31 Ott 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Il primo B.E.V.I. non si scorda mai!

B.E.V.I. Borgo Eccellenze Vinicole Italiane 2026: la nostra redattrice e sommelier Benedetta Costanzo ci accompagna nel cuore di Sansepolcro tra le grandi masterclass guidate da Luca Gardini e Cristiano Cini, le verticali d’autore di Podere Civettaja, l’arte dei vinarelli e i racconti autentici che uniscono il vino alla vita e al territorio.

 

Se è vero che il primo amore non si scorda mai, la prima volta a B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane ha il sapore di una rivelazione. L’anno scorso, è toccato alla mia collega @Valewine raccontare il debutto di questa straordinaria kermesse catturandone l’anima più intima. Dalla cena nel suggestivo chiostro di San Francesco al piacere raro di conversare con i produttori fuori dagli schemi, al ritratto di una due giorni speciale. L’anno scorso, mi trovavo in terra sarda per l’avventura di Sardegna svelata. Quest’anno, però, il destino ha voluto che fossi io a immergermi anima e calice nella seconda edizione di questo evento che porta cento cantine selezionate da Luca Gardini nel cuore di Sansepolcro. Emozioni, incontri e scoperte che meritano di essere raccontati fino all’ultimo sorso.

Sotto le Logge: il battito di un borgo in festa

B.E.V.I. non è una semplice fiera: è un organismo vivo che si espande tra le pietre storiche, le botteghe e i vicoli del borgo. La magia si è accesa sabato 24 ottobre alle Logge di Palazzo delle Laudi con il taglio del nastro, il primo brindisi ufficiale e l’esplosione di energia e tradizione dello spettacolo degli sbandieratori, che hanno dato il via a una giornata in cui la città intera si è fatta palcoscenico. Passeggiare tra via XX Settembre e le Logge significa respirare una qualità diffusa, dove il vino incontra l’arte, la musica jazz e la bellezza di un patrimonio che dialoga continuamente con il presente.

Non un solo regista a determinare il successo

Dietro a una macchina complessa e affascinante come B.E.V.I. c’è una regia corale che sa unire l’anima istituzionale e la passione imprenditoriale. Il Comune di Sansepolcro tiene saldamente la barra della kermesse grazie al Sindaco Fabrizio Innocenti, che offre il supporto e la visione istituzionale indispensabili per aprire la città a un grande palcoscenico enologico. E poi c’è Tommaso Inghirami, un vero vulcano. Giovanissimo, sempre sorridente, con uno sguardo vivace che sprizza entusiasmo e la testa costantemente proiettata alla prossima intuizione vincente, In lui vedo il dono raro di trasformare ogni spunto creativo in un’esperienza appassionata volta spesso al successo.

È un percorso affascinante quello che lega la sua figura al mondo del vino. All’inizio degli anni ’70 la storica Fattoria di Grignano in terra di Chianti Rufina, passa in mano alla famiglia Inghirami di Borgo Sansepolcro, nome iconico del tessile-moda italiano, trasformandola in una dinamica realtà agricola di circa 600 ettari tra vigneti, oliveti, seminativi e boschi, ampliata poi nel 1999 con l’acquisto della Fattoria Pievecchia. Tommaso ha creduto fortemente nel potenziale di vigne storiche da vinificare in purezza, dando vita anche a progetti d’autore come il vino da collezione Fedra, che unisce la terra all’arte contemporanea (ve ne parlerò un’altra volta nel dettaglio). In fondo, si tratta sempre della stessa ricerca del bello attraverso linguaggi differenti: un filo rosso ed elegante che sa passare con naturalezza da un capo di eccellente fattura al calice di B.E.V.I..

Volti e forme d’arte de “Il Cacio com’era”

Vivere l’evento in prima persona significa soprattutto stringere mani e ascoltare storie. Tra gli assaggi, una delle soste più interessanti è stata quella con Il cacio com’era, una vera perla rara nel panorama caseario. Fermarsi a chiacchierare con Samuele, che insieme al fratello Eros porta avanti una ricerca d’eccellenza, è stato un vero arricchimento.

Nata nel 2007, l’attività affonda le proprie radici nel mestiere degli affinatori, recuperando le tecniche antiche di conservazione ideate in tempo di guerra per preservare il prodotto dai saccheggi. Un’intuizione originata dalla necessità che si è rivelata straordinariamente migliorativa. Grazie alla porosità del formaggio, le forme assorbono i sapori, i profumi e gli aromi dell’ambiente circostante, evolvendosi in prodotti completamente unici e complessi. La produzione principale viene effettuata a Seggiano, ai piedi del Monte Amiata, mentre la stagionatura (che per i pecorini spazia dai freschi alla straordinaria prova d’autore oltre i 20 mesi) e l’affinamento trovano casa ad Arezzo.

Da appassionata e assaggiatrice di formaggi quale sono, incontrare chi lavora con questo rigore, questa sensibilità e questa memoria storica mi prende molto. Amo ascoltare chi sa narrare il formaggio a parole per poi ritrovare esattamente ogni singola sfumatura, ogni promessa, dentro all’assaggio. E sapendo che la loro sede è proprio ad Arezzo, la tentazione è irresistibile: credo proprio che molto presto andrò a trovarli direttamente nel loro regno!

Lo spirito alchemico del Gin Airó

Ad accompagnare questa scoperta casearia è arrivato poi un sorso del gin Airò che per me ha il sapore dell’amicizia che lega principalmente Alessio e Matteo in Al.ma. Toscana . È una creazione che adoro per il suo carattere sartoriale e per quel profilo botanico così preciso e identitario. Classica base di un london dry con ginepro toscano, cardamomo, angelica e iris. Altro elemento fondamentale è l’acqua purissima di sorgente all’interno della distilleria e l’accurata selezione di erba pepe, erba luigia e dragoncello coltivati nel cuore della Valdichiana.

Ritrovarlo è stato un bellissimo richiamo all’eccellenza alchemica del nostro territorio, un distillato che sa coniugare eleganza, freschezza e una narrazione balsamica senza uguali (se siete curiosi di approfondire la sua storia e ogni suo dettaglio produttivo, vi rimando all’articolo dedicato su Wine Tales Magazine).

Enoteca Guidi tra tagliatelle all’Amarone e grandi firme

Prima di varcare la soglia delle masterclass, c’è un tempio del gusto e dell’accoglienza a Sansepolcro che merita di essere vissuto: l‘Enoteca Guidi. Saverio Guidi è una vera e propria colonna enologica di questo territorio, un punto di riferimento imprescindibile, e oggi vedere il figlio Luca seguire con la stessa dedizione e precisione le orme del padre, mi scalda il cuore.

Pur essendoci fermati soltanto per un pranzo veloce, rinunciando con un filo di rimpianto alle prelibatezze a base di tartufo per preservare l’analisi organolettica delle degustazioni imminenti, l’esperienza è stata comunque di una bontà disarmante. Ad accoglierci, dunque il calore della tipica ospitalità toscana, insieme a un piatto magistrale come le tagliatelle con salsiccia sfumata all’Amarone, sposate magnificamente a un Ansari Amarone della Valpolicella 2019 firmato Tedeschi Wines , una di quelle grandi famiglie storiche che ho avuto il privilegio di approfondire nel mio reportage su OperaWine 2026. Abbinamento speciale che ha riportato il palato in equilibrio e lasciandoci in bocca tanta piacevolezza. A chiudere il cerchio, una deliziosa delizia al limone accompagnata da un Porto straordinario, per un abbinamento fuori dagli schemi ma di rara armonia. Grazie di cuore a Saverio e Luca per averci coccolato con tanta grazia e professionalità: con quello spirito e il palato così appagato, le masterclass potevano finalmente cominciare!

Il sogno di una notte di mezza estate

La prima delle due masterclass a cui ho preso parte è stata un vero e proprio viaggio dell’anima: la verticale di Podere Civettaja. Per me che vivo la Toscana e le sue espressioni ogni giorno, ascoltare il racconto di Vincenzo Tommasi è stato come sfogliare le pagine di un romanzo intimo. Ci ha trasportati indietro nel tempo, al “sogno di una notte di mezza estate” in cui tutto è iniziato. Ci ha raccontato come è nata l’intuizione di dare vita a un progetto visionario, il viaggio in Borgogna, il confronto ravvicinato con i mostri sacri di quel territorio, come Didier Dagueneau, Henri Jayer e altri giganti. Li ho immaginati gomito a gomito dentro un fuoristrada a respirare la terra, a scambiarsi idee e visioni. È così che nasce un grande vino: dalla folgorazione di un’ispirazione che nel tempo si fa realtà.

L’anima e il Pinot Nero di Podere Civettaja

Ciò che mi è rimasto impresso nel profondo di questa verticale di Pinot Nero nel Casentino sono essenzialmente due consapevolezze. La prima è che un grande vino nasce sì da un terroir vocato, ma ha bisogno imprescindibile della visione di un uomo che vuole rispettare la terra, unito a una cura chirurgica e millimetrica in vigna. Bisogna comprendere ogni passaggio, vivere la vite in ogni singolo istante della stagione, per trarne l’essenza, per saperla poi tradurre e interpretare nel calice.

La seconda grande lezione è emersa dalla scelta coraggiosa e illuminante di mettere in degustazione sei annate consecutive. Spesso si tende a selezionare le singole annate migliori o più celebrate, ma solo attraverso il confronto di vendemmie una di seguito all’altra, comprese quelle più complesse e difficili, si comprende appieno la verità del vino. È lì che capisci se è l’annata a interpretare il vino o il vino a interpretare l’annata. Le annate cosiddette “difficili” svelano comunque la loro straordinaria bellezza nel tempo, ma solo quando in vigna e in cantina si è lavorato con onestà, rigore e amore assoluto. Nel calice ho ritrovato esattamente tutto questo.

L’arte della cantina: la nascita di un grande Pinot Nero

Prima di aprire il sipario sul racconto delle singole annate, è fondamentale comprendere il meticoloso percorso artigianale che dà vita a questo vino. A Podere Civettaja tutto parte da una rigorosa raccolta manuale delle uve e da una cura maniacale in vigna. La vinificazione si affida a fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, svolte in tini di rovere e vasche di cemento, lasciando che l’espressione varietale si manifesti nella sua forma più pura.

Il vino affronta poi un affinamento sapiente: circa 12 mesi di sosta in barrique, dove il legno accarezza il vino senza mai sovrastarlo, seguiti da un ulteriore passaggio in piccole vasche di cemento e da un prolungato riposo in bottiglia senza subire filtrazioni. È questo equilibrio millimetrico tra contenitori di legno e cemento a forgiare la struttura e l’eleganza che ritroveremo intatte nel tempo.

Sei annate, sei volti: il racconto del Pinot Nero nel calice

Attraversare le sei annate consecutive in questa verticale è stato come sfogliare i capitoli di una storia in continua evoluzione, dove il vino diventa lo specchio fedele del tempo e della terra. Si parte con il 2023, un millesimo ancora giovane e scalpitante, in cui il carattere varietale pulsa con forza e freschezza, promettendo grandi cose per il futuro. Salendo a ritroso, la 2022 racconta un andamento climatico differente e complesso, che ha messo alla prova la vigna regalandoci tuttavia un sorso di intrigante dinamismo. La 2021 si svela con una verticalità e un’eleganza che iniziano a distendersi con grazia, mentre la 2020 offre una pienezza materica e avvolgente, specchio di un’annata calda e generosa.

Ed eccoci alla 2019, la mia preferita in assoluto: un’interpretazione magistrale, quella che mi ha dato la più alta espressione di questo Pinot Nero e che oggi, a sette anni dalla vendemmia, si trova forse nel suo momento di maggiore e perfetta espressività, con un equilibrio tra frutto, spezia e mineralità che tocca il cuore. Il viaggio si conclude con la 2018, un’annata che dimostra come il tempo sappia levigare gli spigoli, lasciando spazio a una nobiltà austera e profonda che sa resistere magnificamente agli anni.

Il genio, la mediazione e il cuore

La seconda masterclass, intitolata “Sfumature di Rosso”, si è trasformata in un vero e proprio spettacolo umano e professionale. Da una parte l’energia incontenibile e dirompente di Luca Gardini (il wine killer per eccellenza), un vero e proprio missile quando sale in scena, capace di catalizzare l’attenzione con un talento innato e coltivato nel tempo che lo rende unico nella lettura del vino. Il suo modo di condurre è profondamente istintivo, viscerale; a volte travolge e si sovrappone, non perché manchi l’ascolto, ma perché si ha l’impressione che lui colga del vino molto più di quanto le parole possano esprimere, desideroso com’è di condividere quella folgorazione, pur lasciando sempre intendere che dietro ci sia un oceano di percezioni non dette.

Dall’altra, la classe e la straordinaria capacità di mediazione di Cristiano Cini, perfetto contraltare capace di riannodare i fili del racconto con eleganza. E poi c’è il momento in cui la genialità sopra le righe di Gardini si spoglia della corazza e si fa pura emozione: è accaduto nella parte finale, quando sul banco sono arrivati i vini di Mascarello. Lì ho colto negli occhi di Luca un fremito di autentica commozione. Quando un gigante del vino si emoziona così, capisci che tutta la sua esuberanza gli viene perdonata d’istinto, perché in fondo al vino lui ci arriva con la mente, ma soprattutto ci mette il cuore, a modo suo, ineguagliabile e sincero.

Sfumature di Rosso

I calici protagonisti di questa seconda masterclass hanno tracciato una mappa d’autore dell’eccellenza vitivinicola italiana.

L’inizio del percorso è stato affidato a due millesimi di Cepparello di Isole e Olena, l’icona del Sangiovese in purezza di Barberino Tavarnelle. Se il 2023 ha mostrato la grinta giovanile e il potenziale strabordante di un grande cavallo di razza, il 2016 ha regalato una prova monumentale di eleganza, equilibrio e profondità aristocratica, confermandosi un capolavoro senza tempo.

Il Barolo di Luciano Sandrone e il Brunello di Montalcino di Biondi-Santi,

A seguire, due modi sublimi di interpretare la Langa con le annate 2020. Da un lato Aleste, dalle storiche vigne di Cannubi Boschis e dedicato con affetto da Luciano ai nipoti Alessia e Stefano, che ha sfoggiato una trama potente, succosa ed esplosiva. Dall’altro Le Vigne, frutto della sapiente arte dell’assemblaggio di cinque cru differenti, che ha risposto con una sinfonia di rara armonia, bilanciando struttura, trama tannica setosa e lunghezza millimetrica.

Brunello di Montalcino di Biondi-Santi

Il viaggio è proseguito con il Brunello di Montalcino di Biondi-Santi, la storia del vino italiano nel mondo e mito della Tenuta Greppo dove il Brunello è nato. L’annata 2020 ha offerto una freschezza vibrante e uno scatto di classe pura ancora in divenire, mentre il 2011 si è rivelato una poesia in bottiglia, con quel timbro austero, la nota balsamica ed eterea e un sorso capace di fermare il tempo.

Infine, il gran finale selezionato da Luca Gardini ha visto protagonista il Barolo Monprivato di Giuseppe Mascarello e Figlio attraverso due annate di una delle vigne più leggendarie di Castiglione Falletto. Proprio il Monprivato 2010, capolavoro assoluto a cui Luca Gardini assegnò i leggendari 100/100 coronandolo sul tetto d’Italia, si è confermato un mito, regalandoci un’emozione pura che si fa materia liquida, affiancato dalla nobile espressività della versione 2021.

Il tributo a Mauro Mascarello

E a suggellare questo momento di altissimo profilo, la sala ha assistito alla magnifica premiazione di un emblema assoluto del vino italiano come Mauro Mascarello, simbolo vivente di una delle espressioni più raffinate, pure e immortali del nostro patrimonio enologico. A consegnargli il riconoscimento è stato Tommaso Inghirami, che gli ha tributato uno straordinario gioiello d’arte orafa ideato e firmato da Laura Inghirami. Un’opera intrisa di fascino e significato, ispirata ai capolavori rinascimentali del borgo e in particolare alla celebre Pala di Brera di Piero della Francesca. In questa creazione d’alta oreficeria, i mondi dell’oro e del vino si fondono in un abbraccio poetico dove l’iconico uovo sospeso della tradizione si trasforma in un prezioso grappolo d’uva. Un connubio perfetto tra arte, maestria orafa e viticoltura d’autore per rendere omaggio a un gigante della Langa. Per me stringere poi la mano alla storia, fisicamente, è un brivido che resta sottopelle.

Quando il calice si fa tela: i “vinarelli” di Roberto sui canovacci Inghirami

A B.E.V.I. la bellezza non si degusta soltanto: si respira, si tocca e si dipinge. Uno dei momenti artistici più affascinanti e poetici della giornata è stato l’incontro con l’arte dei “vinarelli”, acquarelli speciali nati dall’estro di Roberto Perugini, che ha scelto di sostituire i tradizionali pigmenti con un ridotto di Merlot e vino cotto per ottenere una densità, una consistenza e una cromaticità uniche.

Dipingere utilizzando la materia viva del vino su preziosi canovacci firmati Inghirami è stato un incontro d’eccellenza tra l’artigianato tessile d’autore e la creatività visiva. E per me, appassionata di cultura pop e di storie che sanno far sorridere il cuore, questa esperienza si è chiusa con un regalo indimenticabile: me ne torno a casa con un’opera d’arte unica che ritrae due icone come Lupin e Zenigata sorridenti, colti nell’atto insolito e complice di brindare insieme proprio a B.E.V.I.! a firma di un’atra artista, Roberta Rubellini.

Alla Casa del Caffè: l’energia di Erika e il fascino dell’autenticità

Dopo la ricchezza e l’intensità delle masterclass, la serata di sabato ha trovato il suo approdo ideale in quello che considero, tra me e me, il locale più “fico” di Sansepolcro: la Casa del Caffè. E quando dico “fico”, non intendo affatto fare classifiche o torti alle tante bellissime realtà del borgo, né mi riferisco a un ambiente patinato o impostato. Intendo parlare di quel tipo di bellezza vera e contagiosa che nasce dalle persone. Un luogo vivo, informale, dove sorseggiare un aperitivo o un calice di vino circondati da un calore umano sincero. Un posto in cui ti diverti, ti senti subito a casa e da cui vai via sempre con la voglia di ritornare. Un grazie speciale va a Erika, che con la sua accoglienza affettuosa e la sua energia travolgente ha saputo regalarci una serata indimenticabile.

Essere Beba per un giorno

È proprio in questa cornice d’eccezione che si è tenuto l’evento “Il Vino è Donna”, dove mi sono ritrovata a guidare la degustazione e a “essere Beba nel racconto”. Perché l’amicizia e il vino, si sa, vanno a braccetto. Con Paola Blasi, anima e mente de Le Terre di Beba, ci siamo conosciute ad Anghiari alla prima edizione di Vinicoli, quando nell’antica  stanza “Vinaria” di Palazzo Pretorio tenni le masterclass sui vini della Valtiberina. Tra noi l’intesa è stata immediata, fondata su una stima reciproca e sulla stessa visione profonda. Beba crede in quello che fa e trasforma la passione in arte. Esattamente come cerco di fare io ogni giorno, prendendo l’amore viscerale per il vino, per i formaggi e per la cultura, per trasformarli nell’arte di raccontare e comunicare ciò che sa emozionare.

Un assaggio di domenica prima della partenza: le perle di Graziani e Contini

La domenica mattina a B.E.V.I. era interamente dedicata ai banchi d’assaggio diffusi e al Borgo Palace Hotel, ma il tempo per me stringeva: una nuova meta enologica mi attendeva. Non potevo però ripartire senza concedermi due tappe del cuore, due assaggi a cui tenevo immensamente.

Il primo stop è stato da Federico Graziani e il suo Mareneve: un vino che è pura poesia vulcanica, capace di coniugare la freschezza e la mineralità dell’Etna con la grazia solenne dei grandi bianchi d’alta quota. E poi Profumo di vulcano, l’altra anima vestita di rosso. Non vedo l’ora di raccontarvi la mia esperienza vissuta in Sicilia con lui tra i suoi vigneti e i suoi secolari ulivi intorno a una mastodontica tavola tonda in pietra lavica.

Subito dopo, l’abbraccio e il ritrovo con Andrea Balleri, una persona che ho avuto il piacere immenso di rivedere dopo tanto tempo. Degustare insieme i vini di Contini è stato splendido, ma l’onore vero è arrivato quando mi ha regalato l’assaggio di una pietra miliare: un’annata 1998 davvero eccezionale, un calice immortale che racchiude il respiro della Sardegna e la maestria secolare della cantina Contini. Un’esperienza di tale profondità merita però un racconto a parte, con il tempo e il rispetto che merita. Per questo andrò a trovarlo direttamente in terra sarda, perché realtà storiche come Contini non possono essere lette soltanto da un assaggio al volo in una manifestazione, ma vanno vissute e raccontate sul posto, tra le loro vigne e la loro terra.

Verso nuovi orizzonti enologici

Mentre scrivo queste ultime righe mi trovo già altrove, in viaggio verso nuove avventure enologiche da inseguire, scoprire e raccontare per la mia rubrica. Questa prima volta a B.E.V.I., mi ha regalato molto ed è stata resa ancora più speciale dalla condivisione con dei compagni di viaggio d’eccezione come Erika, Alessio e Matteo. È la dimostrazione di come la complicità e l’amicizia sappiano arricchire di valore umano ogni esperienza professionale. Gli organizzatori promettono già grandi cose per la terza edizione, dopo l’ennesimo straordinario successo di questo secondo appuntamento. Ci salutiamo così, catturati nell’ultimo scatto mentre condividiamo un ultimo calice di vino di Terre di Beba, con la stanchezza felice negli occhi e la certezza che questo evento possiede un’anima rara, fatta di persone autentiche, cultura viva e grande bellezza.

Quindi… alla prossima avventura!Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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