San Leonardo. La meraviglia comincia dopo dieci anni
Una verticale di San Leonardo dal 2021 al 1997 organizzata da Bibenda al Cavalieri Hilton di Roma racconta un vino che trova la sua espressione più compiuta dopo almeno dieci anni. Freschezza, balsamicità e trama vegetale evolvono con coerenza nel tempo, mentre Anselmo Guerrieri Gonzaga e Daniela Scrobogna restituiscono il valore umano di una storia familiare diventata eccellenza italiana.
Dieci anni. È il tempo che San Leonardo chiede per esprimersi con pienezza. Da giovane mostra la tensione delle montagne, il tratto vegetale, il balsamico nitido e un tannino saldo. Con l’evoluzione, le note erbacee si fondono con sottobosco, tabacco, resine e spezie; il frutto acquista profondità e la struttura trova equilibrio. Dopo dieci anni il vino raggiunge una delle sue espressioni più complete.
Avevo già raccontato San Leonardo e la sua storia in un precedente articolo di Suggestioni di Vino. Questa degustazione ha mostrato un aspetto ulteriore: la capacità del vino di crescere mantenendo intatto il proprio carattere. Dal 2021 al 1997 ritornano freschezza, balsamicità, sfumature vegetali e una sapidità che sostiene anche le bottiglie più mature. Cambiano le proporzioni, la profondità e il ritmo; la riconoscibilità resta precisa.
San Leonardo. La Storia attraversa il vino
Anselmo osserva le annate cercando in ciascuna il punto d’incontro tra la vendemmia e l’eredità di Carlo Guerrieri Gonzaga. Il padre attraversa l’intera serata nelle parole del figlio, nei ricordi di Daniela e nella fiducia riposta in un vino concepito per durare.
Sentire dire che esiste un’identità costante, per me, è il complimento più bello. Ogni anno la vera sfida è mantenere la riconoscibilità.
In questa frase emerge l’ammirazione per Carlo, padre e maestro, capace di difendere un’idea mentre il mercato seguiva strade diverse. Negli anni dei vini concentrati e segnati dal legno, San Leonardo conservava misura ed eleganza. Anselmo ricorda un viaggio negli Stati Uniti, le difficoltà commerciali e la tentazione di avvicinarsi al gusto dominante. Tornato alla tenuta, propose qualche cambiamento, persino l’inserimento di una varietà autoctona. Carlo reagì con durezza. Quella risposta divenne una lezione
Dopo che mi è passato il bruciore ho capito. Se hai fiducia in ciò che fai, il mondo prima o poi ritorna. Mio padre aveva ragione.
Anselmo ha raccolto quell’eredità senza trasformarla in immobilità. Ha rinnovato l’azienda, sviluppato i bianchi, recuperato il progetto paterno delle bollicine e adattato la viticoltura a stagioni più complesse.
Il clima cambia e devi adattare tutto per conservare la stessa identità. Devi cambiare tutto per rimanere ciò che sei.
Un principio che Giuseppe Tomasi di Lampedusa conosceva bene e che oggi guida San Leonardo nell’intervenire con precisione, preservare lo stile, accompagnare il vino senza forzarlo.

Daniela Scrobogna conosce il lato umano di questa continuità. Ricorda Carlo mentre parlava del vino, degli animali e delle persone con voce lieve, quasi sussurrata. Durante una visita, Anselmo volle fermarsi a salutare una donna che lavorava nella tenuta e aveva un figlio malato.
Era l’idea del signore di altri tempi, attento a chi offriva il proprio lavoro. Carlo era così e Anselmo ha conservato la stessa cura.
La loro amicizia affiora anche in un ricordo più leggero. Daniela e il marito rientravano in motocicletta da Capo Nord con il bauletto danneggiato. Passando vicino alla tenuta chiamarono Anselmo, che li attendeva al cancello insieme alla moglie e alla madre. Li accolsero e li convinsero a fermarsi. Alla partenza Anselmo prese del nastro adesivo e fissò il bagaglio con tale scrupolo da assicurare quasi Daniela alla moto.
Mi ha impacchettata. Finché restavo seduta andava tutto bene; i problemi cominciavano alla prima sosta
La risata di Daniela coinvolge. Ciò che rimane è un episodio che restituisce la confidenza e la premura di un rapporto costruito negli anni.
Il vino assomiglia sempre a chi lo produce
La frase di Daniela non può essere che condivisibile. Non faccio altro che ripeterlo anche io. San Leonardo possiede in questo una fermezza quieta, una eleganza priva di ostentazione. Si concede per gradi e raggiunge la maggiore profondità con la maturità.

Ad aprire la degustazione è il Metodo Classico Riserva Privata Marchesi Guerrieri Gonzaga, Blanc de Blancs da Chardonnay affinato sessanta mesi sui lieviti. In questo vino riaffiora un desiderio di Carlo, nato già nel 1978 intorno alla possibilità di produrre uno spumante trentino. La freschezza entra precisa, attraversa il palato e si allarga. Una cremosità sottile accompagna il sorso, la sapidità gli dà slancio. Il finale è verticale, ampio e luminoso. Montagna e aria fredda definiscono il profilo. Un Metodo Classico elegante e raffinato che si lascia bere senza sovrastrutture donando così alla semplicità quell’aurea di piacevole allegria che piace in una bollicina. Non c’è impegno, burrosità, artificiosità. Colgo territorio e semplicità pur rimanendo una bollicina di grande livello.
Il San Leonardo 2021 apre la verticale con la severità, o impetuosità, della giovinezza. Il rubino è vivo, seducente; nel calice si avverte una materia ancora trattenuta. Erbe fresche, sottobosco, legno bagnato e tabacco dolce precedono eucalipto e mentolo. Il tratto vegetale è netto, vitale e già ben integrato nel profilo del vino.
Al palato l’acidità guida, i tannini mostrano decisione e misura, il sottobosco ritorna con fermezza. Il finale è ampio e molto lungo. Il 2021 mostra già la cifra stilistica di San Leonardo e lascia intuire un’evoluzione importante. Pronto lo è senz’altro ma ha ancora anni dinanzi a se per poter dire a se stesso, mostrandolo agli altri, che è cresciuto.
Nel 2019 la materia acquista ampiezza e complessità. Il tabacco diventa più scuro e mentolato; china, liquirizia e rabarbaro ampliano il quadro. La componente erbacea si arrotonda e si lega con naturalezza ai richiami balsamici.
In bocca l’acidità traccia la rotta, mentre la sapidità occupa il centro e prolunga ogni sensazione. I tannini sono pieni, carnosi, ben inseriti nella struttura. Il vino cresce sul palato e resta a lungo. Due anni di differenza dal 2021 bastano a mostrarne una maggiore profondità. Sembra un inizio di qualcos’altro. Un affacciarsi su un territorio che contraddistinguerà il passaggio tra la giovinezza e la maturità. Dipenderà tutto da ciò che porta dentro, dall’annata da cui proviene, da come in cantina, per quanto maniacalmente trattato, sia stato maneggiato.

Con il 2015 San Leonardo raggiunge la piena maturità. Daniela lo definisce «una pietra miliare». Non si può darle torto perché questa annata, o meglio gli 11 anni, rappresentano il giro di boa del San Leonardo. Superare i 10 anni vuol dire restituire il tempo giusto, aspettare quel che serve perché tutto diventi materia. Continuando a vivere. Il frutto sotto spirito si lega al tabacco trinciato, il sottobosco incontra il legno bagnato, le spezie attraversano un balsamico ampio e profondo. Il naso ha intensità e precisione.
Il sorso è magnifico. Freschezza e morbidezza procedono unite, l’ampiezza conserva misura, il tannino accarezza. La sapidità arriva sottile, poi incide la materia e prolunga il piacere. Frutto, erbe, terra, tabacco e spezie trovano una collocazione naturale. Potenza e finezza convivono senza sforzo.
Il 2015 emoziona per la compostezza. Ha raggiunto la propria statura e conserva un futuro vastissimo.
San Leonardo comincia a diventare adulto a dieci anni. È come guardare una persona a venticinque anni: riconosci la sua statura e comprendi la strada che potrà percorrere.
La dichiarazione di Anselmo è una sorta di sigillo su una bolla. Certificazione di quando il vino iconico ha la sua ragion d’essere.
Il 2011 cambia, forse spezza, il ritmo della degustazione. Liquirizia, cardamomo, tè e china compongono un profilo raccolto. Il frutto è più maturo, quasi cotto, mentre il sottobosco conserva la firma della tenuta. La freschezza procede con passo più quieto e lascia spazio a una rotondità avvolgente.
Una cremosità sapida accompagna il sorso verso un finale gentile. Le erbe fresche delle annate giovani sono diventate infuso e foglie essiccate. Il 2011 offre calore, equilibrio e una profondità espressa con discrezione. Ecco, tutto il vino sa di discrezione mantenendo comunque i canoni del San Leonardo. Sarà stata l’annata particolarmente precoce ma è come se fosse un vino affaticato, come se avesse più anni di quelli che dimostra.
Il 2008 ritrova uno slancio sorprendente. Uno slancio che spiazza pensando al 2011. C’è vitalità, longevità, futuro. Un vino che diventa da subito grande, memorabile, intensamente unico. Dattero e prugna cotta si intrecciano al tabacco, alla scatola di sigari, all’incenso e a richiami balsamici più scuri. L’evoluzione ha lasciato intatta la vitalità.
Il sorso è sinuoso. Ha corpo e leggerezza, profondità e misura. L’acidità lo sostiene con maggiore energia rispetto al 2011, i tannini accompagnano, la sapidità rimane sul fondo della lingua. Il 2008 colpisce per la naturalezza con cui unisce maturità e dinamismo. Elegante, composto, ancora pieno di energia. Uno di quei vini che forse si sottovaluta ma che invece ho ritenuto incredibilmente attuale, magnificamente eterno.

Il 2003 porta il calore di un’annata estrema. Il colore vira verso il granato e l’aranciato antico. Il naso si apre su chinotto, arancia matura, castagna, ghianda, ginepro e sottobosco. Il vegetale si è fatto scuro; il balsamico richiama corteccia e resina.
In bocca il vino è più largo, quasi masticabile. La freschezza lavora in profondità e la sapidità attraversa la morbidezza fino al lungo finale. Il 2003 è pieno, caldo, avvolgente. Porta il segno della stagione e conserva lo stile della tenuta. Comincia a lasciare il segno quando si contano gli anni dentro la bottiglia.
Il 2000 cambia ancora qualcosa nella degustazione: il tono. Per anni è rimasto chiuso, quasi incapace di raccontarsi. Carlo continuava a ripetere che sarebbe diventato grande. Aveva riconosciuto un potenziale ancora nascosto.
Dopo oltre un quarto di secolo il colore conserva vita. Il naso sa di ferro e sale, ruggine e cioccolato, menta e salvia. Erbe, spezie e sottobosco si uniscono a una traccia ematica che richiama pietra, terra e radici.
Al palato la freschezza è ancora energica. I tannini incorniciano la struttura, la sapidità domina il sorso e lo allunga. Il 2000 sorprende per integrità, intensità e presenza. Conoscendone la storia evolutiva, l’emozione cresce. La fiducia di Carlo trova nel bicchiere la conferma più limpida. Se la mia ammirazione per papà Carlo è ai massimi, vedere che Anselmo quasi gongola da un senso di tenerezza affettuosa, di stima, di rispetto. Di ammirazione.
Il 1997 chiude la verticale con un colore profondo e mattonato. Il naso profuma di legno d’olivo, oliva nera, ginepro, frutta secca, cola e fuliggine di camino spento. Erbe, spezie, radici e cenere definiscono un profilo complesso e pienamente evoluto.
In bocca sorprende ancora. La freschezza è viva, i tannini sostengono la struttura, la sapidità vibra. Il finale attraversa il palato con notevole lunghezza. Gli anni hanno dato profondità senza sottrarre energia.
Il 1997 possiede il fascino di un vino maturo che conserva precisione e slancio. Quasi trent’anni trovano espressione in un sorso misurato, persistente, aristocratico. Un vino multipremiato che conserva ancora il ricordo di quello slancio. Sembra un vecchietto energico che non smette di sentirsi giovane, ricordando quello che fu ma senza aver paura di dimostrare ancora ciò che ha. E ne ha tanto!
In finale, la parentela tra le annate appare evidente. Eucalipto e mentolo evolvono verso tabacco, china e rabarbaro, poi ginepro, infusi e spezie scure. Le erbe diventano sottobosco, legno bagnato, tè e radice. Freschezza e sapidità mantengono vivo il vino lungo tutto il percorso.
A dieci anni San Leonardo raggiunge una sintesi compiuta. Il 2015 ne mostra la pienezza, il 2008 la grazia, il 2000 l’inattesa energia, il 1997 la longevità.

Dieci anni per fare un buon vino e altrettante perché sia ancora più maturo, compiuto. Ma vivo. Come per una persona che ai 18 anni viene considerato adulto quando, magari ancora non lo è. Non è così per tutti perché ogni persona ha la sua storia, la sua provenienza, il suo carattere. Ogni vino non è propriamente diverso dall’altro e non è intrinsecamente uguale. Si potrebbero fare anche tutti uguali ma si perderebbe quel pathos dovuto alla diversa annata, alle cose accadute, agli umori, alle vicende in generale. Però quando si fa attenzione ai tanti particolari necessari durante tutto il processo, il vino acquisisce un’anima, una struttura, una unicità. Nel caso di San Leonardo, Anselmo parla come se fosse una ovvietà di fermentazioni spontanee. Come se non inoculare lieviti in masse che dovranno poi diventare grandi vini sia qualcosa di normale. Questa è la vera meraviglia: una sorta di eccellenza resa normale.
Questa verticale ha mostrato due aspetti della stessa medaglia. Da un lato la annata ovvero come si possano far respirare nel calice piccole o grandi differenze dovute alla tipicità di quel momento, alle piogge, alle temperature, all’umidità. Dall’altro la meticolosità di un lavoro in cantina che porta a tenere legati tutti i vini con una impronta indelebile dunque riconoscibile. La fortuna è di avere una cantina che è un meraviglioso termoregolatore e terreni in una valle dove le escursioni termiche delle montagne e del lago creano un microclima perfetto. Per arrivare però a definire terroir c’è bisogno dell’uomo. Carlo, un uomo dotato di lungimiranza, un imprenditore, un viticoltore, un enologo, un visionario. Un uomo che posto le basi perché tutto questo potesse accadere. Non un miracolo dunque ma la ricerca dell’eccellenza in Italia.
Anselmo custodisce questa eredità con l’orgoglio del figlio e la responsabilità di chi oggi guida la tenuta. Ha aperto strade nuove senza alterare il carattere del vino. Carlo continua a essere presente nella fermezza delle scelte e nella fiducia accordata all’attesa.
San Leonardo appartiene a quella ristretta categoria di vini che trovano negli anni un alleato decisivo. Ogni annata conserva una propria fisionomia; dopo dieci anni equilibrio e complessità raggiungono una dimensione capace di emozionare profondamente.
Alla fine della verticale resta una certezza. Carlo Guerrieri Gonzaga aveva costruito un vino destinato a durare. Anselmo continua a custodirne la visione con intelligenza e rispetto. Nel bicchiere, vendemmia dopo vendemmia, quella scelta continua a dare ragione a entrambi.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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