Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani.
26 Mag 2026
BlendNews

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani

 

nusquam est qui ubique est.
Chi è ovunque non è da nessuna parte.

Il vino autentico, quello fatto da mani che conoscono la terra su cui si appoggiano ogni mattina, è l’esatto contrario: è radicato, preciso, inconfondibile. È da qualche parte. Ma è. È presente. È presente il vignaiolo in vigna perché questa ha bisogno del suo supporto. È presente in cantina perché le uve non sono solo trasformate ma cullate, curate, accompagnate nel diventare vino. 

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani.Il Sabato del Vignaiolo organizzato dalla FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è stato esattamente questo: un luogo preciso, scelto con cura e con senso. La Riserva della Cascina, nel Parco dell’Appia Antica, con i suoi banchi di degustazione disposti in fila lungo i filari che scendevano morbidi verso il verde profondo delle vigne lontane. Come se la storia stessa del vino romano si fosse fatta scenario per accogliere chi quel vino lo produce e chi lo ama.

Faceva caldo. Il tipo di caldo che filtra attraverso la luce bianca di un pomeriggio romano a maggio, che si posa sulle spalle e fa brillare i calici come piccoli soli. Eppure nessuno sembrava soffrire. I giovani, e di giovani ce n’erano tanti con una presenza che è già di per sé un segnale, erano impegnati a tutt’altro: a sporgersi sui banchi, a fare domande, ad ascoltare. A scoprire. Tra le vigne si muovevano persino bambini, con quella libertà disinibita che appartiene solo a chi non ha ancora imparato a fingere che le cose si facciano per obbligo. Li guardavo correre tra i filari e pensavo a quando anch’io ero così, a quando la campagna era ancora un posto in cui perdersi senza paura. Li guardavo e mi rendevo conto che forse proprio quella scena era il messaggio più importante dell’intera giornata.

Gli eventi come questo andrebbero ripetuti più spesso. Con più frequenza, più assiduità, più coraggio. Perché avvicinare le persone al vino non significa portarle in una sala buia con musica bassa e luci soffuse: significa portarle dove il vino nasce. Tra i sassi. Tra le radici. Sotto il sole che scotta e la terra sotto i piedi. 

Cosa ho assaggiato di interessante

Matèe. Antonella Pacchiarotti. Aleatico Bianco IGT Lazio

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani.Antonella Pacchiarotti ha fatto una cosa rara e coraggiosa: ha deciso che un solo vitigno bastava per fare del vino e farlo di qualità. Ha trovato l’Aleatico senza più mollarlo. Dal lago di Bolsena, da terreni vulcanici a cinquecento metri, ha costruito un mondo fatto di sei declinazioni di un’unica uva. Il Matèe è la sua versione bianca, quella che nasce dal clone più grande, più generoso di buccia, meno carico di colore. E già questo racconta qualcosa di un carattere che non si accontenta dell’ovvio.

Nel calice è giallo paglierino con una luce viva, luminosa. Al naso arriva fresco, quasi improvviso, con una nota di agrume maturo. La scorza del cedro più che la polpa. Poi fiori bianchi, acacia, qualcosa di quasi mentolato che sparisce prima che tu riesca ad afferrarla. È un naso che sussurra e ti obbliga ad avvicinarti. In bocca è minerale in modo netto, quasi austero, con un finale sapido che fa venir voglia di ricominciare dall’inizio. Un vino che si spiega nel tempo, sorso dopo sorso. La tipica espressione di chi sa aspettare.

Lepanto. Alberto Giacobbe. Cesanese del Piglio DOCG Superiore Riserva

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani.La storia di Alberto Giacobbe comincia nel 1939, con suo nonno Leopoldo che compra un appezzamento in cima al colle San Giovenale. Alberto è la terza generazione. Laureato in economia, aspirava ai numeri e alle statistiche e invece è finito nella vigna, trascinato da un affetto per la terra che alla fine ha avuto la meglio su qualsiasi calcolo razionale. Ha convertito tutto al biologico, ha introdotto nuove pratiche di coltivazione, ha fatto del Lepanto, Cesanese del Piglio Superiore Riserva prodotto da un vigneto impiantato nel 1952. Il simbolo di questa svolta.

Il vino porta con sé il peso dignitoso di quelle radici vecchie di settant’anni e più. Rosso rubino con riflessi granati che si scaldano nell’aria di maggio, è un vino che inizia con frutta matura, more, mirtilli, una confettura di prugna che non è mai pesante e poi si apre su note floreali, spezie fini, un cenno di liquirizia che chiude in bellezza. In bocca è avvolgente, caldo, con tannini ben integrati che non graffiano ma sostengono. Un vino che porta la Ciociaria nel bicchiere con eleganza e senza complessità inutili. È pensare che non volevo assaggiarlo. Poi mi ha detto che era il vino dedicato al nonno. Non ho potuto esimermi.

Raboso. Bellese. IGT Veneto

Viaggio non breve, quello della famiglia Bellese: dal bacino alluvionale del Piave, dalle grave trevigiane, da quelle stradine sterrate tra le Guyot e le monumentali Bellussere che sembrano foreste in miniatura. Tre generazioni legate a questa terra dall’orgoglio di chi non ha mai smesso di coltivare ciò che il territorio ha da offrire. E il territorio, qui, ha da offrire il Raboso Piave, vitigno autoctono per eccellenza, spigoloso, brusco, anarchico nell’anima.

Il Raboso di Bellese si presenta frizzante, con una spuma vivace e un rubino luminoso che promette acidità. E quella promessa viene mantenuta con generosità: la bolla è fine, il naso è un lampo di marasca, ribes rosso, fiori rossi appena colti. In bocca l’acidità è viva, quasi tagliente, ma mai aggressiva. È la freschezza di un vino che non vuole addomesticarsi, che vuole restare com’è, asciutto e vero. Un vino da pomeriggio caldo, da salumi e conversazione tra amici. Da berlo senza cerimonie. Da berlo.

Arcaro. D.S. Bio. Maturano del Frusinate IGT

Danilo Scenna ha scelto vitigni che non conosce quasi nessuno. Tra questi il Maturano. Antico, ostinatamente laziale, quasi scomparso prima che un manipolo di vignaioli testardi decidesse di salvarlo. Anche Cesidio Di Ciacca arrivato in queste zone dalla Scozia. La cantina D.S. Bio nasce nel 2012 tra le alture di Pescosolido, in Ciociaria. Lavora in biodinamica, seguendo le fasi lunari, rifiutando filtrazioni e chiarifiche, lasciando che il vino dica quello che ha da dire senza censure.

L’Arcaro è un bianco che non assomiglia a nessun altro bianco. Giallo ambrato, velato, con quella torbidità che non è difetto ma lingua franca dei vini naturali veri. Al naso è un posto denso e affascinante: agrume ossidato, albicocca, camomilla selvatica, pietra calcarea bagnata dalla pioggia, resina di pino, un accenno di miele grezzo. In bocca è largo, sapido, quasi salmastro, con una lama acida che attraversa tutto e tiene tutto in tensione. Non è un vino per chi cerca rassicurazioni. È un vino per chi vuole essere sorpreso, destabilizzato, convinto.

In Anfora. Donna Vittori. Cesanese del Piglio DOCG

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani.Donna Vittori nasce nel 2021 da un sogno condiviso tra amici, dalle mani di Maria Vittori e di sua madre Claudia Bettiol, da un borgo agricolo a Paliano che sa di comunità internazionale e di radici locali tenute insieme con cura. Il Cesanese del Piglio è il cuore di questa storia e la sua versione “in anfora”, affinata dieci mesi in terracotta porosa, ne è l’espressione più pura e più curiosa.

Il contatto con l’anfora non aggiunge nulla che non fosse già nel vino: leviga, scalibra, restituisce. Nel calice il colore è rubino intenso con sfumature di violetto che cambiano con la luce. Il naso è ampio e aromatico: ciliegia fresca, lampone, fiori di campo, una polvere leggera come il profumo di una chiesa antica. In bocca è morbido, vellutato, con una tannicità elegante che non preme mai. L’anfora sembra togliere le pareti al vino, lasciarlo respirare senza blocchi. È il Cesanese in un modo che non ti aspetti, e per questo è il più commovente tra i rossi della giornata.

San Tin. Poggio Baranello. Sangiovese IGT Lazio Rosso

Silvia Pragliola e Lisa Gentili hanno costruito la loro storia a Montefiascone su 38 ettari affacciati sul lago di Bolsena a 450 metri di altitudine, in un territorio che il vino lo conosce da secoli. L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è la denominazione più antica e aneddotica d’Italia. Ma Poggio Bbaranèllo guarda avanti: biologico, artigianale, con pochi numeri e molta cura. Il San Tin è il loro Sangiovese IGT e si porta dietro tutto il vento che soffia dal nord, il baranèllo del dialetto martano, quel vento che non smette mai su quel poggio.

Rosso vivace, dal carattere nervoso e diretto, il San Tin ha la schiettezza di un vino che non cerca di impressionare. Il frutto è fresco, la ciliegia è viva e non in confettura, c’è un’erba tagliata di sottofondo che dà freschezza e rimanda al paesaggio. Ma quello che più entusiasma è il geranio. Si, geranio. Più lo si annusa più sa di geranio. In bocca è agile, beverino nel senso nobile del termine. Un vino che non vuole fermarsi nel bicchiere ma vuole essere bevuto, vissuto, condiviso. Giovane e già bello.

Costa di Basalto. Riserva della Cascina. Syrah IGT Lazio Biologico

E poi c’è lei, la padrona di casa. La Riserva della Cascina è nata nel 1945, quando Giovanni Brannetti comprò un pezzo di agro romano e ci mise le radici insieme alla moglie Ida. Nel 1986 Giuseppe, figlio minore e erede di quella passione, acquista un vigneto nel Parco dell’Appia Antica, uno di quei luoghi dove Roma smette di essere città e diventa paesaggio. Biologico dal 1994, da sempre senza diserbanti né concimi chimici. Oggi c’è Silvia con tutta la sua freschezza e bellezza di una gioventù che ha fortemente voluto l’evento nella sua azienda. Il Costa di Basalto è lo Syrah che cresce sul fianco di una piccola collina basaltica, un suolo vulcanico che si sente in ogni sorso.

Rubino profondo con riflessi porpora che sembrano viola in certe luci, è un vino che si annuncia con intensità: frutti rossi maturi in confettura, fragoline di bosco, viola mammola. Sotto a tutto apprare quella mineralità ferrosa, ferrosa davvero, come il sapore dell’aria vicino a un binario bagnato dalla pioggia. In bocca è secco, morbido, con una sapidità e una freschezza che bilanciano la struttura. Lo Syrah laziale su basalto è una rarità che vale il viaggio. Con il tempo diventa ancora più se stesso. Più minerale, più salmastro, più antico. Come il paesaggio attorno a lui.

La giornata finisce com’è cominciata: con il sole che taglia le vigne obliquo, con le conversazioni che si trascinano oltre i banchi, con qualche bottiglia già acquistata stretta sotto il braccio come un tesoro. Manifestazioni come Il Sabato del Vignaiolo non sono soltanto mercati del vino: sono atti civili. Sono il modo in cui una comunità di produttori dice al mondo che esiste, che lavora, che ha qualcosa da raccontare. Il modo in cui il mondo risponde dicendo che vuole ascoltare.

Ho incontrato persone. Ho rivisto amici come Cesidio Di Ciacca e le sue incredibili interpretazioni di Maturano. Oppure Nathalie Clarici di Terre di Marfisa e i suoi vini vulcanici. O ancora Michele Fanfarillo e suo papà Lorenzo che nelle terre di Olevano Romano hanno trovato una seconda vita con Migrante. Incontri. Racconti. Parole. Abbracci. Baci. 

La FIVI ha scelto un luogo che è già storia, già racconto. E lì, tra le pietre dell’Appia e i filari di luglio acerbo, tra adulti con il calice in mano e bambini con i piedi nella terra, qualcosa di essenziale ha trovato il suo spazio. Il vino, quando è autentico, non ha bisogno di scenografie. Ma quando la scenografia è il Parco dell’Appia Antica, allora anche il vino più semplice diventa memorabile.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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