Vigne del Patrimonio. Che prima volta!
La prima volta. Vi ricordate come è stata la vostra prima volta?
Di cosa? Come di cosa?
Di qualsiasi cosa. Sì certo, anche di Quella cosa, ma non specificamente di Quella.
Quante prime volte abbiamo vissuto nella nostra vita?
La prima volta che abbiamo camminato. Quando abbiamo detto mamma o papà. Il primo giorno di scuola. La prima comunione. Il primo bacio. Il diploma. La laurea. Il matrimonio. La nascita di un figlio. E si potrebbe continuare per tante altre prime volte.
Come sono state? Alcune le ricordiamo, altre no. Certe con piacere, altre no. Per alcune preferiremmo dimenticare, per altre vorremmo ritornassero ancora.
La prima volta però è sempre e comunque unica e irripetibile. Qualcosa che, in qualche modo, segna il nostro cammino. In maniera più o meno lieve, più o meno profonda, ma ci segna. Come un solco nel terreno: si può rimarginare oppure no. Dipende da quanto sia stato scavato e da cosa accade dopo.
Quando si pianta un seme nel terreno, la meraviglia della vita inizia. Ne più ne meno di quanto accade per un essere umano. Se si tratta di un frutto da mangiare, ad esempio una fragola, baserà curare il terreno ed eseguire una pacciamatura (non sapete cosa sia? È quella operazione per la quale le fragole arrivano belle integre sulle nostre tavole e consiste nello stendere dei teli, anche di plastica, sul terreno facendo uscire la piantina da piccoli fiorellini così che la fragolina si possa adagiare su qualcosa che la distanzi dalla terra). Quando si tratta della vite, al pari degli alberi da frutto, occorrerà aspettare almeno tre anni affinché i primi frutti possano essere utilizzati.
Per realizzare un vino occorrerà dunque aspettare tre anni dall’impianto della barbatella. Stappare la prima bottiglia prodotta ed etichettata è sempre una prima volta incredibile ed emozionante. Il primo assaggio si fa certamente nel durante dell’affinamento, acciaio, legno o anfora che sia. Ma lo stappo è tutta un’altra cosa. Una sensazione che fa ripercorrere ogni istante da quando si è piantata la barbatella, alla crescita, alla vendemmia, alla svinatura. Gli assaggi. Le perplessità. Le paure.
Già, le paure. Pensate ad una bottiglia di rosso che proviene da una botte nella quale ha riposato per vari anni. Tutto si può correggere ma non proprio tutto.
Una bollicina ad esempio. Un metodo classico se ne sta dentro una bottiglia adagiata orizzontalmente per anni. Due, tre, quattro, cinque, sei, sette.
Ho sempre paragonato una bottiglia così a quei corpi che nei film di fantascienza vengono messi dentro capsule criogeniche per i viaggi interstellari che durano decine di anni. Quando si aprono ne escono persone che, trovandosi in epoca diversa da quella di partenza, rimangono completamente spaesati.
Eppure, quando ho aperto, per festeggiare i due anni di mia figlia Azzurra la magnum che Rosa e Antonio mi avevano regalato proprio allo scopo, ho avuto io la sensazione di trovarmi in un mondo diverso. Catapultato in un sogno del quale non ne capivo bene i contorni. Il sogno era quello di Rosa e Tonino e della loro Vigne del Patrimonio. Avevo scritto un articolo su di loro Vigne del Patrimonio. Pazzi per le bolle. Pazzi con le bolle Due persone affabili e simpaticissime che decisero nel lontano 2009 di avventurarsi in un progetto di lunga durata. Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che lo hanno fatto più o meno sulla soglia della pensione. E non ci sarebbe ancora nulla di strano se non avessero deciso di produrre spumanti metodo classico con affinamenti lunghi.
Pazzi. Pazzi per le bolle appunto.

La bottiglia che ho aperto era una magnum di Ala Nera brut, bottiglia 3 di 60. Sboccatura 2019. Vendemmia 2012. Pinot Nero Blanc de Noir. La loro prima vendemmia.
È stato come sentirmi parte del loro sogno. Un onore per me. Un vero incredibile onore. Non solo un sogno ma una realtà che vorrei non finisse mai perché Rosa e Tonino oltre ad essere due persone meravigliose producono anche vini che meriterebbero di essere nelle carte dei tre stelle italiani e stranieri. Oltre che sulle tavole di chi ama le buone bollicine.
Dopo che ho aperto quella incredibile bottiglia, non ho potuto fare a meno di chiamare Rosa per ringraziarla. Così abbiamo iniziato una chiacchierata. Di quelle libere e senza particolari fini. È stata così stupenda che ho deciso di scriverne un articolo. Questo.
La cosa che sulla carta non era cosi evidente era la longevità dei vini di questo terroir.
Clima, esposizioni, terreno. Tanta longevità. Una scoperta.
Questa è la vendemmia 2012. La prima annata. Poche bottiglie. Le magnum le abbiamo messe da parte. Non ne abbiamo vendute sperando di non avere richieste. Sono state li in cantina tutto questo tempo.
Lo stare in cantina non ha fatto altro che donare a questa bottiglia un perlage finissimo e dei sentori pazzeschi. Un gusto che mi ha riportato indietro nel tempo insieme a loro nei terreni vulcanici di Farnese e Ischia di Castro vicino Viterbo. Mai come in questo caso ho trovato superfluo descrivere tecnicamente le sensazioni degustative. Non è questo il punto di discussione di un vino e non lo è maggiormente per questo AlaNera. Perché ciò che mi ha donato è qualcosa di indescrivibile con dei semplici descrittori di qualunque metodo di valutazione da sommelier. Qui c’è di più. Ci sono sentori che si rincorrono senza prevalere. Ci sono sogni e speranze; sorrisi e preoccupazioni; dolcezze e amarezze; voglia di stupire e stupore vissuto. C’è vita. Ecco cosa c’è: vita. Anzi due vite che insieme ad una comune lucida pazzia, decidono di dedicarsi ad un progetto di lunga durata. Che già questa è una follia. Ma di quelle che rendono le bollicine ancora più fantastiche.
La sboccatura è 2019.
Due anni fa abbiamo aperto la prima magnum.
È un test. Vediamo dove vogliono arrivare.
Notavamo che questo vino non dava nessun segno di decadimento, ossidazione. Abbiamo cominciato a capire che tipo di territorio avevamo per le mani. È comune anche ad altri litri. Abbiamo aperto anche un Vepre 2012 con lei e ci sono venute le lacrime agli occhi. Mi sarei aspettato un colore più aranciato, invece perfetto.
Rosa e Tonino si alternano nella chiacchierata. Sono entusiasti. Sorridono alla vita anche se hanno capito come la parte commerciale possa essere la più complicata nonostante i loro prodotti siano pazzeschi. Come il Vepre citato da Tonino. Un Cabernet Franc con affinamento in barrique per ventiquattro mesi. 
Cabernet Franc a Ischia di Castro? Ecco, vedete la meravigliosa follia? Dovrebbe essere dei giovani o di chi come loro si sente giovane dentro ma con quel tanto di sale in zucca da sperimentare laddove il terreno risulta baciato da Dio. Anche se in pochi se ne rendono conto. Non loro e non l’enologo che di queste terre è in queste terre insegna: il professor Marco Esti, Professore Ordinario all’Università della Tuscia.
Il terroir vero e proprio come fattore di successo. Senza se e senza ma.
Con il nostro enologo, il prof Esti abbiamo lavorato benissimo sul vino base. Non si può cedere di un millimetro. Attentissimi alla vendemmia. Bassissime temperature anche con ghiaccio secco. Noi vendemmiamo ad agosto. Quasi di notte. Usiamo un camion refrigerato. Insomma il vino base è impeccabile fin dall’inizio.
Impeccabili. A partire dalla vigna. Senza essere biologici ma con lotta integrata propri dei sistemi con Protocollo ZEI.
Piante giovani. Lotta integrata. Necessità di far crescere bene le piante in un territorio complicato ma intenso.
Riesco ad immaginarmeli Rosa e Tonino alla prima vendemmia. Due ettari e mezzo di vigna con piante sulle quali avevano lasciato a malapena un grappolino per garantirne la qualità. Tanta era la voglia di cominciare il loro progetto che non potevano più aspettare. Un singolo piccolo grappolino a pianta. Niente di più. Niente di più anche per il numero di bottiglie. Appena 3000 compresi i rossi.
Un grappolino per ogni pianta. Una selezione pazzesca. Per la prima vendemmia. Poi le piante crescono. Non si riesce più. Sì lavora sulla quantità ma anche sulla qualità. La pianta si esprime molto meglio. Vini che rimangono complessi grazie all’evoluzione della pianta.
Secondo noi le annate successive sono anche più strutturate.
Meno complesso ma molto più raffinato ed elegante. È come se avesse accresciuto una eleganza e raffinatezza con una aggiunta di pienezza.
Una ragazza giovane è irripetibile che poi crescendo esprime pienezza.
Non ci sarà mai più un prodotto come questo Ala Nera. Anzi, non c’è nemmeno il nome che si è dovuto tramutare in Alaenne. Ragioni di copiright. Già perché quando Rosa e Tonino iniziarono, nella loro ingenuità, vollero un nome che li ispirava. Vallo a sapere che era già preso!
Eravamo nati con un progetto di massimo 48 mesi sui lieviti. Poi assaggiavamo e vedevamo che si evolvevano bene. Dovevamo fare un 24/36/48. Poi ci siamo accorti che tutto migliorava. Più invecchiava ed è ancora buona. Stiamo preparando il 120 e il 100 mesi. Ci siamo accorti che, secondo noi visto che ognuno ha la sua visione, sono fantastici. A Tonino piacciono molto bollicine più mature.
A me non da fastidio quel minimo di ossidazione. A proposito della 120 mesi, abbiamo fatto l’ultimo assaggio l’enologo ed io e ci guardavamo in faccia e dicevamo: come è possibile? Dopo dieci anni?
Più parlo con loro più li amo in maniera incondizionata.
Dopo la prima vendemmia solo tanta continuità e tanto arricchimento delle piante e dei vini che sono cresciuti in maniera esponenziale. Ala Rosa con il Pinot Nero vinificato in rosato; l’Ala Oro, Chardonnay in purezza; Alaenne il magico Pinot Nero Blanc de Noir. Poi il Vepre e lo Chardonnay.
Chissà cosa sarebbe accaduto mantenendo per ogni vendemmia quel piccolo singolo grappolino su ogni pianta. Magari cose grandiose. Livelli di pura eccellenza. Qualcosa di spaziale.
La 2012 ha fornito la prova delle potenzialità del territorio. La massima espressione di un terroir. Solo che mantenere la produzione a quel singolo grappolino per pianta necessiterebbe un prezzo impossibile da sostenere. Non fosse altro perché, per quel crudele atto di autolesionismo (o di ignoranza) che gli italiani amano mantenere senza intenzione alcuna di privarsene, una bollicina italiana non va bene e se pure lo deve essere allora che sia del nord. Del Lazio? Di Ischia di Castro? Boh!
Col tempo la stessa pianta ci ha dato due/tre/quattro grappoli come quelli del primo anno. La selezione continuiamo a farla mantenendo la qualità che abbiamo capito dalla prima vendemmia. Sicuramente abbiamo avuto culo con il terreno. Lo abbiamo comprato senza averlo studiato prima. Quando abbiamo capito come la vulcanicità potesse dare vantaggi, abbiamo iniziato a sfruttarli con il vino base che è assolutamente eccellente.
Un terreno vulcanico. Una selezione pazzesca. Un amore viscerale. L’entusiasmo di chi si gode le cose come fosse sempre la prima volta. Con calma. Senza fretta. Senza la necessità di volere vini immediatamente.
Il progetto non è mai stato 48 mesi ma fin dall’inizio 60. L’Alaenne arriva a 72 mesi. Sull’etichetta c’è scritto 60 perché è il nome del vino ma l’abbiamo portato avanti.
È rimasta l’idea dei 60 mesi ma ora dobbiamo cambiare l’etichetta.
60 mesi di attesa. Ci sono giovani che vogliono avere tutto e subito. Da un lato bimbi viziati che, per via delle aspettative della tecnologia o più semplicemente per i genitori che concedono tutto e subito, non sanno aspettare; dall’altro persone come Rosa e Tonino che decidono di partire con un progetto per il quale occorre aspettare sessanta mesi per vederlo decollare dopo che una attesa di tre anni dalle barbatelle. Otto anni in totale. Una eternità. Che non è nemmeno quello che vogliono.
Il 120 mesi sarà un Pas dosè. È un esperimento con 200 bottiglie. Vedremo il risultato e poi vedremo. Non facciamo altro che assaggiare e capire cosa fare di quel lotto. Coniughiamo aspetti commerciali con esigenze diverse.
Abbiamo allungato la sperimentazione con Pinot nero e Chardonnay. Non sapevamo con quale e non lo abbiamo ancora capito. Li vinifichiamo separatamente.
Centoventi mesi. Dieci anni. Avete esattamente idea di cosa voglia dire attendere dieci anni? E avete idea di cosa si possa provare ad aprire una bottiglia di bollicine rimasta sui lieviti per dieci anni? Una esperienza. Una di quelle prime volte impossibile da non ricordare, ancor meno da banalizzare.
Adesso siamo arrivati a circa 20.000 bottiglie. Piccole quote dedicate alla sperimentazione e il resto vendibile.
Piano piano. Un passo dietro l’altro. Una bolla dietro l’altra. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo, anzi, con il sorriso di Rosa e la meraviglia di Tonino.
Li guardi e vedi nei loro occhi la felicità della realizzazione di un progetto. Una seconda vita che ha e avrà il suo corso. La sua evoluzione. Come quella delle meravigliose bollicine che producono.
Quando mi sono trovato con moglie e figlia nella loro piccola cantina di Farnese, è sempre stato come incontrare i miei genitori. L’atmosfera che, non solo si respira ma si vive, è quella di una famiglia. Sarà anche perché sembra di entrare nel salone di una vecchia casa.
I vini che si bevono sono degli autentici capolavori. Di quelli che non si dimenticano perché provocano emozioni. Vere, coinvolgenti, appassionanti.
Ho aperto il loro magnum riprovando proprio le emozioni vissute nel loro salotto. Una sensazione di preziosa unicità che difficilmente ho provato altrove.
Nella scheda di valutazione di un vino c’è una categoria che viene denominata dimensione. È la valutazione di quella che non solo è la dimensione del vino in senso fisico ma anche sensoriale. In questa, il vino può avere quattro possibili valutazioni: sottile, strutturato, distinto e suggestivo. Senza voler essere didascalico, cito solo l’ultima nel ricordo di un docente che mi disse: metti suggestivo ad un vino che consiglieresti al tuo miglior amico. Ù
I vini di Vigne di Patrimonio sono tutti suggestivi perché li consiglierei anche ai miei fratelli. Non sono di parte ma solo oggettivo e ci sarebbe bisogno di tanta oggettività invece che scimmiottare solo le bollicine d’oltralpe. L’Ala Nera poi è qualcosa che va aldilà do qualunque scala possibile. Solo che sostenere che una bollicina, da Pinot Nero prodotta nel Lazio, vicino Viterbo, possa valere più di novantacinque punti, è difficile da sostenere. Si certo. Da chi non l’ha mai assaggiata e fa le recensioni solo sulla carta.
Lasciamo perdere!
Grazie Rosa. Grazie Tonino. Io non vedo l’ora che arrivi il tempo per il vostro Pas Dosè!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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