26 Apr 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Il mio Vinitaly 2026. Cronaca di una maratona annunciata

Come ogni anno, eccomi qua a raccontare il mio Vinitaly. Spesso, guardando dall’esterno le storie su Instagram, i post veloci tra un padiglione e l’altro, i sorrisi durante le feste o la sequenza infinita di calici alzati, non si comprende fino in fondo quanto sia impegnativo affrontare quella che considero la manifestazione più imponente e importante per l’Italia del vino.

La mia maratona personale inizia ufficialmente con OperaWine (qui trovate il link del mio articolo 2026), ma la verità è che il “mio” Vinitaly comincia mesi prima. È una macchina che si mette in moto quando l’inverno non è ancora finito.

La strategia del “Prima”

Organizzarsi per prepararsi al meglio è un lavoro nel lavoro. Non è solo questione di trovare un alloggio o incastrare gli spostamenti in una Verona che diventa, per quattro giorni, il centro gravitazionale del settore; è una questione di architettura dell’agenda.

Già mesi prima bisogna decidere:
Quali cantine visitare: distinguendo tra i “mostri sacri” a cui non si può rinunciare e le nuove scoperte che meritano spazio su WineTales.
Quali incontri ed eventi non perdere: setacciando il fitto calendario dei convegni per trovare quei focus che danno davvero la linea al mercato.
La tabella di marcia: croce e delizia di ogni redattrice. Un tetris di appuntamenti dove ogni quarto d’ora è prezioso e dove il rispetto dei tempi è l’unica difesa contro il caos.

Sopravvivenza e disciplina

Affrontare la cinquantottesima edizione significa sapere che, nonostante la pianificazione ferrea, l’imprevisto è dietro l’angolo. Ma è proprio lì, tra un appuntamento saltato e un incontro fortuito in corridoio, che spesso si trova la storia più bella da raccontare. La maratona veronese non perdona chi improvvisa: richiede gambe forti, palato allenato e, soprattutto, una visione chiara di cosa si vuole trasmettere a chi, dall’altra parte dello schermo o della pagina, aspetta di capire dove sta andando il mondo del vino.

Un po’ di storia: dalle origini al mito

Prima di diventare la kermesse che conosciamo, il Vinitaly è stato un sogno visionario nato in un’Italia che stava ancora scoprendo il potenziale del suo patrimonio vitivinicolo. Tutto ebbe inizio il 22 e 23 settembre 1967, quando nel Palazzo della Gran Guardia a Verona si tennero le “Giornate del Vino Italiano”. L’ideatore di questa rivoluzione fu Angelo Betti, giornalista e funzionario della Fiera di Verona, a cui oggi è dedicato il prestigioso premio Benemerito della Vitivinicoltura. Betti capì, con decenni di anticipo, che il vino non era solo un prodotto agricolo, ma un asset culturale ed economico che meritava un palcoscenico dedicato.

Il passaggio a Veronafiere

In quegli anni di grande fermento, la manifestazione iniziò la sua ascesa cambiando pelle più volte. Non tutti ricordano che il nome “Vinitaly” apparve solo nel 1971, anno in cui l’evento traslocò ufficialmente nel quartiere di Veronafiere, diventando il Salone Internazionale delle Attività Vitivinicole. Fu proprio durante gli anni ’70 che i produttori italiani iniziarono a comprendere l’importanza del marketing e dell’immagine, passando gradualmente dalle damigiane alle etichette d’autore e inaugurando la stagione dei grandi concorsi enologici.

La storia del Vinitaly è fatta anche di momenti di profonda resilienza. Nel 1986, ad esempio, l’anno dello scandalo del metanolo che scosse l’intero comparto, la fiera divenne il punto di ripartenza cruciale da cui l’Italia decise di puntare tutto sulla qualità e sulla tracciabilità, trasformando una crisi drammatica in un’opportunità di rinascita qualitativa. Con il tempo, l’evento ha saputo allargare i propri orizzonti aggiungendo tasselli fondamentali come l’Enolitech per la tecnologia e il Sol&Agrifood, trasformandosi in un ecosistema completo dell’agroalimentare.

Il Premio Angelo Betti 2026: le eccellenze di quest’anno

l legame con il fondatore della fiera vive ancora oggi attraverso il prestigioso Premio Angelo Betti – Benemeriti della Vitivinicoltura, assegnato durante la giornata inaugurale su segnalazione degli assessorati regionali all’agricoltura. In questa 58ª edizione, tra i premiati che si sono distinti per aver dato lustro al territorio, sono emersi nomi che raccontano storie profonde di resilienza e innovazione. Particolarmente emozionante è stato il premio per la Lombardia assegnato a Giovanna Prandini, che avrò modo di raccontarvi meglio parlando della serata di Perla del Garda; un riconoscimento meritato per il suo instancabile lavoro come guida di Ascovilo e per la promozione dei territori lombardi.

Ma la geografia del merito ha toccato tutta l’Italia, rendendo omaggio a figure come Sandro Gini, storico viticoltore di Monteforte d’Alpone per il Veneto, e Walter Webber, premiato per la sua dedizione assoluta all’enologia di montagna in Trentino. Un momento di grande commozione ha riguardato la Sicilia, con un riconoscimento speciale alla memoria di Franco Motisi, figura storica dell’IRVO che ha lasciato un segno indelebile nell’isola. Altrettanto significativo il premio per la Campania, andato all’azienda cooperativa Vitematta di Casal di Principe, un esempio potente di impegno sociale sui terreni confiscati alle mafie. Sono queste le storie che rendono il Vinitaly non solo una fiera, ma un grande mosaico di valori umani e civili.

Oltre i padiglioni: l’Umbria del cuore e il lavoro di Luca Della Regina

In questa maratona veronese, ho deciso di non perdermi nel rumore di fondo, ma di tracciare un percorso fatto di realtà che mi hanno lasciato qualcosa di profondo. Il mio viaggio non poteva che partire dall’Umbria, una regione che adoro e che quest’anno si è presentata con una marcia in più. Il merito va a un lavoro di comunicazione eccellente coordinato da Luca Della Regina che, insieme a un team grintoso, è riuscito a dare voce a un territorio dalle mille anime.

L’Umbria è una terra che ho girato in lungo e in largo, ma la capacità di Luca di presentarmi nuove sfaccettature e realtà inedite mi ha confermato quanto questo cuore verde d’Italia sia in costante fermento. È un mosaico di microclimi e vitigni che richiede sensibilità per essere raccontato, e quest’anno a Verona quella sensibilità si percepiva in ogni incontro.

Bocale: dove il vino è memoria e storia

Tra le tappe imperdibili nel cuore di Montefalco, c’è sicuramente Bocale. Incontrare Valentino Valentini è un privilegio che somiglia a un’immersione in un libro di storia. La sua memoria e la sua profonda conoscenza del territorio sanno conquistarti prima ancora di accostare il calice alle labbra.

La storia  aziendale inizia nel 2002, quando la famiglia Valentini torna a Montefalco per riprendere l’antica passione tramandata per generazioni. Il nome stesso, “Bocale”, parla di radici: è il termine dialettale che indica il boccale da due litri, ma è soprattutto il soprannome con cui questa famiglia era identificata da sempre in paese. Ascoltare Valentino mentre racconta la genesi del Sagrantino ti riporta al 1240, al tempo di Federico II di Svevia e dei suoi falchi curati con un infuso di vino passito locale, il “Saqr-ans” (il vino che cura il falco Sacro). È questa profondità storica, unita a una conoscenza enciclopedica del territorio, a rendere ogni visita un momento di arricchimento che va ben oltre la semplice degustazione.

L’identità nel calice: dall’eleganza dello Spoletino alla firma del Sagrantino

Passando agli assaggi, il confronto con Valentino quest’anno si è fatto ancora più interessante grazie al suo nuovo Trebbiano Spoletino, caratterizzato da una macerazione leggermente più prolungata che ne esalta la complessità senza intaccarne la freschezza. Ciò che apprezzo enormemente dello stile di Bocale è la ricerca costante di un’eleganza che punta alla buona beva, una dote non scontata in questo territorio. Questa firma stilistica emerge con forza anche nei Sagrantini: persino nelle annate più austere, mantengono una pulizia e un’identità così nitida che, in una degustazione alla cieca, non lasciano spazio a dubbi. L’assaggio di Ennio il Sagrantino che esce solo nelle annate migliori e dedicata al padre, ne è la prova provata!
La maratona si è conclusa in bellezza con il loro Sagrantino Passito, che conferma una beva sempre vincente e, se vogliamo, “divertente”, capace di bilanciare la struttura con un finale di bocca inaspettato grazie a un leggero grip tannico che invita al sorso successivo.

Chiorri: due secoli di radici e libertà

Dopo l’incontro con Valentino, eccoci di nuovo in giro con Luca, che mi ha guidata alla scoperta della famiglia Chiorri. Qui il racconto si fa ancora più interessante: Monica mi racconta che sono radicati nel territorio da ben due secoli e dalle sue parole traspare un grande amore per il territorio e per il lavoro che portano avanti. Sono veri vignaioli dell’Umbria odierna.

Mi piace la scelta di produrre principalmente vini da monovitigno e nel loro lavoro esprimono la volontà di combinare la modernità dei mezzi in cantina con l’esperienza di ieri.
I loro vini autoctoni (Grechetto, Sangiovese e Sagrantino) poi, diventano veri portavoce umbri, Dall’Etesia al Titus, passando per il Belmorino Sangiovese e il Saliato sono tutti da provare!

Accanto ai Classici, che rappresentano l’anima quotidiana e identitaria della cantina, troviamo le due Selezioni dedicate ad Antonio Chiorri, colui che ha dato principio a tutto.
Sono vini DOC scelti con cura estrema solo tra i migliori delle annate d’eccellenza.
Infine, ci sono gli Unici, una collezione che raccoglie le espressioni più particolari — dallo spumante al vino nuovo, fino al passito e alla grappa — nate in occasioni speciali o legate a momenti importanti della loro storia. Ho avuto il privilegio di assaggiare il grechetto in tre vesti diverse (ancestrale, classico e selezione) e mi è piaciuto tanto cogliere la versatilità di questo vitigno che in Umbria sa esprimersi in modo diverso.
Tutti i loro vini, mi va di sottolineare, parlano di identità e di responsabilità: sono infatti certificati SQNPI (Sistema Qualità Nazionale di Produzione Integrata) e fanno parte della filiera certificata di qualità sostenibile. Un impegno concreto che va dalla cura della campagna fino al calice, dimostrando che si può onorare il passato guardando al futuro con consapevolezza.

In Emilia-Romagna: tra sorellanza e radici romagnole

Dopo l’immersione umbra, io e la mia amica Claudia ci siamo lanciate in una vera volata verso il Padiglione 1. Direzione? Lo spazio istituzionale dell’Emilia-Romagna, per un appuntamento a cui tenevo moltissimo: la presentazione ufficiale della Convention Nazionale delle Donne del Vino 2026.
Quest’anno la Convention, intitolata “Donne, Vino, Cibo. Quando il gusto diventa destinazione”, si terrà proprio qui, tra Bologna e Parma, dal 12 al 14 giugno. È stato emozionante scoprire le tappe di questo viaggio che celebrerà il binomio tra leadership femminile e turismo enogastronomico: il momento clou sarà il convegno nazionale del 13 giugno a Parma.

Qualche anticipazione

Non mancheranno i momenti di approfondimento tecnico con due appuntamenti imperdibili: una masterclass dedicata al Lambrusco, per esplorarne le infinite sfumature e la ritrovata centralità contemporanea, e una focalizzata sui vini romagnoli, per dar voce alla fierezza di un territorio che sa unire eleganza e carattere. Sarà un’occasione preziosa per fare rete e riflettere su come il gusto, se raccontato con competenza, possa diventare una destinazione turistica e culturale di altissimo profilo.

Il culmine dell’emozione sarà raggiunto con la cena di gala, ospitata in una cornice quasi onirica: il Labirinto della Masone a Fontanellato. Si tratta del labirinto più grande del mondo, composto interamente da piante di bambù, un luogo magico e senza tempo nato dal genio di Franco Maria Ricci. Perdersi (e ritrovarsi) tra i suoi sentieri geometrici prima di sedersi a tavola aggiungerà un tocco di meraviglia a un evento già straordinario. Personalmente, non vedo l’ora di partire: questa sarà la mia terza Convention e so già che tornerò con un bagaglio colmo di nuovi stimoli e amicizie consolidate.

Gli assaggi e la “foto d’artista”

Ma restare nel padiglione Emilia-Romagna senza concedersi qualche assaggio sarebbe stato un peccato capitale. Questa è una regione che amo profondamente per la sua schiettezza e per quella capacità innata di accoglierti sempre con un sorriso e un calice che sa di casa.

Tra una chiacchiera e l’altra, non poteva mancare la “foto artistica” di rito con Ida Drei Donà. Ida non è solo una produttrice straordinaria, ma una figura che incarna perfettamente l’eleganza e la forza della viticoltura romagnola. Scambiare due battute con lei, mentre magari si degusta un calice del suo mitico Sangiovese o del Pruno, significa ritrovare quella coerenza stilistica e quella nobiltà di spirito che cerco sempre nei miei viaggi. È un pezzo di Romagna vera, fiera e accogliente, che porto sempre nel cuore e che non smette mai di stupirmi per la sua evoluzione nel tempo.

Il fascino del Padiglione 9 Toscana. Una casa dalle molte stanze

Il fascino del Padiglione Toscana al Vinitaly risiede nella sua capacità di non lasciarsi confinare; è un cuore pulsante che si espande, invitandoti a perderti per poi ritrovarti tra sfumature sempre diverse. Per me, varcare la soglia del Padiglione 9 è come tornare in una casa dalle molte stanze. Non si tratta solo di numeri — pur impressionanti — come i maestosi 300 metri quadri dedicati al Gallo Nero o le quasi 180 etichette in degustazione, ma di un’energia diffusa che tocca ogni area.

Mi piace muovermi tra gli stand sapendo che dietro ogni angolo c’è un pezzo di storia, che sia una masterclass sul Chianti Classico o l’incontro con i consorzi della Val d’Orcia e della Maremma Toscana. È un tripudio di eccellenza che per me ha il profumo della familiarità: un mosaico di territori che, pur nella loro diversità, sanno accoglierti con quella schiettezza tutta toscana che ti fa sentire subito nel posto giusto.

Incontri

In questo spazio, il vino smette di essere solo un prodotto e torna a essere quello che è per me: racconto, radici e casa. La mia bussola personale, ogni anno, mi porta doverosamente verso l’Associazione Strada del Vino Terre di Arezzo, un luogo dove il confronto diventa naturale e fluido. Fermarsi a scambiare impressioni con la presidente Eleonora Bianchi è ormai un rito, un momento di riflessione prezioso per chi, come noi, vive questo settore con dedizione totale.
Ma la maratona non sarebbe completa senza una sosta al Consorzio Vini di Cortona: lì, tra le etichette di realtà come Amerighi, Tenuta Angelici, Fabrizio Dionisio e Baldetti, si assaggia l’essenza più autentica della DOC. Gustare le nuove annate di questi pilastri cortonesi è un’esperienza che unisce il rispetto per la memoria storica alla spinta verso un futuro radioso, regalando sorsi capaci di conquistare anche i palati più esigenti.

Appuntamenti che fanno crescere: l’incontro con Emiliano Falsini e il Gruppo Matura

Ogni fiera, nel suo caos apparente, nasconde un incontro speciale, uno di quelli capaci di tessere legami che vanno oltre il semplice assaggio. Il mio filo diretto con Emiliano Falsini è iniziato quest’anno alla Slow Wine Fair, ma è tra i padiglioni del Vinitaly che abbiamo trovato il tempo per una degustazione seria, profonda e completa. Nonostante i ritmi serrati della fiera, sedersi con Emiliano significa fermare il tempo per dare spazio alla comprensione autentica del calice.

Emiliano è una delle anime più autorevoli di Matura, un collettivo agronomico ed enologico d’avanguardia. Nato dall’intuizione di professionisti che condividono una visione etica e sartoriale del vino, Matura non è una semplice società di consulenza, ma un laboratorio di idee che mette al centro l’identità del terroir e il rispetto della pianta. Far parte di questo collettivo significa credere in una viticoltura di precisione che non dimentica mai l’anima del vignaiolo.

Nello stand dedicato a questa realtà, ho avuto il piacere di degustare e dialogare a lungo con lui. Confrontarsi con Emiliano è sempre un privilegio: la sua capacità di leggere il vino e di trasmetterne la filosofia con chiarezza cristallina permette di cogliere sfumature che spesso sfuggono. È stato un momento di crescita vera, una di quelle parentesi di “lucida analisi” che rendono il Vinitaly non solo una vetrina, ma un luogo di alta formazione umana e professionale.

Verso nuove scoperte

Parlare del Vinitaly è sempre un’impresa impegnativa; non basterebbero articoli su articoli per descrivere fino in fondo cosa si provi, ogni anno, nel viverlo con il massimo impegno e quella fame di scoperta che è la vera benzina del nostro lavoro. È un mix di fatica e adrenalina, di tabelle di marcia serrate e di incontri che ti cambiano la prospettiva.
Voglio lasciarvi con una promessa: scriverò ancora. Ci sono suggestioni, nuove scoperte e saluti importanti che meritano uno spazio dedicato, lontano dal frastuono della fiera. Per questo, cercherò di regalarvi degli “speciali in pillole” per completare il racconto di questo Vinitaly 2026 che è stato capace di segnare un nuovo passo per tutto il comparto.
Nel frattempo, il viaggio continua. Anche se oggi mi trovo tra le colline di San Quirico d’Orcia per vivere l’Orcia Wine Festival, la mia modalità “maratoneta” non si spegne: sono qui come ogni anno, prendendo appunti, registrando emozioni e molto di più. Il taccuino resta aperto, il calice è pronto e la voglia di raccontarvi il vino, quello vero, non si ferma mai.
Alla prossima pillola!

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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