Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro
13 Mag 2025
Vigne e orizzonti

Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro

 

Il vitigno Picolit e il vino dolce che ne deriva vantano una storia affascinante radicata nella regione Friuli-Venezia Giulia, qui nel nord-est d’Italia.

Alcuni ritengono che l’uva Picolit fosse coltivata già in epoca romana, suggerendo una storia molto lunga nella regione. Studi recenti indicano fortemente che il Picolit è un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia, il che significa che ha avuto origine ed si è evoluto qui. Probabilmente discende da una vite selvatica selezionata nei secoli per la dolcezza delle sue uve e per la sua particolare predisposizione alla produzione di vini di grande pregio.

Il nome Picolit deriva dalla parola friulana picol o pecol, che significa piccolo: un chiaro riferimento sia alle ridotte dimensioni degli acini e dei grappoli, sia al basso numero di acini per grappolo, dovuto a un fenomeno naturale chiamato aborto floreale. Un’altra teoria lega il nome al peduncolo, che risulterebbe particolarmente corto.

Il Picolit era già conosciuto e apprezzato nel XVII secolo, tanto da comparire nella lista dei vini serviti a un sontuoso matrimonio nel 1682. Ma è nel XVIII secolo che questo vino conobbe la sua vera epoca d’oro, grazie alla figura visionaria del Conte Fabio Asquini di Fagagna (1726-1818). A partire dal 1762 circa, il Conte avviò una meticolosa opera di promozione del Picolit, commercializzandolo in tutta Europa, da Londra a Mosca, e posizionandolo come una prestigiosa alternativa al celebre Tokaji ungherese. Non solo: utilizzò bottiglie in vetro di Murano, sottolineando così l’esclusività e il lusso associati a questo vino.

Nel frattempo, il grande botanico Giorgio Gallesio, autore del celebre Pomona Italiana, (ossia trattato degli Alberi Fruttiferi) descriveva il Picolit (lo chiamò Uva del Friuli o Piccolitto) come uno dei vitigni più singolari e pregiati della penisola, contribuendo così a diffonderne la fama anche nel mondo scientifico e ampelografico dell’epoca.

Per un certo periodo, il Picolit fu considerato uno dei più grandi vini dolci del continente, raggiungendo quotazioni elevatissime. Tuttavia, il suo destino fu segnato da eventi avversi: dopo la morte del Conte Asquini, la fillossera e le difficoltà agronomiche legate alla scarsa produttività della vite portarono a un lento, inesorabile declino, fino quasi a sfiorare la scomparsa nel corso del XIX secolo.

All’inizio del Novecento, però, grazie all’impegno della famiglia Perusini, il Picolit conobbe una rinascita.

Fu proprio Giacomo Perusini a reimpiantarlo nella storica zona di Rocca Bernarda, oggi riconosciuta come il cuore della produzione di qualità. ( Per informazione ora il castello di Rocca Bernarda, sede storica della famiglia, è passato per legato testamentario da Gaetano Perusini all’Ordine di Malta insieme a parte dell’azienda, nella zona i Picolit da provare sono Rocca Bernarda e Specogna Vignaioli)

Fra le prove e ricerche del Perusini, anche quella di trovare una soluzione alla scarsa produttività del vitigno.

Dopo la sua morte prematura nella prima guerra mondiale il suo lavoro fu continuato dalla moglie, Giuseppina Perusini Antonini pittrice, scrittrice, ma anche abile donna d’affari, che iniziò il rilancio dei vini friulani nel mercato nazionale ed internazionale. Suo figlio Gaetano, professore all’Università di Trieste, continuò ed ampliò la ricerca sull’agricoltura ed i vitigni tradizionali, mentre l’altro figlio Giampaolo proseguì in particolare la selezione della Ribolla Gialla.

Fu Giuseppina, che con i figli, iniziò una produzione continuativa di elevata qualità che colpì appassionati e giornalisti dell’epoca, tant’è che nel 1959, il celebre critico enologico Luigi Veronelli visitò il Friuli appositamente per degustare il Picolit della Contessa Giuseppina Perusini. Ne rimase così colpito che dichiarò:

Non credo esista in Italia un vino più nobile di questo… In Italia, le sue qualità lo renderebbero ciò che Château d’Yquem è per la Francia.

Un riconoscimento tanto simbolico quanto meritato, che rilanciò l’attenzione su questo grande vino dolce.

Nel 2006, il Picolit ha ottenuto ufficialmente la denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) per il Colli Orientali del Friuli Picolit, con la zona di Rosazzo che è considerata la più vocata, infatti se trovate delle bottiglie anni 80 e 90 di Abbazia di Rosazzo, quando vinificava Walter Filipputti, avete in mano, conservazione permettendo, un grandissimo vino. Oggi quei vigneti sono gestiti dall’azienda Livio Felluga, e quindi lo dovete provare assolutamente . Nella zona di Cialla è DOCG sottozona Cialla. Con la vendemmia 2025 il Picolit vinificato secco sarà componente della nuova sottozona Savorgnano del Torre, dove si parla di un blend con l’80% di Friulano e il 20% di Picolit: il vini si chiamerà semplicemente Savorgnano.

Una delle peculiarità del Picolit è la sua scarsa produttività, dovuta a un fenomeno noto come aborto floreale, che causa una bassa fecondazione dei fiori. Questo rende difficile l’autoimpollinazione, costringendo i coltivatori a favorire la fecondazione incrociata tramite altre varietà, come il Verduzzo Friulano. Tuttavia, questa pratica comporta il rischio di mutazioni genetiche, spingendo alcuni produttori a limitarla. La resa limitata ha però un lato positivo: gli acini, pochi ma concentrati, sviluppano un’elevata dolcezza e intensi aromi.

Oggi, il Picolit, vinificato in purezza,  da vita a un vino dolce da meditazione unico e raffinato, con sentori al naso di mandorla, pesca, frutta disidratata, castagno, mentre al palato è pieno, armonioso e alcolico. Spesso viene gustato da solo o in abbinamento a formaggi erborinati e dessert. Le bassissime rese del vitigno, dovute alla naturale scarsità di acini per grappolo, ne limitano la produzione rendendolo ancora oggi un prodotto raro e prezioso, il cui prezzo riflette la complessità e la nobiltà racchiusa in ogni bottiglia.

In alcune zone della Slovenia, nella Valle del Vipava, il Picolit è coltivato e conosciuto con il nome di Pikolit.

Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro

Una giornata dedicata al Picolit: degustazione presso Ronchi di Cialla

Per celebrare la storia e la straordinaria identità di questo vitigno, ho avuto il piacere di organizzare e condurre una degustazione tematica nel cuore dei Colli Orientali, presso l’azienda Ronchi di Cialla, una delle realtà che più ha creduto nel valore del Picolit. Tanto che oggi, insieme ad Aquila del Torre, è una delle pochissime aziende che producono un 100% Picolit secco.

La degustazione, interattiva e arricchita dalla presenza della famiglia Rapuzzi che ci ha ospitato (la signora Dina, Pierpaolo e il nipote Jacopo) e di Michele Ciani di Aquila del Torre, è stata un viaggio dentro il carattere autentico del vitigno. Due aziende molto diverse per storia e collocazione, ma unite da una filosofia comune: rispetto assoluto del vitigno e della sua espressione più pura.

Abbiamo parlato a lungo delle potenzialità del Picolit, soprattutto in versione secca. Come ha sottolineato Michele, in ogni vino si riconosce nitidamente l’impronta varietale, quella firma inconfondibile che questo vitigno lascia nei profumi e nella struttura, al di là dello stile di vinificazione. Interessante anche il tema degli abbinamenti gastronomici: il Picolit è un bianco straordinario, capace di sposarsi tanto con piatti delicati come i crostacei e le ostriche, quanto con portate più complesse come il foie gras o i formaggi stagionati. Giocando con annate, tipologie e temperature di servizio, le possibilità diventano davvero infinite. Ma di questo avremo modo di parlare in una futura degustazione, a cui sto già lavorando…

La line up è sta mista ma per praticità parto dai vini di Aquila del Torre, con due annate di Oasi, il Picolit secco che l’azienda produce dal 2010.

L’annata 2020 ha mostrato subito muscoli e freschezza, un vino che danza fra energia e sapidità; mentre il 2015 si è rivelato più elegante, con note di albicocca secca e un tocco balsamico che mi ha fatto immaginare abbinamenti perfetti come delle capesante al forno. Per le versioni dolci, il Picolit 2022, giovane e pieno di vita, con profumi di fiori bianchi e mela, sostenuti da una freschezza sottile che impedisce ogni deriva dolce; e infine il Picolit 2013, più ricco e complesso, con aromi di mela candita, zafferano, erbe officinali, e una lunghezza straordinaria sul palato, annate nelle quali Michele appassiva di piu le uve.

Poi è stato il momento dei vini di Ronchi di Cialla, dove emerge con forza l’essenza pura del terroir, quel connubio di clima, suolo e mano dell’uomo che la famiglia Rapuzzi custodisce con rispetto assoluto.

Abbiamo assaggiato il Ciallabianco, splendido taglio di Ribolla Gialla (60%), Verduzzo (10%) e Picolit (30%), in due annate: la 2021, fresca, elegante, precisa di grande beva e pulizia, e la 2014, più complessa, capace di raccontare profondità anche in un’annata difficile, a dimostrazione della longevità dei bianchi friulani quando nascono da mani sapienti e da vigneti speciali.

Il viaggio è proseguito con il Sol, il Picolit secco firmato Ronchi di Cialla.

Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro
La 2009 ci ha conquistati con la sua intensità esotica, ricca di fichi secchi, datteri, spezie orientali, il tutto attraversato da una vena salina che rende il sorso teso e avvincente. La 2003, una bottiglia da pelle d’oca, ha regalato profumi stratificati di frutta tropicale disidratata, miele, incenso, con un palato opulento ma mai stanco, dove la mineralità torna a tenere il vino in perfetto equilibrio.

A chiudere, due autentiche perle: il Picolit di Cialla nelle annate 2017 e 2005.

Il 2017, ancora giovane ma già compiuto, armonioso, vivo, capace di tenere insieme dolcezza e freschezza in un abbraccio perfetto; il 2005, un vero gioiello, profondo e avvolgente, con profumi che spaziano dall’albicocca disidratata alla resina, dal caramello alle spezie dolci.

Lo abbiamo abbinato a un piatto sorprendente: anguilla affumicata con confettura di pere. L’incontro fra la dolcezza, la grassezza e la sapidità del piatto e la trama nobile del vino è stato un piccolo miracolo di armonia.

Una curiosità interessante emersa durante la degustazione riguarda la denominazione: per i Picolit vinificati secchi non è possibile riportare in etichetta il nome del vitigno. Da qui l’uso di nomi di fantasia come Oasi e Sol, capaci comunque di evocare l’unicità di questi vini.

In conclusione, più che una degustazione, è stata una vera e propria immersione nel cuore autentico del Friuli, attraverso uno dei suoi vitigni più rari, difficili e affascinanti.

Un viaggio che ha raccontato non solo vini straordinari, ma anche persone straordinarie, capaci di custodire con amore una storia antica e preziosa.

Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro

Emanuele Muzzo

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