Priorat Confidential. Viaggio tra i calici nati dalla roccia che brilla
Se chiudo gli occhi e penso al Priorat, non sento subito il profumo del vino. Sento il rumore dei miei scarponi che scricchiolano sulla licorella.
Per chi non mastica pane e geologia, la licorella è l’anima di questo angolo di Catalogna, a un’ora e mezza da Barcellona: una terra scura, un’ardesia fragile che brilla sotto il sole e che costringe le viti a scavare per metri nel terreno alla ricerca di una goccia d’acqua. Qui la vite non cresce, sopravvive. E lo fa con una dignità che toglie il fiato.

Il Priorat è una storia di “resurrezione”.
Fino agli anni ’80, questa zona era quasi abbandonata, destinata a produrre vini da taglio, pesanti e anonimi. Poi, un gruppo di visionari (i “magnifici cinque”, tra cui René Barbier e Álvaro Palacios) ha capito che quelle vigne vecchie inerpicate su pendenze impossibili avevano un potenziale immenso.
Oggi, il Priorat è una delle due sole DOCa (Denominazione di Origine Qualificata) della Spagna, insieme alla Rioja. Ma mentre la Rioja è eleganza classica, il Priorat è potenza pura, quasi selvaggia.
Cosa aspettarsi nel calice?
Dimenticate i vinelli beverini da aperitivo veloce. Qui si fa sul serio. I protagonisti sono la Garnacha (Grenache) e il Cariñena (Carignano).
Priorat è come fare una passeggiata in un bosco mediterraneo dopo un temporale.
Il colore: un rubino profondo, quasi impenetrabile.
Il naso: un’esplosione di amarena matura, liquirizia, rosmarino e quel tocco “affumicato” e minerale che solo l’ardesia sa regalare.
Il sorso: è caldo, avvolgente, ma con una freschezza sorprendente che ti spinge a riassaggiare. È un vino che “pesa”, ma che non stanca.
Consigli da sommelier (per godersela davvero)
Non lasciatevi spaventare dal grado alcolico, che qui spesso tocca i 15 gradi. Il segreto è la temperatura: servitelo intorno ai 16-17°C, non di più. Se è troppo caldo, l’alcol prenderà il sopravvento sui profumi.
L’abbinamento del cuore? Se volete fare i puristi, cercate un cosciotto d’agnello alle erbe o una guancia di manzo brasata. Ma se siete a casa e volete qualcosa di più “easy”, provatelo con un pecorino stagionato o, osate, con un quadratino di cioccolato fondente 70%. È la fine del mondo.
Perché andarci (o berne un po’)
Visitare il Priorat, tra villaggi come Gratallops o Siurana, significa fare pace con il tempo. Le vigne sono terrazzate, curate a mano perché i trattori qui scivolerebbero a valle. È un’agricoltura eroica, fatta di sudore e silenzio.
Il Priorat non è solo un vino; è il racconto di una terra che non si è arresa. Ogni volta che stappo una bottiglia, mi sembra di sentire il sole della Catalogna sulla pelle e il battito lento di una terra antica.
Se cercate un vino che abbia una storia da raccontare, smettete di cercare. Lo avete trovato.
Tips per i lettori di Wine Tales Magazine
Produttori da non perdere: Clos Mogador, Mas Martinet, Álvaro Palacios (per i grandi classici); Terroir al Límit (per una visione più moderna e fresca).
Curiosità: Il nome deriva dal Priorato della Certosa di Scala Dei, dove i monaci iniziarono a piantare vigne già nel XII secolo. Potete ancora visitare le rovine del monastero: un luogo mistico che spiega molto di questo vino.
Salute!
In conclusione: bevete responsabilmente (ma con carattere)
Quindi, la prossima volta che in enoteca vedete una bottiglia del Priorat, non guardatela con timore reverenziale solo perché è una DOCa. Pensate a quelle povere radici che scavano nell’ardesia come se cercassero il petrolio e rendete loro omaggio.
Certo, dopo il secondo calice da 15 gradi potreste iniziare a parlare fluentemente catalano o convincervi di essere i nuovi re della viticoltura eroica, ma fa parte del fascino del territorio. Il consiglio è sempre lo stesso: munitevi di un cavatappi serio, una buona compagnia e, magari, assicuratevi di non dover guidare un trattore su un terrazzamento del 40% subito dopo.
Noi ci rileggiamo qui per il prossimo viaggio nel calice. Dove andremo? Non posso svelarvi troppo, ma vi consiglio di preparare il passaporto (o almeno un calice pulito), perché passeremo dalle vigne scoscese a qualcosa di decisamente più… frizzante.
Non mancate, o sarò costretto a interrogarvi sulle differenze tra suoli calcarei e vulcanici. E credetemi, non volete che accada.
Alla prossima, Winelovers!
Giovanni Scapolatiello – Quelle curiose esplorazioni
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