Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova
09 Lug 2026
BlendNews

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt.
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II

 

Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano.

 

Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino

Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti.

L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra

Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia.

 

Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie

È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori.

È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso.

 

I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre

 

Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna

Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare.

Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più.

Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna.

Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito.

 

Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di FossanovaL’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi.

L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso.  Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino.

Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta

https://conventoannunciatafranciacorta.it/it/Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram.

La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione.

Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto,  persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio.

 

Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria

Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta.

Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine.

Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo.

 

Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena

Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene.

Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro.

Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo.

Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto.

Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce.

 

Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo

L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata.

PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità.

CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”.

 

Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata

(Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta)

“Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio.

I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante

 

Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina

Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile.

Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta.

Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi.

 

Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania

Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore.

Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera.

Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo.

Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia.

 

La Matina. San Marco Argentano, Calabria

Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti.

Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura.

 

Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio

Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita.

Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé.

Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea.

 

Un’abbazia, un calice, una memoria che resta

Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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