Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi
22 Apr 2026
Suggestioni di Vino

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi

 

Mi trovo spesso a parlare con le persone e c’è un momento, in ogni conversazione che ti chiedi se ne vale davvero la pena. Intendo di investire del tempo in quella che è una relazione. Può dipendere dall’argomento, dall’interlocutore o interlocutrice, da ciò che ti passa per la mente. Financo dal tempo. Avete mai riflettuto sul fatto che in estate, sotto l’ombrellone, in costume, siamo più propensi a parlare con le persone? Comunque, c’è un momento durante le conversazioni che capisci se ne stia davvero valendo la pena. In quel momento, nel mio caso, ci si dimentica di stare facendo un’intervista. Si parla, ci si scalda e le parole smettono di essere risposte e diventano rivelazioni.

Con Enrico Zucchi è successo quasi subito.

Ricercatore di letteratura italiana all’Università di Padova, veronese di nascita, pendolare da dieci anni tra la città del Santo e quella di Giulietta e Romeo. Enrico ha un curriculum che potrebbe sembrare lontano anni luce dal mondo del vino: dottorato sulla letteratura teatrale tra Cinque e Settecento, seminari di gastroletteratura, laboratori di tecniche narrative per studenti di Scienze e Culture della Gastronomia. Eppure, è proprio da questo bordo apparentemente periferico che arriva uno dei libri più originali e necessari che il mondo del vino italiano abbia prodotto negli ultimi anni: Lambrusco in fabula.

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi

Lo incontro in una di quelle conversazioni che solo apparentemente sembrano casuali. Non lo è. Ivan, mi dico spesso, i libri si capiscono solo dopo aver capito chi li ha scritti.

L’accademia, il vino, e il coraggio di stare ai margini

Enrico appartiene a quella categoria rara di intellettuali che l’accademia non è riuscita ad addomesticare del tutto. Entrato nei ranghi universitari attraverso bandi europei

Avevo scritto e pubblicato tantissimo, ma non avevo le spalle coperte

si è ritrovato a insegnare in corsi considerati meno prestigiosi dai colleghi di ruolo. Letteratura italiana nel corso di Turismo Culturale. Tecniche narrative per la scrittura gastronomica per gli studenti di Agraria.

Mi sono trovato ai margini e ho cercato di fare tesoro di questo, provando a dare agli studenti qualcosa di più utile. Qualcosa che li portasse a continuare a leggere, a utilizzare la letteratura anche nel loro lavoro.

È una frase che mi rimane addosso. Scritta come un tatuaggio. Quante volte il margine è, paradossalmente, il posto più fertile? Beppe Fenoglio lo sapeva bene e anche Enrico lo cita ricordando quando dalle Langhe che la gente chiamava malora tirava fuori romanzi immortali. L’eccellenza vera spesso nasce dove non te la aspetti.

Da quella posizione di confine, Enrico ha costruito qualcosa di straordinario: i Seminari di Gastrolеtteratura, incontri annuali in cui scrittori del mondo del vino e del cibo si confrontano con la letteratura in senso pieno. Oltre che le summer school che uniscono turismo, territorio e racconto del vino. Un lavoro paziente, di cucitura tra mondi che si ignoravano.

Il problema dei vecchi tromboni e della cultura tecnica come unico orizzonte

Quando il discorso scivola sul presente, Enrico diventa più tagliente. C’è qualcosa che lo irrita, e lo dice senza diplomazia inutile.

Quello che mi pesa di più è un’attenzione estrema all’aspetto tecnico in cantina, in degustazione, nella didattica. Davanti ad un prodotto che non è semplicemente il risultato di tecniche agronomiche, ma è a tutti gli effetti un prodotto culturale.

Gli faccio eco: lo so bene. Ho detto spesso che il vino è racconto prima ancora di essere bevanda. Stare insieme attorno ad una tavola con il vino a fare da comprimario. Non certo da attore protagonista. Ma la colpa non è certo del contadino, che del racconto non ha bisogno perché ce l’ha nel sangue, nel gesto, nel silenzio. La colpa è di un certo mondo della sommellerie, di giornalisti, di falsi esperti, di tutti coloro che si sono costruiti un’identità tutta tecnica, tutta punteggi così da finire per educare generazioni intere a pensare che il vino si capisca solo attraverso una scheda. Avete presente quei professoroni o quegli pseudo intellettuali che parlano solo con parole altisonanti? Quelli che poi considerano volgo le persone che non capiscono. Ecco, quelli sono tutto tranne che divulgatori. Sono personaggi che vogliono creare una barriera, un muro tra loro e il pubblico tanto per far vedere che sono forbiti. Peccato che ci siano tante persone che li considerano intelligenti.

Otto docenti su dieci che ho avuto erano totalmente privi di capacità didattica. Molto bravi sulle loro cose, competentissimi. Ma non si è docenti semplicemente sapendo le cose.

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico ZucchiEsatto. Chi insegna è un divulgatore. Deve arrivare alle coscienze delle persone perché i concetti arrivino e attecchiscano.

O Capitano! Mio capitano.

Ricordate Robin William che recitava ai suoi ragazzi la poesia di Walt Whitman da sopra la sedia ne L’attimo fuggente? Ecco, un modo diverso per insegnare. Per entrare in empatia con chi avrebbe dovuto recepire il messaggio.

E poi c’è la questione dei punteggi. Argomento che torna spesso nelle mie conversazioni e che non smette di farmi riflettere. I grandi numeri gonfiati, il 92, il 95, il 99. La gaussiana che dovrebbe distribuire qualità su una curva normale e invece si schiaccia verso l’alto fino all’assurdo. Poi vado alle degustazioni, metto il naso sopra un calice di un vino sulla cui etichetta c’è un 95 e non mi capacito.

È come Google Maps. Se vedi un ristorante con meno di quattro stelle non ci vai. Tutto si è spostato verso l’alto, tutto è eccellente, e quando le persone cominciano ad avere una cultura anche solo leggermente diversa dallo standard, ti mandano a quel paese.

Siamo d’accordo, profondamente. Il punteggio era uno strumento. Pochi, come Parker, lo usavano con autorità e per un pubblico ristretto. Oggi chiunque assegna voti l’inflazione ha svuotato lo strumento di senso. Il futuro, se c’è un futuro per questa forma di comunicazione enologica, è altrove. È nel racconto.

Lambrusco in fabula: un libro che ridà dignità

Il libro nasce da un’esigenza precisa: fare storia della letteratura attraverso il vino. Non fare storia del vino, attenzione. La distinzione è sottile ma fondamentale.

Sono uno storico letterario e non mi interessa tanto la storia enologica del Lambrusco quanto quello che la letteratura ha detto di lui nel corso dei secoli. Perché attraverso quello che si scrive di un vino si può fare storia della cultura, della sensibilità, del gusto estetico di un’epoca.

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico ZucchiLambrusco in fabula è esattamente questo: un viaggio nella letteratura italiana (e non solo) che usa il Lambrusco come filo conduttore per attraversare secoli di storia culturale. Da Virgilio ai tre premi Nobel della letteratura italiana, Carducci, Montale, Deledda, passando per la letteratura emiliana e basso mantovana, fino ai romanzi americani di italo-americani che rivendicano le proprie radici battezzando col nome di questo vino i loro libri.

Ma c’è un passaggio del libro che mi affascina particolarmente: quello sull’epoca barocca. Quando la cultura ricercava raffinatezza e artificio, il Lambrusco, selvatico, aspro, indomito, veniva usato dai poeti come insulto. Darsi del lambrusco l’uno l’altro significava accusarsi di volgarità, di mancanza di stile. Poi arriva il Neoclassicismo, poi il Romanticismo e quella stessa selvatichezza diventa virtù: la pianta che cresce senza cure, che vince sopra ogni inciampo, che non si piega, diventa simbolo di una natura più forte della civiltà.

Attraverso il Lambrusco riesco a fare squadre di letteratura

Squadre suona come qualcosa di bellissimo. Quei tagli netti che dividono epoche e sensibilità.

 

La questione del pubblico e il vino come simbolo

Il libro ha un problema dichiarato e Enrico lo riconosce con onestà: non sa esattamente a chi parla. Chi ama il vino cerca spesso libri più tecnici. Chi ama la letteratura non si aspetta di trovare il Lambrusco tra le pagine di un saggio letterario.

Per adesso la presa maggiore l’ho avuta sui produttori. E sui giovani.

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico ZucchiE qui cita due esempi che, per me, hanno un peso particolare. Il primo è Elena Messori giovane produttrice modenese, tornata dagli studi a Londra per prendere le redini dell’azienda di famiglia che Enrico descrive come un’anima che ti fa capire come i giovani vogliano cimentarsi in un mondo complicatissimo. La coincidenza vuole che io abbia scritto recentemente di lei e di Cantina Messori e risentire il suo nome in questa conversazione mi dice qualcosa: che attorno al Lambrusco si sta costruendo, lentamente, una nuova narrazione. Una narrazione di ritorno, di dignità recuperata.

Il secondo esempio sono le Langhe. Enrico racconta di una masterclass in cui ha parlato poco del vino e molto della storia del territorio. Di Beppe Fenoglio e delle Langhe, della malora perché lì si moriva di fatica e di miseria.

Quando lo dici alla gente, restano sbigottiti. Perché nell’immaginario collettivo le Langhe sono i filari instagrammabili, la bellezza ordinata, il Barolo da novanta punti. Non il luogo da cui la gente scappava.

È una lezione che vale per tutto il vino italiano. La storia non è sempre confortante, non è sempre patinata. Ma è vera. Ed è la verità anche quella scomoda che crea il racconto autentico. Ne ho parlato più volte nei miei articoli. In quello della famiglia Piazzo come di Parusso. Famiglie che hanno visto, toccato con mano, patito la malora. Resistendo. Credendo nel futuro e scommettendo sul Nebbiolo quando nelle Langhe, oltre la fame, c’era solo il Dolcetto.

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi

Il progetto futuro: una storia letteraria dei vini d’Italia

Enrico non si ferma al Lambrusco. Ha già in cantiere il libro sul Prosecco, un vino la cui storia letteraria risale all’epoca romana e che, attraverso la letteratura rinascimentale, giustifica perfino l’ampliamento della DOC che oggi conosciamo. E poi, in prospettiva, un volume più corposo: una storia letteraria dei vini d’Italia, regione per regione, vitigno per vitigno.

In cima alla lista c’è la Lacrima Cristi: un vino con una storia antichissima, piena di significati rituali e religiosi, di letteratura sacra intrecciata con quella profana. E poi i vini del sud, la Calabria con il suo Greco di Bianco, la Campania col Falerno che risale ai Romani.

C’è poi un’ambizione che va oltre il saggio enologico

I disciplinari di produzione sono spesso pieni di errori storici. Fonti non citate, affermazioni approssimative, storia fatta male. Se metti la storia dentro un documento così importante, dovresti farla fare a uno storico.

È un punto che condivido senza riserve. Il marketing del vino italiano ha bisogno di basi solide, non di narrazioni improvvisate. E quelle basi, come dimostra Enrico, esistono, sono straordinariamente ricche, e aspettano solo di essere portate alla luce con rigore e passione.

Lambrusco in fabula è disponibile in libreria. Leggetelo e non perché sia un libro sul vino, ma perché è un libro su come un popolo ha usato un calice per raccontare se stesso attraverso i secoli. È, in fondo, quello che facciamo tutti noi che scriviamo di vino: cercare in una bottiglia qualcosa che vada oltre la bottiglia.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

Mi trovi su Instagram come @ivan_1969