Il sapore del Carso
Per Branko Čotar
Questo pezzo lo tenevo da parte. L’avevo scritto di getto dopo la prima visita a Gorjansko, il primo giorno di primavera del 2022, buttato su Facebook e poi lasciato lì, con l’idea di riprenderlo con calma. A Gorjansko poi ci sono tornato, e qualche annata in più nel bicchiere l’ho messa. Volevo pubblicarlo più avanti. Non pensavo di riprenderlo così.
Branko Čotar se n’è andato a fine agosto, a 78 anni. Era nato nel 1948. In Slovenia lo hanno salutato come il pioniere del vino naturale sul Carso, e non è una frase buttata la tanto per dire: chi è passato da Gorjansko sa che quella roba lì Branko la faceva da trent’anni prima che si parlasse seriamente di “vino naturale”.
Lascio il racconto di quel primo giorno com’era, al presente. Mi sembra il modo giusto.
Primo giorno di primavera, passo il confine in zona Aurisina e dopo qualche chilometro arrivo a Gorjansko, piccolo comune del Carso sloveno a cinque chilometri scarsi dal mare. Giornata splendida, sole, quel panorama boschivo che da queste parti non somiglia a niente altro. Qui c’è l’azienda di Branko e del figlio Vasja.
Mi accoglie Branko. Prima cosa, mi porta in cantina. Poi comincia a raccontare.
La prima cantina è degli anni Settanta, e degli anni Settanta sono anche i primi vini, che però vengono imbottigliati per la vendita al pubblico solo nel 1990 — e venduti parecchi anni dopo. Perché nascono per il ristorante di famiglia, l’osteria, ancora aperta e gestita dalla figlia. All’inizio in carta ci sono due vini. Poi prende piede il progetto dei sei piatti e sei vini, le richieste aumentano, e a un certo punto Branko decide di dedicarsi alla viticoltura a tempo pieno, tenendo l’osteria solo per i pranzi importanti su prenotazione. In tavola, allora come adesso, solo prodotti locali, con la selvaggina al centro.
Oggi sono poco meno di otto ettari divisi in otto vigne, condotti in biodinamica. Le varietà sono quelle della zona, con una predilezione ormai netta per le bianche, circa il 75%. Nel Carso, piantato per l’80% a Terrano, non è una scelta scontata. Vitovska, Malvasia istriana, Sauvignon: quest’ultimo doveva essere espiantato, come è successo allo Chardonnay, e invece qui dà risultati stupefacenti. Tra le rosse Merlot, Cabernet Sauvignon e appunto Terrano.
In vigna si lavora tanto, e il clima aiuta: qui si incontrano la Bora che scende da nord e il Mornik che sale dal mare. Poi c’è la terra. Cinquanta centimetri di terra rossa carsica, e sotto la roccia. La si vede a occhio nudo nella cantina interrata. In un vigneto Branko sta provando i trattamenti zero: solo potature, cimature, selezione dei grappoli, lavorazioni verdi. Ma questo, scrivevo allora, lo vedremo in futuro.
La cantina è scavata nella roccia e negli anni è stata ampliata. La vendemmia qui è tra fine settembre e ottobre, a maturazione completa: problemi di acidità non ce ne sono. Le uve fermentano rigorosamente con lieviti indigeni e macerano dai cinque-sei giorni fino ai quattordici per le rosse, poi si pressa e il vino scende per caduta nelle due cantine sotterranee — i bianchi un piano sotto, i rossi due — dove umidità e temperatura fanno il resto.
Per i bianchi botti di ogni dimensione, forma e provenienza; per i rossi barrique. Tutte esauste, per non passare aromi e tannini al vino. Che bella filosofia, questa. I bianchi stanno due anni in botte, i rossi anche più di dieci, e non vengono mai travasati: si imbottiglia quando serve e quando sono pronti. Niente chiarifiche, niente filtrazioni, solo decantazione naturale; passaggio in acciaio (unico momento in cui entra in gioco una pompa) e imbottigliamento per caduta. Poi le bottiglie finiscono in ceste di legno al piano terra della cantina, che d’inverno sta a 3 gradi e d’estate a 23. Vini più stabili, che dopo soffrono meno gli sbalzi di temperatura.
Solforosa quasi zero, qualcosa solo nei rossi. «Sono trent’anni che non bevo più vini con troppa solforosa», dice Branko. Gradazioni basse, beve compulsive. Vini naturali come vorresti trovarne sempre.
I bianchi sono tre: il Gorjansko, dedicato al paese, blend dei tre vitigni bianchi con un 10% di Sauvignon; poi Malvasia e Vitovska in purezza. Il Sauvignon invece viene imbottigliato unendo due annate, e Branko lo definisce atipico. Ecco, sì: proprio atipico. Tra i rossi il Terrano, il blend Terre Rosse, il Merlot, il Cabernet Sauvignon — vini che restano dieci anni in botte e arrivano al culmine della beva quattro anni circa dopo l’imbottigliamento. In cantina uno storico di bottiglie anni Novanta e Duemila da fare invidia a tanti. Quel giorno mi dice che sta per mettere in commercio un blend rosso del 1999. Ventitré anni.

Vitovska 2019. Frutta gialla matura, erbe aromatiche, frutta esotica, buona mineralità. Sapidità e acidità fanno da corredo a una beva succosa dal finale persistente.
Malvazija 2019. Frutta esotica, pere, mele, pesche, sentori burrosi, fiori. Morbido, fresco, asciutto, minerale, di ottima persistenza, con il floreale che domina.
Sauvignon 2018/2019, assaggiato da botte, imbottigliato la settimana dopo. Che vino, ragazzi. Dimenticate i Sauvignon del Collio e delle zone limitrofe: erbe e frutta, e niente dei sentori a cui siete abituati.
Terra Rossa 2011, da Merlot, Cabernet Sauvignon e Terrano, imbottigliato nel 2021. Bouquet complesso, frutta, cuoio, spezie; poi acidità e freschezza. Da abbinare alla selvaggina.
E poi il Gorjansko 2019, fiori ed erbe con quei sentori iodati; il Terrano 2018, teso e verticale, di quelli che ti fanno finire la bottiglia in tempo zero; il Merlot 2009 imbottigliato nel 2020, ancora rubino, spezie, cuoio e tabacco leggero.
Con Branko ci si vedeva un paio di volte l’anno. Una in cantina, le altre in giro: ad Amber Wine, a Maceratija, la festa della Domačija Novak,a Border Wine, finché la facevano. E poi alla Bio Alternativa, la biennale da Denis Montanar. Insomma, spesso. Lui sempre tranquillo e disponibile, al banco come in cantina.
A giugno, alla Bio Alternativa, c’era solo Vasja. Di suo padre non abbiamo parlato. Abbiamo assaggiato la Vitovska, sempre ottima.
Le etichette, disegnate da Marijan Močivnik, portano le impronte digitali di Branko e Vasja: una firma, e una garanzia. Quelle impronte sono ancora lì, sulle bottiglie che riposano nelle ceste a Gorjansko e su quelle che ho in cantina a casa. Una delle due è di Branko.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo