Lo sapevate che nel dialetto napoletano ci sono tante parole spagnole? Frutto della lunga dominazione avvenuta tra il XVI e il XVII secolo.
Non poteva che essere un napoletano DOC, pardon, DOCG come Giovanni Scapolatiello a condurre esplorazioni curiose ed attente verso realtà vitivinicole non necessariamente italiane.
Da seguirlo insomma nel suo cunto (napoletano) o cuento (spagnolo) o racconto che dir si voglia!
3 Marzo, 2026
Prieto Picudo. Il felino nascosto delle Mesetas
Ci sono giorni in cui sento il bisogno di perdermi. Non nei grandi viaggi, ma in quelle deviazioni laterali che il mondo del vino ti offre quando meno te l’aspetti. È successo così anche stavolta: una strada secondaria, un nome sussurrato da un amico, una bottiglia arrivata senza pretese.
Prieto Picudo, non lo avevo mai incontrato davvero. Eppure, appena versato nel bicchiere, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcuno che conosce bene la solitudine dei luoghi aperti. Un vino che non ti viene incontro: ti osserva, ti misura, decide se vale la pena raccontarsi.
E io, che ho un debole per i caratteri schivi, ho capito subito che questa sarebbe stata una di quelle esplorazioni curiose che amo condividere con voi. Perché il Prieto Picudo non è un vitigno: è un invito, a rallentare, a cambiare prospettiva, a lasciarsi sorprendere da ciò che vive lontano dai riflettori.
È da qui che parte il mio viaggio di oggi. Da un’uva appuntita come il suo nome, nata dove il cielo è enorme e il vento non fa sconti. Un’uva che resiste, che non si concede facilmente, ma che quando lo fa… beh, ti resta addosso.
Un’uva che nasce dove il cielo è enorme
Siamo nel cuore della Castiglia y León, tra altipiani che sembrano non finire mai, dove l’inverno è tagliente e l’estate brucia senza pietà. È qui, nella DO Tierra de León, che il Prieto Picudo ha trovato la sua casa. Un territorio duro, asciutto, che costringe la vite a scavare in profondità e a difendersi.
Il risultato? Grappoli piccoli, acini scuri, bucce spesse. Un’uva che non regala nulla, ma quando decide di farlo, lo fa con una personalità che non assomiglia a nessun’altra.
Il suo nome è già un racconto, infatti, “Prieto” significa scuro, compatto. “Picudo” rimanda alla forma appuntita dell’acino, quasi un piccolo becco. È un nome che sembra uscito da un romanzo di avventure: essenziale, diretto, un po’ ruvido.
Eppure, dietro questa ruvidità si nasconde un carattere sorprendentemente moderno: acidità vibrante, tannino fine, profumi che oscillano tra la frutta rossa croccante e un lato più selvatico, quasi balsamico.
La magia della “madreo”
Se c’è una pratica che racconta davvero l’anima del Prieto Picudo, è la madreo: grappoli interi, aggiunti al mosto durante la fermentazione, che rilasciano lentamente colore, aromi e una freschezza quasi elettrica.
È un gesto antico, contadino, che oggi molti produttori stanno riscoprendo. E il risultato sono vini che sembrano pulsare: rossi giovani e succosi, rosati intensi chiamati claretes, e versioni più serie, affinate in legno, che mostrano una profondità inattesa.
Un vitigno che ama sorprendere
Il Prieto Picudo è un camaleonte. Può essere:
Rosato: fragrante, vinoso, con una spalla acida che lo rende irresistibile.
Rosso giovane: fruttato, diretto, con quella nota pepata che invita al secondo sorso.
Rosso strutturato: quando il produttore decide di domarlo, emergono grafite, erbe mediterranee, ciliegia nera e una tensione minerale che racconta la terra arida da cui proviene.
Spumante: sì, anche questo. E funziona sorprendentemente bene.
È un vitigno che non si lascia incasellare, e forse è proprio questo il suo fascino.
Perché vale la pena cercarlo?
Perché il Prieto Picudo è ancora un segreto. Non ha la fama della Tempranillo, né la diffusione della Garnacha. Ma ha qualcosa che molti vitigni più celebri hanno perso: l’autenticità di chi non ha mai smesso di essere sé stesso.
Bevendolo, si sente il respiro del León rurale, la solitudine delle mesetas, la tenacia dei viticoltori che hanno scelto di non abbandonarlo quando sembrava destinato a scomparire.
È un vino che parla di resistenza, di identità, di paesaggi che non chiedono di essere belli, ma veri.
Una curiosa esplorazione che lascia il segno è una storia di confini, di ostinazione, di bellezza non addomesticata. È una di quelle uve che ti guardano negli occhi e ti dicono: “Se vuoi conoscermi davvero, devi venire fin qui”.
E mentre finisco il mio bicchiere di Prieto Picudo — mi rendo conto che ogni volta che penso di aver visto tutto, il mondo del vino trova un modo per sorprendermi.
Quindi sì, questa esplorazione finisce qui. Ma non fatevi illusioni: ho già un altro vitigno che mi bussa alla porta, chiedendo attenzione. È timido, un po’ strano, forse pure permaloso… insomma, perfetto per la prossima puntata.
Restate pronti: nelle curiose esplorazioni, non si sa mai chi sarà il prossimo a saltare fuori dal bicchiere.
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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20 Gennaio, 2026
Priorat Confidential. Viaggio tra i calici nati dalla roccia che brilla
Se chiudo gli occhi e penso al Priorat, non sento subito il profumo del vino. Sento il rumore dei miei scarponi che scricchiolano sulla licorella.
Per chi non mastica pane e geologia, la licorella è l’anima di questo angolo di Catalogna, a un’ora e mezza da Barcellona: una terra scura, un’ardesia fragile che brilla sotto il sole e che costringe le viti a scavare per metri nel terreno alla ricerca di una goccia d’acqua. Qui la vite non cresce, sopravvive. E lo fa con una dignità che toglie il fiato.
Il Priorat è una storia di “resurrezione”.
Fino agli anni ’80, questa zona era quasi abbandonata, destinata a produrre vini da taglio, pesanti e anonimi. Poi, un gruppo di visionari (i “magnifici cinque”, tra cui René Barbier e Álvaro Palacios) ha capito che quelle vigne vecchie inerpicate su pendenze impossibili avevano un potenziale immenso.
Oggi, il Priorat è una delle due sole DOCa (Denominazione di Origine Qualificata) della Spagna, insieme alla Rioja. Ma mentre la Rioja è eleganza classica, il Priorat è potenza pura, quasi selvaggia.
Cosa aspettarsi nel calice?
Dimenticate i vinelli beverini da aperitivo veloce. Qui si fa sul serio. I protagonisti sono la Garnacha (Grenache) e il Cariñena (Carignano).
Priorat è come fare una passeggiata in un bosco mediterraneo dopo un temporale.
Il colore: un rubino profondo, quasi impenetrabile.
Il naso: un’esplosione di amarena matura, liquirizia, rosmarino e quel tocco “affumicato” e minerale che solo l’ardesia sa regalare.
Il sorso: è caldo, avvolgente, ma con una freschezza sorprendente che ti spinge a riassaggiare. È un vino che “pesa”, ma che non stanca.
Consigli da sommelier (per godersela davvero)
Non lasciatevi spaventare dal grado alcolico, che qui spesso tocca i 15 gradi. Il segreto è la temperatura: servitelo intorno ai 16-17°C, non di più. Se è troppo caldo, l’alcol prenderà il sopravvento sui profumi.
L’abbinamento del cuore? Se volete fare i puristi, cercate un cosciotto d’agnello alle erbe o una guancia di manzo brasata. Ma se siete a casa e volete qualcosa di più “easy”, provatelo con un pecorino stagionato o, osate, con un quadratino di cioccolato fondente 70%. È la fine del mondo.
Perché andarci (o berne un po’)
Visitare il Priorat, tra villaggi come Gratallops o Siurana, significa fare pace con il tempo. Le vigne sono terrazzate, curate a mano perché i trattori qui scivolerebbero a valle. È un’agricoltura eroica, fatta di sudore e silenzio.
Il Priorat non è solo un vino; è il racconto di una terra che non si è arresa. Ogni volta che stappo una bottiglia, mi sembra di sentire il sole della Catalogna sulla pelle e il battito lento di una terra antica.
Se cercate un vino che abbia una storia da raccontare, smettete di cercare. Lo avete trovato.
Tips per i lettori di Wine Tales Magazine
Produttori da non perdere: Clos Mogador, Mas Martinet, Álvaro Palacios (per i grandi classici); Terroir al Límit (per una visione più moderna e fresca).
Curiosità: Il nome deriva dal Priorato della Certosa di Scala Dei, dove i monaci iniziarono a piantare vigne già nel XII secolo. Potete ancora visitare le rovine del monastero: un luogo mistico che spiega molto di questo vino.
Salute!
In conclusione: bevete responsabilmente (ma con carattere)
Quindi, la prossima volta che in enoteca vedete una bottiglia del Priorat, non guardatela con timore reverenziale solo perché è una DOCa. Pensate a quelle povere radici che scavano nell’ardesia come se cercassero il petrolio e rendete loro omaggio.
Certo, dopo il secondo calice da 15 gradi potreste iniziare a parlare fluentemente catalano o convincervi di essere i nuovi re della viticoltura eroica, ma fa parte del fascino del territorio. Il consiglio è sempre lo stesso: munitevi di un cavatappi serio, una buona compagnia e, magari, assicuratevi di non dover guidare un trattore su un terrazzamento del 40% subito dopo.
Noi ci rileggiamo qui per il prossimo viaggio nel calice. Dove andremo? Non posso svelarvi troppo, ma vi consiglio di preparare il passaporto (o almeno un calice pulito), perché passeremo dalle vigne scoscese a qualcosa di decisamente più… frizzante.
Non mancate, o sarò costretto a interrogarvi sulle differenze tra suoli calcarei e vulcanici. E credetemi, non volete che accada.
Alla prossima, Winelovers!
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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24 Novembre, 2025
La Catalanesca. Un pezzo di Spagna ai piedi del Vesuvio
Un vitigno dalla storia affascinante, che ha trovato la sua dimora ideale sui terreni vulcanici della Campania, esprimendo una personalità unica e inconfondibile, narrata attraverso leggende d’amore e tradizioni contadine.
Se si parla di vitigni autoctoni campani, l’attenzione si concentra spesso sui “grandi nomi” come Fiano, Greco o Falanghina.
Tuttavia, il territorio vesuviano custodisce gelosamente una gemma rara e affascinante: la Catalanesca. Questo vitigno a bacca bianca rappresenta un legame culturale e storico tra la Campania e la penisola iberica, offrendo un vino di grande carattere e originalità. Come suggerisce il nome, la Catalanesca non è originaria dell’Italia. La sua storia affonda le radici nel XV secolo ed è legata a una delle storie d’amore più celebri della Napoli aragonese.
La leggenda narra che sia stata introdotta in Campania da Alfonso I d’Aragona (Alfonso V di Castiglia, Re di Napoli), noto come “il Magnanimo”, intorno al 1450. Alfonso, un re guerriero ma anche un raffato mecenate, si innamorò perdutamente, ricambiato, della giovanissima e bellissima Lucrezia d’Alagno, una nobildonna locale.
Si racconta che il re, per dimostrare il suo amore e la sua devozione, donò a Lucrezia, che risiedeva a Torre del Greco, alcune preziose barbatelle provenienti dalla sua terra natia, la Catalogna, come pegno d’amore. Queste vigne furono piantate con cura sulle pendici del Monte Somma, la parte più antica del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, nei possedimenti terrieri della famiglia di Lucrezia.
L’aneddoto popolare
Per secoli, la Catalanesca è rimasta confinata in quest’area ristretta. I contadini del luogo la accolsero e la coltivarono, tramandandone la coltivazione di padre in figlio. Un aneddoto che circolava tra i filari riguardava la robustezza e la dolcezza dell’uva: a causa della sua buccia spessa e coriacea, e delle dimensioni generose dei suoi acini dorati, era considerata l’uva perfetta per la tavola dei nobili e dei re. Era così apprezzata come uva da tavola, che per lungo tempo fu classificata ufficialmente solo per questo uso, limitandone l’impiego vinicolo nel censimento del dopoguerra.
La zona di produzione della Catalanesca è estremamente circoscritta e comprende solo nove comuni alle falde del Monte Somma, dove i vigneti crescono a circa 500 metri sul livello del mare. Il terroir è dominato dai terreni vulcanici, ricchi di sabbia e minerali, che conferiscono al vino un’impronta unica. Ciò che colpisce della Catalanesca è la sua capacità di accumulare sia un’elevata quantità di zuccheri che una notevole acidità, caratteristiche che si traducono in vini di grande struttura, sapidità e longevità. Il vino ottenuto dalla Catalanesca si presenta con un colore giallo paglierino intenso, spesso con riflessi dorati che possono accentuarsi con l’invecchiamento.
Al naso, il bouquet è intenso, floreale e fruttato, con note che spaziano dai fiori bianchi e ginestra (tipica del Vesuvio) alla frutta a polpa gialla, come pesca e albicocca, arricchite da sfumature minerali e, a volte, da leggeri sentori muschiati.
In bocca, il vino è secco, sapido e persistente. L’equilibrio tra la morbidezza, l’acidità e la spiccata mineralità vulcanica crea un’esperienza gustativa complessa e armoniosa.
La sua versatilità lo rende un partner ideale per la cucina campana: eccellente con piatti di pesce come il pesce spada, si abbina perfettamente ai frutti di mare, ai formaggi freschi e, sorprendentemente, anche a piatti della pasticceria locale come la pastiera napoletana, grazie alla sua nota dolce intrinseca e alla buona struttura.
Da uva da tavola a vino d’eccellenza, la Catalanesca ha compiuto un percorso straordinario. Solo nel 2006 è stata riclassificata come uva da vino grazie a studi approfonditi, e nel 2011 ha ottenuto il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica (IGT)
Catalanesca del Monte Somma, permettendo ai produttori di valorizzarla in purezza.
Oggi rappresenta una delle espressioni più autentiche e identitarie del panorama enologico campano, un vino che racconta storie di popoli, di amori e, soprattutto, della terra potente e generosa del Vesuvio, un vero “oro del Vesuvio” che merita di essere scoperto e celebrato.
La storia della Catalanesca è la dimostrazione che, anche nel mondo del vino, l’amore vince sempre… o quasi. Sebbene la storia tra Alfonso e Lucrezia non abbia avuto un lieto fine (il Papa non concesse mai l’annullamento del matrimonio di lui), il loro dono ha lasciato un segno indelebile.
Oggi, sorseggiando un calice di Catalanesca del Monte Somma, non stiamo solo bevendo un eccellente vino bianco vulcanico: stiamo assaporando un pezzo di Spagna che si è innamorato della Campania, un vitigno che per secoli ha fatto il “finto tonto”
fingendosi uva da tavola, e che ora, finalmente libero da vincoli, racconta con orgoglio la sua vera, regale identità.
Un brindisi a questo vitigno caparbio, che ha resistito al tempo, ai capricci reali e persino ai burocrati, dimostrando che, quando la terra chiama, la vigna risponde con carattere.
Spero che questo viaggio tra i filari del Vesuvio e la storia affascinante della Catalanesca vi abbia incuriosito. Vi invito a cercare questo vino, ad assaporarlo e a lasciarvi trasportare dai profumi del vulcano e del mare.
Come amo dire: Il vino è emozione liquida. E la Catalanesca ne è la prova tangibile.
Cin cin e alla prossima storia!
Da Napoli, con passione, vi saluta Giovanni Scapolatiello, MisterWine.
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15 Settembre, 2025
Muristellu. Il Rosso Selvaggio che parla Nuragico
Un vitigno dimenticato, una terra indomita, un vino che non si lascia spiegare ma solo ascoltare.
Un Vitigno che Viene da Lontano.
Nel cuore della Sardegna, dove il tempo sembra essersi fermato tra nuraghi e silenzi millenari, cresce un vitigno che pochi conoscono e ancora meno osano vinificare in purezza: il Muristeddu, chiamato anche Muristellu o Bovaleddu. Il suo nome evoca radici profonde, forse più antiche di quanto la storia ufficiale voglia ammettere.
Alcuni lo collegano al Bovale spagnolo, portato sull’isola durante la dominazione aragonese. Ma studi genetici recenti suggeriscono una parentela con la vite selvatica sarda (Vitis vinifera sylvestris), una varietà che cresce ancora spontanea nei boschi del Supramonte. Se fosse confermato, il Muristeddu sarebbe uno dei pochi vitigni al mondo a discendere direttamente da ceppi preistorici.
Il Vino nella Civiltà Nuragica: Un’Eredità Liquida
Molto prima che il Muristeddu fosse vinificato, la Sardegna parlava già la lingua del vino. La civiltà nuragica, fiorita tra il 1800 e il 500 a.C., ha lasciato tracce indelebili di una cultura agricola e rituale in cui la vite aveva un ruolo centrale. Gli scavi archeologici nei siti di Monte Prama, Sant’Imbenia e Nora hanno restituito vinaccioli carbonizzati, coppe rituali e contenitori ceramici che testimoniano la presenza di una viticoltura arcaica.
Il vino, per i nuragici, era più di una bevanda: era un simbolo di connessione con il divino, un elemento sacro usato in cerimonie religiose e offerte votive. Le coppe ritrovate nei templi e nei pozzi sacri suggeriscono che bere vino fosse un atto rituale, forse riservato ai capi tribù o agli sciamani.
Il Muristeddu, con la sua rusticità e resistenza, sembra incarnare proprio quella memoria genetica della Sardegna nuragica. Ogni sorso è come un’eco di tamburi lontani, di fuochi accesi sotto le stelle, di racconti tramandati a voce.
Un Vino Che Non Imita Nessuno
Il Muristeddu non segue mode. Nel calice, si presenta con un rosso rubino profondo, quasi misterioso. Al naso, esplode in un bouquet di frutti rossi maturi, pepe nero, erbe selvatiche e note minerali. In bocca è tannico, austero, ma sorprendentemente armonico. Ha una struttura che ricorda certi rossi francesi di grande razza, ma con un’anima selvaggia e indomita. La persistenza è lunghissima, con ritorni balsamici e minerali che sembrano scolpiti nella roccia.
È il vino che berresti davanti a un fuoco acceso, mentre fuori ulula il maestrale.
Dove Nasce: La Valle dell’Oddoene
Le vigne di Muristeddu crescono in luoghi impervi, dove la viticoltura è ancora eroica. La valle dell’Oddoene, nei pressi di Dorgali, è uno dei suoi habitat più autentici. Qui, tra canyon dolomitici e suoli calcarei, le viti vengono allevate ad alberello, spesso senza irrigazione, in un clima che alterna estati torride a notti fresche e ventose.
Il risultato è un’uva concentrata, ricca di polifenoli, che riflette la lotta quotidiana tra la vite e la pietra. Ogni grappolo è un piccolo miracolo.
Curiosità Rare e Dettagli da Iniziati
Il Muristeddu è uno dei pochi vitigni sardi che non ha mai subito cloni commerciali: ogni ceppo è diverso, ogni vigneto è un microcosmo.
Alcuni produttori lo vinificano in anfore di terracotta, per esaltarne la componente minerale e la verticalità.
In alcune zone del Mandrolisai, viene ancora coltivato secondo pratiche arcaiche, con potature lunari e fermentazioni spontanee.
È uno dei pochi rossi sardi che può invecchiare oltre 20 anni, sviluppando note di cuoio, tabacco e spezie orientali.
Scheda Tecnica – Muristellu IGT Isola dei Nuraghi
Caratteristica
Dettaglio
Vitigno
Muristeddu (Bovale Sardo) 100%
Denominazione
IGT Isola dei Nuraghi
Zona di produzione
Valle dell’Oddoene, Dorgali (NU)
Altitudine
250–400 m s.l.m.
Suolo
Dolomitico-calcareo
Sistema di allevamento
Alberello sardo
Vinificazione
Fermentazione spontanea in acciaio o anfora
Affinamento
12–18 mesi in tonneaux o terracotta, 6 mesi in bottiglia
Gradazione alcolica
14–15%
Colore
Rosso rubino profondo
Note olfattive
Mirto, resina, grafite, pepe nero
Gusto
Tannico, minerale, persistente
Abbinamenti
Cinghiale in umido, formaggi erborinati, pane carasau con lardo e miele di corbezzolo
Conclusione: Un Vino per Chi Sa Ascoltare
Il Muristeddu non è per tutti. È per chi cerca un vino che racconti, non che intrattenga. È per chi ama la Sardegna non solo per le spiagge, ma per la sua anima profonda, aspra, autentica. È per chi sa che il vino, come la terra, ha bisogno di tempo, silenzio e rispetto.
Giovanni Scapolatiello
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15 Aprile, 2025
Merseguera. Simbolo di resilienza e tradizione
Merseguera chi? Ma chi poteva raccontarvi lo sconosciuto vitigno spagnolo se non il sottoscritto?
Quelle curiose esplorazioni, nasce proprio per stuzzicare la vostra curiosità. Oggi scopriamo insieme un vitigno quasi sconosciuto ma simbolo di resilienza, a noi piace essere resilienti.
Accumminciamm’ (Cit. Napoletana per dire “Iniziamo”).
Il vitigno Merseguera ha una storia affascinante che si intreccia con le tradizioni vinicole della Spagna orientale. Questa varietà di uva bianca è originaria della regione mediterranea, in particolare della Comunità Valenciana, dove è conosciuta anche con nomi come Verdosilla o Exquitsagos. La sua coltivazione si estende anche ad altre regioni spagnole, come Murcia, Castilla-La Mancha e persino alcune aree della Catalogna, come Tarragona e il Penedès.
Il Merseguera è stata storicamente apprezzata per la sua resistenza a condizioni climatiche difficili, come la siccità, rendendola ideale per le regioni con precipitazioni limitate. Tuttavia, per molti anni è stata sottovalutata e persino trascurata da alcuni viticoltori, portando a una riduzione delle superfici coltivate. Nonostante ciò, la varietà ha mantenuto un ruolo importante nella produzione di vini bianchi freschi e giovani, grazie alla sua capacità di adattarsi a diversi tipi di terreno e al suo ciclo di maturazione tardivo.
Oggi, il Merseguera è considerato un tesoro nascosto della viticoltura spagnola, con un potenziale ancora da esplorare. Alcuni produttori stanno riscoprendo questa varietà, valorizzandola in blend o in vini monovarietali che esprimono le sue caratteristiche uniche, come la freschezza e le note di frutta delicata. Sei curioso di sapere di più su come viene utilizzata oggi o sui vini prodotti con questa varietà? Continua a leggere.
Il Merseguera è una varietà di uva bianca originaria della Spagna, particolarmente diffusa nelle regioni di Alicante, Jumilla e Valencia. Noto per la sua capacità di adattarsi a climi caldi e secchi, cresce efficacemente anche in terreni poveri. Nonostante la sua resistenza e produttività, il Merseguera è meno conosciuto rispetto ad altre varietà di uva bianca.
Produce vini di colore giallo paglierino, spesso con riflessi brillanti. Al palato, i vini ottenuti da questa varietà si distinguono per la loro freschezza e leggerezza, con note aromatiche che richiamano frutti a polpa bianca, limone, finocchio e mandorla. Tuttavia, il Merseguera è generalmente considerato meno caratteristico rispetto ad altre varietà, motivo per cui viene spesso utilizzato in blend piuttosto che in vini monovarietali.
Grazie alla sua acidità moderata e al corpo leggero si abbina perfettamente a piatti di pesce, frutti di mare e primi piatti a base di riso o pasta. È ideale anche per accompagnare piatti mediterranei come la paella o sardine grigliate.
Nonostante la sua bassa acidità e il profilo aromatico delicato, il Merseguera è apprezzato per le sue qualità viticole, che lo rendono una scelta affidabile per i viticoltori in regioni con condizioni climatiche difficili. Inoltre, i vini prodotti con questa varietà sono raramente esportati, rendendoli una scoperta interessante per chi visita la costa mediterranea spagnola.
Se sei mai stato in Spagna o hai mai avuto l’occasione di assaggiare un vino a base di Merseguera, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi!
I vini prodotti con il Merseguera, grazia al loro profilo fresco e leggero, si prestano a una varietà di abbinamenti gastronomici, soprattutto con piatti mediterranei. Ecco alcune idee per esaltare al meglio le loro caratteristiche:
Pesce e frutti di mare: Ideali con pesce bianco alla griglia, calamari fritti o gamberi al vapore. La freschezza del vino bilancia perfettamente la delicatezza del pesce.
Piatti a base di riso: Perfetti con una paella valenciana o un risotto ai frutti di mare, dove il vino accompagna senza sovrastare i sapori.
Verdure grigliate o al forno: Zucchine, melanzane e peperoni grigliati si sposano bene con la leggerezza del Merseguera.
Formaggi freschi: Ottimo con formaggi come la ricotta o il caprino, che ne esaltano la freschezza.
Piatti leggeri di pasta: Come spaghetti alle vongole o pasta con verdure di stagione.
Questi abbinamenti mettono in risalto la versatilità del Merseguera, rendendolo un compagno ideale per pasti semplici ma gustosi.
Diverse le denominazioni di origine (DO) spagnole che lo vedono protagonista o comprimario:
Valencia DO: Qui si concentra circa il 70% della coltivazione di Merseguera in Spagna.
Alicante DO: Un’altra regione importante per la produzione di vini con questo vitigno.
Jumilla DO: Conosciuta per i suoi vini robusti, include anche il Merseguera tra le varietà coltivate.
Utiel-Requena DO: Una denominazione che valorizza diverse varietà autoctone, tra cui il Merseguera.
Queste regioni, situate nella Spagna orientale, offrono il clima mediterraneo ideale per la sua coltivazione, che si adatta bene a terreni poveri e condizioni climatiche calde e secche.
Le differenti denominazioni offrono caratteristiche poi diverse. Vediamole insieme!
Valencia DO: Questa regione produce una vasta gamma di vini, tra cui bianchi freschi e aromatici, rossi corposi e rosati fruttati. I vini bianchi spesso presentano note di agrumi e fiori, mentre i rossi sono intensi e strutturati, con aromi di frutta matura e spezie.
Alicante DO: Conosciuta per il suo vino dolce tradizionale, il Fondillón, Alicante offre anche rossi robusti e bianchi eleganti. I vini rossi sono spesso ricchi e complessi, con note di frutti rossi e cioccolato, mentre i bianchi tendono ad essere freschi e minerali.
Jumilla DO: Questa DO è famosa per i suoi vini rossi, principalmente prodotti con il vitigno Monastrell. I vini di Jumilla sono intensi, con aromi di frutta nera, spezie e un tocco di mineralità. Sono ideali per chi cerca vini potenti e ben strutturati.
Utiel-Requena DO: Situata nella provincia di Valencia, questa DO è nota per i suoi vini rossi e rosati, spesso prodotti con il vitigno Bobal. I rossi sono fruttati, con aromi di ciliegia, violetta e cioccolato, mentre i rosati sono freschi e vivaci1.
Meraviglioso come le diverse regioni offrano una tale varietà di stili e sapori da rendere unici gli abbinamenti dei diversi vini.
Dunque, Il Merseguera è un vitigno che, nonostante il suo profilo meno conosciuto, riveste un ruolo interessante nel panorama vinicolo spagnolo. La sua capacità di adattarsi a climi difficili e terreni aridi lo rende una risorsa preziosa per le regioni mediterranee come Valencia e Alicante. I vini che si ottengono da questa varietà si distinguono per la loro freschezza, leggerezza e versatilità, ideali per accompagnare la cucina mediterranea e per essere gustati in un contesto informale.
Sebbene sia spesso impiegato in blend, negli ultimi anni sta guadagnando attenzione come varietà monovitigno, grazie a produttori che ne stanno riscoprendo il potenziale e valorizzando le sue qualità intrinseche. La riscoperta di questo vitigno autoctono rappresenta anche un’opportunità per preservare e celebrare la diversità della viticoltura spagnola.
Mi piace pensare che il Merseguera sia un tale simbolo di resilienza e tradizione che merita un posto d’onore tra le varietà di uva bianca. Se non hai ancora avuto modo di provarlo, potrebbe essere un’esperienza interessante per scoprire un lato meno noto della produzione vinicola spagnola. Bodegas Volver, lo produce in monvarietale, con una bottiglia dall’etichetta davvero elegante dal nome “Madame Merseguera”.
Spero che il mio articolo abbia suscitato un po’ di curiosità in voi lettori e vi spinga a provare questa varietà davvero intrigante.
Un saluto “statev buon” (cit. Napoletana per dire arrivederci).
Giovanni Scapolatiello
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22 Marzo, 2025
ArviSionàdu. Il destino nel suo nome antico "segnato di bianco"
Dite la verità winelovers e appassionati, quante volte avete sentito parlare di questo millenario vitigno autoctono Sardo? E chi poteva presentarvelo se non colui al quale è stata dedicata una rubrica dal nome Quelle curiose esplorazioni?
Oggi la mia curiosità mi riporta in Sardegna, la mia seconda casa, per parlarvi di un vitigno più unico che raro, l’Arvisionadu.
Esiste una cantina in località Benetutti, che porta proprio il suo nome, Cantina Arvisionadu, che nasce con l’obiettivo di produrre vini di qualità e in particolare di valorizzare questo vitigno a bacca bianca dal nome particolare, appunto l’Arvisionadu. Un Unicum scientificamente documentato, coltivato dalla Cantina Arvisionadu che ha sede legale ad Olbia, ma i vigneti sono a Benetutti, località Luzzanas, nel Goceano, il cuore della Sardegna Centro Settentrionale, della quale racchiude profumi e sapori più genuini.
La Cantina nasce con l’obiettivo di produrre vini di qualità e di valorizzare il vitigno autoctono storico, appunto l’Arvisionadu, fra i più rari e antichi della Sardegna, fino a pochi anni fa quasi in via di estinzione. Il territorio, pregno di archeologia, sorgenti termali con il vitigno storico arvisionadu sono le principali peculiarità di Benetutti. La zona da sempre abitata per la fertilità del suolo, ha rilevanti testimonianze storico archeologiche: la Domus de Janas di Luzzanas, un ipogeo datato 6000 anni fa, con inciso in una parete un labirinto, le sorgenti termali Romane di Aquae Lesitanae, le monete romane trovate al momento dell’impianto del primo vigneto negli anni 50, ne sono un esempio. Vi scorre l’appena nascente fiume Tirso, il nome dal simbolo di Bacco, un auspicio per i nuovi vini prodotti dagli antichi romani da uve di vitis vinifera, uno è l’Arvi-Sionadu dal latino albu-signatu, di bianco segnato, per ricordare le cose buone. La sua diffusione è limitata a circa 20 ettari, la maggior parte piccoli vigneti familiari. A Benetutti se ne coltivano biologicamente 3 ettari: la Cantina è tra i maggiori produttori al mondo. Il profilo genetico è un unicum certificato dal CREA di Asti dal DBTS di Milano-Bicocca e da Agris Sardegna e pertanto è opportuno considerarlo un vero è proprio “Unicum”.
Ha superato il corso dei secoli, è sopravvissuto alla fillossera, ma era fino a pochi anni fa a un passo dall’estinzione: l’azienda l’ha fatto rinascere a nuova vita coinvolgendo le migliori competenze del comparto, quasi novelli Arvisionauti alla ricerca del vitigno unico. Le vigne, con al centro la cantina interrata, si trovano in località Luzzanas, terreno siliceo e argilloso, con le vicine acque sulfuree che affiorano dalle viscere della terra, altezza media di 350m. sensibili alle escursioni termiche, un’enclave dove l’Arvisionadu trova il suo Habitat naturale.
Produzione media è sotto i 60 quintali per ettaro. I vari appezzamenti del vigneto sono inframezzati da zone verdi di olivastri e antichi ulivi, tra rocce granitiche affioranti. La coltivazione è nel totale rispetto dell’ambiente, indispensabile premessa per ottenere un elevato livello qualitativo. Il processo di vinificazione che si segue è attentissimo, si segue con cura ogni fase della vinificazione e all’utilizzo controllato della tecnologia, unito alla tradizione per proteggere e valorizzare le caratteristiche uniche dei grappoli per esprimere al massimo tutte le finezze e le purezze del territorio. La raccolta dei grappoli è manuale e avviene a perfetta maturazione, la loro scrupolosa selezione, garantisce la qualità delle uve che vengono pressate in modo soffice appena raccolte.
La storia di questo meraviglioso vitigno è molto interessante e curiosa, ArviSionàdu o ArveSiniàdu o Albu-Signàdu, nome composto da Arvu e Signadu (di Bianco segnato in lingua Sarda) dal latino Albu Signatu, segnato con un fiocco bianco, col gesso, come facevano gli antichi romani (che avevano scoperto le acque termali curative di Benetutti, confinanti con la vigna di Luzzanas) per segnare le cose buone, dando loro una certificazione di qualità: Arvi-Sionádu, diventato nome distintivo, tale é giunto fino a noi. Lo studioso sassarese, Manca dell’Arca (1780) descrivendo le varietà di viti allora coltivate, lo chiama Arvu siniadu, dai grani prolungati e rari. Cettolini (1897) gli dà il nome di Arvusiniagu, il Cara, nel 1909, di Alvu-Signadu. Questa la certificazione del progetto Akinas coordinato da Agris Sardegna con il contributo di CREA-ENO di Asti, DBTBS Università Milano Bicocca aAerma: Corrispondenze italiane ed estere accertate per profilo genetico: nessuna. Vitigni che condividono almeno un allele per locus con quella in oggetto: nessuno.
Per questo vitigno non è stata trovata nessuna varietà corrispondente nelle banche dati disponibili, e pertanto è opportuno considerarlo un Unicum. Il destino nel suo nome antico segnato di bianco quasi come una veste che lo distinguesse dagli altri.
La visita alla cantina inizia proprio con il racconto di una storia affascinante che attraverso i secoli continua a vivere in ogni calice. Sono visibili i ruderi venuti alla luce nella preparazione del terreno per l’impianto della prima vigna negli anni Cinquanta. Le monete romane trovate furono donate al Museo di Cagliari. Ai margini del vigneto un nuraghe con all’interno della cortina una suggestiva fonte di tracimazione. Si può ammirare il panorama di tutto il Goceano da sempre abitato per la mitezza del clima e la fertilità del suolo, ricco di siti storici archeologici, famosa la vicina Domus de Janas di Luzzanas con nella parete il graffito di un labirinto, cerchi concentrici misteriosi incisi 6000 anni fa.
La coltivazione è attualmente biologica. L’idea di salvare il vigneto è di due amici e colleghi primari medici, amanti del buon vino: Angelo Taborelli e Pino Mulas col figlio Gianluca, spinti dalla bellezza dei luoghi, dal ricordo della festa contadina quando fu impiantato il primo vigneto negli anni 50 e la sfida di produrre un vino unico al mondo, da un vitigno mai dimenticato ma mai degnamente valorizzato. Se ne parla e si scrive tanto dei vitigni autoctoni storici della Sardegna, come l’Arvisionadu, ma a coltivarli, valorizzarli sono in pochi, ma decisi e li coltivano con passione ed amore.
La coltivazione è quasi sempre biologica, la produzione e la resa limitate, la vendemmia sempre manuale: insomma si punta tutto sulla qualità, e non poteva essere diversamente. In tanti incoraggiano e ammirano chi con tenacia valorizza e recupera vitigni quasi estinti, ma poi la legge del mercato non fa sconti, la pubblicità e la presenza alle manifestazioni vinicole ha dei costi difficili da sostenere, i vigneti sono spesso impiantati in zone difficili da raggiungere a causa delle strade di penetrazione agricole lasciate in abbandono, dove quasi sempre non arriva l’acqua pubblica per poter irrigare in caso di necessità.
Difficile, se non quasi impossibile organizzare una nuova strada del vino che forse servirebbe a complicare ulteriormente la già complicata e troppo variegata viabilità dei vini nata per facilitare la conoscenza dell’enologia sarda. Il vitigno Arvisionadu, coltivato da sempre nel Goceano, antichissimo, è solo grazie alla costanza dei motivati piccoli produttori, come la Cantina Arvisionadu, che ha ottenuto riconoscimenti esaltanti in ambito regionale, nazionale ed internazionale, grazie anche all’attenta cura e professionalità dell’enologo Dr. Andrea Pala, presidente dei Giovani enologi Italiani e premiato come migliore giovane enologo.
L’Arvisionadu offre un profilo organolettico unico e affascinante. Ecco alcune delle sue note di degustazione tipiche:
Colore: Giallo dorato brillante, talvolta con riflessi smeraldini.
Profumi: Al naso emergono sentori di fiori gialli come elicriso e camomilla, accompagnati da note di erbe aromatiche locali, come finocchietto selvatico e anice stellato. Si possono percepire anche accenni di frutta a polpa bianca, albicocca e frutta secca.
Gusto: In bocca è fresco, sapido ed equilibrato, con una buona persistenza. La sua acidità vivace lo rende un vino giovane e dinamico, ma con una struttura solida che può evolvere nel tempo.
Caratteristiche uniche: Alcune versioni affinate in legno presentano morbidi accenni tannici e una maggiore complessità aromatica.
Questo vitigno millenario, coltivato con cura e spesso in regime biologico, riesce a catturare l'essenza del territorio sardo, rendendolo un vero gioiello enologico.
Con il suo profilo fresco, sapido ed elegante, è un compagno ideale per molti piatti, specialmente quelli che valorizzano la tradizione culinaria sarda.
Ecco alcune idee per abbinarlo al meglio:
Antipasti: Si sposa bene con formaggi freschi o a media stagionatura, come la ricotta mustia o il pecorino sardo dolce. Ottimo anche con antipasti di mare, come carpacci di pesce spada o gamberi.
Primi piatti: Perfetto con piatti a base di pesce o verdure, come i malloreddus al sugo di frutti di mare o risotti agli asparagi. Anche i culurgiones di patate conditi con burro e salvia trovano un abbinamento sorprendente.
Secondi piatti: Ideale per pesce grigliato, come orata o spigola, oppure per carni bianche leggere, come pollo arrosto alle erbe aromatiche.
Piatti della tradizione: Ottimo con piatti sardi tipici, come la fregola ai frutti di mare o il porceddu accompagnato da contorni freschi.
Dolci: Per il suo carattere versatile, può accompagnare dolci a base di mandorle o miele, come le seadas, grazie alla loro armonia con le note floreali del vino.
Questo vitigno sa catturare l’essenza della cucina mediterranea e si presta a esaltare sapori autentici e genuini.
Cosa aspetti? Ricordate se vi trovate a visitare la cantina, ditegli che vi mando io.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano, curioso, ti sfido a trovare un altro vitigno unico come unica è la Sardegna.
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12 Marzo, 2025
Bodega El Grifo Lanzarote. La Bodega più antica delle Isole Canarie
Di dove sei?
Sono di Napoli
Ah il Vesuvio, i Campi Flegrei, ma non hai paura? Io sono, figlio fiero di questa terra. La paura? I nostri genitori non ci insegnano ad aver paura, non hanno mai usato questo termine, per tanto, la paura, anche se è un sentimento innato nell’uomo, o il concetto che esprime il dover trasmettere paura, è una cosa che non ci appartiene. Noi, “O’ Gigant Buon” (il gigante buono, cosi viene chiamato il Vesuvio), oppure la Solfatara dei Campi Flegrei con il suo bradisismo, li rispettiamo, sono li come cornice alla nostra vita e ci ricordiamo di loro solo se qualcuno ce lo ricorda, o se arriva qualche scossa. La vita di chi vive in questi territori è intensa, però non è quell’’intensità da stress lavorativo, o della routine quotidiana, qui si vive inconsciamente, sapendo che oggi è oggi, domani chi lo sà, chi vive qui, raccoglie sempre il massimo da tutte le giornate. Ogni giorno è l’ultimo, ma non vissuto come esistenza sulla terra, ma come obbiettivo per fare ciò che di solito nella vita si rimanda. Abbracciare una mamma, prendere il caffè con un amico, fare quella telefonata che si è rimandata per troppo tempo. Noi siamo figli dell’oggi e non del domani, viviamo intensamente il presente, il futuro non è che non ci appartiene, o non siamo bravi a programmarlo, ma siamo troppo concentrati ad essere felici oggi e se domani continueremo ad esserlo, saremo ancora più felici. Questa ampia è doverosa premessa, nasce per introdurvi un territorio vulcanico come la mia Napoli, un’altra terra dove i vulcani scandiscono il ritmo del tempo, modificano territori e condizionano gusti. Oggi vi porto a Lanzarote, alla scoperta della cantina più antica delle Isole Canarie. Signori e Signore Bodega El Grifo e a presentarci la Bodega troviamo Stefano Crumeni, italiano che lavora da anni alle Canarie e si occupa del commerciale della Bodega. Ciao Stefano, innanzitutto desidero ringraziarti per il tempo che mia hai concesso e per la pazienza. Puoi raccontarci qual è la storia della Bodega El Grifo e come è diventata una delle più antiche delle Isole Canarie? Giovanni grazie a te per aver pensato a Bodega El Grifo per il tuo racconto ed un saluto a tutti i lettori. Il Grifo fu fondato nel 1775 pochi anni dopo l’eruzione del vulcano Timanfaya . Ininterrottamente ha prodotto vino da quell’anno fino ad oggi. Nel 2025 compie 250 anni di storia e innovazione, siamo i pionieri del vino nelle isole canarie. Raccontaci, come mai questo nome ovvero El Grifo? Il nome proviene dalla zona dove sorge la cantina, prima delle grandi eruzioni c’erano poche case sparse di agricoltori. Giovanni : Quali sono le principali varietà di uva coltivate nei vostri vigneti? L’uva più coltivata nelle nostre vigne a piede franco è la Malvasia vulcanica. Varietà autoctona. Abbiamo anche una parte secolare con piante centenarie di Moscatel di Alessandria. I viticoltori locali lavorano anche le uve Listan negro, Listan blanco e Vijariego Io ho avuto la possibilità di assaggiare i vostri vini ovviamente e ne sono rimasto colpito. Puoi spiegarci le tecniche di coltivazione utilizzate per proteggere le viti dai venti forti? Certo. La tecnica di coltivazione e’ abbastanza particolare per raggiungere la terra fertile coperta della lava si creano dei buchi nella cenere vulcanica. Per proteggere le piante dal vento si realizzano dei muri a secco con le pietre del vulcano. Quali sono le caratteristiche uniche del terroir di Lanzarote che influenzano la produzione del vino? Possiamo dire che le principali caratteristiche del nostro terroir sono la mineralità e la salinità che si trovano nei nostri vini come caratteristica distintiva. Avete vini premiati? Cosa li rende così speciali? I nostri vini piu premiati sono MALVASIA LIAS, MALVASIA COLECCION, TINTO ARIANA. A renderli speciali è il tipo di uva che si utilizza, dagli aromi che sprigiona il vino, frutta tropicale, aromi floreali etc.e sbuffi sulfurei. Quali sono le principali sfide che affrontate nella produzione del vino in un ambiente vulcanico? Diciamo pure che negli ultimi anni ciò che è diventata una vera e propria sfida è il cambiamento climatico, il terroir non rappresenta una sfida ma una possibilità di produrre vini unici, si cerca di vendemmiare in inverno per cercare di avere più acqua disponibile per le piante. Quali sono i progetti futuri della Bodega El Grifo? Ci saranno tante novità e tanti progetti futuri. Tra i più importanti, posso spoilerare la totale produzione ecologica, la sostenibilità della cantina senza emissioni, vinificazioni in Anfora e sfere di cemento. Abbiamo in atto uno studio riguardante il cambio climatico, ci siamo resi conto che se anticipiamo la potatura a settembre delle piante e raccogliamo le uve in inverno otteniamo dei buoni risultati in un momento dell’anno dove abbiamo un poco piu di acqua. Quali sono le pratiche sostenibili adottate dalla bodega per la produzione del vino? La cantina produce energia elettrica con pannelli solari, lavoriamo con ORESTEO un impianto di recupero del CO2 per non disperdere nell’aria. Come influisce il clima di Lanzarote sulla qualità e il gusto dei vostri vini? Lanzarote ha un clima arido semidesertico quindi influisce tanto la mancanza d’acqua negli zuccheri del mosto. Facendo una considerazione scontata, ovvero, l’invasione di turismo che le Isole Canarie stanno affrontando nelì’ultimo perido, la Bodega offre esperienze enoturistiche particolari, come passeggiate nei vigneti o cene in cantina? Ovviamente, grazie per avermi dato la possibilità di parlarne, brevemente, offriamo visite in cantina in 5 lingue, degustazioni di vino guidate dal nostro personale. Pefetto Stefano, direi una breve ma intensa chiacchierata. Non ci resta che salutarci e darci appuntamento in Bodega. A nome di Bodega El Grifo, ti ringraziamo Giovanni per aver pensato a noi, un saluto a tutti i tuoi lettori. Vi Aspettiamo a Lanzarote2. Non ci resta che salutarci con la raccomandazione, che se dovesse passare per Bodega El Grifo a Lanzarote, dite che vi manda Mister Wine. Seguitemi perchè i miei articoli Song O’Terremot!!! (trad.Sono il terremoto, modo di dire a Napoli di una cosa che ti colpisce e sconvolge nel senso positivo). Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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Sono di Napoli
Ah il Vesuvio, i Campi Flegrei, ma non hai paura? Io sono, figlio fiero di questa terra. La paura? I nostri genitori non ci insegnano ad aver paura, non hanno mai usato questo termine, per tanto, la paura, anche se è un sentimento innato nell’uomo, o il concetto che esprime il dover trasmettere paura, è una cosa che non ci appartiene. Noi, “O’ Gigant Buon” (il gigante buono, cosi viene chiamato il Vesuvio), oppure la Solfatara dei Campi Flegrei con il suo bradisismo, li rispettiamo, sono li come cornice alla nostra vita e ci ricordiamo di loro solo se qualcuno ce lo ricorda, o se arriva qualche scossa. La vita di chi vive in questi territori è intensa, però non è quell’’intensità da stress lavorativo, o della routine quotidiana, qui si vive inconsciamente, sapendo che oggi è oggi, domani chi lo sà, chi vive qui, raccoglie sempre il massimo da tutte le giornate. Ogni giorno è l’ultimo, ma non vissuto come esistenza sulla terra, ma come obbiettivo per fare ciò che di solito nella vita si rimanda. Abbracciare una mamma, prendere il caffè con un amico, fare quella telefonata che si è rimandata per troppo tempo. Noi siamo figli dell’oggi e non del domani, viviamo intensamente il presente, il futuro non è che non ci appartiene, o non siamo bravi a programmarlo, ma siamo troppo concentrati ad essere felici oggi e se domani continueremo ad esserlo, saremo ancora più felici. Questa ampia è doverosa premessa, nasce per introdurvi un territorio vulcanico come la mia Napoli, un’altra terra dove i vulcani scandiscono il ritmo del tempo, modificano territori e condizionano gusti. Oggi vi porto a Lanzarote, alla scoperta della cantina più antica delle Isole Canarie. Signori e Signore Bodega El Grifo e a presentarci la Bodega troviamo Stefano Crumeni, italiano che lavora da anni alle Canarie e si occupa del commerciale della Bodega. Ciao Stefano, innanzitutto desidero ringraziarti per il tempo che mia hai concesso e per la pazienza. Puoi raccontarci qual è la storia della Bodega El Grifo e come è diventata una delle più antiche delle Isole Canarie? Giovanni grazie a te per aver pensato a Bodega El Grifo per il tuo racconto ed un saluto a tutti i lettori. Il Grifo fu fondato nel 1775 pochi anni dopo l’eruzione del vulcano Timanfaya . Ininterrottamente ha prodotto vino da quell’anno fino ad oggi. Nel 2025 compie 250 anni di storia e innovazione, siamo i pionieri del vino nelle isole canarie. Raccontaci, come mai questo nome ovvero El Grifo? Il nome proviene dalla zona dove sorge la cantina, prima delle grandi eruzioni c’erano poche case sparse di agricoltori. Giovanni : Quali sono le principali varietà di uva coltivate nei vostri vigneti? L’uva più coltivata nelle nostre vigne a piede franco è la Malvasia vulcanica. Varietà autoctona. Abbiamo anche una parte secolare con piante centenarie di Moscatel di Alessandria. I viticoltori locali lavorano anche le uve Listan negro, Listan blanco e Vijariego Io ho avuto la possibilità di assaggiare i vostri vini ovviamente e ne sono rimasto colpito. Puoi spiegarci le tecniche di coltivazione utilizzate per proteggere le viti dai venti forti? Certo. La tecnica di coltivazione e’ abbastanza particolare per raggiungere la terra fertile coperta della lava si creano dei buchi nella cenere vulcanica. Per proteggere le piante dal vento si realizzano dei muri a secco con le pietre del vulcano. Quali sono le caratteristiche uniche del terroir di Lanzarote che influenzano la produzione del vino? Possiamo dire che le principali caratteristiche del nostro terroir sono la mineralità e la salinità che si trovano nei nostri vini come caratteristica distintiva. Avete vini premiati? Cosa li rende così speciali? I nostri vini piu premiati sono MALVASIA LIAS, MALVASIA COLECCION, TINTO ARIANA. A renderli speciali è il tipo di uva che si utilizza, dagli aromi che sprigiona il vino, frutta tropicale, aromi floreali etc.e sbuffi sulfurei. Quali sono le principali sfide che affrontate nella produzione del vino in un ambiente vulcanico? Diciamo pure che negli ultimi anni ciò che è diventata una vera e propria sfida è il cambiamento climatico, il terroir non rappresenta una sfida ma una possibilità di produrre vini unici, si cerca di vendemmiare in inverno per cercare di avere più acqua disponibile per le piante. Quali sono i progetti futuri della Bodega El Grifo? Ci saranno tante novità e tanti progetti futuri. Tra i più importanti, posso spoilerare la totale produzione ecologica, la sostenibilità della cantina senza emissioni, vinificazioni in Anfora e sfere di cemento. Abbiamo in atto uno studio riguardante il cambio climatico, ci siamo resi conto che se anticipiamo la potatura a settembre delle piante e raccogliamo le uve in inverno otteniamo dei buoni risultati in un momento dell’anno dove abbiamo un poco piu di acqua. Quali sono le pratiche sostenibili adottate dalla bodega per la produzione del vino? La cantina produce energia elettrica con pannelli solari, lavoriamo con ORESTEO un impianto di recupero del CO2 per non disperdere nell’aria. Come influisce il clima di Lanzarote sulla qualità e il gusto dei vostri vini? Lanzarote ha un clima arido semidesertico quindi influisce tanto la mancanza d’acqua negli zuccheri del mosto. Facendo una considerazione scontata, ovvero, l’invasione di turismo che le Isole Canarie stanno affrontando nelì’ultimo perido, la Bodega offre esperienze enoturistiche particolari, come passeggiate nei vigneti o cene in cantina? Ovviamente, grazie per avermi dato la possibilità di parlarne, brevemente, offriamo visite in cantina in 5 lingue, degustazioni di vino guidate dal nostro personale. Pefetto Stefano, direi una breve ma intensa chiacchierata. Non ci resta che salutarci e darci appuntamento in Bodega. A nome di Bodega El Grifo, ti ringraziamo Giovanni per aver pensato a noi, un saluto a tutti i tuoi lettori. Vi Aspettiamo a Lanzarote2. Non ci resta che salutarci con la raccomandazione, che se dovesse passare per Bodega El Grifo a Lanzarote, dite che vi manda Mister Wine. Seguitemi perchè i miei articoli Song O’Terremot!!! (trad.Sono il terremoto, modo di dire a Napoli di una cosa che ti colpisce e sconvolge nel senso positivo). Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
24 Febbraio, 2025
Via Mari 10. Il vigneto più piccolo del mondo
Quando ho deciso di scrivere per WineTales Magazine, mi sono fermato un attimo e tra me e me ho pensato: Dovrò superarmi. Si, perché, la mia curiosità, che mi contraddistingue, non sarebbe bastata. Non vi dico l’ansia che aumentava quando Ivan mi ha comunicato il nome che avrebbe avuto la mia rubrica, ovvero Quelle curiosi esplorazioni. In quel momento ho realizzato l’idea che mi fossi messo in una brutta situazione, a Napoli si dice Nu brutt guaio. Scherzi a parte, ho trovato pane per i miei denti. Adoro spingermi oltre le mie possibilità e capacità ed è stato proprio questo il volano giusto non solo affinché accettassi l’incarico, ma a trovare sempre nuove e Curiose esplorazioni.
A Reggio Emilia, edificio di Via Mari 10 si trova il vigneto più piccolo del mondo. Beh, non sarà una scoperta, ma oggi ve lo presento a modo mio.
Nel cuore del centro storico di Reggio Emilia, tra i tetti rossi della città, si trova il vigneto più piccolo del mondo, il Via Mari 10. Questo straordinario vigneto di Sangiovese, sospeso tra le nuvole, rappresenta un simbolo di emancipazione e apolidia, privo di un terroir fisso, ma profondamente radicato nella cultura e nell’identità italiana. In un panorama enologico ricco e variegato, il vigneto di Via Mari 10 emerge come un gioiello nascosto, capace di incantare gli amanti del vino e i visitatori occasionali. Questo vigneto rappresenta non solo una tradizione vitivinicola consolidata, ma anche un esempio di sostenibilità e innovazione.
La terra che nutre le piante del Via Mari 10 è un mix di argilla, calcare, ghiaia e terreno siliceo, proveniente da tutte le regioni italiane. Questo assemblaggio unico di suoli conferisce alle viti una complessità e una ricchezza senza pari. Le viti, allevate a terra nel cavedio, si arrampicano verso il terrazzo del vigneto, che affonda le sue radici in una tradizione che risale a generazioni passate. Fondato da una famiglia di viticoltori appassionati, il vigneto è cresciuto e si è evoluto nel tempo, mantenendo però intatti i valori fondamentali di qualità e rispetto per l’ambiente.
Ogni vendemmia rappresenta un momento di celebrazione, in cui la comunità si riunisce per raccogliere i frutti del lavoro svolto con dedizione. Il vigneto si estende su una superficie di diversi ettari, dove si coltivano varietà di uva autoctone e internazionali. Tra le varietà più apprezzate ci sono il Sangiovese, il Merlot e la Trebbiano, ognuna delle quali contribuisce a creare vini di straordinaria qualità. Ogni annata è caratterizzata da un’attenzione maniacale ai dettagli, dalla potatura alla raccolta, passando per la vinificazione, che avviene in cantina con metodi tradizionali e tecniche all’avanguardia.
Il vigneto è una meraviglia per la ragione e la creatività. Sottrarre un vigneto all’ambiente consueto e portarlo sui tetti rossi crea uno spaesamento sensoriale, trasformandolo in un’installazione artistica che stimola la percezione e l’immaginazione. Questo vigneto sospeso tra le nebbie cittadine diventa un’opera concettuale, un simbolo di connessione tra uomo e natura. I vini prodotti sono il riflesso del terroir unico del luogo, con aromi e sapori che raccontano la storia del terreno, del clima e della passione dei viticoltori. Ogni bottiglia è un viaggio unico, capace di trasmettere l’essenza del vigneto di Via Mari 10. Le piante sono nutrite con uova, banane, alghe marine e escrementi di usignolo. Inoltre, le voci e i suoni delle varie etnie presenti negli appartamenti circostanti arricchiscono e contaminano l’uva, creando un legame unico tra la vigna e l’ambiente urbano.
Uno degli aspetti più interessanti del vigneto è il suo impegno per la sostenibilità. Attraverso pratiche agricole rispettose dell’ambiente, come l’uso di fertilizzanti naturali e la gestione integrata delle risorse idriche, il vigneto di Via Mari 10 si propone di ridurre al minimo l’impatto ambientale della propria attività. Inoltre, l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della cantina è un chiaro esempio di una visione orientata al futuro. Il paesaggio che circonda il vigneto è composto da obelischi impervi, guglie appuntite, campanili inaccessibili, vie strette e tortuose, piazze deserte e piazze affollate. Questo scenario è un avvertimento per chi desidera vivere nella nostra civiltà spettacolare. Il Via Mari 10 esprime la sua essenza attraverso il sapore, come una poesia lo fa con le parole.
Il paesaggio si trasforma in un luogo ideale ma allo stesso tempo non più riconoscibile, creando una percezione unica dell’universo in cui il vigneto si trova, pensa e si muove. Questo rende il Via Mari 10 un bene edonistico di alta qualità, in cui la comunicazione tra la vigna e l’uomo che la coltiva è un fatto reale e tangibile.
La vigna è un’opera d’arte. I due tutori su cui i tralci maturano l’uva sono opere di Oscar Accorsi, basate sulla doppia elica del DNA come modello visivo. Le due sculture, con ritmi diversi, rappresentano graficamente due onde sonore, con ventri in fase negativa e positiva. Questo complesso armonioso esalta gli acini con musicalità, e quando vengono pigiati risuonano.
Prima di stappare una bottiglia di Via Mari 10, è consigliabile farla vibrare con note musicali, avvicinandola alla cassa di un violino, per assistere allo spettacolo delle onde sonore che fanno vibrare le molecole organiche addormentate dal lungo invecchiamento. L’utilizzo della metafora dell’onda sonora, non ha l’obiettivo di rappresentare il vino, ma creare una forma e un colore con un suono interno che risuoni con le immagini del mondo spirituale, causando vibrazioni nell’anima. La tecnologia diventa organica e la natura tecnologica, costringendo la storia a passare sopra i 20 metri quadrati del terrazzo.
Il vigneto di Via Mari 10 è un gioiello urbano che unisce storia, arte e innovazione, trasformando la percezione del vino e del paesaggio urbano. Un esempio straordinario di come la creatività e la passione possano dar vita a un’opera unica nel suo genere.
Via Mari 10 è aperto per visite e degustazioni, offrendo ai visitatori l’opportunità di esplorare il mondo del vino in un ambiente accogliente e informale. Le visite guidate permettono di scoprire ogni fase della produzione, dalla vite alla bottiglia, e di apprendere le tecniche di degustazione per apprezzare al meglio le sfumature dei vini. Le degustazioni, accompagnate da prodotti tipici locali, rappresentano un momento di convivialità e scoperta, rendendo ogni visita un’esperienza memorabile.
Il vigneto di Via Mari 10 non è solo un luogo dove si producono vini di qualità, ma è anche un simbolo di passione, tradizione e innovazione. Con il suo impegno per la sostenibilità e la sua attenzione ai dettagli, continua a conquistare il cuore degli appassionati di vino, contribuendo a scrivere una nuova pagina nella storia della viticoltura locale. Se siete in cerca di un’esperienza autentica e immersiva nel mondo del vino, una visita a questo vigneto è un must.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano chiù curioso ro munn (Trad. “più curioso del mondo”).
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27 Gennaio, 2025
L'arte del vino, il vino dell'arte
Quando ho iniziato la mia avventura raccontando il vino, secondo la mia esperienza, mi sono sempre soffermato su un aspetto, ovvero, cercare e scoprire piccoli aneddoti e curiosità, che nessuno cercava, legati a questo meraviglioso mondo così variegato. La curiosità mi ha sempre contraddistinto in tutto quello che ho fatto nella mia vita, una frase sulla curiosità, che spesso mi ha accompagnato, racchiude l’essenza di quello che per me è la curiosità.
Perché quando un uomo costruisce un muro, l’uomo accanto ha subito bisogno di sapere cosa c’è dall’altra parte? (cit.George RR Martin).
Non c’è niente da fare, siamo insanabilmente curiosi!
Ed è per questo che ho accettato di scrivere per WinetalesMagazine, perché mi hanno dato l’opportunità di avere una rubrica tutta mia che dava spazio alla mia curiosità intitolata.
Quelle curiose esplorazioni, titolo più azzeccato di questo non lo si poteva trovare.
”Ma nun perdimm tiemp”
(Trad. “Non perdiamo tempo”), perché oggi vi porto in Spagna, precisamente a Salas Altas (Huesca) nella famosa D.O.P. Somontano dove nasce Bodega Enate. Piccola parentesi doverosa sul territorio dove ci troviamo. Siamo nel cuore della provincia di Huesca e ai piedi dei Pirenei, la Denominazione di Origine Somontano è stata costituita nel 1984. Solo sette anni dopo, con la sua nascita, Bodega Enate si è unita a questo progetto. Dalla sua costituzione, la D.O.P. è cresciuta positivamente, con un aumento progressivo di nuove cantine, che contribuiscono a potenziare e consolidare questa Denominazione. La Denominazione di Somontano ha circa 4.000 ettari dedicati alla coltivazione della vite, distribuiti in 43 comuni, nella comarca del Somontano di Barbastro. Attualmente conta 30 cantine e 334 viticoltori. La zona della D.O.P. Somontano si trova a un’altitudine compresa tra i 350 e i 1.000 metri sul livello del mare. Il clima è caratterizzato da inverni freddi, estati calde e bruschi cambiamenti di temperatura alla fine della primavera e dell’autunno. La temperatura media annuale è di 11 ºC. Perché ho deciso di parlare di Bodega Enate? Perché questa meravigliosa realtà ha unito due tipi d’arte, quella della produzione del vino, abbinata ad un museo di arte contemporanea all’interno della sua cantina. Il Team di Bodega Enate coniuga il design e la tecnologia più moderni con un rigoroso rispetto per la tradizione vitivinicola. La loro filosofia cerca di distinguersi attraverso il connubio con l’arte contemporanea. È impensabile una cantina senza vino e dunque ENATE ha realizzato che l’arte fosse l’essenza della sua identità, due concetti che nascono insieme e si arricchiscono reciprocamente. Oggi, ENATE è sia cantina che museo, enoteca e sala d’arte. Le sue botti e le sue pareti riassumono i grandi vini di Spagna, abitati dal genio dei grandi creatori spagnoli e internazionali. La cantina e i suoi vini devono il loro nome a un piccolo comune situato nella D.O.P. Somontano, Enate nella regione Huesca. Situato a circa 20 km dalla cantina e sulle rive del fiume Cinca, nella sua valle si trova una delle maggiori piantagioni di vigneti della cantina, tra cui la famosa parcella 234, che dà il nome al suo chardonnay più conosciuto. Bodega Enate nasce nl 1991 e l’anno successivo avviene la sua prima vendemmia. Ed è proprio nel 1992 che Enate inaugura una collezione di arte contemporanea con opere di artisti nazionali e internazionali. Da allora, ciascuno dei suoi vini è associato a un artista di riconosciuto prestigio, figurando sull’etichetta un’opera di sua creazione realizzata appositamente per la cantina. Etichette che offrono al consumatore la possibilità di godere della bellezza di un’immagine aggiunta ai complessi sapori e aromi del vino. Antonio Saura, pittore spagnolo residente in Francia per gran parte della sua vita, è stato il primo artista a vestire una delle bottiglie, quella del Chardonnay fermentato in barrique. Un’opera che con il tempo è diventata uno dei simboli con cui si identifica la bodega. La collezione di etichette della cantina si è arricchita con opere di artisti spagnoli e internazionali, oggi vanta una Sala d’Arte che espone più di 400 opere che danno luogo a una vera e propria collezione privata, diventando così una delle pinacoteche più importanti di Spagna d’Arte Contemporanea e unica per la sua relazione diretta tra arte e vino. Nomi come Antoni Tàpies, Eduardo Chillida, Rafael Canogar, Antonio Saura, José Manuel Broto, Víctor Mira, Pepe Cerdá, Salvador Victoria, José Beulas, Gustavo Torner, Frederic Amat o Eduardo Arroyo e molti altri, fanno parte del gruppo di artisti che hanno collaborato con Bodega Enata e che possono essere ammirati nella Sala d’Arte della cantina durante tutto l’anno. Così, anche le etichette sono state, fin dalla prima bottiglia, una finestra sull’arte contemporanea. Durante questi oltre trent’anni in cui ha imbottigliato e etichettato vini, la bodega ha prodotto più di 100 milioni di riproduzioni di oltre cinquanta opere d’arte contemporanea. Inoltre, più di 30 milioni di queste opere d’arte hanno viaggiato in oltre quaranta paesi di tutto il mondo. Anche la cantina ha puntato sul futuro, realizzando dal 1997 la Borsa di Studio di Arte ENATE come strumento di impegno sia con giovani creatori che con professionisti di lunga carriera. Da allora, un totale di dieci artisti sono stati borsisti. Artisti del calibro di; Eva Armisén, Patricia Albajar, Mapi Rivera, Andrés Begué, Ángel Masip, Alfonso Ascunce, Gema Rupérez, Viviana Guasch, Charo Carrera e Jorge Fin, fanno parte della collezione artistica della cantina. Enate nel marzo 2020 ha avviato la prima formazione d’arte in Aragona, A3RTE, insieme a Impact Hub Zaragoza, diretta a fornire agli artisti emergenti aragonesi gli strumenti per elevarsi come artisti e creare impatto con la loro opera. La cura ai dettagli e al solidale di questa cantina è enorme. Infatti nel 2002 sulle etichette viene incorporato il linguaggio Braille, dopo un anno di ricerca. Il primo vino a riportarlo in etichetta fù proprio l’ENATE Chardonnay-234. Nel 2010 nascono i primi vini solidali insieme a diverse organizzazioni. Il primo vino solidale di ENATE è nato in collaborazione al Rotary Club di Huesca e successivamente, il Vino dell’Amicizia insieme ad ATADES, il Vino Amico insieme a Valentia Social, o il Rosato Solidale. Seguono anni di successi e riconoscimenti, ma Enate non lascia nulla al caso e nel 2021 inaugura “Il Club Enate”, un punto di incontro per gli amanti del vino, visto come uno spazio in cui godere dell’arte del vino e della pittura. Un club rivolto agli appassionati che desiderano ampliare la loro esperienza, migliorare le loro conoscenze e condividere momenti tra vino e arte in un unico posto. La cantina in Spagna recita un ruolo fondamentale anche sotto l’aspetto dell’enoturismo, infatti offre un’esperienza unica. Oltre alla visita ai vigneti, il viaggiatore può affacciarsi su una varietà insolita di paesaggi unici. ENATE organizza visite guidate dal lunedì al sabato, in spagnolo, francese e inglese. La visita “L’arte del vino” include una passeggiata tra le sue strutture, seguendo il processo dell’uva fino alla sua trasformazione in vino mentre si effettua una degustazione e una visita della Sala d’Arte. ENATE offre diverse esperienze enoturistiche personalizzate con cui scoprire l’essenza del territorio di Somontano e avvicinarsi alla cultura del vino e dell’arte contemporanea. In conclusione, Bodega ENATE non è solo un luogo dove si produce vino di alta qualità, ma è anche un punto di incontro per gli amanti dell’arte e della cultura. Con la sua dedizione alla tradizione vitivinicola e il suo impegno per l’innovazione, ENATE rappresenta un perfetto connubio tra passato e futuro. Le sue iniziative enoturistiche, le degustazioni e le esperienze personalizzate offrono ai visitatori un’immersione completa nel mondo del vino e dell’arte contemporanea. Visitare ENATE significa non solo assaporare vini eccellenti, ma anche vivere un’esperienza unica che celebra la bellezza e la creatività in tutte le sue forme. Se andate in Spagna, fossi in voi una visita la farei, parola di Mister Wine!!! Statev buon! Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni
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(Trad. “Non perdiamo tempo”), perché oggi vi porto in Spagna, precisamente a Salas Altas (Huesca) nella famosa D.O.P. Somontano dove nasce Bodega Enate. Piccola parentesi doverosa sul territorio dove ci troviamo. Siamo nel cuore della provincia di Huesca e ai piedi dei Pirenei, la Denominazione di Origine Somontano è stata costituita nel 1984. Solo sette anni dopo, con la sua nascita, Bodega Enate si è unita a questo progetto. Dalla sua costituzione, la D.O.P. è cresciuta positivamente, con un aumento progressivo di nuove cantine, che contribuiscono a potenziare e consolidare questa Denominazione. La Denominazione di Somontano ha circa 4.000 ettari dedicati alla coltivazione della vite, distribuiti in 43 comuni, nella comarca del Somontano di Barbastro. Attualmente conta 30 cantine e 334 viticoltori. La zona della D.O.P. Somontano si trova a un’altitudine compresa tra i 350 e i 1.000 metri sul livello del mare. Il clima è caratterizzato da inverni freddi, estati calde e bruschi cambiamenti di temperatura alla fine della primavera e dell’autunno. La temperatura media annuale è di 11 ºC. Perché ho deciso di parlare di Bodega Enate? Perché questa meravigliosa realtà ha unito due tipi d’arte, quella della produzione del vino, abbinata ad un museo di arte contemporanea all’interno della sua cantina. Il Team di Bodega Enate coniuga il design e la tecnologia più moderni con un rigoroso rispetto per la tradizione vitivinicola. La loro filosofia cerca di distinguersi attraverso il connubio con l’arte contemporanea. È impensabile una cantina senza vino e dunque ENATE ha realizzato che l’arte fosse l’essenza della sua identità, due concetti che nascono insieme e si arricchiscono reciprocamente. Oggi, ENATE è sia cantina che museo, enoteca e sala d’arte. Le sue botti e le sue pareti riassumono i grandi vini di Spagna, abitati dal genio dei grandi creatori spagnoli e internazionali. La cantina e i suoi vini devono il loro nome a un piccolo comune situato nella D.O.P. Somontano, Enate nella regione Huesca. Situato a circa 20 km dalla cantina e sulle rive del fiume Cinca, nella sua valle si trova una delle maggiori piantagioni di vigneti della cantina, tra cui la famosa parcella 234, che dà il nome al suo chardonnay più conosciuto. Bodega Enate nasce nl 1991 e l’anno successivo avviene la sua prima vendemmia. Ed è proprio nel 1992 che Enate inaugura una collezione di arte contemporanea con opere di artisti nazionali e internazionali. Da allora, ciascuno dei suoi vini è associato a un artista di riconosciuto prestigio, figurando sull’etichetta un’opera di sua creazione realizzata appositamente per la cantina. Etichette che offrono al consumatore la possibilità di godere della bellezza di un’immagine aggiunta ai complessi sapori e aromi del vino. Antonio Saura, pittore spagnolo residente in Francia per gran parte della sua vita, è stato il primo artista a vestire una delle bottiglie, quella del Chardonnay fermentato in barrique. Un’opera che con il tempo è diventata uno dei simboli con cui si identifica la bodega. La collezione di etichette della cantina si è arricchita con opere di artisti spagnoli e internazionali, oggi vanta una Sala d’Arte che espone più di 400 opere che danno luogo a una vera e propria collezione privata, diventando così una delle pinacoteche più importanti di Spagna d’Arte Contemporanea e unica per la sua relazione diretta tra arte e vino. Nomi come Antoni Tàpies, Eduardo Chillida, Rafael Canogar, Antonio Saura, José Manuel Broto, Víctor Mira, Pepe Cerdá, Salvador Victoria, José Beulas, Gustavo Torner, Frederic Amat o Eduardo Arroyo e molti altri, fanno parte del gruppo di artisti che hanno collaborato con Bodega Enata e che possono essere ammirati nella Sala d’Arte della cantina durante tutto l’anno. Così, anche le etichette sono state, fin dalla prima bottiglia, una finestra sull’arte contemporanea. Durante questi oltre trent’anni in cui ha imbottigliato e etichettato vini, la bodega ha prodotto più di 100 milioni di riproduzioni di oltre cinquanta opere d’arte contemporanea. Inoltre, più di 30 milioni di queste opere d’arte hanno viaggiato in oltre quaranta paesi di tutto il mondo. Anche la cantina ha puntato sul futuro, realizzando dal 1997 la Borsa di Studio di Arte ENATE come strumento di impegno sia con giovani creatori che con professionisti di lunga carriera. Da allora, un totale di dieci artisti sono stati borsisti. Artisti del calibro di; Eva Armisén, Patricia Albajar, Mapi Rivera, Andrés Begué, Ángel Masip, Alfonso Ascunce, Gema Rupérez, Viviana Guasch, Charo Carrera e Jorge Fin, fanno parte della collezione artistica della cantina. Enate nel marzo 2020 ha avviato la prima formazione d’arte in Aragona, A3RTE, insieme a Impact Hub Zaragoza, diretta a fornire agli artisti emergenti aragonesi gli strumenti per elevarsi come artisti e creare impatto con la loro opera. La cura ai dettagli e al solidale di questa cantina è enorme. Infatti nel 2002 sulle etichette viene incorporato il linguaggio Braille, dopo un anno di ricerca. Il primo vino a riportarlo in etichetta fù proprio l’ENATE Chardonnay-234. Nel 2010 nascono i primi vini solidali insieme a diverse organizzazioni. Il primo vino solidale di ENATE è nato in collaborazione al Rotary Club di Huesca e successivamente, il Vino dell’Amicizia insieme ad ATADES, il Vino Amico insieme a Valentia Social, o il Rosato Solidale. Seguono anni di successi e riconoscimenti, ma Enate non lascia nulla al caso e nel 2021 inaugura “Il Club Enate”, un punto di incontro per gli amanti del vino, visto come uno spazio in cui godere dell’arte del vino e della pittura. Un club rivolto agli appassionati che desiderano ampliare la loro esperienza, migliorare le loro conoscenze e condividere momenti tra vino e arte in un unico posto. La cantina in Spagna recita un ruolo fondamentale anche sotto l’aspetto dell’enoturismo, infatti offre un’esperienza unica. Oltre alla visita ai vigneti, il viaggiatore può affacciarsi su una varietà insolita di paesaggi unici. ENATE organizza visite guidate dal lunedì al sabato, in spagnolo, francese e inglese. La visita “L’arte del vino” include una passeggiata tra le sue strutture, seguendo il processo dell’uva fino alla sua trasformazione in vino mentre si effettua una degustazione e una visita della Sala d’Arte. ENATE offre diverse esperienze enoturistiche personalizzate con cui scoprire l’essenza del territorio di Somontano e avvicinarsi alla cultura del vino e dell’arte contemporanea. In conclusione, Bodega ENATE non è solo un luogo dove si produce vino di alta qualità, ma è anche un punto di incontro per gli amanti dell’arte e della cultura. Con la sua dedizione alla tradizione vitivinicola e il suo impegno per l’innovazione, ENATE rappresenta un perfetto connubio tra passato e futuro. Le sue iniziative enoturistiche, le degustazioni e le esperienze personalizzate offrono ai visitatori un’immersione completa nel mondo del vino e dell’arte contemporanea. Visitare ENATE significa non solo assaporare vini eccellenti, ma anche vivere un’esperienza unica che celebra la bellezza e la creatività in tutte le sue forme. Se andate in Spagna, fossi in voi una visita la farei, parola di Mister Wine!!! Statev buon! Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano DOCG, founder del progetto Mister Wine e founder del Blog www.misterwine.eu Mi trovi su Instagram Quelle curiose esplorazioni