Syn. La prima permutazione di Marco Mascellani
Io penso che a volte sono le persone che nessuno immaginava che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare..
Durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti avevano inventato un codice indecifrabile per trasmettere i propri messaggi
Alan Turing, un eccellente matematico inglese, si offrì volontario per trovare un metodo utile a decifrare quei messaggi grazie ad una “macchina”, Enigma. Dopo tanti sforzi, tanti fallimenti e pochi riconoscimenti, riuscirà nell’impresa dando via, di fatto, all’epoca dei calcolatori elettronici. Il film The Imitation game trae spunto proprio da questi eventi.
Sostenere che qualcosa non sia possibile è plausibile fino a quando arriva qualcuno che le rende possibile. Pensiero laterale, sperimentazione, follia. Ci vogliono persone un pò pazze per pensare fuori dagli schemi rompendo le normali convenzioni. Solo così si può ragionare diversamente.
Alan Turing fu un genio perché, prima di tutti, capì che non era possibile capire e decifrare il codice usato dai tedeschi con la mente umana. Non era umanamente possibile. Solo una macchina poteva essere in grado di effettuare l’elevato numero di operazioni necessarie per trovare, tra le infinite permutazioni di lettere ed in un tempo congruo, la permutazione che riusciva a dare un senso compiuto al messaggio.
La giusta permutazione tra le infinite possibili.
Giusta. Cosa vorrà poi mai dire giusta. Un codice può voler dire tutto o niente. Mettere in fila parole crittografate voleva dire dare un senso compiuto ad un messaggio. Con la speranza di azzeccarlo. Altrimenti sarebbe stata la morte per migliaia di soldati.
Permutando diversi vitigni invece, come si fa a parlare di permutazione giusta? Il risultato è, comunque, un vino. Più o meno buon che sia ma sempre un vino. E allora?
Marco Mascellani, che avrete certamente conosciuto nell’articolo Marco Masccellani. L’enologo delle permutazioni, è una di quelle persone alla quale piace sperimentare e, soprattutto, cimentarsi in sfide. Un pò come Alan Turing.
Capire cosa si possa ottenere permutando diversi vitigni coltivati in diverse regioni con diversa esposizione, diverso terreno può essere un lavoro per svolgere il quale non basterebbe una vita: il numero di permutazioni possibili rasenta l’infinito.
Syn è sua prima permutazione: un Verdicchio coltivato a Castelpiano in provincia di Ancona; un Pecorino a Civitaquana vicino Pescara; un Grillo nella insolita Palmariggi (Le) a pochi km dal mare di Otranto.
Syn. Un nome disambiguo dove disambiguazione di una parola indica l’assunzione di significati diversi in contesti diversi: Mercurio è un metallo, un pianeta, una divinità; Rombo è un pesce, una figura geometrica, un rumore. Non poteva esserci nome più opportuno per un vino nato come permutazione di tre vitigni coltivati in tre regioni diverse.
Quest’anno ho usato il Verdicchio della zona dei Castelli di Jesi, il Pecorino delle Colline Pescaresi e il Grillo coltivato in Puglia. Il Grillo e il Pecorino erano allineati come maturazione mentre il Verdicchio era indietro. Ho spinto più avanti Grillo e Pecorino mantenendo una bella base acida del Verdicchio.
Tre vitigni, tre zone, tre maturazioni diverse. Assemblate a partire dalle masse per poi vinificare per metà in acciaio e metà in barrique di rovere a bassa tostatura.
Pensare ogni anno a cosa si potrebbe fare con la vendemmia in arrivo. Coinvolgere gli amici produttori per cercare le vigne giuste e vinificare, questo si, sempre con uvaggi. Non blend di vini.
Quante possibilità, combinazioni, pardon, permutazioni può offrire l’incredibile patrimonio ampelografico italiano. Miliardi di miliardi. Al diavolo i puristi. Al diavolo chi rimane ancorato al passato. Signori, questo è il progresso!
In un mondo che offre così tante possibilità, lasciamo ad ognuno le proprie convinzioni. Le radici sono di chi le vuole mantenere e valorizzare. La sperimentazione per chi vuole vedere il mondo proiettato in un’altra dimensione. L’importante è il rispetto reciproco. Un pò come dovrebbe accadere nelle integrazioni dei vari popoli. Rispetto reciproco.
Così il gioco è più divertente. Facendo i tre vini nelle tre regioni e poi assemblandoli sarebbe stato più facile e commerciale. Mischiando a mosto si mischiano tutti i precursori aromatici e quello che ti capita realmente non lo sai. È un po’ un all in. Vediamo quello che viene fuori e divertiamoci. Avevo definito per questo vino come farlo affinare e fermentare. Metà della massa fa acciaio e metà in due barrique con due tostature diverse. Leggere. Una con trattamento con acqua ad alta pressione per toglierle lignina.
Il progetto di Marco arriva a scombinare le carte nel mondo del vino con un chiaro bagliore, un concetto nuovo: la decontestualizzazione rispetto al territorio. Il vino diventa esercizio stilistico non continuativo. Un prodotto che non c’è e non ci sarà più. Sensazioni che non tornano. Effimere? No, uniche. Tutto si crea, tutto varia in funzione dell’annata, della volontà del creatore, del tempo, dello spazio. Qualcosa di sempre diverso accomunato solo dalla mente e dalla mano del produttore: Marco.
Per molti un esercizio edonistico. Per altri una innovazione. Per altri una bestemmia. Aldilà di questo, uno degli aspetti da non sottovalutare e magari criticabile di un approccio come quello proposto da Marco è una possibile impronta ambientale negativa. Pensiamo infatti al trasporto delle uve da una regione all’altra; tir che si muovono su e giù per l’Italia con conseguente emissione di CO2.
È da tanto che ci riflettevo su questa cosa ma l’idea di far viaggiare le uve per tanti km mi frenava. Un bancale di uva da vinificare per lavorarlo giù. Parto già con un deficit che le aziende non hanno. Ho cercato di compensare. Ho fatto una chiacchierata con gli amici di Treedom e mi hanno detto che in realtà l’impatto del viaggio delle uve è irrisorio se lo si confronta all’impatto della singola bottiglia di vetro.
In effetti nel carbon footprint oltre il 50% dell’impatto dipende dal vetro (tipologia, peso) sia per la creazione sia per lo smaltimento della bottiglia. Così Marco sceglie per il suo vino una bottiglia riciclata (bel costo) e un tappo con carbon footprint negativo. Sceglie le aziende dalle quali prendere l’uva con grande attenzione all’ambiente. Il resto lo compensa.
Calcolato l’impatto ambientale del trasporto ho deciso di compensare quello che andavo ad impattare. Regalare un albero ad ogni partner di distribuzione del territorio.
Esercizio stilistico o edonistico che dir si voglia, Marco le sue bottiglie vuole ovviamente venderle. Non sono tante in questa prima permutazione, 915 per la precisione. Ha deciso di affidarle a pochi e selezionati partner. Piccole enoteche. Piccoli angoli, uno per città, nei quali si può parlare di vino senza pregiudizi, senza timore di essere guardati con sospetto. Sperimentare emozioni. Collezionare esperienze. Acquisire conoscenza. Apprezzare l’irripetibilità del tutto dunque valorizzare il presente. Non il passato. Non il futuro.
Il futuro è solo la prossima permutazione.

In questo percorso ho coinvolto tutti gli amici. Dalla produzione alla comunicazione. È una cosa di divertimento. Ho deciso di fare il vino ma stavo facendo l’errore dal quale metto in guardia le aziende. Prima di fare il vino preoccupatevi di come venderlo. Io stavo partendo senza pensare a come venderlo. 1000 bottiglie. E non ci pensavo.
Amici che lo stanno supportando per la buona riuscita di questo progetto. Amici come Gaetano Marangeli della cantina Menhir o Paola Restelli di Wine Immersion.
Con Gaetano abbiamo instaurato un’intesa profonda sui principi in comune sin da subito. Abbiamo deciso di puntare sulla Terra d’Otranto DOC per intraprendere un percorso di rigenerazione agricola sulla zona del Salento maggiormente colpita dalla devastazione della Xylella. Fastidiosa. Alcuni anni fa abbiamo deciso insieme di impiantare il Grillo nel Salento e proprio da quel vigneto proviene la quota salentina di Syn 2023. Inoltre mi ha dato di fatto le chiavi di casa ,concedendomi la possibilità di fare questo gioco presso la sua cantina
Paola è l’anima del progetto. Io ho banalmente avuto l’idea di mettermi a giocare con le uve e, una volta realizzato il vino, è stata una delle prime persone che ho informato. Ci conosciamo e stimiamo da anni e la sua salita a bordo è stata una naturale conseguenza delle nostre chiacchierate. Una volta a bordo, ha preso in mano il timone e pensato praticamente a tutto ciò che c’è intorno alla bottiglia. L’ha fatto con una passione propria solo a chi ha veramente a cuore una cosa.
Queste parole la dicono lunga sui rapporti che Marco è in grado di tenere. Non si comporta da semplice consulente. Non è uno di quelli con la puzza sotto il naso. Lui si fa voler bene per il suo carattere e l’entusiasmo che dimostra senza eccessi.
Vorrei che questo mio progetto doni piacere a clienti fidelizzati. Qualcosa di accessibile che si attende: il cliente che aspetta la successiva bottiglia con la curiosità di sapere cosa sarà. Una discussione tra appassionati. Non qualcosa da collezione perché deve essere consumata. Trovare il vino magari faticando per averla. Vorrei che fosse sempre democratico.
Syn è l’enigma da decifrare. Un vino che ha una precisa identità ancorché incollocabile in nessuna delle tre regioni utilizzate. Se sembra essere un Verdicchio o un Pecorino potrebbe non aver nulla del Grillo. Però lo scaldi un pò e ti ricredi. Ho aperto la bottiglia 871 delle 915 prodotte.

Il colore è scarico tanto che quando è nel calice passa quasi inosservato.
Vorrei vedere la mia faccia appena porto il calice al naso perché sono certo che l’espressione sia quella di un punto interrogativo. Stupore ed incredulità: non riesco a decifrarlo, a connotarlo, a classificarlo. Mi spiazza e mi destabilizza.
Ricordo di aver letto il libro, Io no, di Lorenzo Licalzi. C’è in questo una frase che mi è tornata in mente proprio alla prima olfazione di Syn.
Si può sapere perché ti sei fatto un tatuaggio? E poi perché proprio un punto interrogativo?
Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta?
Scavando nei ricordi, nel database olfattivo frutto di tanti, tantissimi assaggi, trovo riferimenti a quei vini umbri che, pur se ammorbiditi dall’utilizzo del legno, mantengono la loro freschezza. L’impressione è che quello che fu uno dei maestri di Marco abbia avuto una qualche influenza nella creazione di Syn. Influenza o ispirazione va bene ma Syn è indiscutibilmente dotato di una forte e precisa identità.
C’è della resina che emerge. Un tocco di pietra focaia. Un lievissimo balsamico, quasi impercettibile, risulta utile aiuta a rendere piacevolissimo ogni sentore. Il legno di cedro viene fuori prepotente a mostrare la sua burrosa vaniglia che arriva, incide, scalpita. Ma non morde. Ammalia come il canto di una sirena fondendosi con il fresco della mentuccia e della salvia. La pera e la pesca bianca si contornano di tanti fiori bianchi e camomilla in un intrigante bilanciamento. La nota di mandorla fresca e mallo di noce rendono il tutto morbido e fresco.
In bocca continua la sua opera ammaliatrice. L’agrume è intenso ma vellutato grazie al legno nel quale metà della massa è fermentata e affinata per 9 mesi, che ha fatto il suo dovere generando un equilibrio decisamente preciso. Con grazia, senza strafare. Intenso, secco, caldo, sapido.
Syn rimane comunque indecifrabile. Anche nel suo percorso degustativo: parte verticale e sembra che rimanga tale fino a quando si amplia all’istante come una goccia di acqua che tocca il suolo cadendo dall’alto. Splash!
Non appena credevi di averlo capito, lui ti dice che non è così e ti porta da un’altra parte. Come in un viaggio da una regione all’altra. Il legno contribuisce a creare ulteriore scompiglio, a portarti dallo stretto all’ampio, dall’alto al basso. Sensazioni che si rincorrono in un gioco di inganni ed intrighi. L’agrume, il miele, la vaniglia, il legno. Splash!
La persistenza non è particolarmente lunga. La bocca rimane in un meraviglioso stato, pronta, anzi vogliosa, ad accogliere un successivo sorso.
Non lo si capisce e si continua a non capirlo.
È proprio come un codice da decriptare: quando pensi di aver capito il codice e trovato la giusta chiave interpretativa, arriva con un altro sorso una sensazione completamente diversa così che ti dai del deficiente perché hai completamente sbagliato. Questo è il vero intrigo.

Se questo è Syn, la prima permutazione, l’obiettivo di aver voluto creare qualcosa di unico, è stato perfettamente centrato.
Capire l’esercizio stilistico ed edonistico di Marco vuol dire comprendere se questo possa essere o meno un fenomeno da studiare con attenzione, un trend diverso o solo qualcosa di modaiolo, di effimero. Di certo siamo difronte ad un modo particolare di interpretare il mondo del vino, le sue possibili permutazioni, le sue vere potenzialità. Ecco spiegato finalmente perché Marco non può che essere definito l’enologo delle combinazioni. Pardon, delle permutazioni.
Adesso non possiamo che attendere la prossima. Io non vedo l’ora
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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