A terra nun menti. Vito Oddo: vita, vite, vino
La terra continua a chiamarti anche quando sei lontano. Per Vito Oddo quel richiamo aveva il volto delle vigne di famiglia, della Sicilia occidentale e di una storia che meritava di essere scritta con parole nuove. Il suo percorso racconta il ritorno a una terra troppo spesso considerata soltanto serbatoio di uva e che oggi, grazie a produttori come lui, sta ritrovando identità, orgoglio e futuro.
A vigna voli l’occhiu dû patruni.
Ignazio Buttitta, il più grande poeta dialettale siciliano del Novecento, scrisse che un popolo diventa povero e schiavo quando gli tolgono la lingua. Stessa cosa, aggiungerei, quando gli tolgono la terra. Anzi, è proprio quando gli tolgono la terra che diventa schiavo di qualcuno.
La Sicilia occidentale, quella che si allunga verso il mare di Mazara con le vigne serrate come un esercito antico, conosce entrambe le perdite: ha visto sparire dialetti, ha visto sparire contadini, ha visto cantina sociali divorare per trent’anni l’identità di un territorio tra i più vitati del mondo per restituire in cambio solo vino anonimo da distilleria. Eppure la terra è rimasta. E qualcuno, ogni tanto, torna a guardarla con gli occhi giusti. Su queste terre stanno tornando tanti giovani. Complice anche il Covid. Stanno tornando per dare un senso diverso alla propria vita e un volto nuovo a queste terre. Che non voleva nessuno tanto da lasciarle incolte o coltivate da persone alle quali interessa poco di cosa produca.
Il proverbio siciliano lo sa da sempre: a vigna voli l’occhiu dû patruni. La vigna vuole l’occhio del padrone. Non uno sguardo qualunque. Non quello del bracciante stagionale o quello del mediatore o ancora quello dell’agronomo di passaggio. L’occhio di chi quella terra la possiede nel senso più profondo del termine: non certo come proprietà ma come responsabilità, come appartenenza reciproca.
Vito Oddo, enologo, imprenditore, figlio e nipote di questa terra trapanese, quell’occhio ce l’ha nel modo più ossessivo e preciso che io abbia incontrato in anni di giri tra produttori. Il padre lo chiama ‘u farmacista. È il complimento più bello che si possa fare a un uomo di vigna.
Le radici: Fulgatore, il nonno e il vino nel garage
La terra è di cu la lavura.
La storia comincia a Fulgatore, quindici chilometri da Trapani, frazione di milleduecento anime dove il tempo ha il ritmo calibrato delle stagioni agricole. Non certo il calendario del mondo moderno. È il paese natale di Carlo Oddo, il padre di Vito. È il paese dove il nonno Vito, stesso nome del nipote, come una staffetta tra generazioni, produceva vino nel garage di casa usando le grandi botti di legno.
Mio nonno fu uno dei soci fondatori della cantina sociale di Fulgatore. A fine anni Sessanta. Prima di allora produceva e vendeva il vino alle famiglie del villaggio o ai compratori che salivano da Trapani. Aveva due botti grandi, quindicimila, ventimila litri. Era il vino del dopoguerra: fatto in casa, venduto a chi lo conosceva. Raccontava chi eri.
I garage siciliani sono come una forma di resistenza inconsapevole. Una sapienza trasmessa per contatto diretto, senza libri né diplomi, senza certificazioni né concorsi. Nella stessa tradizione che Giovanni Verga metteva nei suoi contadini di Vizzini e di Aci Trezza. Quella dignità feroce del fare, del costruire, del tenere la roba. Non come avidità ma come identità, come risposta al mondo. Il vino di nonno Vito era roba nel senso più nobile: frutto del lavoro, testimonianza di un’esistenza, ragione di un orgoglio.
Poi è arrivata l’industrializzazione, i supermercati, le cantine sociali. La conseguenza è stata che quella piccola economia domestica si è dissolta come nebbia mattutina sui vigneti. Il nonno Vito nella cantina sociale credeva e tanto. La vedeva come un’evoluzione, un modo per fare sistema, per dare voce collettiva al territorio. Carlo Oddo ricorda quelle riunioni del consiglio d’amministrazione con la stanchezza silenziosa di chi ha già capito come va a finire.
Il nonno non condivideva la politica della cantina. Lui voleva un marchio, una linea, un’identità. Invece litigava perché si puntava solo alla quantità. Andò persino in Russia negli anni Ottanta per capire se il vino siciliano poteva trovare mercato là. Tornò entusiasta. Al consiglio lo diedero del pazzo.
Le cantine sociali. Hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia. Nate sull’onda dell’unione che fa la forza, del riunire contadini con piccoli appezzamenti di terreno così che non dovessero più svendere la propria uva a loschi mediatori, hanno nel corso del tempo preso una piega profondamente diversa.
Le definisco associazioni a delinquere. Hanno rovinato il territorio. Trent’anni a fare quantità, a mandare vino alle distillerie, a non costruire nessuna identità. I soldi giravano, i soci venivano pagati l’uva, e intanto non ci siamo mai fatti conoscere con la bottiglia. Oggi quelle strutture sono fatiscenti.
È una sentenza dura ma storicamente fondata. Chi conosce la storia enologica del Mezzogiorno sa quanto la stagione delle cooperative, nata con buone intenzioni, corrotta dall’assistenzialismo comunitario e dalla logica del volume, abbia depresso per decenni il potenziale qualitativo di territori straordinari. Trapani, il Salento, la Calabria: vigne antiche, suoli eccezionali, per troppo tempo nessuna bottiglia degna di raccontarli al mondo. Non si pensava a produrre qualità ma solo quantità. Quella che serviva per accaparrarsi i contributi. È per questo che, non solo al sud, la quasi totalità delle cantine sociali sono miseramente fallite. Oggi ne rimangono poche. Quelle che decisero, ad un certo punto della propria storia, di voltare pagina. Di dedicarsi a produrre vino di qualità, con etichette da promuovere, con budget di comunicazione da impostare.
L’agrario di Marsala: sei anni di corriera e una vocazione
Cu havi a testa nun havi bisognu di cappeddu.
Vito Oddo, il giovane, aveva nove anni quando il padre gli comprò la prima bicicletta da corsa. Per dieci anni si dedicò al ciclismo agonistico arrivando fino alla categoria dilettanti, con trasferte in giro per l’Italia al seguito di un padre che non smise mai di alimentare le passioni del figlio.
Carlo è fiero del figlio. La fierezza trattenuta degli uomini del Sud che non sanno fare complimenti diretti ma li fanno lo stesso
Ho sempre riconosciuto che è un bravo ragazzo. Lavoratore e pignolo, farmacista, come detto. Mi sono trovato in lui.
Vito e la bicicletta. Le lunghe pedalate, la resistenza alla fatica, la capacità di scegliere una direzione e mantenerla pedalando contro il vento. Vito è questo in fondo. Uno sport lo si sceglie proprio in funzione del proprio carattere. Non arriva per caso.
Quando fu il momento di scegliere la scuola superiore, un amico gli parlò dell’Istituto Tecnico Agrario di Marsala. Trentatré chilometri da Trapani. Una parola magica, agrario, che aprì qualcosa dentro di lui in modo immediato e definitivo.
Arrivai a casa e dissi ai miei: voglio fare l’agrario a Marsala. Mia madre e mio padre mi dissero che ero pazzo, che era troppo lontano. Io sono testardo. Mi sono fatto sei anni di pendolare. La corriera alle sette di mattina.
Mi ricordo che avrei voluto fare la Scuola Aeronautica a Roma. Avrei dovuto prendere l’autobus ogni mattina da Latina. Mia madre me lo impedì fermamente. Una sorta di protezione per un figlio che poi comunque andò all’università a Roma per studiare Ingegneria Aeronautica. Facendo il pendolare su e giù.
Sei anni, non cinque. Scelse infatti il diploma di Enotecnico, l’unico corso in Italia che all’epoca prevedeva il sesto anno. Quando nel 2006 arrivò il diploma, scoprì che una legge appena entrata in vigore richiedeva anche la laurea per esercitare come enologo. Nessuna esitazione: Conegliano Veneto, Università di Padova, laurea triennale. Pensare a Vito che lascia la Sicilia per il Veneto, che studia tra le vigne del Prosecco con in testa i filari di Dattilo e Fulgatore, mi dà la misura di quanto quella passione fosse già diventata una necessità. Non la definirei una scelta di carriera. Semmai una forma d’essere.
Leonardo Sciascia scrisse che la Sicilia è un’isola solo geograficamente. Mentalmente è il centro del mondo, il luogo da cui si irradia tutto. Vito Oddo lo dimostra alla rovescia: parte dalla Sicilia, gira il mondo e torna portando con sé tutto quello che ha imparato, come chi fa un lungo viaggio sapendo già dall’inizio dove andrà a finire.
Da Londra ad Adelaide: la formazione di un enologo del mondo
La formazione di Vito è un romanzo picaresco con la vigna al posto della spada. Dopo la laurea, sei mesi a Londra per l’inglese
Con l’inglese ero messo male, fu bellissima e complicatissima
Un passaggio nella cucina di Angela Hartnett, chef di scuola italiana tra le più rispettate d’Inghilterra. Poi l’Australia, vendemmia 2012 ad Adelaide, in una cantina come consulente, turni H24, caschi obbligatori in cantina, tecnologie che in Italia nemmeno si immaginavano.
Rimasi sconvolto. Di notte arrivavano camion giganteschi con l’uva che finiva nelle celle refrigerate. Di giorno si lavoravano i mosti in cantina. Non si fermava mai niente. Cose che da noi non le fa nessuno ancora adesso.
L’Australia del vino è un altro pianeta e passarci anche solo una stagione lascia un’impronta permanente: quella del rigore procedurale, della misurabilità, del rispetto assoluto per il processo. Le quantità in gioco sono di un ordine di grandezza superiore. Imparare a cimentarsi con dimensioni e numeri importanti diventa scuola non replicabile.
È una lezione che si incrocia in modo interessante con la tradizione siciliana, dove il vino si è sempre fatto per istinto, per memoria corporea, per trasmissione orale così che da quella tensione nasce, nei produttori migliori, qualcosa di irriproducibile.
Due irreplicabillità diverse che però devono, in qualche modo, essere unite. Per crescere. Per cercare evoluzioni.
Poi le vendemmie da Frescobaldi a Tenuta di Castiglioni e Tenuta di Pomino. L’amicizia con Samuele Falciani, oggi produttore a Bolgheri. Poi quasi tre anni da Felice Mergè a Frascati
Lì sono diventato davvero enologo
Infine la Puglia. La Puglia che cambia tutto.
Felice mi mandò in una cantina sociale fallita, sigillata, riaperta da lui. Vasche in muratura, valvole in ottone, nessun termometro nelle vasche di fermentazione. Cantina ferma agli anni Sessanta. Mi feci il segno della croce.
Arrivò li il 5 agosto. Rivoluzionò tutto. Due cantine da gestire, un solo operaio in vendemmia, nessun margine di errore. Un pressappochismo profondamente italiano, profondamente assurdo ma al tempo stesso formativo. Giovani enologi giovani gettati allo sbaraglio con zero risorse e il triplo delle responsabilità. È l’Italia che forgia i migliori tecnici del mondo attraverso condizioni che nessun paese nordeuropeo accetterebbe mai. Vito Oddo è il prodotto di quella scuola brutale, e lo sa.
Mi ricorda il mio primo giorno nello stabilimento Fiat di Cassino. Ero un giovane ingegnere che iniziava la propria esperienza lavorativa. Arrivai sulle quattro linee produttive del Montaggio e mi dissero: tu lavori qui. 150 operai da gestire su due turni e non c’era neanche una scrivania dove sedersi. Quando chiesi dove l’avrei potuta trovare la risposta fu: vai da qualche parte e prendila. Mi misi su un carrello che non avevo mai guidato e andai in un ufficio a rubare una scrivania.
La medaglia d’oro col nome sbagliato: la goccia che fa traboccare il vaso
Cu fatica e nun havi, cu havi e nun fatica.
Ogni storia di fondazione ha il suo momento di rottura, la frattura che rende impossibile il ritorno al prima. Per Vito Oddo, quel momento ha un nome preciso e una data.
Nell’ultima esperienza da dipendente, alle Tenute Stefano Farina, tre fattorie tra Puglia, Toscana e Piemonte, Vito rivoluziona la sede pugliese partendo quasi dal niente: vino che veniva restituito perché sembrava aceto, nessuna catena di imbottigliamento, distribuzione caotica. Porta i camion imbottigliatori mobili dalla Toscana. Porta disciplina, metodo, ossessione. Partecipa al Concours Mondial de Bruxelles col suo Negramaro. Arriva la medaglia d’oro.
Roberto Martina, l’amministratore delegato, arrivò in cantina col giornale in mano. Mi fece segno così: guarda qua, siamo usciti. Vado a leggere l’articolo. Sede Puglia, medaglia d’oro. Enologo: Giovanni Sordi.
Giovanni Sordi era l’enologo toscano che della sede pugliese non si era mai occupato.
La faccia di Vito si fa livida anche a distanza di anni. La rabbia trattenuta, l’umiliazione di anni di lavoro ingrato, la certezza definitiva che quella non era la vita giusta.
Pirandello, che meglio di chiunque altro ha raccontato la Sicilia, parla delle maschere che si sovrappongono alle facce fino a renderle indistinguibili, dove il merito viene sistematicamente sepolto sotto le convenienze. Quella medaglia d’oro con il nome sbagliato è una scena pirandelliana perfetta: la realtà che viene corretta dalla finzione e la finzione che diventa ufficiale.
Lì, dissi basta. Il bracciante agricolo me lo vado a fare a casa mia.
Luglio 2017. Vito carica i bagagli e torna a Trapani. Non per sconfitta: per consapevolezza. Una certezza che per fare qualcosa che abbia il suo nome ci vorrebbero decenni. Forse.
L’ossessione supera il talento
Cita un principio fatto suo attraverso ogni cantina sbagliata, ogni contratto da bracciante agricolo firmato da enologo, ogni riconoscimento che finiva sul curriculum di qualcun altro. La madre lo voleva impiegato statale. La mentalità del Sud, quella dell’impiego sicuro, del posto fisso come unica forma di rispetto sociale possibile. Lui ha tenuto duro. E adesso produce vino a Dattilo con il suo nome sopra la bottiglia.

Il territorio: la provincia di Trapani e i vigneti di Dattilo
Unni c’è bonu terrenu, cresce bona vigna.
Il tema del territorio come destino è forze qualcosa di ricorrente. Non come gabbia. Semmai come vocazione. Il destino lo subisci inevitabilmente mentre la vocazione viene da dentro e la scegli. Anche se a volte sembra che sia lei a sceglierti.
La provincia di Trapani ha una vocazione viticola che precede qualsiasi scelta umana. È scritta nel suolo calcareo e argilloso, nella luce che in agosto schiaccia ogni ombra, nel vento di maestrale che porta profumi di salmastro e ginestra, nel calore accumulato nelle pietre durante il giorno e restituito alle viti durante la notte. Qui Cartagine e Roma si sono scontrate per secoli. Poi Normanni e Arabi hanno lasciato tracce genetiche nei vitigni come nei cognomi. Fare vino a Trapani significa fare vino in uno dei più antichi crocevia del Mediterraneo, in un paesaggio che Gesualdo Bufalino avrebbe descritto con quella sua lingua densa e sulfurea, piena di luce e di ombra nello stesso respiro.
Dattilo è una frazione a dieci chilometri da Trapani, sulla strada per Palermo. I vigneti di Vito Oddo sono sei ettari di filari farmacisticamente ordinati sotto il cielo della Sicilia occidentale. La terra è rossa, le viti sono basse e l’orizzonte sembra il confine del mondo conosciuto.
Qui siamo in famiglia. Io, papà, la mamma, la mia compagna Monica. Non ci sono operai. Sei ettari possono sembrare pochi rispetto a una grande azienda, ma se li devi gestire tu con le tue mani, sono un bel impegno.
Il bell’impegno della potatura, della gestione del verde, della vendemmia, della vinificazione, dell’imbottigliamento, della vendita diretta, del punto di mescita per lo sfuso che ha sostenuto l’azienda anche durante il Covid quando i ristoranti si fermarono per un anno e la cantina urbana di Trapani continuò a lavorare. Una microeconomia del vino nella sua forma più autentica: la terra, le mani, la bottiglia.
I vini: Vermentino, Merlot e la scommessa sul futuro
Mio padre aveva il Catarratto. Io gliel’ho estirpato e ho messo il Vermentino.
Estirpare il Catarratto in questa parte di Sicilia per metterci il Vermentino sarebbe come dire che si preferisce il panettone al cannolo. Il Catarratto è la religione della Sicilia occidentale: diffuso, radicato, identitario. Eppure per vito, questo frase che rappresenta il suo modo di pensare, ha quella naturalezza di chi ha già elaborato il rischio e lo ha trasformato in convinzione. Un atto di coraggio che in molti non capiscono o fingono di non capire. Già, fingono. Perché la Sicilia è stata lungamente terra di sperimentazioni più svariate. Coltivatori come Feudo Disisa che sperimentarono vitigni internazionali a queste latitudini per capirne le potenzialità.
A un evento ci trovammo vicino a un’azienda toscana che aveva Vermentino e Merlot. I wine lover li osannavano, complimenti, che belli. Poi si spostavano al nostro tavolo, vedevano Merlot e Vermentino in Sicilia e nemmeno li volevano assaggiare. Li dovevo pregare. Io chiedevo: ma cosa cambia, scusatemi? Merlot e Vermentino in Toscana vanno bene e in Sicilia no? Per quale principio?
Non c’è nessun principio, ovviamente. C’è solo quel dannato stereotipo del vino che è ormai malattia cronica difficile da eradicare quanto la peronospora. Ma il Vermentino di Vito Oddo ha cominciato a convincere anche i più scettici, tanto da portarlo nella giuria del Concorso Nazionale del Vermentino a Cagliari.
Oggi a Trapani tutti mi conoscono come quello del Vermentino
È una soddisfazione trattenuta la sua. Quella di chi ha avuto ragione nel silenzio e adesso non ha bisogno di dirlo ad alta voce.
Vermentino 2024

Un giallo paglierino luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come luce rifranta sul mare di luglio. Già nell’aspetto c’è qualcosa che non ti aspetti da un Vermentino siciliano, qualcosa di più caldo, di più morbido, come se il sole di Trapani avesse depositato nell’uva una qualità diversa da quella ligure o sarda.
Al naso non il Vermentino che conosci, quello salino e pungente del Tirreno settentrionale. È qualcosa di più stratificato, quasi sedimentato. Prima arriva l’agrume che sa di più antico, come la scorza seccata al sole, come la zagara che a marzo invade i giardini di Sicilia. Poi viene la mandorla, quella delle pasticcerie di Trapani, dolce e leggermente amaricante, che si intreccia con una pietra focaia quasi impercettibile, minerale, sottile. Infine, sorprendente, il salmastro. Il mare che è a pochi chilometri da Dattilo e che nei vini di questo territorio si sente sempre, come una firma geografica che nessuna tecnica enologica potrebbe aggiungere dall’esterno.
In bocca è una rivelazione. La freschezza è quella di una granita di limone e mandorla. Quella che in Sicilia si mangia a colazione con la brioche (che è probabilmente una delle esperienze sensoriali più perfette che la civiltà mediterranea abbia prodotto). Arriva pulita, precisa, e non va via. Rimane. Ha quella persistenza agrumata quasi balsamica che ti fa tornare al calice senza decidere di farlo, per istinto, perché il sorso successivo sembra sempre necessario.
Acidità sostenuta, equilibrio impeccabile, lunghezza importante. È un vino che non ha bisogno di essere spiegato: va bevuto, e poi bevuto ancora.
Il Merlot è un’altra storia. È la vigna vecchia del padre, ventisette anni, mai estirpata perché come spiega Carlo con la semplicità di chi ha osservato le cose invece di teorizzarle
Qui il Merlot era di casa, si era adattato
Un geologo francese che scende quattro volte l’anno a Favignana per lavoro e passa regolarmente in cantina, disse a Vito che quello era uno dei migliori Merlot che avesse mai bevuto a quel prezzo.
Mi disse: tu lo dai via perché fatto a Trapani non ha valore. A Bordeaux lo pagheresti il triplo.
È una piccola storia esemplare sulla geografia del pregiudizio enologico, su come il valore percepito di un vino dipenda ancora troppo spesso dalla latitudine del produttore.
Merlot 2019
Il Merlot di Vito Oddo è un vino che non dovrebbe esistere. Almeno secondo i pregiudizi di chi sente Sicilia e pensa solo a Nero d’Avola, Nerello Mascalese (o Cappuccio) e Frappato. Eppure esiste da ventisette anni, da quando Carlo Oddo piantò quei filari a Dattilo e la terra li accolse con la stessa naturalezza con cui accoglie tutto ciò che le si affida con rispetto. Il suolo calcareo e argilloso della Sicilia occidentale, il sole che non risparmia nessuno, le notti più fresche di quanto ci si immagini. Tutto ciò ha trasformato un vitigno bordolese in qualcosa di inequivocabilmente mediterraneo.
Il colore è un rosso rubino profondo, compatto, che promette struttura prima ancora che il bicchiere si avvicini al naso. E al naso la promessa è mantenuta: tabacco, liquirizia, cannella, chiodi di garofano. Non è il Merlot morbido e fruttato del Nuovo Mondo, né quello erbaceo delle annate fredde del Nord Italia. È un Merlot solare, speziato, con una complessità che richiama i grandi rossi del Mediterraneo più che quelli della Gironda. Il legno, ovvero i fusti di rovere, si sente ma non è invadente: una cornice necessaria in questa parte di Sicilia dove il barocco arrivò solo marginalmente .
In bocca colpisce il corpo, pieno e avvolgente. Poi il tannino quasi terroso che ricorda come vicino al mare ci sia la terra arsa dal sole. La persistenza è lunga, con la spezia che accompagna fino in fondo senza mai diventare pesante.
Un Merlot che Trapani dovrebbe fortemente rivendicare.
Re Siculo. Ambrato
A Trapani l’ambrato è sempre stato il vino di campagna. Forse predecessore del Perpetuo di Marsala. Le uve che rimanevano, venivano usate per il vino di casa. Rosse o bianche che fossero, non era importante. Si lasciavano macerare insieme sulle bucce, fermentazione, poi una botte perpetua in cantina che garantiva le scorte per tutto l’anno. Era il vino dei contadini, il vino delle domeniche, quello che il nonno di Vito teneva nei caratelli per gli ospiti importanti. Un vino che esisteva da sempre e che non aveva mai avuto bisogno di presentarsi.
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio.
Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale.
Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo. 
Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte.
Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella
Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote
Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo.
Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito.
A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni.
Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve.

Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne
Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra.
È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità.
La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare.
Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo.
Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese.
L’importante è che io ti do e tu mi dai
È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare.
Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari
A terra nun menti: si la semini, raccoggi.
Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai.
Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario.
L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato.
Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti.
Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica.
Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori.
Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce.
Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala.
Il futuro: Andrea e quello che verrà
Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso?
Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino.
Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato.
Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene.
Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo.
La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido.
Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente.
A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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