Burja. Vento e roccia
Nella Vipavska Dolina, da Primož Lavrenčič
È un sabato di sole quando io e mia moglie Tania decidiamo di scendere sul Carso a prendere qualche bottiglia. Di quelle giornate che sembrano programmate per durare due ore e finiscono con il sole alle spalle e il bagagliaio pieno. Il giro comincia ad Aurisina, da Peter Radovic — di lui ho scritto da poco su questa rubrica — e si infila poi nei sentieri che conducono a un’osmiza.
Le osmize, per chi non le conoscesse, sono la versione carsica delle frasche friulane: case di contadini che, per un periodo limitato dell’anno, aprono al pubblico per vendere il proprio vino e qualche prodotto della casa — un piatto di salumi, un formaggio, un uovo sodo, un bicchiere. Il nome viene dallo sloveno osem, otto: le otto giornate in cui, da editto asburgico, era consentito aprire al pubblico. Sono luoghi dove si sta seduti su panche di legno, sotto una pergola, e si beve il vino della casa parlando con chi te lo ha fatto. Una delle forme più genuine di accoglienza che esistano da queste parti.
Dopo l’osmiza, un saluto veloce a Benjamin Zidarich — uno dei nomi grandi del Carso — e poi via, verso la Vipavska Dolina. È lì che ci aspetta la tappa più importante della giornata: l’azienda Burja, del giovane vignaiolo Primož Lavrenčič.
Una valle di vento
La Vipavska Dolina è una vallata che parte da Nova Gorica e arriva fino alla sella di Resderta, solcata dal fiume Vipacco, affluente dell’Isonzo. Una zona dove la Bora soffia spesso con impeto — ed è proprio dalla Bora che l’azienda prende il nome: burja, in sloveno, è la Bora. Qui il vino è una delle fonti di sussistenza più importanti, e infatti la valle è punteggiata da decine di piccole realtà a conduzione familiare.
La famiglia Lavrenčič è di queste parti da sempre. I documenti più antichi che parlano di loro risalgono al 1499: già allora, in questa valle, si dedicavano all’agricoltura e alla viticoltura. Il marchio Burja, invece, è recente. È la sigla con cui Primož ha deciso di restituire al mondo, in chiave contemporanea, un patrimonio antico.
Avevo conosciuto i vini di Burja qualche anno fa e mi ero ripromesso una visita. Poi, dopo aver parlato con Primož all’Orange Wine Festival, è arrivato il momento.
L’arrivo e una coincidenza che chiude il cerchio
In azienda ci accoglie Mateja, moglie di Primož. Il periodo richiede tanto lavoro in vigna e Primož ha vari impegni, quindi è lei a fare gli onori di casa — e lo fa con una calma e una competenza che si sentono subito. Chiacchierando, scopro un dettaglio che lega l’intera giornata: Mateja è la sorella di Benjamin Zidarich, da cui siamo passati poche ore prima. Il sorriso che ci scappa a me e Tania quando lo capiamo dice molto: queste terre di confine, in fondo, sono un’unica famiglia allargata. Il vino, i maestri, gli allievi, i parenti — tutto si tiene.
Degustiamo l’intera linea produttiva e, prima di scendere in cantina, Mateja ci racconta filosofia e storia dell’azienda. Dai primi sorsi si capisce subito una cosa: l’amore di Primož è per la Borgogna. Ha fatto uno stage lì, e il suo stile rispecchia molto quello borgognone — e di questo, da appassionato di Borgogna, non posso che essere felice.

Il paese, i numeri, la vigna
Il paese è Podnanos. Otto ettari e mezzo di vigna, per circa trentamila bottiglie all’anno, con vigneti sparsi intorno all’abitato. Zona di Zelen e Pinela in primis — i due autoctoni della valle — ma anche di tanti internazionali: Pinot Nero, Chardonnay, Riesling.
In vigna le regole sono il rispetto della natura e della tradizione. L’azienda è certificata biodinamica (associata Demeter): sovesci di varie piante, fasi lunari, niente pesticidi né chimica. Tanta attenzione, tanto lavoro, per portare in cantina uve sanissime. Da qui parte tutto.
Mentre beviamo lo Zelen, chiedo a Mateja del Roza, il rosato da Pinot Grigio che ricordavo bene da una mia bevuta di qualche anno fa. Mi spiega che il vigneto era in affitto, in collaborazione con un’altra realtà, e che quel rapporto è cessato. Il Roza, oggi, non si fa più. Peccato — era un rosato che brillava — ma è anche un dato di onestà: si lavora solo le terre che si possiedono o si controllano davvero, e quando il legame si rompe, si rinuncia.
Il Vipavec e il ritorno alla tradizione
Tra i vini il più importante, dal punto di vista identitario, è il Bela Burja. Era normale, in passato, piantare in vigna più varietà alternate tra loro: si vendemmiavano e si vinificavano tutte insieme, dando vita a un uvaggio di campo che aveva un nome preciso — Vipavec — ed era conosciuto ovunque. Un vino bandiera della valle, andato poi in decadenza. Primož lo ha riscoperto e riportato in vita, vinificandolo come da tradizione, con una breve macerazione e affinamento in uova di cemento e botti grandi usate. Bandita la barrique, che anche qui aveva imperversato negli anni Novanta e Duemila. In Vipava, va detto, si è sempre macerato meno rispetto a Brda e al Carso — è un altro stile, un’altra storia.

In cantina: pulizia e non-intervento
La cantina è moderna, ancora in fase di ultimazione nei dettagli. Acciaio per le vinificazioni, poi uova di cemento e botti in Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Modernità e tradizione che convivono nello stesso spazio. Le fermentazioni sono spontanee, niente additivi, interventi al minimo, niente filtrazione né chiarifica.
La regola più importante, mi spiega Mateja, è semplice: pulizia massima di tutti gli attrezzi, strumenti e botti. È da lì che si previene la maggior parte dei problemi. I due nemici, invece, sono i lieviti selezionati e la barrique nuova — i due fattori che più di ogni altro alterano le caratteristiche del territorio. Nel vino non si deve sentire né l’uomo né la chimica né il legno. Più uomo c’è nel vino, peggio va. L’uomo deve controllare, assecondare, non intervenire invasivamente. Tutto nel modo più naturale possibile.
L’obiettivo è valorizzare ogni vitigno unendo la tradizione della zona con le moderne interpretazioni dell’enologia. Direi obiettivo riuscito: vini di personalità e identità, vere e proprie perle, che rappresentano alla perfezione il terroir della Vipavska Dolina. E parlo proprio di terroir, non di territorio.
I vini
Zelen 2025 — vitigno autoctono della Valle del Vipava. Il nome significa “verde”, è un’uva bianca vigorosa, vendemmiata spesso a metà ottobre. Vino piacevolissimo: fiori e agrumi al naso, poi erbe aromatiche. Al palato fresco, morbido, di buona aromaticità. Mi viene da pensare a un tramonto in riva al mare, un vassoio di crudité di pesce, due calici e una bottiglia di Zelen. Funziona.
Burja Bela 2023 — uvaggio di Malvasia Istriana, Ribolla, Riesling e Zelen. Il vino della tradizione, il Vipavec di Primož: uve dal vigneto misto, fermentate e macerate una settimana insieme, poi otto mesi tra cemento e rovere. Al naso agrumi, frutta, pesca, albicocca, zenzero, erbe aromatiche, pietra. In bocca teso, succoso, sapido, con ritorni agrumati nel finale persistente. È il vino che racconta la valle.
Stranice 2020 — stesso blend del Bela, ma da un unico vigneto di sessant’anni d’età, meno di un ettaro, prodotto solo nelle grandi annate. Rese di ottocento grammi a pianta. Otto giorni di macerazione, ventiquattro mesi in uova di cemento. Erbe aromatiche, sali minerali, pietra, agrumi. Pieno, profondo, sapido, fresco, con un finale lungo in cui la pietra continua a parlare. Una grande bottiglia.
Burja Noir 2023 — Pinot Nero vinificato alla borgognona, con il 20% a grappolo intero, poi un anno in botti di Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Al naso spezie delicate, fragole, lamponi, tanta frutta. Fresco, elegante, di buona struttura, invitante alla beva. Sa dare filo da torcere a tanti Pinot Nero blasonati. È, oggi, una delle migliori espressioni di Pinot Nero che mi sia capitato di bere fuori dalla Borgogna — tanto che, alla cieca, lo confonderei. Lo dico senza giri di parole.
Burja Reddo 2023 — Schioppettino 50%, Franconia 30%, Refosco 20%. Affinamento di un anno in Rovere di Slavonia. Primož ama lo Schioppettino, e per questo blend si è ispirato dichiaratamente al Sacrisassi Rosso de Le Due Terre. Naso intrigante: pepe e altre spezie, more, lamponi, note di sottobosco. In bocca buona struttura, complessità, acidità viva, tannino elegante che graffia appena, ottima freschezza e persistenza.
Una famiglia, una valle, un vento
Una famiglia innamorata della propria terra, rispettosa della storia e della tradizione, e dichiaratamente innamorata della Borgogna. Vini stupendi. Grazie a Mateja per l’ospitalità, e a Primož — anche se lontano in vigna — per ciò che mette nei calici. Tornerò in Vipava. E magari ripasserò anche per il Carso, dove un sabato di sole può diventare un viaggio dentro un’unica famiglia di terre e di persone.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo