LumiLuna. Restaurare una vigna e perderla
L’Umbria non è la mia regione. Lo scrivo subito, prima di tutto il resto, perché cambia il peso di quello che segue: non è il territorio su cui ho una competenza ampia, non ho le annate in testa, non conosco le aziende una per una come le conosco a casa mia. Quello che leggete è il racconto di una visita fatta da qualcuno che qui arriva da fuori. Tenetelo presente e, tenetelo presente anche alla fine, perché di solito scrivo solo di ciò che conosco a fondo, e questa è un’eccezione che alla fine vi spiego.
Prima di arrivare in cantina ci siamo fermati a Spina, da Andrea. È il cognato di Giulio, uno dei due soci di LumiLuna: marito di sua sorella e ha una macelleria bellissima, la Carneria. Due anni fa ci ero arrivato dopo essere stato in cantina; questa volta abbiamo fatto il contrario. Denis, il mio amico autoctono, ci teneva a riportarmi lì per la qualità delle sue carni. Per loro sono Emanuele il friulano.
A Spina i terremoti del 2009 e del 2016 hanno fatto danni seri. La Carneria è rimasta aperta dentro un paio di container fino allo scorso anno, e quando li ho conosciuti lavoravano ancora lì dentro.
Abbiamo comprato le fiorentine per la sera. E chiaramente a quel punto ci serviva il vino. E perché non fare come nel 2024 e andare in cantina da Giulio?
Tornando a LumiLuna, la conosco da qualche anno. La prima volta ci sono arrivato perché ero in Umbria da Denis e gli avevo chiesto di portarmi a visitare qualche cantina: tra i nomi che gli avevo fatto c’era il loro. Ci ricevette Giulio, degustammo tutta la gamma con taglieri di salumi e formaggi, comprammo.
Giulio Rinaldi e Luca Bigicchia si trovano perché arrivano entrambi da un’esperienza andata storta: uno veniva da Chiorri, l’altro da Monte Vibiano, entrambe finite male. Da quel punto in poi la storia si può raccontare in due modi. Il primo è quello che va di moda: due giovani che si mettono in proprio. Il secondo, più onesto, è che due persone con una competenza già formata e nessuna azienda alle spalle si sono trovate davanti alla domanda che conta: con che cosa si fa il vino, quando non hai le vigne.
La risposta se la sono data nel 2015, e non era comprare. Era andare a cercare le vigne vecchie che nessuno curava più. Ci lavoravano nelle ore libere, soprattutto la sera, a lume di luna: da lì il nome. Si definiscono restauratori di vigne prima ancora che vignaioli, e non è una formula da comunicato. Il lavoro che fanno è quello: potatura, cura del suolo, recupero di filari che erano a un passo dall’estirpo.
Il 2017 è l’anno della svolta, con l’acquisizione di nuovi ettari. Nel 2018 arriva la cantina di proprietà e la prima vendemmia firmata LumiLuna. Oggi gestiscono quindici appezzamenti in un raggio di quattordici chilometri, di dimensioni che vanno da un decimo di ettaro a poco più di uno, con viti dai venti ai sessantacinque anni. Suoli completamente diversi tra loro: argilla, argilla mista a calcare, galestro, terreni ricchi di scheletro. Trebbiano, Grechetto, Malvasia di Candia, Syrah, Sangiovese, Ciliegiolo.
Vale la pena fermarsi su una cosa. Loro le varietà non le hanno scelte. Hanno preso quello che c’era nelle vigne che hanno salvato. È il rovesciamento esatto di come si costruisce normalmente una gamma — prima decidi cosa vuoi vendere, poi pianti. Qui prima si salva, poi si vede cosa ne esce. Che è anche il motivo per cui ogni anno alla gamma base si aggiungono due o tre etichette nuove, con nomi presi dalle canzoni più ascoltate durante la vendemmia.
Il 14 agosto, in cantina
Abbiamo cominciato dalle vasche. Il Syrah 2026, destinato al rosato rifermentato, ha un colore bellissimo già adesso, in piena fermentazione. Quest’anno il pied de cuve l’hanno fatto con Chardonnay, e servirà per tutti i vini della cantina: una scelta che vale la pena segnalare, perché in un’azienda che lavora senza lieviti selezionati la partenza delle fermentazioni è il punto in cui si decide tutto il resto.
Poi il Sangiovese, dove quest’anno stanno provando la macerazione carbonica. Su quello è ancora presto: è in fermentazione e va capito. Lo scrivo così perché è così: chi ti racconta un vino che sta ancora partendo, ti sta vendendo qualcosa.
Poi ci siamo seduti nella piccola sala. Mindy 2025, il rosato rifermentato da Syrah, lo stesso vino che un’ora prima era in vasca, ma dell’annata precedente. Pane e salame, quello della Carneria comprato passando.
È una bottiglia da bordo piscina con un fritto di paranza, e non lo dico per sminuirla: dirlo è la cosa più utile che un sommelier possa fare per un vino così. Il rifermentato in bottiglia paga da anni il prezzo di essere raccontato male, come vino difettoso o come vino inutile. Invece ha la sua collocazione, la spensieratezza dico io. Non sempre c’è bisogno, o voglia, di bere vinoni e vini importanti.
Poi ho detto a Giulio che a maggio avevo bevuto l’ultima bottiglia di Casale dei Ceci che avevo in casa, un 2023. E lui: apri il frigo, prendi quella bottiglia e aprila. Era il 2025.
Il Casale dei Ceci è il Grechetto della casa: due raccolte separate a una decina di giorni di distanza, fermentazione in cemento, almeno otto mesi sulle fecce fini. Con l’annata 2025 cambia veste ed esce come Colli Perugini DOC Grechetto, la denominazione che copre in parte i territori di Perugia, Deruta, Marsciano, Fratta Todina, Monte Castello di Vibio, Piegaro e San Venanzo, e che per questa tipologia chiede almeno l’85% di Grechetto.
Nel bicchiere frutta bianca, fiori, agrumi. Ma la struttura è diversa, meno importante di quella delle annate precedenti. E qui il confronto non è di memoria lontana: il 2023 l’avevo bevuto tre mesi prima. E questo non è un problema di vendemmia.
La vigna perduta
Perché il vigneto da cui quel vino nasceva non è più loro.
Un ettaro circa, l’avevano recuperato loro. Rimesso in piedi, curato, portato a produrre. Il vino era diventato un cavallo di battaglia dell’azienda. A quel punto il proprietario ha deciso di farselo da sé, ha chiamato un consulente, e quella vigna loro l’hanno persa.
Il Casale dei Ceci 2025 è quindi il primo che nasce altrove. Ed è per questo che ne parlo dopo aver scritto cosa c’era nel bicchiere e non prima. Del resto è andata proprio così: prima l’abbiamo bevuto, poi Giulio mi ha raccontato. Quella struttura che manca non è un’impressione, è il vigneto che non c’è più. Le vecchie vigne non sono un elemento di storytelling che si aggiunge all’etichetta. Sono la cosa più importante, quella che regge e dà struttura al vino in bocca, e quando spariscono si sente.
E questo non è un aneddoto di sfortuna. Il restauro di una vigna abbandonata è un investimento che si paga in anni di lavoro prima di vedere una bottiglia. Quella vigna diventa come un figlio. Chi lo fa si assume tutto il rischio: che la vigna non risponda, che l’annata non venga, che il vino non valga la fatica. Il consulente arriva dopo, quando quel rischio è già stato tolto da qualcun altro — e arriva su una vigna che ha già dimostrato di funzionare. Il risultato è che il valore creato da chi ha lavorato si trasferisce a chi ha aspettato.
E resta il fatto che loro il vino lo fanno lo stesso, con quello che gli è rimasto, e lo mettono in commercio sapendo che sarà misurato su quello di prima.
I rossi
La degustazione è poi proseguita con i rossi, che abbiamo anche portato a casa: dopotutto eravamo lì per comprare qualche bottiglia per cena, e siamo usciti con cinque cartoni.
Lo ZigoZago è Syrah da galestro. Frutta nera e spezie, avvolgente, morbido, tannini vellutati, un finale che richiama la frutta. Beva bellissima — ed è il metro che uso per capire se un vino l’ho capito o solo giudicato: quando il bicchiere si svuota senza che tu te ne accorga.
Poi il Murelli, Ciliegiolo in purezza. Frutti rossi, fresco e sapido. L’abbiamo provato nei giorni successivi con gli gnocchi al sugo di spuntature, che qui in Umbria fanno benissimo: super top. È il tipo di abbinamento che non si costruisce a tavolino — funziona perché il vino e il piatto vengono dallo stesso posto.
E poi il Sangiovese preso direttamente dalla botte, regalato per la cena. Da carne. Ha ancora un po’ di sentore di legno da smaltire, ma sotto c’è grande stoffa.
La serata è finita con la brace accesa e la carne della Carneria sul tavolo a fare da regina. Il Sangiovese di Giulio davanti alle fiorentine comprate da suo cognato, a qualche chilometro dalla vigna. Non c’è nessuna strategia dietro una cosa del genere, nessun progetto di filiera, nessuno che l’abbia pensata per raccontarla. È solo un posto dove le cose stanno vicine.
Nei giorni successivi il Syrah e il Casale dei Ceci li abbiamo ribevuti più volte.
Ho aperto dicendo che l’Umbria non è la mia regione, e chiudo tornandoci. Perché è proprio questo il punto: non serve conoscere un territorio da vent’anni per riconoscere quando qualcuno sta lavorando bene. Ovunque, in Italia, si fanno e si possono fare bellissimi vini. Non serve una denominazione famosa, e non serve nemmeno che chi beve sia di casa. Serve qualcuno che vada a cercare le vigne che nessuno vuole più. E che poi riesca a tenersele.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo