COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023, ROMANZO DEL VINO.
ROMANZO DEL VINO è più di un’Azienda, è un romanzo d’autore da sfogliare piano, un’opera dedicata al Timorasso (ma non solo) da sfogliare piano prestando attenzione alle parole.
ROMANZO DEL VINO: un patto scritto sulle colline di Montemarzino.
C’è un modo di arrivare in un posto che dice già tutto di quel posto, ed è arrivarci per caso, seguendo indicazioni imprecise, e trovarsi davanti a qualcosa che nessuna guida aveva segnalato.
Succede così a chi finisce a Castellazzo, frazione di Montemarzino, nel cuore dei Colli Tortonesi, una manciata di case, colline che si arrotolano una nell’altra senza fretta di distinguersi, e in mezzo, quasi mimetizzata, la cantina di un’azienda che ha scelto per sé un nome insolito.
ROMANZO DEL VINO, appunto, un’idea nata più come un gesto di fiducia che come un piano industriale, fiducia nella vocazione silenziosa delle Terre Derthona, nella capacità di queste colline di restituire qualcosa di autentico a chi sa fermarsi ad ascoltarle.
Il progetto è recente e porta dentro di sé qualcosa che raramente si trova in un’azienda vinicola giovane: l’assenza di un unico padrone.
ROMANZO DEL VINO nasce infatti da un gruppo di persone arrivate qui da percorsi diversi, chi da una professione lontanissima dai filari, chi da una passione coltivata per anni ai margini di un altro mestiere, che a un certo punto hanno deciso di mettere insieme non solo qualche ettaro di vigna, ma il sentimento condiviso di cosa significhi fare vino in questo angolo di Piemonte rimasto per decenni fuori dalle rotte più battute.
Un sentimento da trasformare in qualcosa di concreto, non solo produrre ma custodire; custodire la terra, restituirle in parte ciò che generosamente ha donato per generazioni, raccontarla senza forzature.
A guidare il gruppo è Carolina Bruno, avvocata di formazione e degustatrice per vocazione, che ha portato dentro il progetto la stessa attenzione al dettaglio con cui si legge un contratto complicato, applicata però a una materia che di contratti non ne conosce: la terra, i suoi tempi, la sua ostinazione a non farsi mai davvero addomesticare.
Quando l’idea è stata presentata a Walter Massa, l’uomo a cui va il merito di aver riportato alla luce il Timorasso dopo che per gran parte del Novecento era rimasto un’uva quasi dimenticata, la risposta non si è fatta attendere, ed è arrivata con la forza di un’investitura.
Da allora Massa segue il progetto da vicino, non come consulente di passaggio ma come garante di un metodo, la certezza silenziosa che la fedeltà al territorio venga prima di qualunque tentazione di assomigliare a vini pensati altrove.
La cantina, in Località Castellazzo, non è pensata come un fortino.
È un luogo che i suoi stessi fondatori definiscono inclusivo, aperto ai piccoli vignaioli della zona che condividono la stessa filosofia di allevamento e di vinificazione.
Da Montemarzino, Monleale, Villaromagnano, Sant’Agata Fossili, Viguzzolo, Avolasca, Berzano di Tortona e dai comuni limitrofi arrivano qui le uve coltivate con un’agricoltura ragionata, che predilige l’osservazione al dominio e la pazienza alla fretta.
Ogni vigneto è una tessera di un mosaico più grande, esposizioni diverse, altitudini che cambiano, suoli che parlano lingue leggermente diverse ma appartenenti tutte allo stesso dialetto, e insieme formano un racconto corale, fatto di storie individuali che si intrecciano senza annullarsi l’una nell’altra.
È un dettaglio che dice più di mille dichiarazioni d’intenti, perché nel vino la generosità verso i vicini resta merce rara quanto un’annata perfetta.
Sotto tutto questo lavora un terreno che è lui stesso parte della narrazione: le marne bianche del Tortonese, cariche di sale antico, residuo di un mare ritiratosi milioni di anni fa lasciandosi dietro la propria sapidità.
Una terra che pretende di essere ascoltata prima ancora che interpretata, e che qui trova la sua voce nei due vitigni storici della zona, il Timorasso e la Barbera, coltivati su parcelle che in certi casi passano da una generazione all’altra come un’eredità di famiglia più che come un semplice appezzamento catastale.
Sono loro i due fili narrativi attorno a cui si costruisce ogni annata, senza che l’azienda senta il bisogno di aggiungere altre varietà a un racconto che considera già completo così.
Anche l’aspetto delle bottiglie racconta qualcosa di questa filosofia: le etichette, disegnate da Giordano Floreancig, portano dentro un pizzico di follia visiva che sembra fatto apposta per contraddire la sobrietà del contenuto, come se ogni romanzo, per attirare un nuovo lettore, avesse bisogno anche di una copertina capace di incuriosire prima ancora che si giri la prima pagina.
In un tempo che corre sempre più veloce e che spinge verso l’omologazione, ROMANZO DEL VINO sceglie un altro passo.
Quello di chi sa che i racconti più veri nascono dalla lentezza, dalla cura, dalla capacità di restare fedeli a un luogo anche quando il mondo invita a guardare altrove.
Chi arriva a Castellazzo avverte, forse senza saperlo formulare subito, di aver varcato una soglia sottile.
Dietro di sé restano le strade più trafficate e le mappe già disegnate; davanti si apre uno spazio dove il tempo si dilata, dove le colline continuano a lavorare in silenzio e dove un gruppo di persone ha deciso di scrivere, insieme, un nuovo romanzo un capitolo per volta.
Non con l’inchiostro, ma con la terra, con le radici, con la pazienza di chi sa che i romanzi più belli sono quelli che si lasciano leggere a voce bassa, pagina dopo pagina, senza fretta di arrivare alla fine.
IL VINO
– COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “DERTHONA” 2023: è un atto politico rivoluzionario.
Perché oggi fare un vino così significa scegliere di stare dalla parte sbagliata del mercato.
Arriva da un pezzo di Piemonte che per anni si è sentito periferia del vino importante.
Colline lente lasciate ai margini mentre altrove si inseguivano mode, velocità, lucentezze da catalogo e parole come “premium” usate con la stessa generosità con cui si distribuiscono i volantini davanti ai supermercati.
Qui qualcuno ha deciso di fare il contrario, rallentare, ascoltare, rimettere al centro il carattere delle Terre Derthona e lasciare che il vino porti addosso la propria origine, senza pettinarla per Instagram.
Per questo il vino arriva nel bicchiere vivo, irregolare, nervoso.
All’inizio ha una riservatezza quasi ombrosa, poi prende fiato e comincia a sporcarsi le mani.
Profuma di prati verdi, mele mature, mentolo e miele d’acacia.
C’è una dolcezza luminosa che dura però solo il tempo necessario per farsi attraversare da gesso, marmi umidi, corteccia, erbe selvatiche, timo serpillo e pepe bianco, una traccia di caramella d’orzo, piccola e ostinata, come un ricordo d’infanzia infilato nella tasca di una giacca da lavoro.
Sono odori agricoli, concreti, quasi ruvidi.
Non cercano la perfezione del laboratorio e non chiedono di essere tradotti in un vocabolario da degustazione imbalsamata.
Raccontano un paesaggio, terra bagnata, vento sulle colline, vegetazione che cresce senza chiedere il permesso.
Il vino non descrive il territorio da una distanza di sicurezza, lo porta dentro, è paesaggio liquido,
E il sorso è ancora più radicale.
Uno starter di miele e mele, poi il sale, il pimento, la lingua sfrucuglia e la gola si accende.
La materia è viva, il movimento continuo, la beva che non scivola via educata come un ospite che abbia già controllato l’orologio.
Il vino pulsa.
Ha una sapidità insistente, quasi ostinata, che sembra voler ricordare una cosa semplice ed enorme al contempo, che queste colline, milioni di anni fa, erano mare davvero.
E allora il bicchiere si riempie di una memoria fossile, marina, che torna attraverso la scia salina, le nocciole, il croccante da giostra e l’amaro del timo.
Il finale non mette ordine nel racconto.
Lo lascia aperto, con il sale sulle labbra e una sensazione di energia ancora in circolo.
Tornano le erbe, la parte amaricante, una polpa di frutto che non si arrende e quella mineralità che non fa da fondale, ma prende la parola.
È un vino che non addomestica niente.
Rivendica il diritto del territorio a essere irripetibile, luminoso, spigoloso, agricolo e, quando serve, persino scomodo.
Il suo gesto più rivoluzionario sta proprio qui, nel rifiuto dell’idea del vino come prodotto perfetto, replicabile, sempre disponibile a compiacere chiunque.
Difende la possibilità che un luogo resti sé stesso anche quando il mercato chiede altro.
Dentro questo bicchiere non c’è soltanto un vino bianco, ci sono colline che resistono alla semplificazione, persone che scelgono di non sparire, un’agricoltura che prova ancora a parlare il linguaggio delle stagioni invece di quello dei grafici.
Questa non è nostalgia.
La nostalgia guarda indietro e si commuove, qui, invece, si lavora nel presente.
È resistenza attiva, con il sole addosso e le mani sporche di terra, è la decisione di custodire le Terre Derthona senza trasformarle in un parco tematico del vino di lusso, senza ridurre il paesaggio a una scenografia da brochure.
Il territorio non è lo sfondo della bottiglia: è il protagonista, il regista e anche quello che a fine giornata deve lavare i bicchieri.
Il Derthona di ROMANZO DEL VINO è rock perché non cerca eleganza da salotto.
Ha luce, sale, elettricità.
Ha la voce delle colline e una certa insofferenza per le buone maniere quando diventano un alibi.
È un vino di sole e di mare capitato tra le terre tortonesi, ma soprattutto è un vino di resistenza contadina.
Un bicchiere con la terra sotto le unghie, il vento in faccia e nessuna intenzione di chiedere scusa.
88- Punti (forse troppi, ma è sempre più difficile trovare qualcuno che scriva bene, quindi…)
Roberto Alloi – VINODENTRO
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