Nina Trinca. Donatella, Andrea, Nina: risorgere
C’è un prima e un dopo nelle cose della vita. Qualcosa che è accaduto prima. Qualcosa che accade dopo. A volte sono in connessione. A volte no. Un filo rosso, se c’è, occorre individuarlo cosi per provare a collegare quegli invisibili punti che ne tracciano la via.
Cosa è la vita se non un cercare di unire puntini attraverso il tempo, unico elemento che accomuna tutti?
C’è un prima e un dopo nella storia di Donatella (Giovannangeli) ed Andrea (Trinca). Anzi, forse c’è pure un prima prima.
Quando li vedi insieme, capisci cosa voglia dire l’amore tra due persone. All’apparenza diverse eppure complementari.

Donatella studi al DAMS di Bologna. Scenografa prima, impiegata in una società informatica a Roma dopo. Guarda i casi della vita!
Andrea di professione “serciarolo” (con la r non con la l di selciarolo). Mastro serciarolo per la precisione. Ora, per i non romani, un serciarolo è colui il quale è specializzato nella posa dei sampietrini (o sanpietrini) alias i blocchetti di leucitite che tanto fanno arrabbiare i romani per via delle strade scomode a piedi e in auto.
Steso er letto de rena, attacc’ar volo
a mette in sito serci… e serci assecco.
Piazza li sampietrini accosti, ar lecco
come blerge a l’accosto sur vetrolo.
Così inizia una poesia di Luciano Luciani dedicata a Er serciarolo.

Vignaiola la mamma di Andrea e comunque una famiglia impiegata nell’agricoltura. Famiglia borghese quella di Donatella.
Unione all’apparenza improbabile. Dubbi che al solo vederli insieme scompaiono all’istante. Anche perché tra loro, oltre ad esserci una stupenda intesa corredata di complici sguardi e teneri sorrisi, c’è Nina, una splendida bambina di quasi sette anni.
Qualcosa ci deve essere stato prima prima. Qualcosa che li ha resi ancora più uniti. Non mi va di indagare facendo domande inopportune. La giornata è bellissima. Un lieve vento allieta e solleva dal caldo di un sole che splende. Passeggiare per le vigne è fantastico. Perché rovinare questo idillio?
Chiacchierando con Donatella e Andrea l’impressione è di due persone che hanno sofferto. Ferite che lasciano il segno sulla pelle penetrando la carne. Ma non l’anima. Che rimane intatta.
Tante volte abbiamo letto e sentito delle difficoltà del periodo del lockdown covid.
Non mi riferisco al non poter andare al cinema o all’inventarsi runner per uscire di casa o ai ragazzi privati della scuola e della socialità. Mi riferisco alle vere difficoltà. Quelle che ti fanno piangere e disperare perché non sai letteralmente come arrivare a fine giornata. O meglio, neanche sai se ci arriverai.

Sotto covid mi sono trovata in cassa integrazione per un anno. I soldi li ho visti dopo sei mesi al trenta percento. Lui con il cantiere fermo per quattro mesi. Dalla sera alla mattina ci siamo ritrovati senza stipendi, con una bambina di due anni e mezzo, mutuo, rate delle macchine, asilo che voleva comunque la quota. Sai che vuol dire piangere tutte le sere? Se non ci fossero stati i genitori non sapevamo come comprarci da mangiare.
Poche, sintetiche, dure, angoscianti le parole di Donatella. In due magari te ne freghi ma quando c’è anche una bambina e niente o nessuno che ti possa supportare, il panico è esattamente quello che ti assale bloccando il respiro.
Vita vera. Dura e senza appello. Di quelle situazioni che solo le persone vicine possono in qualche modo conoscere e supportare. Meno male che c’erano i genitori a dare quel minimo di supporto. Santi genitori che in qualche modo ci sono sempre. Ma può l’Italia affidarsi sempre al nucleo familiare? Mah!
Prima c’era un prima.
Noi stavamo cercando una casa con il giardino
No, noi stavamo a cercare un appartamento più comodo.
Vabbè però io volevo un giardino.
Lui voleva una casa in campagna e io ci so cresciuta. Sono cresciuta nella classica casa di campagna da borghese. Qui vicino. Però i miei genitori avevano uno status che se lo potevano permettere. Giardiniere, golf, baby sitter. Io dicevo a lui: noi abbiamo un lavoro ma non che ci faccia fare la vita da nababbi. La casa in campagna non ce la possiamo permettere a meno che non ci facciamo una attività.
Poi c’è il poi ovvero il covid e altro che casa. Occorre pensare a sopravvivere. Poi se ne parla. Se se ne parlerà.
È la vita che ti riserva un altro puntino. Quello che non conosci ma poi arriva. Inaspettato. Ma arriva.
Mio padre vendette la casa di campagna perché con la mamma volevano ritirarsi in una situazione più al centro del paese e ha dato a me e mio fratello una specie di eredità anticipata che, non ci sono bastati, ma ha permesso di comprare questa casa. Un importante acconto e poi mutuo. Mutuo, prestiti. Di tutto. Ora stiamo tranquilli perché siamo qui.
Il qui al quale si riferisce Donatella è Zagarolo, un piccolo paese alle porte di Roma. Magari conosciuto come nome per il film del 1974 con Franco Franchi Ultimo tango a Zagarol. Ecco sì, senza la “o”. Ma tutti se ne fregano e dicevano Zagarolo
Mi tocca mettere un altro “prima”. Però stavolta è un “prima” meno “prima”. Insomma “nel mezzo”. Perché mentre Donatella diceva ad Andrea che un conto era vivere in campagna da benestanti un conto da persone normali ecco che un altro puntino si presenta alla porta.
Non ho manco finito di dire sta cosa che beccai l’annuncio di questa vendita. Stava fuori da una settimana perché poi fu assaltata. Ho fatto carte false per prenderla. Tolsero subito l’annuncio. C’era già una offerta in atto. Riuscì a rintracciare il proprietario e fare una offerta più alta. Alla fine..
Una casa di campagna con vigne annesse. Grechetto, Sangiovese, Malvasia Puntinata. Il vecchio proprietario oltre ad essere in regime biologico aveva pure un piccolo locale che usava da cantina. Tutte le attrezzature ,imbottigliamento incluso. Le vigne non stavano un granché bene. Era solo e faceva ciò che poteva.
Solo che Donatella impiegata, Andrea serciarolo, di vino….poco o niente.
Lui viene da una famiglia contadina. La mamma era vignaiola.
Ricordo il nonno si. Però a me piaceva tanto beve er vino
A noi c’è sempre piaciuto bere. Zagarolo è terra di vini anche se non l’hanno mai sfruttato. Nel momento in cui ragionavo su cosa poter fare in campagna, comparve questo annuncio. Le cose non accadono mai a caso.

Poi una azienda già certificata biologica. Noi cercavamo e lo volevamo fare.
Io vengo dal teatro come scenografa. Ho studiato al DAMS di Bologna. Avrei voluto fare arte ma poi la vita mi ha portato in una s.p.a. Avevo la preparazione a livello artistico che serve per un progetto come questo perché ci muoviamo bene a livello di sito, pagine, etichette. Poi anni di esperienza in una spa mi permette di gestire il processo aziendale a livello di carte, progetti
Senza di lei io…tante volte dico: ma lasciamo perde famo il vino per noi
La gente non pensa ma ci è voluto un anno e mezzo solo di carte…
Le ultime carte so arrivate due giorni e mezzo prima di vendemmià lo spumante.
Abbiamo perso la prima vendemmia 2021 e rischiato di perdere anche la 22 perché se non hai l’inizio attività non puoi
Lei ci si è messa e c’è riuscita
Sono diventata la stolker degli uffici romani.
Sacro e profano uniti insieme. Divisi a metà. Ognuno con la propria metà del mondo che però combacia perfettamente con l’altra. Decisi, determinati. Forse dettati da una innata disperazione. La voglia di riemergere. Di vivere. Di tornare a vivere.
Siamo divisi a metà. Gli dico che non siamo intercambiabili perché io non so fare quello che sai fare tu. Non metto bocca sulla produzione.
Il nostro enologo è anche agronomo e m’ha insegnato tanto.
I genitori hanno fatto questo tutta la vita. È vero che sono vecchia scuola però il primo anno sono stati un grande aiuto nonostante abbiano una età. La madre è pensionata vignaiola per le vigne dei castelli romani.
Andrea che si dedica alla vigna e alla produzione nonostante un lavoro pesante come quello del serciarolo.

Vado prima li poi torno li. O il contrario. Diciamo diciotto ore a palla. Però quando io arrivo qui e dopo due ore di macchina, parcheggio, apro lo sportello e cambia il mondo. Lei mi dice che me sono dimenticato di loro. Ma qui c’è tanta roba da fare
Alle nove di sera lo chiamo per dirgli: ma vieni a casa?
Ascoltarli è qualcosa che merita il prezzo del biglietto. Sono frasi dette in simbiosi e con il sorriso sulle labbra. Sguardi che si incrociano mentre la mia piccola Azzurra gioca con Nina che le fa da sorella maggiore. È un clima meravigliosamente idilliaco.
Su Zagarolo ci siamo noi appena nati che facciamo un prodotto che punta alla qualità e qualche altra cantina.
Per fare qualità devi lavorare la testa. Lavorare un vigneto in un certo modo.
Prima qui era tutto cordone speronato ma l’enologo mi ha detto che per i bianco dobbiamo fare Guyot. Questo è il terzo anno e piano piano verrà sempre meglio.
Anche l’enologo ci dice che abbiamo fatto cose eccellenti in così poco tempo.
Con la prima raccolta ci siamo resi conto che un grappolo stava qui, uno li. Il vecchio proprietario era solo. Faceva il vino lui. Faceva tutto qui. Anche l’imbottigliamento. Quando ho comprato diceva che aveva tutto. L’imbottigliamento qui non possiamo farlo perché non è sterile.
Come fanno qui intorno. Ma cosi le bottiglia non sono mai uguali.
Noi abbiamo l’enologo perché io faccio il serciarolo, lei lavora in amministrazione, qualcuno mi dovrà aiutà. Ci posso mette la passione o i libri ma l’enologo ci vuole.
Un confronto ci vuole sempre
Le etichette le ho fatte io che vengo dall’arte ma ho pagato per farle perché altrimenti non mi posso criticare. Avevo bisogno di un occhio esperto che fa etichette da tanto tempo. Stessa cosa l’enologo.
La cantina è piccola. Poco più di un ufficio. Le botti dove sta riposando il rosso, poi in un’altra stanza i serbatoi per i bianchi. Scatole di vino accatastate con curo. Si vede che Andrea è guidato dalla mano di una donna.
L’anno scorso abbiamo prodotto per diecimila ma non sono uscite. Il metodo classico è in grotta e ci sarà tra poco. Il Cabernet che è stato un anno nel tonneau nuovo. Massimo che possiamo fare sono diecimila bottiglie.
C’è anche una cantina che qui si chiama grotta. In effetti ha le sembianze di una grotta perché evidentemente scavata con il piccone. O a mano. Qui a Zagarolo tutte le case ne hanno una. Quando si apre la porta si viene immediatamente accolti da un pazzesco cambio di temperatura. Fuori fa caldo e quando si inizia a scendere la ripida scala. Gli otto gradi arrivano subito a raffreddare tutto e tutti. Uno sbalzo termico indifferente che garantisce la perfetta conservazione dei vini. Ed in effetti nelle nicchie sono riposte le duemila quattrocento cinquantatré bottiglie di metodo classico a riposare beatamente al buio e al fresco. Mi piace tantissimo questa cantina o grotta che dir si voglia. Mi ricorda la cantina del nonno a Camigliano. Nonno Antonio non mi ci faceva mai andare perché pericolosa (come in fondo lo era). Li c’era tutto il suo vino. Quando Mimma (nonna materna) dichiarava che da li a poco si sarebbe mangiato, nonno Antonio diceva che andava a prendere il vino in cantina. Non riemergeva se non quando qualcuno andava a chiamarlo. Unico problema era il cammino, barcollante, tra la cantina e la sala da pranzo. Mimma arrivò a mettere acqua nelle bottiglie provocando uno dei litigi più chiassosi della storia.
È proprio vero che le persone hanno in se tanto. Solo parlando, creando la giusta atmosfera, toccando i giusti tasti, si instaurano dei meravigliosi, seppur brevi rapporti utili ad entrare nell’anima di queste.
Quando con Donatella iniziamo a parlare dei vini, delle etichette, dei nomi, è come se ci conoscessimo da una vita. C’è un tale livello di complicità che rimango in pace con me stesso ascoltando le sue parole.

I nomi dei vini derivano tutti dalle Sacre Scritture. Noi venivamo dal momento cosi duro e difficile e la promessa che avevo fatto a me stessa fu che mai più ci saremmo dovuti ritrovare in quelle condizioni. In questo progetto abbiamo riposto la nostra speranza più grande. Una sorta di resurrezione.
Resurrezione con tutti i risparmi. Tutte le finanze. Tutto ciò che Andrea e Donatella potevano immettere in questa avventura. Loro stessi.
Tutto abbiamo riposto. Noi, le nostre fatiche fisiche e psicologiche. Materiali
Dedicando una azienda a Nina: Nina Trinca. Con questo cognome c’era poco da pensarci!
Piccola digressione. In romanesco il verbo “trincare” non è solo bere. Ma è bere con gusto e quantità. Si dice “te sei trincato un litro de vino” per dire che hai divorato un litro intero.
Ci stavamo impazzendo e avevamo solo lei. Ho una malattia autoimmune con la quale riesco a condurre una vita normale. Ci sono dei momenti difficili nei quali faccio più fatica rispetto ad una persona sana rispetto agli incidenti della vita. Anche un semplice raffreddore, diventa polmonite. Altri figli non li abbiamo potuti prevedere. Comunque è lei, ha il nome, il cognome, si presta. Anche perché un domani sarà tutto suo. Penso che le stiamo lasciando una grande eredità. Penso che le stiamo lasciando il buon esempio perché vede che ha due genitori che le sorridono, che lavorano, che le insegnano tante cose, che la portano in mezzo alla natura. Nelle occasioni anche a visitare posti nuovi. La speranza è che possiamo regalarle non la ricchezza perché siamo talmente piccoli che non succederà. Però il sostentamento, la tranquillità. Noi guadagniamo benino. Io sono un part time e il lavoro di Andrea con tutta la fatica che fa non è tanto ma non è poco ai giorni d’oggi. Se noi riusciamo a guadagnare qualcosa da questo posto lavorando per gli altri, staremo bene. Senti qui che pace. Questo è il progetto nostro.
L’intimità di queste parole è stupenda. Tanti puntini che si collegano insieme. Una coppia che diventa famiglia. Una malattia che è una spada di Damocle. Il covid. I sacrifici. La casa in campagna. L’idea del vino. La voglia di lasciare qualcosa a Nina.
Nina che continua a sorridere scorrazzando per le vigne con Azzurra. Nina che la riconosci come una bambina felice e tranquilla. Due genitori meravigliosi. Innamorati. Infaticabili. Sempre con il sorriso. Donatella che affronta tutta la sua vita con un sorriso disarmante. Provate a vedere la pagina Facebook e capirete.

Non c’è voglia di arricchirsi da questa attività. Solo ed esclusivamente quella di lasciare un futuro a Nina ed Andrea. Quando parlo con Donatella, quando scrivo “Nina ed Andrea” capisco. Ma non voglio scriverlo.
Noi vorremmo arrivare alla sostituzione almeno di Andrea. Lui che possa dedicarsi solo a questo.
I nomi dei vini esprimono comunque concetti di rinascita. Come rinascita, risurrezione, nuova vita è l’intera avventura di questa famiglia.
Io conoscevo bene queste storie e ho legato il progetto dal primo momento alla rinascita. Sono molto credente, non cattolica, cristiana. Ho dedicato questa cosa alla spiritualità. Sono profondamente cristiana. Lo sono sempre stata ma l’ho scoperto da tre anni a questa parte. Ho capito che vivevo nei precetti cristiani ma non lo sapevo. Poi ho preso coscienza di questo.
Serenità d’animo. Serenità nelle cose che fanno. Serenità nella famiglia come nella coppia. Voglia di rinascita anzi di resurrezione. Speranza di resurrezione.
Eloì che è rosso significa signore mio. È l’unica etichetta che si distingue dalle altre perché ho rappresentato il cervo e non una persona. Cervo è il trionfo Del bene sul male. Un trionfo di uva sempre legato al fatto che mi auguro il trionfo della nostra azienda. Un trionfo non economico che di deve stare ma di tranquillità. Non avidità. Mi dispiace quando la vedo negli altri.
Eloì è il blend paritario di Merlot e Sangiovese grosso con affinamento in solo acciaio.
Pieno è il Merlot, fresco il Sangiovese. Così la teoria, cosi la pratica. Un vino che è cosi schietto che sembra quasi scolastico. Ma scolastico non è. Perché mica è semplice fare un vino che sa di quello dal quale proviene. Il trionfo è proprio il mantenere questi due vitigni uniti nella loro complementarietà. Ci sono tutti i sentori pieni, fruttati e vegetali del Merlot. Ci sono le freschezze e le florealità del Sangiovese. C’è il sorso fresco e pungente del Sangiovese come c’è la morbidezza del Merlot. Il tannino, le noti fresche, la morbidezze, si bilanciano con la sapidità a fare da arbitro. La frutta che è quasi matura al naso, diventa matura in bocca così da donare, unendosi alla freschezza, una piacevole ampiezza. Un vino che vive e vive di vita vera ma che, essendo mortale, non potrà durare a lungo. Del doman non v’è certezza.
Talitha è il meraviglioso rosato da Merlot e Sangiovese grosso. Un vino dedicato a Nina già dal nome, di origine aramaica che vuol dire “fanciulla, alzati” (fa riferimento all’episodio della resurrezione della figlia di Giairo, quando Gesù disse: «Talità kum», che significa: Fanciulla, io ti dico: alzati!). Meraviglioso, tenue e incredibilmente delicato. Come una fanciulla. Nel calice è un rosa quasi aranciato. Il naso è incredibile per le sue note di pesca sapientemente miscelate con petali di rosa, fiori di mandorla e di campo. Ne sento la morbidezza che si accentua con i frutti tropicali e la mela e qualche frutto rosso.
In bocca torna immediatamente la pesca, prepotente e avvolgente. Come se quella fanciulla si fosse veramente svegliata. Mantiene la morbidezza e la tenue freschezza creando un incredibile equilibrio. La sapidità dei terreni di riporto vulcanico, pian piano, emerge lasciando, dopo una discreta persistenza, la piacevolissima sensazione di pesca percoca.
Giairo è la Malvasia Puntinata. Giairo, capo della sinagoga e padre della fanciulla risorta, è un nome che in ebraico vuol dire Javhé irradia (dove Javhé è il Creatore).
Questo vino irradia tranquillità. Sarà per gli effluvi della Malvasia o per quel meraviglioso bilanciamento con un finale di mandorla dolce, ma questo Giairo, si finisce. Accompagnandolo ad un pesce (anche un semplice calamaro) o dinanzi alla tv. La suggestione è provarlo con un dolce tipo una tartelletta alla crema.
I sentori della Malvasia escono puliti dal calice. La delicatezza della pesca bianca, della mela, della pera. La freschezza delle erbe: del tiglio, della camomilla, della saliva. La pungenza del balsamico e della mineralità. La dolcezza elle note vanigliate attenuate dagli agrumi. Voluttuosità, freschezza e tanta morbidezza aromatica che associo, chiudendo gli occhi, al colore giallo.
La dolcezza di sottofondo spicca anche al sorso che si dimostra ampio ancorché verticale. Secco, fresco e decisamente sapido, come se la mineralità dei terreni vulcanici spingesse per emergere e farsi notare. Le note mielose, sempre in compagnia degli agrumi tornano per espandersi bilanciandosi perfettamente e fornendo una sensazione di calda tenerezza.
Mi abbandono al sorso. Non ne posso fare a meno.
Ho assaggiato anche il Cabernet che uscirà a breve. Ancora non è pronto perché è una prova di botte. Ma le prospettive di questo vino sono incredibili. Va aspettato e poi sarà grande.
Trovare e collegare i puntini della propria vita non è semplice. Ci si può perdere. Dinanzi ad una difficoltà o ad una distrazione, perdere la via è un attimo. Da li in poi, trovare il puntino dal quale ripartire, può essere impossibile.
Se hai in te la serenità e la felicità dettata dall’apprezzare ciò che hai intorno, persone o cose che siano, i puntini ti si presenteranno davanti senza sforzo.
Donatella ed Andrea sono così. Felici e sereni. Con una figlia che cresce in un ambiente nel quale anche lei è felice e serena. Se arrivi qui a Zagarolo, sei accolto in famiglia e respiri quest’aria, ne vieni pervaso, ne fai parte. Tutto qui intorno ne fa parte. È così intensa che anche i grappoli ne sono pervasi. Possono i vini non farne parte? Impossibile. Davvero impossibile.
Qui tuto sa di felicità. Quella semplice. Per questo chiudo dedicando a Donatella, Andrea e soprattutto alla piccola Nina una poesia di un poeta romano, Trilussa
C’è un’ape che si posa
su un bocciolo di rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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