivo, quasi narrativo. Il nome non è casuale: questo vino sembra davvero voler raccontare qualcosa.
Il primo racconto è quello della frutta scaldata dal sole.
Ciliegia succosa, prugna matura, la scorza luminosa dell’arancia. Ma tutto resta sorprendentemente fresco, come se un soffio balsamico attraversasse il frutteto e ne tenesse intatti i profumi.
Tra i sentori affiora anche una sfumatura di sottobosco, discreta, che aggiunge profondità come una frase improvvisa dentro una poesia.
Poi arriva il sorso, ampio e pieno.
La ciliegia ritorna, vibrante, quasi da mordere. La prugna la accompagna con una dolcezza succosa che riempie la bocca e la rende rotonda, generosa. È uno di quei vini che non chiedono di essere analizzati ma vissuti, quasi masticati, come se il frutto fosse ancora lì, intero.
Eloquio ha l’eleganza calda di un drappo rosso mosso dal vento che si solleva per poi ritornare a donare calore. Non è un vino pesante, ma possiede una densità emotiva che resta a lungo.
È un vino che parla. E quando lo fa, parla direttamente al cuore.
La vera ed autentica non è ampollosa né gonfia. Nasce invece dalla semplicità. Petronio Arbitro
Aveva ragione Petronio. Occorre quella semplicità che l’uso del solo acciaio offre a rappresentare il territorio con il suo equilibrio. Da gustare con calma, rispettando i ritmi blandi del territorio.
Mi piaceva l’idea di una conversazione che potesse essere un momento intimo così come un qualsiasi momento tra amici, in famiglia. Il ricordare che un calice di vino è un momento di condivisione per stare insieme.
Avete mai pensato a come quando due persone parlano fitte fitte, si crei una sorta di dimensione parallela? Sospesi, concentrati, interessati e coinvolti nell’ascoltare prima, parlare poi. Una sorta di necessità di vivere quel momento con unicità.
Ecco allora che un calice di vino deve essere un momento per stare insieme, condividere quel momento con chi si ama o con chi ci fa stare bene.
Una essenza questa che in molti hanno dimenticato. Troppo attratti dai mordi e fuggi della vita, da quella tecnologia che ci portiamo sempre dietro e alla quale prestiamo più attenzione rispetto a chi abbiamo davanti. Pensate al controsenso: stiamo a tavola con qualcuno e ci preoccupiamo dei messaggi che riceviamo. La verità è che non riusciamo a scegliere con chi stare.
Maria è profonda nelle sue osservazioni. C’è si del sano marketing ma di quel marketing che va alla ricerca di sensazioni vere che devono avere un reale fondamento per essere raccontate. Sensazioni che il vino e la convivialità dovrebbero indurre senza pensare a null’altro che questo. Idolatrare il vino mettendolo su un piedistallo, come vedo spesso fare dai parrucconi del vino, vuol dire portarlo fuori dal suo luogo preposto: la tavola. È a tavola che avviene la conversazione conducendo, chi vuole entravi, in quel mondo parallelo che si desidera costantemente. Provate in una tavola ad estraniarvi ed osservare gli altri che dialogano. Vi potreste sentire come spettatori di una commedia. Carpireste sentimenti, idee, progetti. Pezzi di vita.
Gran parte dell’uva di Maria viene ancora venduta. L’azienda è in fondo ancora una start up ancorché impegna Maria tutta la giornata. C’è da curarsi della conduzione della parte agricola ed enologica più quella commerciale, di comunicazione. Questo vuol dire dirigere una azienda e io, che frequento grandi aziende da una vita, non ho visto amministratori delegati uscire tanto spesso dal proprio ufficio. Che stia a migliaia 2082 km di distanza, che importa?
Stare dietro a tutto sembra facile ma facile non è. Tutto è follemente impegnativo. Non pensavo davvero. Mi piace molto il mondo del vino. Ci credo tantissimo, nonostante insomma, quello che al momento sembra poco rincuorante. In Inghilterra ho preso la licenza di importazione e distribuzione. Quindi devo sviluppare questo in Inghilterra promuovendo le piccole cantine condotte da donne.
L’approccio meraviglioso. Le donne imprenditrici, piccole cantine, dinamicità, voglia di fare, multitasking. Una marcia pazzesca. Le donne e Maria hanno una marcia in più. Le donne rischiano nelle cose in cui credono e il Malbec per Maria costituisce esempio e segnale forte.
Lo stemma che noi pugliesi ci portiamo è che in Puglia c’è solo quantità e non qualità. Chi fa la qualità in Puglia deve pretendere il prezzo. Abbiamo bisogno di caricarci e ritornare all’assalto. Le piccole cose che portano ad esporsi in maniera attiva. Ho fatto fiere a Dublino, Ginevra, VinItaly India, Vinitaly, Monaco di Baviera, Napoli. Sono stata molto attiva creando molte relazioni.
Maria sta costruendo la sua esperienza passo dopo passo. Il marketing, la comunicazione, lo sviluppo dell’estero. Una mentalità che va oltre quella di una realtà meramente agricola per utilizzare contesti propri di altri settori più evoluti.
Per essere un’azienda al secondo anno di trasformazione nella quale c’è un lavoro incredibile, 24 ore al giorno da due anni non stop, le piccole soddisfazioni le ho avute. Ho vinto di premi per il design delle etichette, un premio Falstaff per il Nero di Troia. Al secondo anno va bene. Le aziende arrivano a fare determinate cose dopo 10, 15 anni. È importante il feedback della gente. Io devo fare innamorare il Winelover. Tutti quelli che si affacciano al mio prodotto, per me sono importantissimi.
Ecco un altro meraviglioso esempio di diversità di approccio. Quasi tutte le aziende che conosco quando si approcciano ad un evento del vino vogliono solo avere a che fare con distributori snobbando i winelover. Un approccio dettato certamente dalla necessità di trovare sbocchi commerciali ma miope poiché non orientato a far conoscere il brand prima, il prodotto dopo al Cliente, il consumatore. Ogni azienda ha nel brand il valore più grande. Dal brand deriva la reputazione, la considerazione che le persone hanno dei prodotti che esso propone. Ecc. ecc ecc.
Io voglio portare qualità sulla tavola. Ma con un prezzo giusto che tutti possano comprare e bere qualità.
Maria non solo è esperta ma anche coinvolgente.
Se qualcuno pensa di trovarsi dinanzi una donna sprovveduta, avrà pane per i suoi denti. Azzanna!
Io sono soddisfatta, considerando tutto sono molto soddisfatta per quello che stiamo facendo. Immagino quale potrebbe essere il potenziale.
Il Primitivo è le Pietre Parlanti. Parla della natura del mio terreno ovvero parte della Capitanata. In passato i terreni avevano delle rocce di natura marina. Non su tutte le aree l’agricoltura era possibile tant’è vero che esisteva la transumanza dall’Abruzzo, un modo per fare soldi affittando i terreni come pascolo. Terreni senza valore. Diceva mia nonna che c’era talmente tanta povertà che anche per un gallo ti regalavano un terreno. Grazie alla tecnologia ovvero a macchinari capaci di rompere la roccia madre, sollevarla e frantumarla (lavorazioni che sui nostri terreni abbiamo dovuto fare) i terreni sono diventati coltivabili. La natura è questa però e i sassi ci sono e ci saranno sempre. Ecco perché l’etichetta parla delle pietre che raccontano storie.
Pietre Parlanti. Primitivo 2023
Il nome sembra già suggerire un paesaggio: pietre bianche, sole alto, silenzi lunghi. E infatti questo Primitivo profuma proprio di calore.
Ciliegie mature, prugne gonfie di sole, la scorza dell’arancia che porta con sé una luce quasi mediterranea. È una frutta che sembra essersi abbandonata alla maturità, come se avesse respirato per mesi il respiro caldo della terra.
Eppure, dentro questo calore, arriva una brezza inattesa: una vena balsamica, quasi marina, che attraversa il vino e lo rende vivo, dinamico.
In bocca Pietre Parlanti si apre lentamente.
Si espande, si allarga, come certi racconti che prendono tempo prima di arrivare al punto. La frutta ritorna piena, intensa, mentre una leggera nota amarognola sul finale spezza la dolcezza e riporta tutto in equilibrio.
Il tannino è morbido, quasi vellutato. La sapidità accompagna il sorso con discrezione, rendendolo scorrevole, naturale. Non è un vino che vuole dimostrare qualcosa. È un vino che invita semplicemente a berlo, a lasciarlo scorrere mentre le parole si fanno più lente e la tavola si riempie di storie.
E forse è proprio questo il segreto delle pietre: quando restano abbastanza a lungo sotto il sole, prima o poi iniziano a parlare.
Mi sento di essere li. Prima o poi tornerò in Italia. Mio marito è italiano ma è venuto qui quando aveva venti anni. Tutta la sua esperienza lavorativa è anglosassone. Quando vede le cose che devo fare per lavorare in italia mi dice: tu sei pazza.
Difficile per un inglese o comunque per un non italiano il lavorare in italia. È tutto troppo diverso. Tutto complicato. Non ce ne rendiamo conto o forse si. Ma questo è. Lo accettiamo.
Maria e il sogno di una piccola masseria, un agriturismo.
Un luogo dove poter vivere il proprio sogno e farlo vivere a chi desidera un’esperienza. Per vivere il racconto nel luogo dove nasce. Filopatria. Ritorno in patria. Per Condividere il mondo del vino. Un mondo bello, fatto di gioia che unisce persone in un momento di relax. Persone che si aprono in un momento bello che rifugge tensioni e preoccupazioni. Tutti noi abbiamo la nostra sfera di vita, ma nel momento in cui ci approcciamo ad un vino, mettiamo da parte tutto e approcciamo un modo di gente sorridente. Con una bella energia.
La mia idea è il far conoscere a più persone tutto l’impegno che tutti i giorni, io ci metto per dare a un prodotto di qualità che sia fedele al 100% a quella identità che parla del territorio. E parla anche di questa passione, che poi alla fine, è la passione di mio papà che ha quasi novant’anni, ma tutti i giorni è in campagna ad osservare le sue piante. Secondo me chiama per nome.
L’etichetta del Nero di Troia è dedicata a mio papà e mia figlia che camminano tra i filari. Si chiama Lunga attesa, perché è stata una lunga attesa per me. Ma immagina la soddisfazione di mio padre che non ha mai pensato di trasformare e oggi sua figlia fa questo. M piaceva l’idea che lui sia ancora in vita e abbia potuto vedere della mia passione. E quanta continuità daremo a quel suo sogno. Parla di me parla della famiglia.
Etichette piene di anima in grado di comunicare la propria identità. Senza remore. La capacità di essere se stessi. Di raffigurare dentro quel vino, su quell’etichetta, se stessi. Occorre però provare qualcosa. Occorre voler e saper dire qualcosa. Per se come per una figlia.
Vorrei che mia figlia avesse il coraggio di fare una scelta a prescindere da quello che è l’amore per me. Mi dice: mamma, sono molto orgogliosa di te. Molto anglosassone. Mi dice un giorno vorrò fare la stessa cosa. Quando parte di dice: ma stai partendo per vendere il vino. Dico sì. Non posso venire? I bambini non sono ammessi. Ma perché hanno fatto questa regola? Deve farlo per se stessa come io lo faccio per me stessa. Deve fare solo ciò che la renderà felice. Io sto trovando un sacco di difficoltà e momenti veramente difficili e se non amassi quello che faccio a questo livello è possibile credimi, sarebbe insostenibile. Se mia figlia non dovesse continuare mi assicurerò di passare l’azienda a chi ha la mia stessa determinazione.
Lo faccio per me stessa. In questa frase c’è tutto il pensiero di Maria Faretra, del suo sogno, della sua azienda. Nella quale crede così tanto da essere lei stessa il brand
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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