C’era una volta. La tradizione romana guarda il mare
In una calda serata di giugno raggiungo San Lorenzo. Da tempo seguivo sui social il lavoro di C’era una Volta e la cucina di Simone De Vito aveva acceso la mia curiosità. Dopo alcuni scambi di messaggi arriva l’invito a conoscere il ristorante e a scoprire un menù costruito per far dialogare due mondi solo apparentemente lontani: la tradizione romana e il mare.
Ad accogliermi ci sono Massimo e Alessandra, che raccontano il locale con la stessa spontaneità con cui ricevono ogni ospite. Poco dopo arriva anche Simone De Vito, lo chef che firma la proposta gastronomica del ristorante. Sfogliando il menù penso subito a quanto sia difficile portare il mare dentro la cucina romana senza snaturarne l’identità. Bastano i primi assaggi per capire che qui non si tratta di sostituire una tradizione con un’altra, ma di trovare un equilibrio capace di farle convivere.
Roma e il mare non sempre si incontrano con naturalezza. Da C’era una Volta, invece, sembrano conoscersi da sempre
Lo chef Simone De Vito
Definire la cucina di Simone De Vito significa entrare in un equilibrio continuo tra innovazione e tradizione. Per lui non esiste una contrapposizione tra questi due mondi: la memoria gastronomica rappresenta il punto di partenza, mentre la ricerca diventa lo strumento per mantenerla viva. I sapori dell’infanzia, quelli che costruiscono il nostro bagaglio sensoriale e restano impressi nella memoria, non devono essere replicati in modo fedele, ma reinterpretati attraverso una lettura contemporanea. È da questo principio che nasce una cucina capace di evolversi senza perdere il legame con le proprie radici.
La materia prima occupa un ruolo centrale. Lo chef preferisce lavorare con pochi ingredienti, selezionati con estrema attenzione, convinto che la qualità del piatto dipenda prima di tutto dalla qualità del prodotto. Per questo la ricerca dei fornitori e la costruzione di un rapporto di fiducia con chi produce rappresentano una parte fondamentale del suo lavoro quotidiano. Prima ancora della ricetta, viene l’ingrediente.
Questa visione emerge con forza anche nei piatti che reinterpretano la tradizione romana attraverso il mare, come il Romaritozzo o le Bussiate cacio e pepe e cozze. De Vito racconta di aver cercato un punto d’incontro tra la propria romanità e la cucina di pesce del ristorante, trasformando ricordi e sapori familiari in una nuova esperienza gastronomica. Per lui giocare con la memoria significa incuriosire il cliente senza disorientarlo, costruendo piatti che sorprendono ma restano immediatamente comprensibili. Anche il nome di una portata diventa parte del racconto, anticipando lo spirito della cucina e creando un dialogo con chi si siede a tavola.
La leggibilità del piatto è infatti uno degli aspetti a cui attribuisce maggiore importanza. Secondo lo chef, il percorso gastronomico comincia già dalla lettura del menu. Il cliente immagina profumi, consistenze e sapori ancora prima dell’assaggio; per questo motivo il piatto deve mantenere la promessa fatta dalle parole. La sorpresa non nasce dal tradire le aspettative, ma dal superarle rimanendo coerente con ciò che è stato raccontato.
La tecnica occupa un ruolo altrettanto centrale, ma non come esercizio di stile. È la base su cui costruire ogni idea, perché significa conoscere davvero la materia prima e saperla valorizzare. Dalle lavorazioni più classiche fino alle tecniche contemporanee come fermentazioni, affumicature, cotture a bassa temperatura, emulsioni e sferificazioni, ogni strumento diventa utile soltanto quando contribuisce a migliorare il risultato finale. L’innovazione, nella sua cucina, nasce dalla padronanza della tecnica e non dal desiderio di stupire.
Se dovesse riassumere la propria cucina in poche parole, Simone De Vito sceglierebbe genuinità, evoluzione, divertimento e radicamento. Quattro concetti che descrivono una cucina essenziale nella scelta degli ingredienti, curiosa nella sperimentazione e profondamente legata alla tradizione. Una cucina che continua a cambiare senza dimenticare da dove è partita.

Il Menù
Per il menù di C’era una Volta, Simone De Vito costruisce una proposta che vive su un doppio binario: da una parte il mare, protagonista di gran parte della carta, dall’altra la tradizione romana, che riaffiora in diverse preparazioni attraverso ingredienti iconici e richiami gastronomici ben riconoscibili. Una cucina che cerca l’equilibrio tra memoria e contemporaneità, alternando piatti di immediata leggibilità a proposte più creative.
Gli antipasti introducono fin da subito questa filosofia. Il Gambero Amatriciano unisce il crostaceo a uno dei simboli della cucina laziale grazie alla presenza della salsa amatriciana, della spuma di pecorino e della terra di guanciale. Il Romaritozzo Coast to Coast reinterpreta il tradizionale maritozzo salato attraverso un pan brioche farcito con mazzancolla, valeriana e salsa cocktail, mentre la Parmigiana di Mare trasporta in chiave marinara uno dei piatti più amati della tradizione italiana. Accanto a queste proposte trovano spazio l’Insalata di mare con verdure croccanti, le Tagliatelle di seppia con sedano croccante e granita di melone, le Polpette alla Luciana di pesce bianco con salsa di pomodoro, l’Estate Romana con fiori di zucca ripieni di ricotta, zucchine e limone e il Vitel Tonné in cottura CBT, servito con salsa tonnata e frutto del cappero.
Nei primi piatti emerge con maggiore evidenza il dialogo tra mare e romanità. Gli Spaghetti alle vongole veraci, con la possibilità di aggiungere bottarga, rappresentano un grande classico della cucina marinara, mentre lo Scialatiello ai frutti di mare e i Ravioli di burrata alla crema di scampi raccontano una cucina che cerca rotondità e intensità gustativa. Non mancano incursioni nella tradizione regionale con le Busiate cacio, pepe e cozze, i Tagliolini alla Nerano, i Mezzi paccheri alla carbonara e i Tonnarelli all’amatriciana, piatti che testimoniano il forte legame dello chef con i sapori del territorio.
I secondi continuano a valorizzare il mare attraverso la Frittura di calamari e gamberi, il Polpo rosticciato con hummus di patate dolci e cime di rapa e il Tataki di tonno panato al sesamo con caponatina in agrodolce. A questi si affianca il Baccalà alla romana in coccio, preparato con pomodoro, capperi, olive e patate, una ricetta che guarda apertamente alla tradizione capitolina. Completano la proposta la Tagliata di manzo e il Galletto al mattone, pensati per chi desidera orientarsi verso la carne.

La sezione dessert alterna richiami alla pasticceria classica e suggestioni più contemporanee. Accanto al Tiramisù e al Pistacchione trovano posto il Sorbetto sedano e lime, la Millefoglie scomposta con caramello salato, pistacchio Dubai e frutti di bosco, la Foresta Nera proposta in versione gluten free e una Cake al mango e passion fruit, anch’essa senza glutine.
Più che una semplice successione di piatti, il menù di C’era una Volta racconta la volontà di Simone De Vito di costruire un ponte tra il mare e la cucina romana, alternando comfort food, tradizione e spunti contemporanei. Una proposta pensata per parlare a un pubblico ampio, senza rinunciare a una propria identità gastronomica ben definita
La degustazione
Il percorso degustazione di C’era una volta, firmato dallo chef Simone de Vito, nasce da un’idea semplice: prendere alcuni sapori che fanno parte della tradizione romana e portarli verso il mare.
Si comincia con il frizzante biologico “Mai Sentito?” de La Staffa che Massimo mi presenta e mi fa conoscere per la prima volta. Un vino dall’etichetta divertente e dal nome inusuale, ma nel calice sa farsi ricordare grazie a una bollicina fine e a una beva piacevole.

Dal colore giallo paglierino velato con un profumo intenso, dinamico e fruttato con sentori di frutta gialla, lieviti, sentori di panificazione e finocchietto selvatico. Al gusto secco, asciutto, molto fresco con sentori agrumati scorrevole e dissetante.
Poi arriva la Parmigiana di Mare. Un sugo di polpo, calamaro, riduzione al Parmigiano, melanzane al forno e croccanti, pomodoro e basilico. Gli ingredienti sono quelli che leggi sul menù, ma a tavola la prima cosa che viene in mente è proprio la parmigiana di una volta. L’abbinamento con il frizzante biologico ‘Mai Sentito?’ funziona per contrasto: la freschezza e la bollicina alleggeriscono la componente sapida del Parmigiano e ripuliscono il palato dopo ogni boccone.

L’Estate Romana mette insieme fiori di zucca con ripieno di ricotta di pecora, zucchine romanesche e limone con pomodorini confit e cialda di parmigiano. Sapori che a Roma conosciamo bene e che qui diventano ancora più immediati e golosi. Il vino continua ad accompagnare il piatto con naturalezza, sostenendo la delicatezza della ricotta e la nota agrumata del limone senza coprirne l’equilibrio.

Poi Massimo apre una bottiglia di Pinot Grigio Specogna dal colore rosa tenue con riflessi ramati tonalità che massimo mi spiega nasce dal periodo di contatto con le bucce dell’uva durante la fase di vinificazione. Al naso presenta note floreali e di frutta come la mela, la pera e la frutta di bosco. Al palato si esprime con note dolci e cremose nelle quali riemergono intense sensazioni fruttate e persistenti.
Poi passa Alessandra mi porta le Busiate cacio, pepe e cozze, probabilmente il piatto che racconta meglio l’idea della cucina di Simone De Vito. La cacio e pepe c’è, ma il mare si fa sentire dal primo boccone. Una cacio e pepe che resta romana nell’anima, ma guarda chiaramente verso il mare. Quello che colpisce è la polvere di cozze che sostituisce il pepe mentre le cozze sono essiccate a bassa temperatura rendendo più saporito il morso. Il Pinot Grigio Specogna accompagna il piatto con eleganza: la morbidezza del vino dialoga con la cremosità della cacio e pepe, mentre la sua freschezza sostiene la sapidità delle cozze.

Arriva poi il Tataki di tonno al sesamo con caponatina in agrodolce, un piatto che convince tanto alla vista quanto all’assaggio. La leggera scottatura lascia il tonno morbido e succoso, mentre la caponatina aggiunge un’alternanza equilibrata tra dolcezza, acidità e una delicata componente vegetale. Con questo piatto il Pinot Grigio Specogna esprime tutta la propria eleganza: la morbidezza accompagna la consistenza del tonno, mentre freschezza e vena fruttata sostengono l’agrodolce della caponatina senza mai sovrastarlo.

Il Sorbetto al sedano e lime chiude il percorso con una freschezza netta e pulita. Il sedano porta una piacevole nota vegetale, il lime regala tensione agrumata e insieme preparano il palato all’ultimo sorso, lasciando una sensazione di leggerezza perfettamente in linea con una cena estiva.

Da C’era una Volta la cucina romana non viene imitata né stravolta. Simone De Vito la utilizza come punto di partenza per costruire un dialogo continuo con il mare, mantenendo riconoscibili i sapori che appartengono alla memoria e accompagnandoli verso una lettura personale. È una cucina che non cerca l’effetto sorpresa a tutti i costi, ma la soddisfazione di ritrovare qualcosa di familiare attraverso una prospettiva diversa. A completare l’esperienza contribuiscono anche l’ambiente raccolto del locale e l’accoglienza di Alessandra e Massimo, capaci di far sentire ogni ospite coccolato e seguito con discrezione e calore.
È anche questo equilibrio tra cucina, ospitalità e identità a rendere il percorso coerente dal primo all’ultimo piatto.
Roberto Silvio De Pascale
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