20 Lug 2025
Le scoperte enoiche di Benny

Orcia Wine Festival 2025. Gli assaggi delle eccellenze

I vini dell’Orcia DOC tra novità e conferme

Riprendiamo il racconto di quest’evento a me molto caro. Se le masterclass mi hanno offerto una prospettiva affascinante sul potenziale dell’Orcia DOC, gli assaggi diretti ai banchi di degustazione sono stati un vero e proprio viaggio. Quest’edizione di Orcia Wine Festival mi ha svelato tante novità, e ogni bottiglia sembrava raccontare una storia unica. Ecco perchè mi sono cimentata in un articolo interamente dedicato alla descrizione delle mie scoperte!

Capitoni: il gentiluomo dell’Orcia

Quando si desidera comprendere appieno l’essenza dell’Orcia DOC di Pienza, lo stile di riferimento è solo uno: Marco Capitoni! Le sue vigne, splendidamente situate proprio a Pienza, si estendono su stratificazioni di sabbie e argille plioceniche a 460 metri sul livello del mare. Un terroir che ho sempre trovato incredibilmente vocato.
Ho degustato il Capitoni Orcia DOC Riserva, l’unica etichetta che, dal 2001, viene prodotta ogni anno e che Marco considera un puzzle. Questo vino, un blend di Sangiovese e una percentuale variabile di Merlot, è il frutto di un lavoro lungo e attento. Vendemmie, vinificazioni, affinamenti in legno avvengono separatamente. Dopo due anni di paziente attesa, si decide il blend migliore che, pur mantenendo una sua costanza, è sempre il risultato unico dell’annata. Infine, un anno di affinamento in bottiglia precede la commercializzazione, garantendo qualità e una perfetta espressione del territorio. L’ho trovato, come sempre, di una complessità affascinante, un vino che parla della sua origine con chiarezza e delicatezza.

Ma la mia etichetta del cuore, quella che attendo con più trepidazione, è il Frasi Orcia DOC  Sangiovese Riserva. Un blend di Sangiovese, Canaiolo e Colorino provenienti dalla storica vigna del 1974. Questo vino, dal 2005, esce solo nelle annate migliori. Ogni sorso rivela un’eleganza e una profondità commoventi, a partire dalla “frase” che Marco dedica a ogni annata, un vero e proprio racconto delle impressioni che il millesimo ha impresso non solo nel vino, ma anche nella sua anima. È un vino che trascende la semplice degustazione, diventando un dialogo intimo con il produttore, il suo territorio e la vita.

Agricola Casagori: la new entry di Pienza

Sempre restando nella meravigliosa zona di Pienza, voglio parlarvi di Agricola Casagori di Matteo Gori. Per me, questa è stata la novità assoluta di questa edizione, una new entry che promette di regalare tante belle emozioni negli anni a venire. Si tratta di una realtà giovane, dove l’entusiasmo e la voglia di fare bene di Matteo sono palpabili.
Il suo percorso è iniziato tra il 2015 e il 2016 con la birra, un prodotto che ho sentito lodare. Per il vino, invece, hanno ovviamente atteso che i vigneti impiantati entrassero in produzione. La loro scelta di vita biodinamica si traduce nel calice in una piacevolezza immediata e in promesse di crescita future. Agricola Casagori si estende su circa 4,5 ettari di vigneto, in gran parte dedicati al Sangiovese, con piccole quote di Trebbiano, Malvasia, Cabernet Franc e poche piante di Cabernet Sauvignon.

Biodiversità e leggerezza

Si caratterizza per una grande attenzione alla biodiversità, a partire dal luppoleto e dalle coltivazioni di orzo per le loro birre, e poi ancora cereali, farro e grani antichi, senza dimenticare uliveti e alberi da frutto. Non vedo l’ora di visitare questa realtà che, attraverso le parole di Matteo, già mi incanta. Ho trovato le loro etichette un inno alla leggerezza, con nomi che raccontano il vino, senza fronzoli. Ho assaggiato bianchi promettenti e rossi che meritano di essere valutati meglio in futuro. Tra questi, “Suisogni” è figlio della vigna più alta, circondata dai boschi, un Sangiovese in purezza, fermentato con lieviti indigeni e una lunga macerazione, per poi affinare in botti e tonneau di rovere francese. Non vedo l’ora di saperne di più su questa affascinante realtà!

 

Grancia di Spedaletto: tradizione e innovazione in anfora

Continuando il mio viaggio tra le giovani promesse dell’Orcia DOC, non posso non menzionare la Grancia di Spedaletto. Questa realtà, che per me rappresenta un bellissimo esempio di continuità generazionale, affonda le sue radici nel sogno del nonno di Francesco Pifferi che insieme al cugino Mirko hanno preso la guida dell’azienda e del celebre agriturismo del Castello di Spedaletto, nel cuore della Val d’Orcia. Questo borgo, Spedaletto, anticamente era un ospedale sulla Via Francigena, un luogo di accoglienza e cura per i pellegrini, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di storia e significato al luogo. Le prime vigne furono impiantate nel 2002, anno di nascita di Francesco, segnando l’inizio della produzione vinicola. È una piccola azienda vitivinicola con circa un ettaro di vigneto,

San Niccolò: il primo vino in anfora

La vera novità di quest’anno che mi ha incuriosito molto, è il loro primo vino in anfora, un progetto in cui Francesco crede moltissimo. che si affianca ai due sangiovesi Orcia doc e la Riserva, Si tratta del San Niccolò 2024, come il podere da cui provengono le uve ed è dedicato alla chiesa di Spedaletto. Francesco ha atteso un anno e mezzo per vedere il risultato di questa vinificazione, un processo che mirava a preservare il carattere varietale e la purezza del Sangiovese grazie a un contenitore che non cedesse sapori esterni, ma garantisse solo una micro-ossigenazione essenziale per ammorbidire le asperità del vino. Da questa anfora da 3 ettolitri, sono state prodotte  solamente 333 bottiglie. Ammetto di avere ancora qualche riserva personale su questo vino, ma sono assolutamente certa che riusciranno a trovare la quadra. Questo perché Francesco dimostra un’umiltà e una sete di conoscenza rare, chiedendo spesso consigli a chi ha più esperienza di lui. Sono convinta che anche qui, dalla Grancia di Spedaletto, vedremo delle bellissime sorprese nei prossimi anni!

Campo Tondo: Il Futuro in Altura

Il futuro dell’Orcia DOC si palesa anche attraverso realtà come Campo Tondo, un’azienda dove Elena Salviucci affianca con passione il padre Paolo. questi, nel 2000, ha acquistato l’azienda e ha iniziato da zero, impiantando le vigne con il tradizionale sistema ad alberello. Ci troviamo a Campiglia d’Orcia, una vallata che abbraccia il Monte Amiata, caratterizzata da altimetrie importanti, tra i 400 e i 500 metri sul livello del mare. Non a caso, il loro è definito un “vino di montagna”, data la presenza di alcuni dei vigneti più alti della denominazione. La scelta dell’alberello, oggi, non è dettata solo dalle condizioni climatiche, ma rappresenta una continuità con la tradizione di Campiglia e un sistema di allevamento che, pur richiedendo un lavoro considerevole, ripaga con una qualità eccezionale.

 

Il Tocco e il suo contrario

Il vino che desidero presentarvi è la loro riserva Il Tocco, un blend di Sangiovese e una piccola percentuale di Colorino (circa il 10%). Questo vino è il frutto di un attento procedimento di vinificazione che include una macerazione prefermentativa con l’ausilio del ghiaccio secco. Questa tecnica serve ad estrarre più  “buono” dalle uve preservandole anche da ossidazioni indesiderate. Si porta così nel calice “un po’ di Orcia in più”, un’espressione più autentica del terroir. Ciò che mi affascina di questa azienda è il contributo di ogni membro della famiglia, inclusa Sabrina, la moglie di Paolo, con la quale  avverto una forte empatia. Nonostante la crescita, cercano di mantenere una dimensione contenuta, per preservare la qualità e l’autenticità dei loro vini. Da menzionare anche il loro Colorino quasi in purezza “All’Incontro”, il cui nome suggerisce l’inversione delle percentuali del blend rispetto al Tocco. Una vera chicca che testimonia la sperimentazione e la dedizione dell’azienda.

La Nascosta: La Determinazione di Luca Mastroianni

E continuando la carrelleta di quelli che mi piace definire i Giovani dell’Orcia, voglio presentarvi Luca Mastroianni. Al timone dell’azienda La Nascosta, Luca, un giovane pacato nei modi ma con una grande determinazione, porta avanti un progetto radicato in una storia familiare di eccellenza nel mondo del vino. La Nascosta è il culmine di un percorso iniziato nel 2011 da suo padre Antonio Mastrojanni, figura già protagonista nella scoperta internazionale del Brunello di Montalcino. Dopo aver ceduto la storica Mastrojanni nel 2008, Antonio ha deciso di intraprendere un nuovo progetto, acquistando piccoli appezzamenti a Castiglione d’Orcia, pochi chilometri dalla vecchia azienda. Qui, Luca è entrato a pieno titolo nell’attività nel 2015, affiancando il padre in ogni fase, fino ad assumerne la gestione. L’azienda si distingue per una ricerca di potenzialità “diverse” nel terroir, con l’impianto anche di varietà bianche internazionali, affiancate dai vitigni locali.

Giovesone Orcia Sangiovese

Luca ci ha presentato con orgoglio il suo Giovesone Orcia Sangiovese Riserva. Non è semplicemente un vino, ma una vera e propria selezione che nasce dalle migliori uve di Sangiovese, provenienti da terreni ricchi di sassi e scheletro, e dalle vigne più vecchie. Questa composizione del suolo conferisce al vino una spiccata mineralità. Luca sottolinea con fierezza che il Giovesone “si costruisce in vigna e non in cantina”, evidenziando la filosofia aziendale che privilegia la qualità del frutto. Per non intaccare la freschezza e l’eleganza del vino, vengono utilizzati tonneaux di rovere francese e austriaco con tostature leggere. La sua caratteristica vincente, che promette grande longevità, è un bilanciamento impeccabile. I vigneti, un po’ più a nord rispetto ad altri, si trovano comunque alle pendici del Monte Amiata, beneficiando di quelle altitudini che conferiscono ai vini una personalità unica.


Valdorcia Terre Senesi: L’eleganza di un sorriso e un vino “scangiato”

È stato un vero piacere rivedere Gabriella di Valdorcia Terre Senesi. Sebbene sia trascorso un anno dal nostro ultimo incontro, il tempo non aveva affatto creato distacco. Il suo sorriso accogliente e la sua disponibilità nel raccontare i vini hanno subito ricreato quella familiarità.  Siamo a Castiglione d’Orcia, con vigneti incastonati tra boschi e biodiversità, a un’altitudine che varia tra i 380 e i 500 metri sul livello del mare: un microclima ideale per la vite. Attualmente, quasi 7 ettari di vigneti si estendono su una collina che offre una vista sul Monte Amiata, con un’esposizione est-ovest che garantisce una generosa illuminazione solare. In vigna vengono adottate esclusivamente pratiche tradizionali e sostenibili, evitando l’uso di prodotti chimici, e tutta la produzione è tracciata, certificata e controllata. Ovviamente si coltiva Sangiovese, a cui l’azienda ha scelto di accostare varietà come Cabernet Franc, Merlot, Colorino, Pugnitello, Ciliegiolo e Foglia Tonda. La loro Riserva Orcia DOC Sornione mi ha rapito il cuore: un Sangiovese in purezza che affina per 24 mesi in legno e un ulteriore anno in bottiglia. Complessità, eleganza e la capacità di leggere il territorio conferme importanti che arrivano ogni anno. Per chi volesse approfondire la storia del Sornione, vino per il quale nutro un’evidente predilezione, rimando al mio articolo dell’anno scorso.

Scangiato: Un vino fuori dagli schemi

La vera novità che Gabriella ha presentato quest’anno è il loro vino chiamato “Scangiato”. Questo nome, dal suono così particolare, deriva da un modo di dire calabrese, terra d’origine del proprietario, che indica qualcosa di “fuori dagli schemi”, “sbagliato” o meglio “diversamente unico”. Ho trovato questo approccio affascinante, un invito a superare le convenzioni e a gustare un vino che, per la sua peculiarità, si distingue. E’ il classico vino della tradizione dal colore vivace e che può essere presente nella tavola di tutti i giorni. Molto godibile, nasce dall’unione del sangiovese con solo vitigni autoctoni quali colorino, ciliegiolo, foglia tonda e pugnitello. È un esempio lampante di come Valdorcia Terre Senesi, pur radicandosi nella tradizione, sappia anche esplorare nuove vie espressive, offrendo etichette che raccontano storie personali e territori con un tocco originale.

Donatella Cinelli Colombini: Il Drago e le 8 Colombe

Ho avuto l’occasione di vivere un momento di assaggio particolarmente toccante, quello del vino “Il Drago e le 8 Colombe” della Fattoria del Colle. Ad accompagnarmi c’era Cinzia, che con tanta commozione mi ha raccontato la storia dietro a questa etichetta. Ho percepito la sua dedizione e il profondo legame che la lega a questo luogo e alle persone che lo animano. “Il Drago e le 8 Colombe” nasce per celebrare l’unico uomo delle cantine di Donatella Cinelli Colombini: suo marito, Carlo Gardini. È un tributo poetico e significativo: le cantine di Donatella sono state le prime in Italia con un organico interamente femminile, e con un bellissimo gioco di simboli, le “colombe” che danno il nome al vino e che vediamo in etichetta, sono proprio le donne che lavorano in cantina. Il “drago” rappresentato, invece, è il marito Carlo, sempre presente con i suoi preziosi consigli e la sua immensa passione per i grandi vini. A quell’epoca le colombe erano sette, poi si è aggiunta al gruppo Valérie Lavigne, la stimata consulente della cantina e professore di enologia all’Università di Bordeaux, portando il numero a otto.

Assaggi condivisi

Credo molto nel confronto e quindi anche in queste occasioni, se è possibile, degusto scambiando impressioni con colleghe che stimo. come con Paola Castellani. Tornando al vino, questo è stato prodotto per la prima volta nel 2005, è può essere considerato un vino d’autore. Spesso viene etichettato come “Super Tuscan”, una tipologia che, pur non appartenendo a denominazioni specifiche, punta all’altissima qualità. Le vigne, coltivate con cura biologica e manuale, forniscono uve interamente prodotte in fattoria: il Sangiovese per l’eleganza, il Merlot per la morbidezza e il Sagrantino, vitigno umbro, per la struttura. Il risultato, che ho avuto il piacere di apprezzare, è un vino capace di invecchiare molto a lungo, donando emozione e puro piacere a chi lo beve. Un assaggio che per me è stato un vero e proprio dialogo con la storia e le persone dietro a ogni sorso.

 


 

Poggio Grande e un amore familiare

Sarebbe riduttivo descrivere Poggio Grande come una semplice azienda con oltre un secolo di storia. La sua vera essenza risiede in un amore profondo per il territorio e, soprattutto, nella passione condivisa tra un padre e una figlia. Fondata nel 1907 da Giovanni Zamperini, la famiglia ha vissuto per generazioni nella campagna circostante il Castello di Ripa d’Orcia, dedicandosi con dedizione alle antiche tradizioni agricole. Dal 1999, grazie alla visione di Luca Zamperini, attuale proprietario, Poggio Grande è anche una cantina votata all’alta qualità, dalla scelta dei vigneti ai metodi sperimentali. L’azienda è il vivido racconto di Luca, un uomo eccentrico e determinato, e dell’altrettanto capace Giulitta, attuale Presidente del Consorzio Vino Orcia al suo secondo mandato. Condividono una passione che si traduce nell’impegno quotidiano in vigna e in cantina. Questa dedizione, unita a una certa “follia” creativa di Luca, si ritrova appieno nel calice.

Tagete: La Novità Estiva di Poggio Grande

La grande novità di quest’anno, presentata proprio da Giulitta, è il nuovo Tagete, un vino perfetto per l’estate. Si tratta di un macerato che, a differenza di altri Orange Wine, mantiene profumi freschi e non presenta ossidazioni eccessive. Come il già celebre Tagete classico, anche questa nuova versione è prodotta con uve Marsanne e Roussanne.
Mentre il Tagete classico prevede una criomacerazione sotto ghiaccio secco seguita da affinamento in legno, il nuovo Tagete è un Orange Wine che fermenta e affina in acciaio, dopo aver macerato sulle bucce per due settimane. Una produzione limitata di sole 924 bottiglie per un vino versatile, fresco e decisamente estivo, tutto da scoprire. Non esitate troppo, questo vino andrà sicuramente a ruba!

Podere Albiano: dalla scommessa vinta al “Citto” versatile

A Trequanda, nella frazione di Petroio, si trova Podere Albiano, Una scommessa vinta da Anna Becheri e Alberto Turri. Nei primi anni 2000, i due hanno lasciato Milano per avviare una nuova vita nella Val d’Orcia, partendo completamente da zero. Con notevole determinazione, hanno impiantato manualmente le prime vigne in un paesaggio già ricco di ulivi e boschi. Dopo tre anni di meticolose sperimentazioni e microvinificazioni, volte a comprendere a fondo il potenziale delle loro uve, nel 2009 hanno inaugurato una cantina moderna e sostenibile. e le loro etichette artistiche che richiamano i paesaggi della Val d’Orcia, rendono omaggio alla tradizione locale. .

Citto Toscana IGT

I loro vini, con nomi evocativi come Ciriè (“è di nuovo”), a simboleggiare la rinascita della vigna nel suo luogo d’origine. L’Orcia DOC Riserva 2019 Tribolo aveva già colpito per la sua schiettezza, verticalità e la succosa freschezza tipica dei grandi Sangiovese, arricchita da note di grafite e una notevole complessità e persistenza Quest’anno, vi presento un “Citto”  Toscana IGT, un vino che prende il nome dal termine toscano per “ragazzo”. Questo blend, composto da 50% Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot e Merlot – tutte uve aziendali vinificate separatamente – si rivela un vino pronto, beverino, suadente e profumato. La sua notevole versatilità lo rende ideale per un’ampia varietà di piatti, toscani e non solo, offrendo un’esperienza gustativa piacevole e immediata.

 

Un arrivederci all’Orcia Wine Festival 2026

Mi sono dilungata, come spesso accade quando la passione prende il sopravvento, quindi decido di fermarmi promettendo di recuperare le storie e le emozioni non ancora condivise la prossima volta. Vi ringrazio di cuore per aver letto fin qui e vi do appuntamento alla prossima edizione dell’Orcia Wine Festival, che si terrà dal 24 al 26 aprile 2026. Sarà un’altra occasione imperdibile per esplorare un territorio unico, i suoi vini eccezionali e lo spirito che lo anima. A presto!

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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