Variazioni di Verduzzo
Ringraziando il direttore Ivan Vellucci, inauguro questa nuova rubrica chiamata Vigne e Orizzonti partendo dalla mia terra. E inizio con due articoli su due vitigni che danno vini che magari sono noti come vini dolci, da fine pasto, ma in realtà sono anche grandi nelle versioni secche: il Picolit e il Verduzzo.
Oggi, il Verduzzo.
Tra i vitigni più interessanti e meno compresi del panorama vinicolo friulano la palma “di vincitore” spetta sicuramente al Verduzzo.
Uno dei vitigni più interessanti del panorama vinicolo friulano, purtroppo negli anni “snaturato” in Veneto e nelle Grave del Friuli, dove è stato utilizzato per produrre vini dolci senza vera anima, dolci per il solo piacere immediato di palati poco allenati.
Personalmente ritengo che le versioni secche e soprattutto quelle macerate rappresentino il lato più autentico e affascinante di questo vitigno. Ma prima di parlare del Vitigno andiamo a parlare di un pò di storia
Le prime testimonianze scritte che parlano di un vino riconducibile al Verduzzo risalgono al banchetto del 1409 in Friuli in onore di Papa Gregorio XII. Questo evento sottolinea non solo la presenza antica della varietà, ma anche la sua considerazione già in epoca medievale: immaginate un vino locale scelto per essere servito a un pontefice!
Anche se nei documenti dell’epoca il termine “Verduzzo” non era ancora standardizzato, è molto probabile che si facesse riferimento a questa varietà o a sue antenate. Alcuni studiosi ipotizzano persino radici ancora più antiche, collegando il Verduzzo alle pratiche vitivinicole dell’epoca romana, anche se la mancanza di documentazione specifica rende impossibile una conferma definitiva.
È importante distinguere il Verduzzo Friulano dal Verduzzo Trevigiano: due varietà geneticamente distinte, spesso confuse in passato per via della somiglianza dei nomi, con il secondo molto più produttivo del primo.
In Friuli Venezia Giulia il Verduzzo è coltivato nella fascia centrale dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Qui prende anche il nome di Ramandolo, da cui nasce il primo vino DOCG del Friuli: un passito ambrato, alcolico e dolce. Il suolo di questa zona, la celebre ponka (alternanza di marna e arenaria), contribuisce in modo decisivo alla complessità e alla freschezza dei vini. Non mancano esempi eccellenti anche tra i vini dolci fuori Ramandolo (frazione di Nimis in provincia di Udine) basti pensare al Cratis di Roberto Scubla e al Verduzzo di Ronchi di Cialla, un vino “dolce non dolce”, capace di abbinamenti gastronomici sorprendenti come il salmone marinato con lo stesso vino e cotto al forno.
Va segnalata anche la nuova strada percorsa da alcuni produttori, come Federico De Luca di Ronc dai Luchis, che ha creato il Nui, un Metodo Classico 100% Verduzzo: una sfida originale e coraggiosa.
Però se è vero che il Verduzzo si è sempre prestato naturalmente alla produzione di vini dolci con ottima predisposizione all’invecchiamento, negli ultimi anni alcuni produttori stanno esprimendo il suo potenziale anche nei vini secchi di grande personalità e struttura.
Per la sua alta presenza di tannini viene spesso definito il più rosso dei vini bianchi, il che lo rende ideale sia per la macerazione sulle bucce che per la vendemmia tardiva e il successivo affinamento in botte.
I vini ottenuti sono fruttati, profumati, tannici e freschi, capaci di raccontare il territorio con grande sincerità.
Tra le versioni secche molto interessante il vino de I Clivi di Corno di Rosazzo e l’OgniCost di Marco Pinat a Savorgnano del Torre, il Monsier Verduc di Marco Cecchini un vino dalla breve macerazione.
Marco Sara, purtroppo, ha deciso di non produrlo più secco, puntando invece sull’altro bianco, conosciuto per vini dolci, che da grandi risultati secco ovvero il Picolit.
Ho avuto il privilegio di organizzare una serata molto speciale presso l’Azienda Agricola Denis Montanar, riunendo attorno a un tavolo alcuni appassionati clienti e quattro produttori che lavorano il Verduzzo in macerazione sulle bucce:
- Denis e Carlo Montanar
- Aleks Klinec
- Stefano Poser di Sassocorno
- Bressan Mastri Vinai (purtroppo assenti per motivi familiari)
I vini degustati, rigorosamente alla cieca, erano:
- Sassocorno 2018 e 2019
- Bressan 2018, 2020, 2021
- Montanar 2012, 2015, 2018
- Klinec 2003, 2012
Inoltre abbiamo assaggiato una bottiglia straordinaria di Verduzzo dolce 1989 prodotto da Montanar, proveniente dalla più antica vigna di Verduzzo del Friuli, situata a Scodovacca (Villa Vicentina). Questa vigna storica, di circa 110 anni, purtroppo è stata estirpata nel maggio 2024 per fare spazio a un impianto fotovoltaico, nonostante i tentativi dei Montanar di salvarla. Fortunatamente, è stata effettuata una selezione massale, preservando così il patrimonio genetico di quelle piante.
Il Verduzzo è una varietà che decide da sola quando è pronta, sia in vigna sia in cantina: questa è stata una delle grandi verità emerse dalla degustazione.
È un’uva che ha bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio: non a caso Montanar ha commercializzato prima la 2019 della 2018, proprio perché la 2018 risultava ancora troppo giovane. Il confronto tra i vini ha mostrato mani diverse e interpretazioni autentiche:
- Bressan ha regalato vini molto profumati, anche se forse in bocca mancavano della stessa complessità degli altri.
- Montanar ha presentato 3 annate completamente diverse: il 2012 si è rivelato straordinario, bottiglia strepitosa (vi ricordo sempre che non esistono grandi vini, ma grandi bottiglie) con una leggera nota dolce frutto di una vendemmia particolarmente tardiva da abbinare assolutamente con un Castelmagno d’Alpeggio. Come detto secondo me la 2018 come detto ancora troppo giovane, grande complessità gustativa e olfattiva la 2015.
- Klinec ha proposto i vini più complessi: il Verduc, così si chiama in Slovenia, (2012 e 2003) è stato un’autentica emozione, con il 2003 dove il naso era un caleidoscopio di sentori in continua evoluzione partendo una grandissima varietà di frutta a guscio, andando a varie tipologie di miele, thè, spezie. Qua probabilmente bisogna mettersi seduti su una poltrona e degustarlo con calma senza dargli una collocazione precisa, un vino da meditazione.
- Aleks è un produttore che crede molto in questa varietà, ne ha piantato anche di recente.
- Sassocorno ha confermato grande coerenza tra naso e bocca, con un 2019 particolarmente felice.
Poser e Klinec hanno anche sottolineato un dettaglio tecnico importante: nel Verduzzo la macerazione finisce naturalmente con la fermentazione, perché l’uva estrae tutto subito, senza bisogno di forzature.
Per accompagnare la degustazione, dopo una selezione di salumi dell’azienda Montanar e di formaggi di Malga, ho fatto preparare anatra nostrana alla pechinese, ovvero laccata all’arancia: un piatto per me perfetto per esaltare la materia tannica e la freschezza dei vini.
In particolare, Sassocorno 2019 e Montanar 2018 si sono dimostrati abbinamenti che rasentavano la perfezione, raggiungendo una sintonia emozionante tra cibo e vino.
In conclusione il Verduzzo è un vitigno capace di esprimere potenza, freschezza, tannino e longevità in una sola bottiglia.
Nelle mani giuste, soprattutto nei vini secchi e macerati, sa regalare emozioni uniche e profonde, senza mai diventare banale o costruito.
Il ritorno dell’interesse per queste versioni autentiche lascia ben sperare: il liquido nel bicchiere racconta non solo la storia di un vitigno, ma anche quella di un territorio, di mani che lavorano rispettando i tempi della natura.
Il Verduzzo è pronto, ma solo quando vuole lui.