Terreno. Sofia Ruhne e il giardino impossibile
Avete presente le piante che nascono per strada? Si, quelle dentro i tombini piuttosto che alla base dei pali della luce, dei semafori o semplicemente nelle fessure dell’asfalto. Ogni volta che ne vedo una, mi chiedo come diavolo ci sia finito li un seme. Portato dal vento sicuramente. In ogni modo, resistono. Resistono a tutto. Senza scomporsi, anzi, venendo su rigogliose. Anche con radici forti. Sarà la forza della natura. La voglia di adattamento. La sopravvivenza. Ma anche la gioia di essere al mondo e di trovare un proprio spazio vitale esattamente li dove una folata di vento l’ha portata.
Quando ho incontrato per la prima volta Sofia Ruhne è stato a Roma ad una degustazione del Chianti Classico. Mi è sembrata immediatamente fuori posto. La sua altezza, i capelli biondi, gli occhi chiari, il sorriso incredibile e quell’aspetto tipicamente nordico non propriamente toscano. In mezzo a vignaioli e produttori dall’aspetto inequivocabilmente italico, sembrava fuori posto. O perlomeno anomala.
È per questo che ho voluto approfondire la sua storia scoprendo che è una storia che parla di radici piantate nel posto sbagliato. O forse in quello giusto, solo in modo imprevisto.

Una madre svedese che sognava un giardino, un padre che trasportava banane per mezzo mondo e di una figlia che alla fine ha fatto suo quel sogno traslato, moltiplicato, convertito in bottiglie di Sangiovese.
Stavo preparando due masterclass su Amarone e Langhe, mondi lontanissimi eppure entrambi abitati dallo stesso bisogno: raccontare. Perché il vino, lo dico sempre e non mi stanco, non sopporta la didascalia. Sopporta la storia, il peso specifico di una vita, la voce di chi lo fa. E la voce di Sofia, quando ha risposto alla mia chiamata, aveva quella qualità luminosa che riconosco nelle persone che hanno trovato il loro posto nel mondo. Non senza fatica, non senza dubbio, ma con una chiarezza finale che si sente anche attraverso uno schermo.
Abbiamo finito la raccolta degli ulivi
Una frase che dice del sollievo fisico di chi lavora la terra, il respiro largo di chi sa che qualcosa è stato sottratto all’incertezza e messo al sicuro, in cantina, nel frantoio. Almeno sta tutto in casa.
Terreno
Il nome è già un programma, quasi una dichiarazione poetica. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti, cuore del Chianti Classico e appartiene alla famiglia Ruhne dal 1988. Sofia è la più giovane di quattro sorelle. Le altre tre, quando è arrivato il momento delle scelte, avevano già figli, università, vite consolidate in Svezia. Lei no. E quella differenza, apparentemente casuale, si è rivelata destino.
Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio. Che per Sofia non può che essere Stoccolma.
Ho fatto il liceo in Svezia, ma le vacanze, i periodi liberi, sempre in Italia. Poi dopo il liceo sono venuta qui e la mia vita adulta l’ho fatta più in Italia che in Svezia.
Sette anni a Stoccolma, poi un ping pong transeuropeo fino alla maggiore età, poi la scelta. L’Università a Perugia, una città che di per sé è già una forma di immersione totale nell’italianità più profonda. Studiando Storia. Poi un master in Numismatica a Milano. Poi l’America. Poi ancora la Svezia. Una biografia che somiglia a certi vini giovani: tannini frizzanti, energia dispersa, identità ancora in cerca di forma. Felice della sua vita, del suo sviluppo professionale.

Io pensavo di essere libera di fare altro. Le mie sorelle si occupavano dell’azienda un po’ di più.
Mi viene da sorridere a questa cosa. La libertà come condizione di chi non è ancora stato chiamato. Solo che la chiamata, quando è arrivata, non aveva niente di romantico: i genitori che invecchiano, le sorelle impegnate in Svezia con figli piccoli, l’azienda che non può reggersi sul vuoto.
O qualcuno si trasferisce, o dobbiamo vendere. Quando hanno detto vendere, ho detto: aspettate.
Vendere
Deve aver suonato strano o provocato qualcosa di preciso nell’architettura interna di Sofia. Come una crepa che rivela improvvisamente la struttura portante di un muro. Solo lì ha veramente capito quanto fosse attaccata a quel posto, quanto quel giardino di sua madre, trasformato nel frattempo in vigneti, uliveti, boschi e un lago, fosse diventato anche il suo. O forse proprio il suo.
Noi mediterranei pensiamo che chi vive in un paese nordico sia freddo e non abbia quella voglia di lasciarsi pervadere dalla follia, da quell’istinto primordiale che ci contraddistingue come esseri umani. Io penso sia solo questione di occasione. Di lasciarsi andare quando la vita te ne da l’occasione. Vendere. Un click. Una parola, poi da li tutto. Magari una scelta razionale o irrazionale. Qualcosa che abbiamo dentro e non lo sappiamo fino a che accade qualcosa che lo evidenzia. Come la polvere che non ci fa vedere lo splendore di un oggetto. La luce che emana.
È una parte che a me piace tantissimo. Questa cosa che non puoi controllare. Che non avrai mai in controllo. Il mondo del vino.
Sofia e la sua parte irrazionale iniziata per una necessità razionale. Vendere, non se ne parla proprio. Le estati, i ricordi, la nuova vita. La sua vita.
Suo padre, armatore di navi che trasportavano frutta tropicale, aveva semplicemente avuto la fortuna di potersi permettere un sogno. O magari assecondare quello di sua moglie che voleva un giardino spettacolare. Cosa questa che il clima svedese non consentiva. Trovarono Terreno, posto del quale è facile innamorarsene anche se non sei svedese. Produrre il vino non certo da soli ma con fattori, enologi, consulenti. Non a tempo pieno. Non come ossessione. Ma con rispetto.

Una storia di amore geografico, prima ancora che viticolo
Innamorarsi del Chianti Classico, una delle denominazioni più contaminate, nel senso nobile del termine, non è per nulla complicato. Ha attirato nel tempo sguardi stranieri che hanno portato investimenti, sensibilità, diversità. Inglesi, americani, tedeschi.
Ma svedesi forse un po’ meno.
Sofia ha preso in mano l’azienda nel 2014 dovendo confrontarsi in primis con coloro tra dipendenti, fornitori, interlocutori del territorio, diffidenti all’idea di una donna al comando.
Mi hanno detto: qui, sai, non ascoltiamo mai una donna. Io vengo dalla Svezia. Sono cresciuta con genitori svedesi. Su certe cose non pensiamo nemmeno.
Cose assurde. Parole che dovrebbero far arrabbiare chiunque. Ma non Sofia che ne parla con quella leggerezza tranquilla di chi ha già superato l’ostacolo e non ha più bisogno di arrabbiarsi. Di chi conosce i propri mezzi e con un carattere misto tra forza e tenerezza che non ha bisogno di pacche sulle spalle. DI chi è abituata a confrontarsi alla pari facendosi forza delle proprie capacità.
Sofia Ruhne è la prima donna presidente dell’Associazione Viticoltori di Montefioralle, una delle undici UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, in cui il Chianti Classico è stato suddiviso nel 2021. Una rivoluzione silenziosa e importantissima, quella delle UGA: il tentativo di restituire al vino il senso del luogo specifico, del villaggio, del suolo. Non solo Chianti Classico generico, ma Greve, Lamole, Panzano, Montefioralle. Ognuno con la propria fisionomia, la propria acidità, la propria voce.
Sofia ci ha creduto fin dall’inizio. Ha sostenuto la nascita delle UGA quando ancora erano un progetto. E ora le presiede, almeno una di esse.
Ho fatto dei programmi. Lavoro sempre così.
Me lo dice con semplicità sapendo che dietro questa frase c’è il ritratto di un metodo. Il primo programma quinquennale per sapere e programmare il dove si vuole arrivare in cinque anni. Sistemare i recinti, aggiungere un vigneto in quota per avere Sangiovese con più acidità e freschezza, cambiare la gestione dei vigneti verso una potatura meno invasiva, coprire il suolo per limitare l’evapotraspirazione nelle estati sempre più calde. Poi il biologico, dal 2014, per le vigne mentre gli ulivi erano già certificati bio dal 2010, ancora prima che Sofia prendesse il controllo.
Oggi Terreno è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Pannelli solari per l’elettricità. Centocinquanta ettari di bosco che forniscono il legno per il riscaldamento invernale. Un lago che alimenta l’irrigazione dell’orto e del giardino. Una circolarità virtuosa che non è solo scelta etica ma racconto coerente: il territorio che si sostiene da sé, il vino che parla di un equilibrio.
Si vede la forza della vite. È molto cambiata da quando eravamo convenzionali. Si vede specialmente sulla foglia.
In cantina, l’approccio è figlio della stessa filosofia: microvinificazioni per ogni singola vigna, per ogni clone, per capire come il lavoro in campo si esprime nel vino. Lieviti indigeni selezionati dalla propria vendemmia. Contenimento del legno, legno grande e neutro. L’obiettivo è fare in modo che siano le vigne a parlare, non la cantina.
Le vigne che parlano. Questa è la differenza.
E poi c’è ASofia. Il vino che porta il suo nome. O meglio, che è il suo nome con una A davanti, una iniziale scritta su una botte da un cantiniere quasi per scherzo: A Sofia, cioè per Sofia, cioè di Sofia. Era una microvinificazione sperimentale di Sangiovese in purezza dalle vigne più vecchie dell’azienda, in un’epoca in cui farlo non era scontato. Le dicevano: i mercati non lo supporteranno. Lei trovava quella risposta assurda.
Se il Sangiovese non può essere qualcosa come varietale puro, cosa dice questo del Chianti Classico?
Il vino è uscito. È cresciuto. È diventato la Gran Selezione più importante di Terreno. Trenta mesi di affinamento in legno neutro da trenta ettolitri, espressione delle vigne su suolo di macigno, quelle che danno al Sangiovese il profumo straordinario per cui sono famose.
Sofia racconta la prima annata degustata in fiera, con quella voce che diventa improvvisamente più lenta, più intensa.
È stato un momento molto importante per me. E ho deciso: lui no, il nome non cambia.
Lui. Il vino come creatura. Quel tipo di relazione che distingue i vignaioli veri da chi fa vino per mestiere.

I vini di Sofia
Chianti Classico Gran Selezione ASofia 2020
Possono esistere vini che si abitano? Secondo me si e ASofia ne è l’esempio.
Il colore è un rubino che ha cominciato a guardarsi dentro: i riflessi granata s’intravedono ai bordi del calice come i primi capelli bianchi di chi è ancora giovane e mostra non segni di declino, ma di profondità che matura.

Poi il naso, dove tutto rallenta. La frutta è intensa. Sembra quasi confettura, eppure la freschezza non cede mai del tutto: prugna, marasca, lampone, more e, su tutto, uno zest d’arancia che taglia l’aria come una lama gentile. La rosa e la viola spingono, sorrette da un balsamico preciso e da quel corteo di spezie (pepe, noce moscata, vaniglia, coriandolo, cannella) che non sovrasta ma accompagna. Come quella colonna sonora che, pur se sai già a memoria, ogni volta ti sorprende. Il sottobosco emerge senza chiedere il palco. Un fondo ferroso, ematico, resta discretamente in quinta come un basso continuo: lo senti senza vederlo come una presenza silenziosa che è nervo, carattere.
In bocca è caldo, ampio, strutturato. Tuttavia non pesa. C’è un calore che avvolge invece di schiacciare, che evoca camini accesi, fili di fumo di pipa, libri sfogliati lentamente senza fretta. La freschezza è reale e non dichiarata: non grida, tiene. La persistenza non è lunghissima e questa è forse la sua mossa più intelligente perché finisce prima che tu voglia che finisca, lasciando in bocca una setosità fruttata che richiama un altro sorso con la stessa urgenza quieta di un bacio salato. Morde le labbra. Vuole tornare.
ASofia è così un vino che conquista con passi lenti. Non si impone, si rivela. E quando capisci cosa hai nel bicchiere, è già troppo tardi: sei già dentro. Ad abitarlo.
Chianti Classico Le Tre Vigne 2022
L’impressione che ho avuto è di un vino che non si annuncia, non si presenta con cerimonia, non aspetta che tu sia pronto. Entra nel calice e dice: eccomi. Sono quello che sono.

Il rubino del Le Tre Vigne 2022 è pulito, vivace, con quella trasparenza che nei grandi Sangiovese significa ancora gioventù. Energia trattenuta. Al naso arriva subito la viola, poi il tabacco, il pepe, la noce moscata, l’arancia. Sono i sentori fondativi di un Chianti che sa di Chianti vero, senza artifici, senza cosmesi. C’è una pungenza vegetale che non disturba affatto: è quel verde quasi primario, sottobosco appena tagliato, che racconta la quota dei vigneti, i suoli calcarei di Greve e Montefioralle. La ciliegia è fresca, vivida, con un lieve velo balsamico che le dà profondità senza toglierle slancio.
In bocca il vino si apre con quella freschezza diretta di chi non ha niente da nascondere. I tannini ci sono e sono vivi, ancora un poco spigolosi. Hanno però già deciso di non fare la guerra. Si lasciano sentire e poi si ritirano, lasciando campo alla sapidità, all’allungo, a una bevibilità che diventa quasi pericolosa nella sua semplicità. Non è un vino che ha bisogno di grandi abbinamenti né di grandi occasioni. La sua sottigliezza è il suo pregio. Si beve con la stessa naturalezza con cui si respira. Per un Chianti Classico è la forma più alta di complimento.
Tre vigne, tre voci, un’unica frase pulita. Buono e vivo. Fine.
Metodo Classico Millesimato Le Quattro Sorelle
Il Sangiovese non è un’uva da bollicine. O almeno, così dice la vulgata. E come tutte le vulgata del vino, merita di essere sfidata. Non per il gusto della provocazione, ma perché il territorio, quando è giusto, trasforma l’impossibile in inevitabile.
Le Quattro Sorelle è un omaggio. Quattro donne, quattro storie, quattro percorsi che si diramano e poi convergono ogni anno sulle colline di Greve. Se non fisicamente, almeno nell’idea che quella terra appartiene a tutte. Sei anni sui lieviti: un tempo lungo, quasi ostinato, che avrebbe senso per uno Champagne da Pinot Noir o per un Franciacorta da Chardonnay. Su un Sangiovese del Chianti Classico diventa una dichiarazione poetica. Una follia consapevole, per usare le parole di Sofia.
Il colore è un rosa antico con riflessi ramati, frutto di quel contatto prolungato con i lieviti che nel tempo restituisce sfumature dorate. Il perlage è fine, persistente, intessuto nella struttura del vino come un filo che non si vede ma tiene tutto insieme. Al naso emergono la crosta di pane, la pasta di mandorle, il lievito che si è trasformato in complessità. Poi, inaspettata, la firma inconfondibile del Sangiovese: ciliegia acida, un tocco di melograno, quella acidità luminosa che nel metodo classico diventa la spina dorsale di tutto.
In bocca è secco, verticale, con una freschezza che le bollicine amplificano senza snaturare. Il finale è lungo e sapido, con un ritorno di frutta che sembra più lontana del solito. Sembra un ricordo preciso invece di una sensazione immediata. Non è un vino facile ne non vuole esserlo. È un vino di famiglia, nel senso più intimo del termine: ci vuole tempo per capirlo, ci vuole affetto per amarlo, e una volta che lo ami non lo dimentichi.
Sei anni di attesa per qualcosa che finisce in un sorso. Come tutto ciò che vale davvero.
C’è una nuova vigna.
A Lamole, la sottozona del Chianti Classico più in quota, la più piccola, la più verticale. Una prima vendemmia nel 2025, il vino che uscirà tra un paio di anni. Sarà il quinto cru di Terreno. E Sofia vuole farlo senza legno. Cemento, probabilmente. Vetro resina, forse. Freschezza pura.
Con i cambiamenti climatici, sono molto curiosa di capire come sarà questo vino.
È una frase che contiene tutto il senso del vignaiolo contemporaneo: guardare avanti con curiosità invece che con paura. Il cambiamento climatico non solo come problema ma come nuovo set di domande, come possibilità di trovare soluzioni che non esistevano prima. Le quote più alte, le UGA più fresche, le vinificazioni senza legno che restituiscono al vino tutta la sua acidità strutturale.

Il Chianti Classico, in questo, ha fatto un lavoro straordinario nell’ultimo decennio. Sofia lo riconosce senza riserve
Ho vissuto quegli anni quando la denominazione si è trasformata in vini veramente belli, di qualità. Il consorzio ha capito che bisognava investire.
Verso la fine della nostra chiacchierata le chiedo come sta. Come persona.
È una domanda che faccio spesso, perché credo che il vino sia sempre lo specchio di chi lo fa. Così che conoscere lo stato di salute emotivo di chi produce sia parte integrante della comprensione del vino stesso. Spesso trovo imbarazzo, resistenza, pudore. Sofia invece risponde senza esitare.
Non voglio andare via. Voglio continuare a fare questo.
E poi aggiunge qualcosa che trovo bellissimo: parla dei nipoti, ormai adulti. Spera che un giorno vogliano prendersi cura di Terreno. Ma li ammonisce già adesso: non venite troppo presto. Fate prima altre cose. Portate qualcosa dall’esterno, qualcosa che non sia solo entusiasmo ma bagaglio, esperienza, visione.
Devi portare qualcosa oltre l’esperienza. La voglia di farlo. Devi essere costretto, nel senso buono. Altrimenti viene male.
Come un tavolino con due gambe invece di tre, aggiungo io. Lei ride.
Esatto
Sofia stessa è arrivata all’azienda di famiglia tardi, per necessità quasi accidentale, dopo un percorso lungo e disperso. Da quella necessità, ha fatto una scelta consapevole, totale, irreversibile. Ora trasmette ai nipoti la stessa legge: il vino non si eredita, si sceglie. Non basta il cognome o il passaporto familiare. Ci vuole la fame.

Il COVID è stato devastante.
Sei completamente isolata al mondo, all’aria aperta sì, ma tutto fermo. Le cose crescono e non vendi.
Un’azienda agricola durante una pandemia è un paradosso crudele: la natura non si ferma, le vigne avanzano, le olive cadono, il tempo non aspetta. Tu non puoi vendere, non puoi incontrare nessuno, non puoi comunicare quello che produci al mondo.
Era importante capire perché lo facessi. Passare quei periodi con una voglia di continuare.
Molti se lo sono dimenticato, quel momento. Io penso che sia stato invece uno di quegli insegnamenti che il tempo conserva nelle sue pieghe, silenziosi ma disponibili quando servono. Il vino stesso insegna questa cosa: la pazienza non è rinuncia, è strategie lunga.
Ogni annata ti ricordi cosa hai fatto, com’era l’azienda, chi lavorava. E capisci cosa devi fare oggi per andare avanti.
Penso a sua madre che cercava un giardino impossibile nel nord e l’ha trovato a Greve in Chianti. Penso a Sofia che da quel giardino ha ricavato vigneti, ha ricavato vini, ha ricavato un’identità così precisa da meritarsi un nome su una botte. A volte le cose più importanti che facciamo nella vita non le pianifichiamo. Le scopriamo nel momento in cui qualcuno pronuncia una parola che non dovrebbe pronunciare, come vendere. Così che qualcosa dentro di noi dice: no, aspettate.
Terreno. Il nome è già un programma.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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