Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude
06 Mag 2026
Suggestioni di Vino

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude

 

Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato.
Gandalf ne Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello.

Perché il punto, in fondo, non è scegliere cosa ereditare. Quello arriva comunque: una storia, un peso, a volte perfino una ferita. Il punto è cosa farne. Se lasciarlo scivolare via o tenerlo stretto, anche quando pesa più del previsto.

No. Questa azienda non si chiude.

Alcune storie nascono da una decisione. Altre da una necessità. Sono tanti i motivi per i quali una persona inizia qualcosa. Solo ogni tanto succede qualcosa di più raro: qualcosa continua a esistere perché qualcuno, nel momento esatto in cui tutto potrebbe finire, decide semplicemente di non arrendersi.

Non è un gesto eroico. Non è neanche una scelta calcolata. È una frase.

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude

Marina Boccia, poco sotto i quaranta anni (non si cita mai l’età di una donna e di una come Marina meno che mai) vive a Monte San Biagio, vicino Latina. Negli occhi e nelle mani quella determinazione silenziosa che appartiene a chi non ha mai sopportato le gabbie.

Davanti a lei, in quel momento, non c’è soltanto una piccola azienda di famiglia. Ci sono tre ettari di Moscato di Terracina e una storia iniziata molto prima che lei nascesse. Poi il rischio concreto che tutto possa diventare soltanto un ricordo. E così, senza quasi accorgersene, Marina fa quello che fanno i vignaioli veri.
Difende la terra.

Il vino che esisteva prima di lei

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiudeIl Moscato di Terracina è uno di quei vitigni che sembrano appartenere più alla geografia che alla storia.
Cresce tra mare e montagna, in quel tratto di Lazio dove la pianura pontina incontra il promontorio del Circeo e il vento attraversa il lago di Fondi portando con sé il respiro salato del Tirreno.
Qui il moscato ha radici antiche.

Quando Terracina si chiamava Anxur, il vino aromatico di queste colline era già apprezzato sulle tavole romane. Lo racconta anche Plinio il Vecchio, che nelle sue cronache ricorda i vini profumati della costa laziale. Ancoro prima di Plinio ci sono i versi delle Georgiche di Virgilio, nei quali descrive la terra che restituisce all’uomo ciò che l’uomo le affida con pazienza:

Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
Felice chi ha saputo conoscere le ragioni delle cose.

Il vino, in fondo, è proprio questo: un tentativo di capire le ragioni della terra.

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude

La terra di Circe

C’è poi un’altra storia che aleggia su queste vigne. Quando il sole scende dietro il promontorio del Monte Circeo, la sagoma della montagna assume la forma particolare del profilo di una donna distesa. Tutti noi che siamo vissuti in queste zone ovvero nelle storie degli anziani, quel profilo è la maga Circe, la stessa che nell’Odissea trasformava gli uomini in animali e trattenne Ulisse sulla sua isola con incantesimi e promesse.

È cosi che da queste parti, il Monte Circeo non è soltanto una montagna ma una presenza che si staglia sul mare coprendo l’orizzonte verso sud. Così, specialmente nelle giornate terse, quel profilo appare nitido, chiaro, senza segreti.
Forse non è un caso che proprio qui cresca un vitigno aromatico, seducente, capace di incantare con i suoi profumi di agrumi, miele e erbe mediterranee.

Il Moscato di Terracina ha qualcosa di magico già dagli acini piccoli e dorati che scrocchiano sotto i denti. Il vino che ne si deriva non si limita poi a essere bevuto.

Ti trattiene. Proprio come faceva Circe con i suoi ospiti.

Le vigne del nonno

Il nonno di Marina pianta moscato nel dopoguerra, quando il vino non è un progetto ma una necessità.
I documenti ufficiali parleranno di registrazioni nel 1967, ma quelle vigne erano lì già vent’anni prima, salvate dopo la guerra e ricostruite pianta dopo pianta.

Pochi ettari. Filari sparsi. Una produzione piccola e una filosofia che oggi sembra appartenere a un altro tempo.

Mio padre il moscato lo regalava. Continuava con la mentalità di mio nonno.

Per quella generazione il vino non era un business. Era un gesto. Si condivideva con gli amici, si portava al mercato, si mesceva nelle feste. Il vino era semplicemente parte della vita. Un nutrimento come tanti altri prodotti della terra. È per questo che oggi, tra Latina e Monte San Biagio, sui terreni strappati alla palude piuttosto che sui primi rilievi dei Monti Lepini, è difficile trovare filari di Moscato di Terracina. Se ne trovano solo pochi per ogni podere. Erano e sono ad uso personale così che se si vuole acquisirli risulta difficile.

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude
Una ragazza che voleva essere libera

Se chiedi a Marina quando ha deciso di fare vino, probabilmente ti dirà che non lo sa. Per molto tempo la sua strada sembrava un’altra.

Gli studi all’Istituto Alberghiero, qualche lavoro nel turismo, esperienze all’estero. A quattordici anni prende un aereo da sola per andare a lavorare in Germania. Il coraggio lo prende da suo padre, un camionista abituato alle strade lunghe e alle decisioni semplici.

Quando lei gli dice che vuole partire, lui risponde con una sola parola:

Vai.

Ma dentro Marina c’è una cosa che non cambia mai.

Lavorare sotto padrone mi dava proprio l’idea di stare chiusa… senza spazio.

La libertà, per lei, non è una teoria. È una necessità.

 

Il giorno in cui Marina diventa vignaiola

Il 2018 è l’anno della svolta. Accadono tante cose. Perlopiù problemi, stanchezza, difficoltà che portano il padre a pensare di chiudere tutto. È uno di quei momenti in cui le aziende agricole scompaiono senza fare rumore. Sono momenti ma momenti cruciali. Definitivi.

Marina ascolta. Poi pronuncia quella frase.

No. Questa azienda non si chiude.

Da quel momento prende in mano ogni cosa. Cambia il commercialista. Studia la burocrazia. Ottiene i fondi necessari. Reimpianta nuove vigne di moscato. Soprattutto cambia mentalità.

L’imbottigliato non è un premio. È il margine. E deve essere pagato.

Per chi viene da una famiglia che regalava il vino, è quasi una rivoluzione culturale. La bottiglia non è qualcosa che serve quando il vino lo fai per te. Non serve. Non serve nemmeno se lo vendi sfuso come si faceva e si fa da queste parti come in ogni parte d’Italia.

È così che Marina crea la sua azienda: Vini ValleMarina. Una dedica a se stessa, alla sua forza, alla capacità di non arrendersi. Alla voglia di vivere con la vita che si è scelti di fare.

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude
Il carattere del Moscato

Il Moscato di Terracina DOC non è un vino che cerca di piacere a tutti. Ha il carattere del Mediterraneo. Profuma di agrumi, salvia, miele che si fonde con il vento del mare. Quello carico di sale. Quello che dopo una giornata di primavera ti lascia sulla pelle quel gusto salato e salmastro che da piccolo non smettevo di succhiare come fosse un lecca lecca.
Marina produce poche bottiglie di Moscato. Circa tremila. Una quantità minuscola per il mercato. Ma a volte il valore di un vino non si misura in ettolitri. Si misura nella convinzione di chi lo difende.

In certi frangenti, la storia smette di essere solo una storia di vigne. Ogni vignaiolo, prima o poi, finisce per lasciare qualcosa di sé dentro una bottiglia. Marina lo ha fatto con un vino che porta il suo nome. Non per vanità, sarebbe troppo semplice, ma perché in fondo quel vino racconta esattamente ciò che lei è diventata: una donna capace di stare in equilibrio tra dolcezza e carattere, tra mare e terra, tra memoria e futuro.
Il vino si chiama Donna Marina.Ed è forse il modo più sincero che questa terra ha trovato per restituirle la sua storia.

Donna Marina, il Moscato che sa di vento

È un Moscato di Terracina DOC secco, vendemmia 2021, e già nel calice mostra una maturità luminosa: paglierino che vira verso l’oro, come quei pomeriggi d’estate in cui il sole resta sospeso sopra il mare prima di scendere dietro il Monte Circeo.
Il primo respiro è sorprendente. Arriva il miele, ma è un miele leggero, quasi trasparente, che subito si intreccia con il profumo del limone. Non la polpa, piuttosto la foglia del limone di cedro, quella che quando la strofini tra le dita libera un aroma verde e luminoso.

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiudePoi il vino si apre. Margherite di campo, salvia, un accenno di menta selvatica. E soprattutto il mare. Non il mare delle cartoline, ma quello che senti quando il vento attraversa la costa e lascia nell’aria una traccia salmastra. È una sensazione che arriva quasi di sorpresa: come respirare accanto a una scogliera mentre le onde si infrangono poco sotto. È qui che Donna Marina rivela il suo vero carattere. La parola Moscato porta spesso con sé l’idea della dolcezza. Donna Marina prende quell’idea e la rovescia con eleganza. Al naso sembra già raccontare una sapidità profonda, come se il sole e il vento del Tirreno avessero asciugato ogni eccesso lasciando solo l’essenziale.

In bocca è secco, deciso. La sapidità entra subito in scena, ampia, quasi marina, e il limone torna a farsi sentire come una lama fresca che pulisce il palato e allunga il sorso. Il risultato è una sensazione sorprendente: il vino riempie la bocca e nello stesso tempo la libera, la rende luminosa, pronta per un altro sorso.

È uno di quei vini che continui ad annusare prima ancora di berli. Come una caramella balsamica che non vuoi lasciare andare. Poi succede una cosa curiosa: ti accorgi che il bicchiere si svuota troppo in fretta. Perché l’equilibrio tra sapidità e carezze aromatiche è così naturale che la bottiglia sembra sparire senza che tu te ne accorga.

Il Moscato di Terracina, quando è fatto così, diventa quasi una piccola magia mediterranea. Un vino che non cerca di stupire. Ma che, con la semplicità delle cose autentiche, finisce per incantarti. Proprio come la terra che lo ha generato.

Lampione. Moscato di Terracina DOP Secco

https://www.instagram.com/reel/DQSB5o_jcGG/?igsh=MXY1OXdndW5meHlsYw==Amo il mare della costa pontina perché in certi pomeriggi di fine estate accade che la luce smette di essere luce e diventa una sostanza densa, quasi visibile, palpabile. Si deposita sulla pelle come un ultimo atto d’amore prima del buio. Ho immaginato Il Lampione nascere così, in quell’aria luminosa, carica, indimenticabile.

Il suo colore è un giallo paglierino che vira al dorato, con riflessi che sembrano raccogliere tutto il sole di ValleMarina. Al naso è un’esplosione gentile: fiori d’arancio e zagara che precedono note di albicocca matura, frutta esotica, un filo di miele selvatico e quella mineralità sottile, quasi salmastra, che solo i vigneti cresciuti a poca distanza dal Tirreno sanno restituire. È il profumo di un luogo preciso, non di un vitigno qualsiasi.

In bocca continuo a sorprendermi ogni volta che assaggio un Moscato Secco. Sembra essere sempre una scommessa su cui non tutti osano puntare. Marina Boccia la vince con una semplicità disarmante. Il sorso è asciutto, aromatico, percorso da un’acidità fresca e da una sapidità marina che allungano il finale come la riga bianca di un’onda che si ritira lenta sulla riva. Non è complesso ma vero.

Rosalindo IGT Rosato Lazio

Il nome viene da una rosa. Non da una rosa qualsiasi, ma dall’idea stessa della rosa rossa. Quel fiore che nella tradizione mediterranea è sempre stato al confine tra bellezza e perturbazione, tra profumo e spina. Rosalindo è l’unione di caratteri: il Sangiovese con la sua struttura e nerbo toscano trapiantato nel Lazio; il Cesanese, vitigno laziale per eccellenza, capace di una dolcezza selvatica che non ti aspetti. Un matrimonio calibrato e combinato per ottenere un rosato che tende alla cipolla rossa, con quella sfumatura calda e carica che non è né il rosa pallido dei rosé provenzali né il rubino già deciso dei rosati del Sud. È una via di mezzo che è un posto suo, riconoscibile, con una personalità di confine che appartiene solo a questa terra sospesa tra mare e montagna.

Al naso è fruttato e diretto con fragola matura, il melograno e una traccia di petalo secco. Una freschezza lieve che fa pensare a una mattina di settembre sulla costa pontina, quando il caldo non se n’è ancora andato del tutto ma l’aria ha già cambiato qualcosa. In bocca è scorrevole e vivace, con una struttura più presente di quanto il colore non lasci presagire: il Cesanese porta un fondo di corpo che sostiene il frutto del Sangiovese senza appesantirlo. Finale pulito, leggermente sapido, con quella persistenza gentile che invita a un altro sorso senza chiedere nulla in cambio.

È il vino della tavola apparecchiata all’aperto, dei crostacei lessati con il limone, del formaggio fresco e del pane di casa. Un vino che non vuole, né pretende, essere memorabile. Forse, proprio per questo, lo diventa. Con l’occasione giusta.

Rosso Brigante. IGT Rosso Lazio

Il nome dice già tutto, o quasi. Brigante: chi non si piega, chi sceglie la strada dei boschi e delle scorciatoie, chi porta con sé qualcosa di selvatico anche quando si siede a tavola. Ricordo che papà mi narrava di Frà Diavolo, il Brigante che operava dopo la Portella, la porta che fungeva sulla antica Via Appia da confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Sulle montagne tra Itri e Monte San Biagio i briganti erano non solo una leggenda. Erano una geografia umana. E questo vino ne porta l’eredità con una certa fierezza.

Sangiovese, e Syrah: un’alleanza di caratteri diversi che nel calice trovano un equilibrio sorprendente. Il colore è un rubino profondo, quasi violaceo nei riflessi, con quella densità cromatica che preannuncia un vino fresco e da bere senza farsi troppe domande. Al naso è diretto e generoso: frutti di bosco maturi, note speziate, un sottofondo di erbe della macchia mediterranea come rosmarino e alloro così come qualcosa di selvatico che richiama i pendii dei Monti Ausoni nelle giornate di scirocco.

In bocca è pieno, caldo, con una struttura tannica presente ma non aggressiva. Il tipo di tannino che invita a un secondo sorso piuttosto che chiudersi su sé stesso. Il finale è lungo, aromatico, a lasciare quella sensazione di pienezza soddisfatta che si prova dopo un pasto di quelli veri, seduti all’aperto quando la sera comincia ad abbassare la temperatura e il vino nel bicchiere diventa un punto fermo nel silenzio.

Il Rosso Brigante non teme di essere rustico. Sa di campagna, di vendemmia tardiva, di gente che lavora la terra con le mani. E in questo, paradossalmente, è più sincero di molta eleganza costruita a tavolino.

Il vento e la promessa

Se torni a Monte San Biagio al tramonto, quando la luce scivola verso il mare e il Monte Circeo diventa una silhouette scura sull’orizzonte, il vento continua a muovere le vigne come ha fatto per secoli. Passa tra i filari di Moscato di Terracina, sfiora le foglie e porta con sé storie antiche. Lo stesso vento che ha visto lavorare il nonno. Lo stesso che oggi accompagna Marina tra le sue vigne.

Forse il vino nasce proprio così. Non da un progetto perfetto. Non da una strategia. Ma da qualcuno che, davanti alla possibilità di perdere tutto, decide semplicemente di restare. E continuare.

Marina ha scelto con tutta la forza e il sorriso di cui dispone. La trovi in vigna come a consegnare il suo vino. La trovi alle fiere del vino per promuove la sua idea insieme alle Donne del Vino. Ovunque la trovi incontri una donna fiera e determinata ma al contempo umile e concreta. Non ha paura perché crede in se stessa e perché ha la tempra di chi sa che può e deve contare sulle sue forze per mantenere quella promessa.

Lei ha deciso cosa fare del tempo che ci viene dato. Non lo ha subito. Lo ha deciso. Perché sapeva che certe vigne, se le lasci andare, non tornano più. Semplicemente scompaiono come una magia della Maga.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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