La Catalanesca. Un pezzo di Spagna ai piedi del Vesuvio
Un vitigno dalla storia affascinante, che ha trovato la sua dimora ideale sui terreni vulcanici della Campania, esprimendo una personalità unica e inconfondibile, narrata attraverso leggende d’amore e tradizioni contadine.
Se si parla di vitigni autoctoni campani, l’attenzione si concentra spesso sui “grandi nomi” come Fiano, Greco o Falanghina.
Tuttavia, il territorio vesuviano custodisce gelosamente una gemma rara e affascinante: la Catalanesca. Questo vitigno a bacca bianca rappresenta un legame culturale e storico tra la Campania e la penisola iberica, offrendo un vino di grande carattere e originalità. Come suggerisce il nome, la Catalanesca non è originaria dell’Italia. La sua storia affonda le radici nel XV secolo ed è legata a una delle storie d’amore più celebri della Napoli aragonese.
La leggenda narra che sia stata introdotta in Campania da Alfonso I d’Aragona (Alfonso V di Castiglia, Re di Napoli), noto come “il Magnanimo”, intorno al 1450. Alfonso, un re guerriero ma anche un raffato mecenate, si innamorò perdutamente, ricambiato, della giovanissima e bellissima Lucrezia d’Alagno, una nobildonna locale.
Si racconta che il re, per dimostrare il suo amore e la sua devozione, donò a Lucrezia, che risiedeva a Torre del Greco, alcune preziose barbatelle provenienti dalla sua terra natia, la Catalogna, come pegno d’amore. Queste vigne furono piantate con cura sulle pendici del Monte Somma, la parte più antica del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, nei possedimenti terrieri della famiglia di Lucrezia.
L’aneddoto popolare
Per secoli, la Catalanesca è rimasta confinata in quest’area ristretta. I contadini del luogo la accolsero e la coltivarono, tramandandone la coltivazione di padre in figlio. Un aneddoto che circolava tra i filari riguardava la robustezza e la dolcezza dell’uva: a causa della sua buccia spessa e coriacea, e delle dimensioni generose dei suoi acini dorati, era considerata l’uva perfetta per la tavola dei nobili e dei re. Era così apprezzata come uva da tavola, che per lungo tempo fu classificata ufficialmente solo per questo uso, limitandone l’impiego vinicolo nel censimento del dopoguerra.
La zona di produzione della Catalanesca è estremamente circoscritta e comprende solo nove comuni alle falde del Monte Somma, dove i vigneti crescono a circa 500 metri sul livello del mare. Il terroir è dominato dai terreni vulcanici, ricchi di sabbia e minerali, che conferiscono al vino un’impronta unica. Ciò che colpisce della Catalanesca è la sua capacità di accumulare sia un’elevata quantità di zuccheri che una notevole acidità, caratteristiche che si traducono in vini di grande struttura, sapidità e longevità. Il vino ottenuto dalla Catalanesca si presenta con un colore giallo paglierino intenso, spesso con riflessi dorati che possono accentuarsi con l’invecchiamento.
Al naso, il bouquet è intenso, floreale e fruttato, con note che spaziano dai fiori bianchi e ginestra (tipica del Vesuvio) alla frutta a polpa gialla, come pesca e albicocca, arricchite da sfumature minerali e, a volte, da leggeri sentori muschiati.
In bocca, il vino è secco, sapido e persistente. L’equilibrio tra la morbidezza, l’acidità e la spiccata mineralità vulcanica crea un’esperienza gustativa complessa e armoniosa.
La sua versatilità lo rende un partner ideale per la cucina campana: eccellente con piatti di pesce come il pesce spada, si abbina perfettamente ai frutti di mare, ai formaggi freschi e, sorprendentemente, anche a piatti della pasticceria locale come la pastiera napoletana, grazie alla sua nota dolce intrinseca e alla buona struttura.
Da uva da tavola a vino d’eccellenza, la Catalanesca ha compiuto un percorso straordinario. Solo nel 2006 è stata riclassificata come uva da vino grazie a studi approfonditi, e nel 2011 ha ottenuto il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica (IGT)
Catalanesca del Monte Somma, permettendo ai produttori di valorizzarla in purezza.
Oggi rappresenta una delle espressioni più autentiche e identitarie del panorama enologico campano, un vino che racconta storie di popoli, di amori e, soprattutto, della terra potente e generosa del Vesuvio, un vero “oro del Vesuvio” che merita di essere scoperto e celebrato.
La storia della Catalanesca è la dimostrazione che, anche nel mondo del vino, l’amore vince sempre… o quasi. Sebbene la storia tra Alfonso e Lucrezia non abbia avuto un lieto fine (il Papa non concesse mai l’annullamento del matrimonio di lui), il loro dono ha lasciato un segno indelebile.
Oggi, sorseggiando un calice di Catalanesca del Monte Somma, non stiamo solo bevendo un eccellente vino bianco vulcanico: stiamo assaporando un pezzo di Spagna che si è innamorato della Campania, un vitigno che per secoli ha fatto il “finto tonto”
fingendosi uva da tavola, e che ora, finalmente libero da vincoli, racconta con orgoglio la sua vera, regale identità.
Un brindisi a questo vitigno caparbio, che ha resistito al tempo, ai capricci reali e persino ai burocrati, dimostrando che, quando la terra chiama, la vigna risponde con carattere.
Spero che questo viaggio tra i filari del Vesuvio e la storia affascinante della Catalanesca vi abbia incuriosito. Vi invito a cercare questo vino, ad assaporarlo e a lasciarvi trasportare dai profumi del vulcano e del mare.
Come amo dire: Il vino è emozione liquida. E la Catalanesca ne è la prova tangibile.
Cin cin e alla prossima storia!
Da Napoli, con passione, vi saluta Giovanni Scapolatiello, MisterWine.
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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