ÈNO FLORENCE 2026. Buona la seconda.
Èno Florence Wine Excellence, giunto quest’anno alla sua seconda Edizione, dimostra di meritare a pieno titolo un posto in prima fila tra gli Eventi da cerchiare in rosso sul calendario.
Una due giorni ricca di appuntamenti, una due giorni per calarsi totalmente nella Qualità e regalare a Firenze, qualora ne avesse bisogno, un motivo in più per andarci.
IL COSA E IL DOVE
Domenica 20 e lunedì 21 settembre, Firenze, Fortezza da Basso.
Due giorni chiusi dentro mura che sanno di storia e di polvere, con fuori il rumore di una città che continua a fare finta di non sentire.
Dentro, invece, il vino.
Tanto, troppo forse, oltre trecentocinquanta aziende, più di millequattrocento etichette, undici Masterclass e un flusso di gente che andava e veniva come marea: operatori, buyer, ristoratori, sommelier, qualche giornalista e un drappello di wine lover che domenica avevano deciso di giocarsi la giornata.
La formula era già nota.
Domenica aperta a chi aveva voglia di entrare anche senza tessera professionale, lunedì solo per chi il vino lo compra, lo vende o lo versa per mestiere.
Padiglione delle Nazioni per i banchi, Sala della Ronda per chi voleva sedersi e ascoltare, Lounge per chi preferiva parlare a mezza voce mentre il bicchiere faceva il suo lavoro.
Non era la prima volta.
L’anno scorso aveva già lasciato un segno e un po’ di fame, stavolta ha alzato la posta, ha allargato, ha tentato di non trasformarsi nell’ennesima celebrazione del “tutto Toscana e basta”.
La Toscana c’era, eccome, ma c’era anche altro.
E questo, in una città che ama riconoscersi nello specchio, non è poco.
COME È ANDATA (o almeno come l’ho vista io)
Si entrava e si aveva subito la sensazione di essere dentro qualcosa che non voleva essere solo vetrina.
I produttori erano lì, non nascosti dietro banchetti laccati e sorrisi di circostanza.
C’era chi parlava poco e lasciava parlare il calice, c’era chi parlava troppo e rischiava di far dimenticare il calice, c’era chi aveva ancora la terra sotto le unghie e chi aveva passato troppo tempo a lucidarsi le scarpe.
Come sempre, come in ogni posto dove il vino cerca di incontrare le persone.
Le Masterclass hanno tenuto il ritmo.
Undici appuntamenti sparsi tra domenica e lunedì, guidati da chi sa tenere un pubblico senza farlo addormentare. Conticelli e Bartolotta in testa (ma non soli) Champagne e Coteaux Champenoise, Grande Toscana, bianchi italiani, Jura, verticali aziendali, qualche tuffo in territori meno scontati.
C’era chi entrava in sala con la faccia di chi vuole solo bere e usciva con quella di chi ha ascoltato qualcosa che non si aspettava.
Succede raramente e…quando succede si nota.
Fuori dalle sale, il resto era movimento.
Gente che andava da un tavolo all’altro con il passo di chi cerca qualcosa e non sa ancora cosa, conversazioni a mezza voce, biglietti da visita scambiati di sfuggita, sguardi che misuravano se valeva la pena fermarsi o continuare.
Il networking, quello vero, non quello da brochure, quello che nasce quando due persone si guardano e decidono che forse, magari, c’è qualcosa da dirsi.
I numeri dicono che sono passate più di duemila persone.
I numeri, però, non raccontano il peso di certe silenziose attese davanti a un bicchiere, né la stanchezza di chi alla fine della seconda giornata aveva le gambe pesanti e la testa ancora piena.
Non raccontano neanche la leggera euforia di chi, usciti dalla Fortezza, si è reso conto che per una volta Firenze non aveva solo esposto il proprio vino, ma aveva cercato di farlo dialogare.
GLI ASSAGGI (o meglio: quello che è rimasto dopo la bagarre).
Con 1.400 etichette non si fa selezione, si fa sopravvivenza.
Si saluta chi si conosce già, si evita chi ha lo sguardo da “devo venderti per forza qualcosa”, e si cerca di ascoltare chi ha ancora la terra sotto le unghie e qualcosa da raccontare che non sia solo marketing.
Ho lasciato le Masterclass fare il loro lavoro (Conticelli e Bartolotta sanno il fatto loro).
Io avevo solo un giorno a disposizione e dunque mi sono concentrato sui banchi.
E dalle innumerevoli soste agli innumerevoli banchi ho tirato fuori quindici vini (si, avevo detto che dovevano essere solo dieci ma…anche per dirvi di quei quindici ho dovuto sacrificarne tanti) che mi sono permesso di descrivere alla mia maniera e che Vi invito ad assaggiare personalmente perché
un vino dovrebbe meritare molto più che solo parole.
QUELLI DA 90
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SYLVANER “STIFTSGARTEN” 2021, ABBAZIA DI NOVACELLA (ALTO ADIGE): Il primo approccio con il naso è una stretta di mano educata; il secondo, invece, comincia a frugarti nelle tasche.
Mela matura, pera succosa, albicocca, poi una brioche appena uscita dal forno, con quel velo di glassa vanigliata che fa piacioneria senza diventare molesto.
In bocca entra largo, quasi sfacciato, e subito mette ordine con una scia di spezie fini.
La mineralità non è un turista: prende possesso della scena, rinfresca, asciuga il superfluo e lascia il palato in una specie di rispettabile dipendenza.
Non è il bianco da aperitivo, quello dal largo sorriso dispensato a tutti.
Ha spalle (anche senza la “s”), memoria e quel piccolo lato ruvido che rende interessante una conversazione.
Il finale è lungo, sapido, ostinatamente presente, e quando pensi di averlo archiviato, torna a bussare con un’albicocca in mano.
Un carattere vero, senza strilli, non mendica approvazione, la pretende (con garbo ma la pretende), come certi ospiti brillanti che arrivano tardi e finiscono per guidare la serata intera.
Allora…secondo me non se li merita ma me l’ha intortata bene, quindi 90 Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO “CHRISTIAN BELLEI” 2017, CANTINA DELLA VOLTA (EMILIA ROMAGNA): il naso parte sornione con lime, mela croccante e ribes bianco, poi si allarga sulle violette, su una mandorla appena tostata e su quella camomilla che in breve prende possesso dell’olfatto.
In sottofondo, ancora una strizzata di limone che tiene tutto sveglio e impedisce alla faccenda di diventare una seduta motivazionale sul metodo classico.
La bolla è sottile, insistente, ben educata ma non remissiva, entra, fa il suo lavoro e lascia il palato pulito come dopo una discussione vinta senza alzare la voce.
C’è anche una vena di meringa e miele, però senza zuccherare il discorso anzi, la chiusura torna secca, sapida, quasi impertinente.
La freschezza non fa la spiritosa, detta il passo, allunga il finale e chiede un altro sorso.
Un millesimato preciso, gastronomico, con abbastanza carattere per stare a tavola e abbastanza ritmo per non finire dimenticato nel secchiello.
Non cerca applausi, li ottiene per sfinimento.
Un Lambrusco che si è messo in giacca, ma sotto porta ancora le scarpe da ginnastica.
90 Punti, forse 91.
– COLLIO DOC RIBOLLA GIALLA 2021, DAMIJAN PODVERSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): non fiorisce subito.
Si nasconde, quasi timida, come se abbia bisogno di prendere un bel respiro prima di cominciare a parlare, ed allora sembra essere indifferente a chi la giudica.
E racconta allora di pesca matura e nocciola, erbe aromatiche e scorza d’agrume, miele di propoli e ricordi iodati, poi cera d’api, camomilla e un filo di fieno.
Sotto, albicocca disidratata, pasta di mandorla e una balsamicità resinosa che sa di incenso e legni antichi.
Il sorso è pieno, deciso, quasi ostinato, l’acidità non urla ma tiene tutto in equilibrio, mentre i tannini (sì, i tannini, perché qui l’uva ha vissuto la buccia come fosse casa sua) sono asciutti, presenti, mai fuori posto, compagni di banco di una iodata mineralità, dello zenzero e dello zafferano, prodromi di un finale lungo e un po’ amarognolo.
Sapida, minerale, viva, ha la quieta arroganza di chi sa di avere tempo e sostanza.
Roba che non passa inosservata.
90 Punti? Penso di si.
– COLLIO DOC BIANCO “KAPLJA” 2021, DAMIJAN PODVERSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): un naso che si schiarisce la voce e poi grida albicocca secca e pesca troppo matura, quella che il fruttivendolo venderebbe a metà prezzo perché “va mangiata oggi”.
Il gelsomino irrompe come se avesse fretta, il caprifoglio lo segue a ruota, e in mezzo a tutto questo spunta un mazzetto di erbe secche dimenticato in dispensa da chissà quanto tempo.
La cotogna si fa largo insieme alla mela cotta, la vaniglia flirta con la cannella senza troppa vergogna, lo zenzero pizzica appena e in fondo resta un filo di cera e fumo, come una sigaretta spenta troppo tardi in una sera d’autunno.
In bocca è pieno, caldo, quasi sfacciato nella sua opulenza cremosa, eppure una lama minerale gli impedisce di sedersi comodo sugli allori.
Attacca morbido, poi si allunga in una scia salina lunga abbastanza da far dimenticare cosa si stesse dicendo un attimo prima.
Bicchiere finito, testa già altrove.
91 Punti (bah…facciamo 92 con un – per la mancanza di spigoli veri).
– SPUMANTE METODO CLASSICO EXTRA BRUT “SOLERA”, BUVOLI (VENETO): il naso è come un vecchio amico un po’ strano, fiori d’arancio ed erbe aromatiche disidratate che ti prendono per mano, poi una mela renetta che hai tagliato da un po’, l’arancio candito e la scorza d’agrume che non hanno alcuna intenzione di restare in disparte.
Poi paglia bruciata, un filo di gesso, la pasticceria secca, la cipria, un cassetto dimenticato e quella camomilla che…che tutto riempie.
In bocca è cremoso ma non molle, teso e sapido, con una freschezza che tiene tutto insieme e una leggera astringenza che ricorda i tannini di un rosso educato.
Infine, note ossidative e selvatiche spingono il piede sull’acceleratore regalando una chiusura, lunga, gastronomica, quasi masticabile.
Una bollicina che ti costringe a sederti e ascoltare.
90 Punti (ma mica troppo distante da 91).
– VALPOLICELLA RIPASSO DOC CLASSICO SUPERIORE 2018 (MAGNUM), SECONDO MARCO (VENETO): entra in scena con l’atteggiamento di chi ha vinto una scommessa vent’anni fa e non l’ha ancora dimenticato.
Un naso voluminoso, dove ciliegia e prugna si accavallano senza chiedere il permesso, un ché di pepe solletica, e la liquirizia che arriva in coda come un commento sarcastico buttato lì apposta.
Il tabacco e la cannella sono punteggiatura, due virgole in un discorso che altrimenti correrebbe troppo.
In bocca la parola d’ordine è “leggerezza”; il tannino è setoso ma non finge gentilezza, l’acidità lega senza alzare la voce…resta un vino che sa di aver “ripassato” sulle vinacce dell’Amarone e non ha alcuna intenzione di lasciartelo dimenticare.
Il finale è lungo, caldo, leggermente permaloso, come chi ha ragione e lo sa.
Non è un vino da bere distrattamente, pretende attenzione, e in cambio ripaga.
Per chi cerca la sostanza senza i tromboni.
91 Punti.
– AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOCG 2013 (MAGNUM), SECONDO MARCO (VENETO): che dire di un vino di cui sarebbe meglio non dire niente?
Bevuto senza preavviso disorienta, con quella carica di ciliegia scura e prugna che arriva dritta, senza mediazioni.
Sotto, le spezie si muovono lente, quasi controvoglia; una scivolata sul pepe nero, tabacco, cioccolato al latte, un’eco terrosa e balsamica che sa di sottobosco e pietra focaia, con quel fumo che sale sottile…
In bocca è la Rondinella a porgere il braccio, il tannino è fittofitto e sottilesottile, risoluto e risolto, quasi ostinato, e costruisce una struttura che avvolge senza mai appesantire.
Secco, deciso, per niente disposto a farsi da parte, potente ma affatto monolitico.
Il finale è roba per Corvina e Corvinone; si allunga “fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare” (cit.), con una persistenza che sembra fatta apposta per mettere alla prova la pazienza di chi beve e un’agilità insolente per la tipologia.
Non è un vino timido né accomodante, chiede un piatto sostanzioso, un tavolo lungo, magari un silenzio pensieroso dopo il primo sorso.
Chi lo affronta con leggerezza rischia di uscirne un po’ ridimensionato.
92 Punti (ché 93 mi sembrano troppi).
I QUASIQUASI
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SOTTOZONA CIALLA “SCHIOPPETTINO DI CIALLA” 2019, RONCHI DI CIALLA (FRIULI VENEZIA GIULIA): arriva come un lampo a Settembre, ti fa strizzare gli occhi e voltare la testa mentre ti stai ancora allacciando le scarpe.
Al naso è tuono di fragoline selvatiche e ciliegie scure, un’ombra di terra umida e pepe che ti pizzica le narici come una freccia malandrina.
Poi fiorisce, ma privo di didascaliche immagini, è viola di campo, erbe, un’idea di agrume esotico che ti lascia un po’ spiazzato (che sia kumquat? Naaa).
In bocca è setoso, ma non molle.
Ti irretisce con quella grazia un po’ pinotiana che ti fa credere di avere a che fare con qualcosa di leggero, e poi ti atterra con sostanza, acidità vibrante e un tannino gentile che ti fa succhiare le guance.
Frutta rossa e blu, spezie brune, e quel finale che è scia erbacea che continua a ripresentarsi, come se il vino avesse ancora qualcosa da dire e non volesse smettere di dirlo.
Ti guarda storto e ti conquista.
Non grida, non ostenta, ma se hai voglia di ascoltarlo ti racconta storie di bosco e sfrontatezza.
Difficile restare indifferenti davanti a tanta irrequietezza.
Bevibile ora, ma con la faccia di chi sa aspettare.
89 Punti.
– ERBALUCE DI CALUSO “REND NEN” 2022, LUCA LEGGERO (PIEMONTE): s’avanza lento e inizia a parlare a voce bassa, raccontando di pesca bianca ancora fredda di mattina, pera Williams appena colta, mela che scrocchia tra i denti.
Poi fiori di campo e limonaria, fieno tagliato, un filo di miele e spezie dolci che si posano sulla pelle come una carezza.
Sotto, la mandorla e la scorza di cedro, le erbe aromatiche a firma di salvia e maggiorana che sanno di collina e di vento.
In bocca diventa storia.
Acidità che stringe e poi lascia andare, sapidità che avanza come una marea lenta, frutto giallo che non grida ma insiste.
Chiude lungo, con quell’amaro delicato di mandorla che resta sulla lingua come un segreto non detto.
Verticale, sobrio, occupa lo spazio con la quieta insolenza di chi sa di poter restare.
Un vino travestito da bicchiere qualunque.
88+ Punti.
– CANAVESE DOC NEBBIOLO “MAURA NEN” 2022, LUCA LEGGERO (PIEMONTE): rosa e violetta che si aprono come una ferita leggera sulla pelle, impercettibile forse, ma improvvisamente presente.
Poi ciliegia e prugna mature, piccoli frutti rossi e un filo di melograno che scivolano lenti, come se avessero tutto il tempo del mondo.
E sotto, senza fretta ma anche senza pietà, pepe nero, noce moscata, cuoio di buona concia e tabacco, con quella scia di sottobosco e grafite che sa di collina bagnata e di notte antica, di qualcosa che è rimasto a lungo chiuso e ora finalmente respira, portando con sé un’eco di eucalipto, ghisa e terra appena smossa.
In bocca la tensione è immediata, fisica.
Acidità che graffia e poi si scioglie, tannini di setosa solidità, sapidità che avanza e non molla.
Il sorso si allunga, insistente, con il frutto che resta croccante e le spezie, pettegole, che continuano a parlare di quanto sia smorfiosa l’arancia rossa anche quando il bicchiere è già vuoto.
Verticale, un po’ scontroso, capace di restare addosso a lungo.
Preferisce lasciare il segno piuttosto che farsi ricordare con tenerezza.
88++
– BAROLO DOCG MGA CERRETTA 2022, RÉVA WINERY (PIEMONTE): appena lo avvicinate al naso non sembra spiegare niente, si limita a complicare le cose sciorinando frutti rossi che sembrano freschi ma portano dietro un’ombra scura, poi le erbe di campo, quelle che si strappano camminando senza pensarci.
La rosa arriva tardi, quasi controvoglia, seguita dalla violetta che se ne va altrettanto in fretta.
Un soffio di sale marino attraversa tutto e sotto, dietro una presa di tabacco, resta una nota di terra umida che sa di collina e che non se ne vuole andare, un’eco di sottobosco che continua a bussare.
In bocca è succoso, energico, compatto.
L’acidità tiene tutto in carreggiata mentre il tannino, fitto ma lucidato a dovere, stringe con autorevolezza senza mettersi a fare il bullo.
C’è profondità, c’è austerità, ma soprattutto c’è equilibrio, la potenza non sfonda la porta e l’eleganza non si presenta in smoking.
Il finale è un ritorno di spezie e una scia balsamica che allunga il sorso con una certa cattiveria.
Un Barolo di prima vendemmia che già mostra carattere e promessa.
Un pugno chiuso; magari indossa un guanto di velluto, ma il pugno resta lì, pronto.
88++
– TOSCANA IGT ROSSO “VOLTA DI BERTINGA” 2015, BERTINGA (TOSCANA): il naso arriva come un pugno avvolto nella seta e racchiude more di rovo schiacciate, violetta che non ha tempo di farsi timida, ginepro e mentolo che spazzano via ogni tentazione di dolcezza facile.
Poi liquirizia, un filo di tabacco dolce e quella grafite che sa di pietra bagnata. Non è un profumo, è un monologo.
In bocca la potenza non urla: ti prende per la gola con tannini ancora vivaci, quasi piccanti, ma li spegne subito un’acidità salina che ti fa venire voglia di un altro sorso.
Frutto nero maturo, estrazione vera, chiusura lunga e di grande spessore su liquirizia e un’eco minerale che resta a far compagnia.
È un Merlot che non ha voglia di piacere a tutti.
Preferisce sedurre chi sa ascoltare.
89 Punti (forse).
– CORTONA DOC SYRAH “IL CASTAGNO” 2022, FABRIZIO DIONISIO (TOSCANA): arriva come un amante che non ha fretta di spogliarsi; sa di attesa e di un concedersi con deliberata, sadica lentezza.
Un olfatto che si apre a strati, di mora (rovi compresi) e ribes maturi, confettura di lampone e ciliegia scura; poi scivola languido su cioccolato fondente, caffè tostato, pepe bianco e un filo di tabacco biondo.
Sotto, un’eco di sottobosco umido, erbe mediterranee e un soffio di catrame che sa di pelle calda e di un dopo.
In bocca è denso e avvolgente, tannini vellutati che stringono senza ferire, una freschezza quasi citrica che tiene vivo il desiderio.
Frutto succoso e speziatura che s’avanza a ondate, sapido, graffiato a sangue da ritorni di chiodi di garofano e carne affumicata.
Chiude lungo, persistente, lasciandoti la bocca ancora leggermente aperta, come dopo un bacio finito prima di quando tu volessi.
Seduce con eleganza e più di un pizzico di insolenza.
Rimane, e quando te ne vai ti resta addosso.
89- Punti (ma se fosse per il cuore…).
p.s. E “CUCULAIA”?
Si, c’era pure “CUCULAIA” ma…a parte che ne saprete certamente più di me, mi è sembrato un po’ troppo “incravattato”, quasi fosse imbarazzato di trovarsi circondato da tanti rivali, mica come “IL CASTAGNO” che mostrava il petto al nemico con la sana semplicità e la nobiltà d’animo di un Brancaleone da Norcia.
Lo devo riassaggiare con la calma che gli è dovuta (prima o poi ci riuscirò).
– PINOT NERO “S” 2020, BUVOLI (VENETO): Un naso diretto di fragole e lamponi, di violette che ti guardano dritto negli occhi.
Poi uno scivolo di note balsamiche e un sottobosco appena terroso, come se qualcuno avesse appena calpestato foglie umide.
Arrivano tabacco, spezie orientali e l’abbraccio di una vaniglia grassa che sa di cioccolato bianco lasciato al sole.
C’è pure un’idea di caffè tostato e anice (e direi un ché di armellina ma potrei sembrare stupido) che non vorrebbe farsi notare ma non gli riesce.
In bocca la dolcezza olfattiva si dilegua e lo spazio è tutto delle amaritudini di erbe aromatiche; la freschezza non ha paura di graffiare e i tannini setosi scivolano senza fare rumore introducendo una lunga scia sapida, quasi salmastra, che ti costringe a tornare al bicchiere.
Non è un Pinot Nero educato.
È uno di quelli che ti fa alzare un sopracciglio e poi ti fa sorridere.
Da bere ascoltando qualcosa di un po’ storto e malinconico. Tipo un pezzo di Nick Cave a volume basso, di notte.
89 Punti (e forse di più, ma aspettiamo che si distenda ancora un po’).
– PINOT NERO “P” 2020, BUVOLI (VENETO): un naso che non ha fretta, quasi timido, di piccoli frutti rossi, lampone e ciliegia, magari arancia, che non alzano la voce prima di una scia floreale di rosa e violetta che si mescola a note di sottobosco leggero, a una speziatura fine e peposa e a un filo di tabacco.
C’è pure un’idea di tostatura dolce, di quasi cioccolato, non a seppellire, ma ad accompagnare.
In bocca è più snello di quanto il naso lasciasse intendere: tannini setosi che scorrono senza attrito, freschezza che tiene il ritmo e una sapidità sottile che allunga il sorso.
Il frutto torna maturo ma non in confettura e chiude pulito, con una scia quasi minerale che invita al secondo calice.
The dark side of “S”, volta le spalle alla Francia e se la ride dei cugini d’oltralpe calando l’asso di una componente di sana follia italiana.
89 punti con un + (tuttitutti direi).
E QUINDI?
E quindi è andata.
Non perfetta, non epica, ma seria (molto seria).
Ha tenuto fede a quella promessa, fatta l’anno scorso, di non essere solo una bella vetrina.
Ha cercato di parlare di mercato senza dimenticare la cultura, e di cultura senza dimenticare che qualcuno deve pure vendere le bottiglie.
Ha messo insieme chi produce e chi compra in uno spazio che non era né troppo formale né troppo caotico e questo, in tempi in cui tutto tende a diventare o fiera o festa, non è scontato.
Ora i calici sono stati riposti.
I produttori sono tornati alle loro vigne e alle loro cantine.
Gli operatori alle loro liste e ai loro clienti.
La Fortezza ha ripreso il suo silenzio abituale.
Resta la sensazione che qualcosa si sia mosso.
Non un terremoto, un passo.
E i passi, quando sono fatti nella direzione giusta, contano più delle dichiarazioni.
GRAZIE dunque a chi ha organizzato senza perdere la misura, GRAZIE a chi ha portato il vino e non solo sé stesso, GRAZIE a chi ha ascoltato prima di parlare.
Io ci sono stato, ho camminato, ho ascoltato, ho bevuto (e ho messo già in agenda l’Edizione 2027).
E Voi…se non c’eravate, la prossima volta fate in modo di esserci (o non fatelo, ma poi non dite che a Firenze non succede mai niente)
Roberto Alloi – VINODENTRO
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