Vigna Madre. La terra ricorda
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Gabriele D’Annunzio, I pastori
Tornare a parlare di Giannicola Di Carlo non è mai una semplice ripetizione. È piuttosto come rileggere un libro che si credeva già conosciuto e trovare, nelle stesse pagine, frasi nuove che prima non avevano colpito. Forse non eravamo pronti a riceverle. Ho scritto di lui, della sua storia, del suo dolore trasformato in metodo di vita. Ma alcune persone hanno lo strano potere di moltiplicarsi ogni volta che le si incontra, di rivelare strati diversi di sé a seconda della luce del momento.

Questa volta l’incontro è avvenuto a distanza, attraverso lo schermo di un webinar organizzato dall’ufficio stampa di Vigna Madre. Eppure nulla è stato freddo, nulla di digitale. Giannicola parlava dalla sua terra, da Caldari di Ortona, quattro chilometri dal mare Adriatico, trenta dalle nevi della Maiella. Quella terra entrava nelle parole con la stessa forza con cui entra nei vini.
Il dolore come bussola
Per capire Vigna Madre bisogna tornare al 1986. Chernobyl. Un nome che oggi ritorna con una brutalità d’attualità dolorosa, in un’Europa che torna a fare i conti con la fragilità nucleare e con le cicatrici di una storia che non smette di ripetersi. Per Giannicola, quella nube tossica che attraversò l’Adriatico non fu solo un’emergenza ambientale: fu la morte di suo fratello, portata via da quella malattia silenziosamente irraggiata nel corpo d’Europa.
Quella sofferenza mi ha spinto a indirizzare l’azienda verso una sostenibilità che fosse in sintonia con la natura stessa, con l’uomo stesso», dice. E non lo dice con la voce di chi recita una filosofia appiccicata sopra come un’etichetta. Lo dice con quella cadenza piana, quasi quieta, di chi ha già attraversato il fuoco e sa bene da quale parte stare.
Nel 1991, Giannicola realizza la prima conversione totale al biologico su scala aziendale in Italia. Non come scelta commerciale ma come atto di coerenza con una perdita e con una promessa fatta a sé stesso. Oggi VignaMadre, azienda della Famiglia Di Carlo dai 1830, porta avanti quella promessa attraverso sei generazioni di viticoltura abruzzese.
Il vigneto che parla con i colori
Giannicola ha la capacità di muoversi tra scienza e poesia senza che le due si escludano a vicenda. I filari suddivisi nei sette colori dei Chakra, il brevetto biodinamico-energetico, l’uso di leguminose per fissare l’azoto, la lotta alla tignola tramite confusione sessuale: tutto risponde a un’idea di natura come sistema vivo, capace di comunicare attraverso le sue radici.

Il Vigneto Dinamico-Energetico attrae insetti utili attraverso i colori: il giallo della creatività, il viola della spiritualità, il rosso della forza vitale. Le piante, attraverso l’epitelio vegetativo delle foglie, percepiscono quella presenza e rispondono con una vitalità maggiore. Misticismo? No, è biofilia applicata. Miisurabile, tanto che Giannicola cita dati sull’accrescimento degli internodi dei tralci: fino a quasi un centimetro in più rispetto ai vigneti campione.
I ragazzi delle scuole che vengono da noi, quando entrano in quel vigneto, hanno un effetto di cromoterapia. È un qualcosa che abbiamo evidenziato.»
A volte mi chiedo se la differenza tra un vignaiolo e un poeta sia davvero così netta.
Cerasuolo Capo le Vigne DOC. La luce del ciliegio
Il primo vino in degustazione è il Cerasuolo d’Abruzzo DOC Capo le Vigne. Già al versarlo nel calice ci si accorge che non è non un rosato convenzionale, non il cerasuolo carico e muscoloso che certi mercati pretendono. Questo è rosato come lo è la ciliegia matura prima di diventare scura. Una sfumatura che cambia a seconda dell’angolo della luce, vivida, trasparente, con quella vibrazione cromatica che anticipa già la beva.
Al naso, il frutto si annuncia con discrezione elegante: fragola selvatica, scorza di lampone, un filo di melograno che arricchisce senza sovraccaricare. Il sorso è teso, fresco, con la croccantezza che ricorda certi bianchi di montagna piuttosto che certi rosati fiacchi da estate. Tredici gradi e quaranta senza mostrarli con arroganza. Li porta come si porta un vestito ben tagliato, senza ostentazione. La chiusura è leggermente ammorbidita, con un ritorno di frutto che si dissolve pulito.
Lontano dai cliché delle bollicine e degli aperitivi, questo Cerasuolo è un vino da tavola vera, da conversazione lunga, da quei pasti abruzzesi che cominciano con il sole e finiscono quando le stelle hanno già preso posizione.
Perché inseguire la Provenza o i chiaretti del Garda? Il Cerasuolo di Giannicola sceglie di non inseguire nessuno. Resta se stesso. Ed è esattamente questa la sua forza.
Maiolica Iconic Terre d’Abruzzo IGP. Il ritorno di ciò che era perduto
Sula Maiolica occorre fermarsi un attimo.
La Maiolica è un vitigno autoctono abruzzese presente già verso la fine dell’Ottocento, poi abbandonato a causa della sua ridotta produttività e recentemente riscoperto da alcune aziende vitivinicole abruzzesi che stanno cercando di rilanciarlo. Il nome evoca la ceramica: la buccia dell’acino, lucida e cerosa, ricorda proprio quella lucentezza che contraddistingue la maiolica ceramica.
A partire dal 2015, Giannicola Di Carlo ha avviato protocolli di microvinificazione sperimentale grazie al contributo tecnico dell’agronomo Cesare Tiberio dei Vivai Rauscedo, che ha selezionato e recuperato le marze storiche di Maiolica Nera. Una tappa fondamentale si colloca nel giugno 2019 quando furono presentate le prime prove di microvinificazione alla presenza di oltre cento enologi abruzzesi. Nel 2024 è arrivato il riconoscimento ufficiale: la denominazione Maiolica Terre d’Abruzzo IGP è stata approvata dal regolamento comunitario.
Le date e i regolamenti raccontano solo la superficie della storia. Quello che si percepisce davvero al calice è qualcosa di più difficile da registrare nei documenti: la sensazione di incontrare qualcosa che esisteva prima di noi, che aveva vissuto, era stato dimenticato e ora torna. Non come reperto da museo, ma come voce viva.
Dodici gradi. Un rosso da bere fresco, tra i dodici e i quattordici gradi. Il naso è un piccolo trionfo di frutto: ciliegia marasca, mora appena colta, una sottile nota floreale che ricorda la viola appassita. La bocca è scorrevole, luminosa, con un tannino ancora giovane ma già armonioso, distribuito senza spigoli. Paola Restelli fa un commento che secondo me lo descrive con una incredibile precisione che sa di meraviglia.
Spezzatura varietale, vivacità della freschezza, dinamica del tannino progressivo non grasso, ma comunque materico e saporito.
Giannicola dedica questa Maiolica ai giovani. Vuole che sia un vino d’ingresso al mondo del vino autentico, una porta aperta senza scalini. Un uomo che ha attraversato la perdita e la sofferenza sceglie di rispondere con qualcosa di leggero, piacevole, generoso. Come chi ha visto abbastanza buio da voler tenere accesa la luce per gli altri.
Nobu 1830. Prolungare il solco
Nobu, in giapponese, significa prolungare. Prolungare un solco nella terra, dal passato verso il futuro. È un nome che porta già dentro di sé tutta la poetica di Vigna Madre: la continuità, la radice, il gesto che attraversa il tempo.
Il Nobu 1830 è il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2021. La sua vinificazione racconta una scelta radicale e raffinata insieme: cemento, anfora e legno. Tre contenitori, tre temperamenti, tre velocità del vino che si fondono in qualcosa di più complesso di ciascuno preso singolarmente. Il cemento preserva le caratteristiche native del vitigno, l’anfora dona immediatezza e rotondità, il legno aggiunge nei nove mesi, complessità senza coprire.
Al naso il vino è una sequenza di strati che si aprono nel tempo come si apre un libro per bambini. Sapete quelli che con una sorta di pop up fanno emergere figure ad ogni cambi di pagina? Cacao fondente, caffè tostato, mora matura, una speziatura scura che ricorda il pepe nero e la cannella. Poi, man mano che il vino respira, arriva il finale con uno balsamico quasi mentolato che diventa freschezza inaspettata. Un vino che si pensa di aver capito e poi ti sorprende ancora.
In bocca il tannino è quello che Giannicola cerca da sempre: ben distribuito, silenzioso, capace di dare struttura senza spezzare il filo della beva. Non stringente, non verde. Maturo come le uve che lo ha prodotto, raccolte solo quando il vinacciolo era già brunito. Intorno ai quattrocento metri sul livello del mare, con l’escursione termica tra il mare Adriatico e la Maiella che regola tempi e ritmi della maturazione.
Radici e futuro
Ascoltando Giannicola parlare durante la degustazione, mi sono tornate in mente le parole con cui aveva aperto uno dei suoi discorsi
Non basta dire che facciamo vino da due secoli per garantire la qualità. La qualità ha un percorso che attraversa la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente, l’innovazione, la ricerca.
Calo dei consumi tra i giovani, la pressione dei vini dealcolati, i cambiamenti climatici che alterano i ritmi millenari della vigna. Uno scenario nel quale Vigna Madre sceglie di rispondere con la memoria. Non con la nostalgia, che è statica e sterile, ma con la memoria attiva: quella che recupera il vitigno dimenticato, lo vinifica per renderlo contemporaneo, lo mette in bottiglia a dodici gradi e lo offre a chi non ha ancora incontrato il vino.
La Maiolica rappresenta una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità, consapevolezza ed equilibrio tra uomo e natura diventano elementi centrali.
D’Annunzio scriveva dei pastori che migravano verso il mare in settembre, trascinando greggi lungo le vie della transumanza. In quel movimento antico c’era qualcosa di sacro: il ritorno ciclico, la fedeltà alla terra, il sapere che certi cammini vanno percorsi anche quando sembrano anacronistici. Giannicola Di Carlo fa qualcosa di simile: riporta alla luce ciò che era stato abbandonato, lo accompagna senza dominarlo. Per consegnarlo al futuro con la stessa cura con cui si teneva per mano un fratello.
Non tutti i vini raccontano chi li ha fatti. Questi sì.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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