IoVino. Un Club senza cancelli
Il filo più robusto non è quello che non si spezza, ma quello che lega senza costringere.
Il Filo e la Matassa
Le fiere del vino, nella loro grande tradizione, cercano quasi sempre un senso. Lo cercano con accanimento, lo invocano nei comunicati stampa, lo promettono nelle brochure patinate. Un filo conduttore, dicono. Qualcosa che tenga insieme bottiglie, produttori e visitatori in un racconto unitario. Eppure, spesso, quel filo è teso così forte che finisce per spezzarsi. Peggio ancora, per sembrare finto, posticcio, tirato apposta. E parla uno che di capelli ne ha pochi.
Poi arrivi a IoVino. E capisci che il filo conduttore non è stato progettato. È nato. Come nascono le cose vere: lentamente, ostinatamente, senza che nessuno se ne accorga fino a quando non è già diventato qualcosa di solido.
C’è una differenza tra un evento costruito e un evento che cresce. IoVino appartiene alla seconda categoria. È il tipo di manifestazione che non si spiega con un prospetto, ma si respira appena si varca la soglia.
Marche e Campania: Luce del Nord, Fuoco del Sud
Due regioni. Apparentemente lontane per carattere, per storia, per la diversa musica che parla nei loro vini. Le Marche al centro-nord della penisola, con i loro colli che scendono dolcemente verso l’Adriatico, con il Verdicchio che regna incontrastato, principe bianco capace di una profondità che sorprende chi lo incontra per la prima volta e continua a sorprendere chi lo conosce da decenni.
La Campania, al contrario, brucia. I suoi suoli vulcanici custodiscono un’ampelografia ancora integra, ancora capace di stupire. Il Fiano, la Falanghina, il Greco: vitigni che sono insieme radici e ali, che portano in sé la memoria di un’Italia che il vino lo faceva prima ancora di sapere che lo stava facendo.
Manilo Frattari, con la tenacia affettuosa di chi ha scelto una causa e vi si è dedicato con gioia, ha deciso che queste due regioni avevano qualcosa da dirsi. E ha creato lo spazio perché lo facessero.
IoVino non è una fiera tematica nel senso convenzionale. È una conversazione a più voci tra territori che sembrano distanti e che, davanti a un calice, scoprono di avere molto in comune. Il vitigno autoctono come lingua franca, come alfabeto condiviso.
Un Club Senza Cancelli
Quando si parla di IoVino, la parola che torna sempre, ossessivamente, tra le labbra di chi vi partecipa è una sola: amicizia. Non nel senso banale di un ambiente piacevole. Quello si trova in qualsiasi evento organizzato bene. Ma nel senso profondo, quasi strutturale, di una comunità che si è formata nel tempo e che ogni anno si ritrova.
È come una club house dove i soci arrivano già sapendo di chi è il sorriso che incontreranno, dove si cercano da una parte all’altra della sala, dove si assaggia il vino del vicino non per giudicarlo ma per capirlo, per confrontarsi, per imparare. E cosa rara, cosa stranissima per una club house, si parla bene del presidente del circolo.
Perché Manilo parla sempre delle «mie cantine» con una possessività che non è possesso. È appartenenza. È il modo di un uomo che ha costruito un alveo e che vede scorrere al suo interno l’acqua viva di produttori che hanno scelto di esserci, di tornare, di portare ogni anno qualcosa di nuovo accanto a qualcosa di consolidato.
Ci sono produttori che sono lì da tante edizioni. Li riconosci da come si muovono: a proprio agio, senza fretta, come chi è tornato a casa. E poi ci sono i nuovi. Quelli che guardano con occhi spalancati e imparano già solo stando in questa stanza. Anche loro, il prossimo anno, avranno quella stessa andatura familiare.
La Manifestazione Orizzontale e Verticale
IoVino ha una struttura intellettuale che vale la pena di osservare con attenzione. È una manifestazione che si può attraversare in due direzioni diverse, e ognuna rivela qualcosa di diverso.
In senso orizzontale, si va alla ricerca delle espressioni. Quanto può essere diverso il Verdicchio da Jesi rispetto a quello di Matelica? Come cambia il Fiano spostandosi dall’Irpinia al Cilento? Cosa accade alla Falanghina quando cambia il suolo sotto le radici? IoVino offre la mappa di queste variazioni, mette fianco a fianco le interpretazioni, permette di vedere come il terroir scriva la sua firma sui vitigni.
In senso verticale, si scende nel tempo. I produttori storici portano annate diverse, permettono di leggere il vitigno nel suo divenire, di capire come il carattere si forma nel corso degli anni, come la mineralità si affina, come l’acidità trova il suo equilibrio. È una degustazione che insegna, che costruisce una cultura.
Il consumatore, in questo scenario, ha la sensazione di essere uno spettatore privilegiato di qualcosa che avviene tra i produttori stessi. Non un cliente davanti a uno stand, ma un ospite ammesso a una conversazione che lo precede e che continuerà dopo di lui.
Il bianco non è soltanto freschezza. È pensiero, profondità, racconto. Questa intuizione, che Manilo ha inseguito da quel primo calice folgorante di Verdicchio e Fiano, è diventata la filosofia di un’intera manifestazione. Ed è raro, nel mondo del vino, trovare un evento che sia anche una tesi.
Manilo, Romina e l’Arte del Riconoscimento
Bisogna spendere una parola su Manilo Frattari. Non sull’organizzatore, che pure è eccellente. Ma sull’uomo. Sulla sua capacità, rara in qualsiasi campo, di creare uno spazio dove le persone si sentono riconosciute.
Quella di Manilo non è la leadership rumorosa di chi occupa la scena (anche se quest’anno lo si trovava con un microfono stile Non è la Rai!). È la leadership silenziosa di chi crea le condizioni perché la scena esista. Porta i produttori dentro una logica di comunione, di sviluppo condiviso. Non li espone: li valorizza. Non li presenta: li abbraccia. Con la gentilezza concreta di chi sa che dietro ogni bottiglia c’è una storia che merita rispetto.
Al suo fianco, Romina Lombardi, moglie e vera musa ispiratrice nonché spina dorsale dell’organizzazione. È lei, come Manilo stesso ha raccontato, ad aver acceso la scintilla di questa passione. Ed è lei che tiene insieme con grazia e determinazione tutto ciò che Manilo immagina con entusiasmo.
IoVino è anche questo: un progetto a due voci che suona come uno. Il tipo di armonia che non si costruisce in fretta, ma che quando arriva diventa il fondamento di tutto.
Cosa ho trovato di interessante a Io Vino
Partiamo da un vino che dovrebbe essere la fine di un pasto. Ogni tanto, partire dalla fine fa bene al cuore.
I vini di Corte Laureana sono incredibili. Non fosse altro perché si tratta di bollicine che vanno da quelle più semplici e ancestrali a metodi classici sempre prodotti con vitigni campani che solo un personaggio dotato di lucida follia come Paolo Serpico poteva concepire.
Però a Io Vino sono rimasto impressionato e colpito dal passito di Fiano La Resilienza. Colpito perché al naso e maggiormente in bocca mi ha fatto immediatamente ritornare a casa dei miei nonni ricordandomi dei fichi secchi che venivano messi al sole a seccare. Poi ce li mangiavamo con la nocciola dentro. E in bocca ho risentito tutto. Con quel tono quasi vegetale e mieloso di castagna. Quando un vino suscita emozioni non può che essere memorabile.
Raffaele Barbato Capasso produce metodo classico da Asprinio. E lo fa decisamente bene. Il suo brut millesimato è qualcosa di croccante e incredibile. Prodotto dalle alberate aversane e affinato in grotta. Dal calice si respira freschezza e complessità in grado di appagare il palato. Di lui ho anche scritto un articolo che troverete su WineTales.
Alabastra è la mano sarda sui vitigni campani. Lucia Pintore è sarda. Ed è esplosiva. Così come i suoi vini dei quali ho amato particolarmente la Falanghina perché unica e diversa da tutte le altre. Mi ha emozionato per i sentori floreali e della immancabile nocciola tostata ma soprattutto per una spiccata mineralità che in bocca si è trasformata in meraviglia. Morbidamente setosa che contrasta con la sapida e imponente freschezza Un senso di soddisfazione. Questo!
Umberto Gagliardi e la figlia Lara mi hanno portato nel loro mondo fatto di tanto Verdicchio di Matelica. Il Maccagnano in particolare mi ha esaltato già per un naso ampio e corposo che sa di frutta calda e minerali intensi. Sapido e con un corpo amaricante che il tempo non scalfisce. Rimane impresso come una lama. Fresco e dotato di quella intensità che non scordi.
Viconari è a Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno). Due soli vini ma due vini che si ricordano. In particolar Jone, il rosso da Montepulciano che ha tutto per essere un grande rosso. Ho assaggiato il 2023 e sarei curioso di assaggiarlo tra vent’anni perché sono certo mi stupirebbe ancora di più. Austero, verticale, unico.
Masseria Felicia è a Sessa Aurunca, sulla strada per Caserta. Ci passavo sempre da piccolo con i miei genitori. Ricordi, ricordi, tanti ricordi. Vincenzo Mercurio ha tanto da raccontare con l’entusiasmo che lo contraddistingue. Etichetta Bronzo è un rosso da Aglianico e Piedirosso che evidenzia tutto il territorio e la complessità dei suoi abitanti. La frutta al naso è matura grazie anche ad un lieve appassimento. In bocca è avviluppante, setoso, complesso, incredibile. Chapeau!
Francesco Campanelli è il titolare della Azienda Agricola Campanelli. La sua idea è recuperare piccoli terreni nel territorio dei Castelli di Jesi per generare veri e propri Cru. Il San Michele è uno di questi. Tanto floreale ed erbaceo che si innestano nella mandorla minerale così che la sapidità in bocca diventa cremosità. Pazzesco
Con Carlo Menale siamo ancora in Campania con le alberate dell’Asprinio. Vini che mi hanno riportato indietro nel tempo e con il Metodo Classico da Alberata si riesce a raggiungere un livello incredibile. Profumi intensi di agrumi ed erbe officinali per poi in bocca risultare sapido e persistenza. Una verticalità senza fronzoli che si apprezza e si continua a bere. Wow!
Bianchini e Rossetti è a Casale di Carinola, sempre sulla strada per casa di nonna. Qui il Falerno del Massico domina e meno male che ci sono aziende come queste che lo preservano. Il Bianco Mille880 (data di fondazione della azienda) è un blend di Falanghina (Campi Flegrei e Beneventana). Ne risulta un vino che spazia dagli agrumi campani alla frutta esotica per poi, in bocca, esplodere con la fresca sapidità tipica del vulcano. Intensamente buono.
La Lepre e la Luna è qualcosa a parte. Due ingegneri che si mettono a fare vino naturale a Montecassiano (Macerata). Una gamma pazzesca di vini realizzati in piccole, piccolissime quantità. Il Condotto è una Malvasia di Candia in anfora. Il colore ambrato lo rende caldo. I profumi di frutta secca avvolta nell’erba ne danno preziosità. Il sorso sapido e profondo lo rendono irresistibilmente intrigante. Intrigante, appunto!
Federico Mencaroni è a Corinaldo (Ancona). Un perfezionista della vigna e della cantina. Ho già pubblicato un post sul suo X, Metodo Classico con 10 anni di affinamento sui lieviti. Verdicchio ovviamente. Fantasticamente sapido e cicciotto. Imperdibile
Le Divinità è una giovane realtà di Atripalda (AV). Nemesi è il Greco di Tufo DOCG. Un colore che evidenzia grande limpidezza e pulizia quasi adamantina. Al naso emerge la mela verde emana un profumo preciso, teso, senza cedimenti sentimentali. Al palato la sapidità è il filo conduttore, quella mineralità sulfurea che i suoli tufacei irpini cedono lentamente alla radice, anno dopo anno, come un segreto tramandato. Persistente, fresco, asciutto nel finale. Un bianco che non tratta, non convince: si impone. Come Nemesi, appunto.
Ciò Che Rimane
Quando si esce da IoVino, non si porta via soltanto il ricordo di qualche calice interessante. Si porta via qualcosa di più difficile da nominare. Qualcosa che assomiglia a una fiducia rinnovata nel vino come strumento di incontro tra persone.
Le Marche con il loro Verdicchio dalle espressioni pazzesche, la Campania con il suo fuoco bianco fatto di Fiano, Falanghina e Greco, Aglianico, Asprinio: due regioni che ogni anno si siedono a questo tavolo immaginario e parlano. E noi siamo lì, ad ascoltare. Ad imparare. A bere, certo, ma soprattutto a capire che il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato. E per generare incontro.
Grazie, Manilo. Grazie, Romina. E grazie a tutti i produttori che ogni anno scelgono di tornare. Ma anche a quelli che per la prima volta hanno scelto di iniziare.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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