05 Ott 2026
Josko Renčel. L’artista del Carso sloveno
Nel Carso sloveno esistono vignaioli che sembrano sfuggire a ogni definizione. Josko Renčel è uno di loro. Tra Terrano, Vitovska, vecchi Sauvignon e vini che seguono soltanto il ritmo del tempo, questo racconto attraversa una delle personalità più originali e autentiche della viticoltura carsica.
“Avevo assaggiato troppi vini quel giorno”
All’Orange Wine Festival di Isola c’è un momento che ricorderò a lungo. Vedo Josko Renčel che saluta e abbraccia la mia amica Giulia, che si ricordava benissimo. Poi si gira verso di me, mi squadra, ci pensa. Ci pensa ancora. Cerca. Non mi trova. Allora gli dico: “Josko, ero in cantina da te la settimana scorsa”. Lui apre le braccia, ride, si scusa: “Ah, vero, vero. Scusami. Avevo assaggiato troppi vini quel giorno lì.”
Per inciso: la mia amica in cantina da lui c’era stata tre anni prima. Io, sette giorni. Ecco, questo è Josko Renčel. Un vignaiolo-artista che nel calice ricorda una persona meglio del suo stesso nome, e che nella vita di tutti i giorni si perde nei propri vini con la disinvoltura di chi, a un certo punto, ha smesso di contarli. Quel giorno all’Orange Wine, come è ovvio, l’incontro finisce in un’altra miriade di assaggi — vini più o meno vecchi, la cuvée Vincent, e uno straordinario Sauvignon del 1995 che meriterà una nota tutta sua più avanti. Uno di quei momenti in cui il tempo smette di esistere.
Ma facciamo un passo indietro, alla settimana prima.
Un venerdì uggioso a Dutovlje
È un pomeriggio grigio quando io e l’amico Alessandro siamo a Dutovlje — Duttogliano in italiano — piccolo paese del Carso sloveno a circa sei chilometri dal confine italiano. Un pranzo a base di ćevapčići e calamari, e siamo pronti al rientro. Poi imposto il navigatore e vedo che, a duecento metri dal centro, c’è la cantina di Renčel. Un Sauvignon suo l’avevo bevuto anni fa e mi era piaciuto molto. Riparcheggio, e a piedi entriamo in un sottoportico dove si vedono bottiglie, damigiane e attrezzature per la vinificazione.
Dimenticatevi per un attimo la Toscana. Le mega cantine progettate dall’architetto famoso, il design, l’esperienza sensoriale coreografata. Qui le cantine sono nelle case. Le aziende sono piccole e si punta tutto sulla sostanza, sul prodotto dentro la bottiglia — in un mondo che al contrario guarda soprattutto al marketing e all’estetica, dove la cosa meno importante di tutte è diventata proprio ciò che si beve. Da queste parti è ancora come lo faceva il nonno. Sì, ma che vini.
In corte vediamo un signore, capelli lunghi, occhiali appoggiati sui capelli: è Josko Renčel. Ci accomodiamo a un tavolo fuori dalla cantina e partiamo con un Terrano.
Renčel, più che un vignaiolo, è un artista. Le sue creazioni sono tantissime, e vengono da soli 3,5 ettari di vigna sparsi sulle terre rosse, argille e pietre del Carso — un territorio che qui chiamano Kremen, che in sloveno significa quarzo, anche se il suolo è in realtà un mix di elementi. La produzione totale si aggira sulle diecimila bottiglie l’anno. E i vitigni sono ben otto, tra autoctoni e internazionali. Le etichette arrivano a diciotto. C’è da divertirsi.
In vigna: Terrano, Merlot, Cabernet, Vitovska, Malvasia, Chardonnay, Sauvignon e Pinot Nero. Tutti in piccoli appezzamenti, come tradizione della zona. Niente pesticidi. In cantina: fermentazioni con lieviti indigeni, lunghe macerazioni, affinamenti più o meno prolungati in contenitori diversi — soprattutto legni della zona, ma vecchi, di vari passaggi. Niente chiarifiche né filtrazioni. Solfiti al minimo, a volte anche del tutto assenti — anche se qui Josko ammette che non sempre è rimasto soddisfatto del risultato, anzi.
E questo è il bello di Josko: non ci sono ricette, non ci sono certezze. Imbottiglia il vino quando per lui è pronto, e questo può accadere anche dopo molti anni di botte. È una filosofia che disarma qualunque schema.
La degustazione non è tecnica: è emozionale. E nonostante il nostro sloveno disastroso e il suo poco italiano, ci capiamo perfettamente. Le parole sono poche. Un “sì” qua e là, uno “ya” laggiù. Ma i contenuti sono tanti, e soprattutto sono nel calice. Assaggiamo Terrano, Pinot Nero, la cuvée Vincent, e via così. A un certo punto arriva il genero, che collabora con Josko in cantina, con un vassoio di ottimi salumi della zona. Josko continua a entrare e uscire dalla cantina, torna sempre con un’altra bottiglia. E ogni tanto gli scappa una risata simpaticissima.
Arriviamo a dodici assaggi. Un solo vino, personalmente, non mi conquista subito: il Pinot Nero. Ma probabilmente è colpa mia — sono troppo legato alla Borgogna per questo vitigno, e faccio fatica a leggerlo altrove. Va detto, per onestà, che in assaggi successivi lo stesso Pinot Nero mi ha convinto molto di più: molto territoriale, letto al di fuori dello schema borgognone parla la sua lingua. Il primo impatto però è stato quello.
Prima di salutarci compriamo qualche bottiglia. Josko ci raccomanda di telefonargli prima, la prossima volta, così può dedicarci più tempo — anche se ci accorgiamo che siamo lì da oltre due ore.
I vini nel calice
Terrano Rosato — l’unico vino in acciaio, bevuto all’Orange Wine di Isola. Fruttato al naso, ottima freschezza e acidità. Un grande prodotto da beva, un rosato da abbinare ai molluschi, oppure semplicemente da bere in compagnia senza troppi pensieri.
Terrano 2018 — uno dei migliori Terrano che abbia bevuto. Frutta rossa in primo piano, note di sottobosco. In bocca è di buon equilibrio, pieno, rotondo al punto giusto. Grande interpretazione di un’uva difficile.
Malvazija 2017 — sentori balsamici, albicocca, agrumi, erbe aromatiche. Buona l’acidità, la freschezza e l’equilibrio. Succosa, godereccia, una bella scoperta: sembrava di avere il mare nel calice.
Vitovska 2018 — al naso camomilla, erbe aromatiche, miele, agrumi. Grande mineralità che ritorna al palato, sentori di pietra. Persistenza lunga con la camomilla che chiude. Una Vitovska macerata di classe.
Cuvée Vincent 2001 — Chardonnay, Vitovska, Malvasia e Sauvignon. Nocciole, agrumi, miele, frutta disidratata, fieno, camomilla, rosmarino, sentori minerali. Lo Chardonnay la fa da padrone anche al palato, pieno, corposo, intenso, di buona freschezza, con ritorni di fieno e camomilla.
Sauvignon 1995 — assaggiato all’Orange Wine di Isola, e vale da solo il viaggio. Grande freschezza e profondità dopo trent’anni in bottiglia. Pieno, con profumi in evoluzione continua nel bicchiere. Frutta e spezie al naso e in bocca. Averne, di Sauvignon così. È un vino che ti mette in pace con la tipologia — visto che nelle mie zone, per anni, è imperversato il Sauvignon iper-profumato fino alla nausea, quello costruito in cantina per stupire al primo colpo e poi non dire più niente. Qui, invece, il tempo ha lavorato per tre decenni al servizio di un’uva che sa dare grandi cose quando la si lascia parlare.
Una grande sorpresa del Carso quella volta, oggi una solida realtà. Il Carso terra che spesso rivela vini magnifici e persone ancora più magnifiche. Vini magari non sempre perfetti — soprattutto i bianchi arrivano puliti, territoriali, con un’identità precisa. Josko Renčel è un artista del vino che vale la pena conoscere, perché le emozioni si trovano nelle sue bottiglie e nei suoi silenzi..
Da quella volta, 4 anni fa, da Josko ci vado almeno una o due volte l’anno, per salutarlo e bere due calici insieme. E rientro sempre a casa con qualche bottiglia da condividere — perché anche questo, alla fine, è il senso del vino: portarne un pezzo agli amici che non c’erano. Con lui, poi, le sorprese ci sono sempre: che sia in cantina o a un evento di degustazione, prima o poi tira fuori una bottiglia vecchia che non ti aspettavi. Un grande.
E se al prossimo incontro ci mette qualche minuto a riconoscermi, poco male: nel frattempo aprirà un’altra bottiglia.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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