Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontano
18 Feb 2026
Vigne e orizzonti

Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontano

 

Il Collio è sempre stato una terra di confine, non solo geografico ma anche culturale ed enologico. Una zona capace di parlare più lingue, di accogliere influenze diverse e di trasformarle in identità. Per anni, però, il successo commerciale del Collio ha coinciso con una progressiva semplificazione del suo racconto: vini bianchi identificati sempre più dal vitigno e sempre meno dal luogo.

Eppure, la storia del Collio racconta altro. Racconta di uvaggi, di vigne promiscue, di vini nati dalla convivenza naturale di più varietà coltivate nello stesso appezzamento. Racconta di un Collio Bianco che era, prima di tutto, una sintesi territoriale.

Negli anni ’90, mentre il disciplinare si apriva anche all’utilizzo delle varietà internazionali, un produttore scelse  consapevolmente di andare in controtendenza: Edi Keber non lo fece per nostalgia, ma per coerenza. Intuì che l’identità del Collio non poteva essere delegata al singolo vitigno, ma doveva passare attraverso le sue uve autoctone: Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana. (da dire che Cantina Produttori di Cormons ha sempre prodotto storicamente Collio Bianco da uve autoctone)

Quella che allora sembrava una posizione minoritaria è diventata, nel tempo, una visione condivisa. Non un disciplinare alternativo, ma un atto culturale: riportare il Collio Bianco al suo significato originario.

Edi Keber
La voce di Zegla

Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontanoSiamo a Zegla, nella periferia nord di Cormòns, a poche decine di metri dal confine con la Slovenia, in un fazzoletto di terra che più di altri racconta l’essenza del Collio. Qui, Kristian Keber, insieme alla sorella Veronika, guida l’azienda di famiglia che porta il nome del padre, Edi Keber. Una realtà divenuta simbolo identitario di questo angolo di Friuli, dove la storia ha tracciato confini mobili, lasciando in eredità un mosaico culturale, linguistico e agricolo.

La famiglia Keber, di origini austriache, è presente in queste terre da circa trecento anni e ha vissuto in prima persona i passaggi da un impero all’altro, da un’identità nazionale all’altra, senza mai abbandonare la vigna. A metà del Novecento, il nonno Giuseppe diede avvio alla produzione in bottiglia, ereditando i vigneti piantati dal padre dopo la Seconda guerra mondiale.

È però negli anni ’80 che l’identità dell’azienda si definisce con forza, grazie a Edi, che sceglie di produrre un solo vino: un uvaggio che riprende la tradizione contadina del “vino della casa”, un bianco ottenuto dal blend delle uve coltivate insieme nello stesso appezzamento. Un approccio controcorrente, essenziale, che si concretizza nel 2008 con il Collio Bianco, prodotto esclusivamente con Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana, dopo l’abbandono progressivo delle varietà internazionali come Pinot Grigio e Sauvignon.

Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontanoOggi l’azienda ha due volti: quello storico, in Italia, e quello sloveno, a Medana (Brda), dove Kristian coltiva l’eredità materna su un ettaro e mezzo. Entrambe le sedi producono un solo vino ciascuna. In totale, l’azienda conta circa 12 ettari: cinque attorno alla cantina di Zegla, altri due a Plessiva e cinque sulle colline oltre il Monte Quarin. Kristian si occupa della vigna e della cantina, mentre Veronika segue l’amministrazione e la parte commerciale, accogliendo chi desidera entrare nel mondo Keber.

La ponca, la marna friulana stratificata e friabile, domina il suolo, ed è proprio su questo terroir che sono state piantate le varietà autoctone. La Ribolla occupa le parti più alte e magre della collina, il Friulano le zone più protette, a mezza costa, e la Malvasia le zone più umide e fertili. In futuro, l’obiettivo è tornare a un vigneto promiscuo, con piante mescolate, alberi da frutto e ortaggi, secondo l’antica logica agricola di equilibrio e biodiversità.

Dal 2012, con l’ingresso di Kristian, si è accentuata la svolta verso un’agricoltura biologica e biodinamica, con certificazione bio, uso di preparati (corno letame, corno silice, tisane di ortica), sovescio e la presenza di animali da pascolo (pecore, mucche, un toro e il fedele cane Gin) a favorire il ciclo della vita nei vigneti. Le fermentazioni sono spontanee, l’uso di solforosa è minimo e l’affinamento avviene in cemento, con una prima fase separata per appezzamento, seguita dall’assemblaggio in acciaio.

La cantina storica, ampliata negli anni e situata sotto la parte nuova, custodisce vecchie annate, barrique e la memoria dell’azienda. Una parete è lasciata a nudo per mostrare la ponca, mentre il pavimento è stato realizzato con le pietre originali di Piazza Unità d’Italia a Trieste, acquistate da Edi negli anni 2000. L’etichetta attuale, con la “K” stilizzata, nasce nel 1987, ispirata a un palo e due tralci di vite.

Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta la dicitura Collio Bianco da Uve Autoctone, un progetto nato negli anni ’90 proprio da Edi Keber, ma che ha trovato nuova linfa negli ultimi anni grazie all’adesione di altri produttori della zona. La denominazione Collio DOCconsente l’uso di varietà sia autoctone sia internazionali, ma quando ci si concentra solo sulle prime, si ottiene un vino di forte identità territoriale.

Le uve autoctone del Collio Bianco:
1. Friulano (ex Tocai Friulano): dona struttura e morbidezza.
2. Malvasia Istriana: aromaticità fine, freschezza, note floreali e speziate.
3. Ribolla Gialla: acidità, tensione, mineralità; spesso usata per dare verticalità al blend.

 

I produttori che aderiscono a questo progetto devono seguire solo quattro regole:

• usare esclusivamente la bottiglia del Consorzio,
• esibire in etichetta il logo “Collio” prima di quello aziendale,
• partire da una base minima del 50% di Friulano, con il resto costituito da Malvasia e Ribolla,
• garantire almeno 18 mesi di affinamento.
Ad oggi, i produttori coinvolti sono una decina.

Nelle grandi annate si produce anche un vino chiamato Zegla, un progetto in comune con Renato Keber e Michele Blazic, tutti con vigneti sulla collina omonima. Le uve, 100% Tocai Friulano, provengono esclusivamente da Zegla. Tre giorni di macerazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, affinamento in legno per due o tre anni. Infine, le bottiglie vengono messe a riposo per cinque anni.

Il Merlot, prodotto solo nelle annate migliori, verrà presto dismesso per dedicarsi esclusivamente ai due volti bianchi dell’azienda. È previsto un nuovo rosso, ma la varietà resta, per ora, una sorpresa.

A Medana, nel Brda sloveno, la produzione segue un’altra filosofia: le uve (Friulano, Malvasia, Ribolla) fermentano a grappolo intero dopo una macerazione di circa un mese, per poi riposare in tonneaux da 700 litri per due anni. Ne escono circa 2.500 bottiglie, contro le 45.000 del Collio. Un vino più materico, denso, con note tipiche della macerazione e un’energia tutta sua.

Un luogo, una famiglia, una sola visione.
Il vino, come sintesi di una storia che non ha mai smesso di guardare avanti.

 

Terre del Faet – Andrea Drius
Custodire l’identità, restituire senso al Collio Bianco

Terre del Faet si trova a Cormòns, nel cuore del Collio, in una zona dove la viticoltura non è mai stata semplice esercizio agricolo, ma atto culturale. Qui Andrea Drius conduce un’azienda che, pur nelle dimensioni contenute, ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere vivo il concetto di Collio Bianco come vino di territorio, prima ancora che come denominazione.

La storia di Terre del Faet è intimamente legata a quella del Collio più autentico, quello che affonda le proprie radici nelle uve autoctone e nel blend come espressione naturale del luogo. Un’idea che Andrea Drius ha sempre portato avanti con coerenza, anche quando il mercato e il disciplinare sembravano andare in un’altra direzione.

Un territorio, una responsabilità

I vigneti di Terre del Faet si sviluppano su suoli di ponca, la marna friulana che caratterizza il Collio e che conferisce ai vini struttura, profondità e una marcata impronta minerale. È su questo terreno che Andrea ha costruito una viticoltura rispettosa, attenta, mai urlata, orientata alla qualità piuttosto che alla quantità.

La scelta varietale riflette questa visione: Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, a cui si affianca il Merlot per la produzione del rosso. Varietà coltivate e interpretate senza forzature, lasciando che sia il territorio a guidare il risultato finale.

Il Collio Bianco come idea, non come etichetta

Anni fa, quando Andrea Drius maturò il desiderio di indicare in etichetta la dicitura “Collio Bianco da uve autoctone”, sentì il bisogno di confrontarsi con chi quel concetto lo aveva non solo pensato, ma difeso e incarnato per decenni: Edi Keber.

Non fu una richiesta formale, ma un gesto di rispetto. Da quel dialogo nacque la consapevolezza che fosse arrivato il momento di riproporre un progetto nato negli anni ’90, quando il Collio Bianco rappresentava ancora un uvaggio identitario, prima che il disciplinare ne ampliasse la composizione includendo anche varietà internazionali.

Quel confronto tra Drius e Keber può essere considerato uno dei momenti chiave della rinascita culturale del Collio Bianco, perché ha rimesso al centro una domanda fondamentale:
che cosa vogliamo raccontare quando scriviamo “Collio” in etichetta?

I vini di Terre del Faet

La gamma di Terre del Faet è coerente, leggibile, senza sovrastrutture:

• Friulano – diretto, territoriale, con equilibrio tra struttura e freschezza
• Ribolla Gialla – tensione, verticalità, acidità naturale
• Pinot Bianco – eleganza e precisione
• Malvasia Istriana – aromaticità fine, sapidità, slancio
• Collio Bianco – sintesi aziendale, espressione del blend come fotografia del territorio
• Merlot – rosso di matrice friulana, misurato, mai eccessivo

Ogni vino è pensato come parte di un racconto unitario, dove il territorio viene prima dello stile.

Decimo del Faet – territorio e tempo

Tra le chicche più significative dell’azienda spicca Decimo del Faet, un vino nato per celebrare i dieci anni di Terre del Faet, ma che va ben oltre la logica celebrativa.

Decimo è prodotto utilizzando le migliori uve delle ultime cinque vendemmie di Collio Bianco, unendo Tocai Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla in un progetto che mette insieme territorio e tempo. Non una semplice riserva, ma un vino che riflette sulla memoria, sull’evoluzione e sulla capacità del Collio Bianco di attraversare gli anni senza perdere identità.

È un vino raro, concettuale, profondamente coerente con la filosofia di Andrea Drius: non rincorrere l’immediatezza, ma costruire valore nel tempo.

Una visione condivisa

Terre del Faet non è mai stata un’azienda isolata, ma un tassello fondamentale di un pensiero più ampio. Il dialogo con Edi Keber, e con altri produttori che oggi credono nel Collio Bianco da uve autoctone, ha contribuito a riportare al centro un’idea semplice e potente:
il Collio non è una somma di vitigni, ma un luogo che si esprime meglio quando le sue uve dialogano tra loro. Dopotutto gli avi piantavano le vigne miste con queste tre varietà

Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalle prime intuizioni, il Collio Bianco da uve autoctone torna ad avere un riconoscimento anche formale. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta questa dicitura, a patto di rispettare regole precise: uso esclusivo delle varietà autoctone, una base significativa di Friulano, tempi di affinamento più lunghi e un’immagine condivisa che rimetta al centro il nome Collio prima di quello aziendale.

Ma sarebbe riduttivo leggere questo progetto solo come una conquista normativa. Il suo vero valore sta nel fatto che rappresenta la maturazione di un pensiero. Keber e Drius non hanno semplicemente anticipato una tendenza: hanno custodito un’idea quando non era conveniente farlo, rendendola credibile oggi.

Il Collio Bianco da uve autoctone non è una categoria stilistica, né una moda. È una presa di posizione. È la scelta di raccontare un territorio attraverso il dialogo tra le sue uve storiche, lasciando che sia il luogo — e non il vitigno — a guidare il racconto.

Oggi a questo progetto aderiscono produttori diversi per storia, dimensioni e sensibilità, ma uniti dalla stessa visione identitaria:Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontano

• Edi Keber
• Terre del Faet – Andrea Drius
• Buzzinelli (attualmente non disponibile)
• Korsic
• La Rajade
• Officina Vitivinicola Marcuzzi
• Vigne della Cerva
• Ronco Blanchis
• Manià Gianni
• Muzic
• Cantina produttori di Cormons
• Comune di San Floriano del Collio (come bottiglia istituzionale)

 

Un gruppo ancora contenuto nei numeri, ma significativo nel messaggio. E un gruppo destinato a crescere velocemente a mio parere.

Il Collio, quando torna a parlare con la sua voce più autentica, non ha bisogno di urlare. Gli basta essere coerente.

 

Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo