Venti di tempesta per il vino
30 Apr 2025
In legge veritas

Venti di tempesta per il vino

 

Mai un periodo così turbolento ed incerto per il mercato del vino e degli alcolici in generale ha impensierito tutti i protagonisti alla filiera, coltivatori e produttori, non risparmiando poi i legislatori europei e nazionali, così i distributori, gli esportatori ed infine la categoria più delicata e anche determinante, i consumatori.

Ho atteso prima di scrivere questo articolo nella rubrica a me molto cara all’interno del magazine WineTales, perché il susseguirsi di sorprese che hanno interessato questo comparto, tutte non particolarmente piacevoli, erano e sono degne di commento, in quanto capaci di impensierire in maniera seria i sonni dei viticoltori, dovendo con ciò riferirmi alle norme sull’etichettatura delle bottiglie, come se trattassimo di confezioni di un pericoloso veleno, all’ingresso dei vini dealcolati. Un fortunato ossimoro, passando per l’inasprimento delle pene per coloro che al volante si trovino ad aver bevuto anche una modesta quantità di alcool, per poi concentrarsi sull’arrivo, prima annunciato, ora applicato (ed ora al momento sospeso)  dei dazi che colpiscono le esportazioni di vino negli USA, interessando transazioni che contano circa due miliardi di euro.

Tutti eventi insomma che penalizzano fatturati italiani consolidati, ma ora a sicuro rischio, che incidono sulla produzione e gestione delle scorte, minacciano il buon fine degli investimenti realizzati nel comparto, e pregiudicano quelli che erano in programma.

Il quadro impone ai proprietari e agli operatori di prevedere anche soluzioni alternative, non sempre facili, per mitigare gli effetti negativi di questa contingenza, che colpisce duramente l’economia del nostro Paese e non solo quella italiana.

Siamo partiti a fine 2024 con le regole europee (e recepite in Italia) per un’etichettatura che si adatta alle esigenze e alle tendenze dei consumatori, quelle cioè di una ricerca di un prodotto sano e genuino da rintracciare anche attraverso una lettura di un’articolata etichetta che dovrebbe fungere da primo orientamento.

Ecco allora l’inserimento in un ristretto spazio, della lista degli ingredienti e delle informazioni ministeriali dei vini perché possa essere valutato l’impatto verso intolleranze e allergie, alla differenziazione tra ingredienti, additivo o coadiuvante passando per le relative pratiche enologiche.

Sicuramente un presidio per la salute pubblica e del singolo, ed anche trasparenza per i consumatori che, in altro ambito, si traduce però in aumento dei costi per i produttori chiamati ad aggiungere il codice QR e l’etichetta energetica, non escluso l’onere per una maggiore formazione per gli agenti e distributori chiamati a dover presentare e spiegare i nuovi vini alla luce delle nuove informazioni.

Arriva poi il fenomeno (o la tendenza) del nuovo bere di vini cd. “dealcolati” conosciuti anche l’acronimo LO-NO (Low e No alcol), una new entry che trova giustificazione nel Reg. UE n. 2021/2117 e poi nel Decreto Ministeriale n. G72816/2024, della quale non dobbiamo  sottovalutarne l’impatto visto che norme, tecnologie e interesse del consumatore consentono ora la presenza sulla tavola anche di questa nuova tipologia di bevanda.

Seppure i vini a denominazione certificata non potranno subire il processo di dealcolazione, totale o parziale, la scelta di puntare su questo nuovo prodotto rimane sempre una decisione dell’imprenditore legato soprattutto al canale distributivo che ora lo accetta e predilige come si sta registrando nelle Repubbliche Baltiche, Russia, Svezia, Danimarca, Cina (comincia ora l’interesse), paesi in cui la differenza e la moda sono influenzate anche da un prezzo del prodotto di maggiore appeal e più fruibile tra i giovani.

Anche in questo caso, mettendo da parte gli aspetti salubri del prodotto (si sostiene che il meno alcool sia “bilanciato” dal più zucchero), la produzione del vino dealcolato rappresenta comunque per l’operatore del settore un altro investimento non solo in struttura, (il luogo di produzione deve essere separato dalla cantina tradizionale), ma anche in forma mentis e formazione manageriale.

A ridurre i consumi di vino nel nostro Paese concorre anche le nuove drastiche misure repressive, con multe rafforzate e con impatto penale, qualora il tasso alcolometrico riscontrato in caso di controlli di chi è alla guida, o, ancor peggio in ipotesi di sinistro stradale, sia non conforme alla previsione normativa.

Ad un immediato riscontro di contrazione dei consumi, subito in campo la risposta sia degli avventori, che dei ristoratori, i primi organizzandosi con taxi, o guidatori designati o trasporti condivisi (stile Giappone!), i secondi, con maggiore difficoltà, puntando su formati meno impegnativi della classica bottiglia, o con l’offerta di “vini” dealcolati, o altri fermentati che consentono comunque di creare quella sensazione di convivialità che si ricerca a tavola.

Ma il vino è tradizione, cultura, territorio, storia, un tutt’uno con il buon cibo e pur volendosi sforzare spesso sono elementi difficili da poter sostituire con altri prodotti.

Come se non bastasse, l’ombra dei dazi, che da minaccia di stampo elettorale a concreta applicazione, sono diventati disposizioni in materia che si abbattono sul mercato del vino in esportazione verso gli USA, impattando un fatturato annuo in crescita di circa due miliardi di euro, cioè il 25% del totale export vinicolo, che si attesta intorno ad 8,1 miliardi di euro.

La situazione non appare delle migliori. A breve termine e sull’onda emotiva assisteremo ad una contrazione sui consumi interni agli USA e ad una perdita di guadagni per circa 340 milioni di euro per il comparto italiano, anche se l’esperienza a riguardo ci conforta che nel medio-lungo periodo, il mercato dei consumi, seppur gravati da dazi, si adatta e i riflessi negati si mitigano sino a scomparire.

Più inquietante la riflessione sulla fine della globalizzazione e il ritorno di scelte di natura protezionistica ad iniziativa dei singoli Stati verso altri, coprendo beni e servizi, di maggiore consumo in quel Paese, giustificata, secondo il pensiero di Trump, che la misura in argomento è tesa a rilanciare la produzione interna di quel Paese e di conseguenza di rinvigorire la capacità di spesa da parte dei consumatori.

In altre parole, Trump intende rilanciare la produzione e la manifattura interna, quelle che un tempo erano delocalizzate in Cina e in Asia, per recuperare la classe media andata impoverendosi e ritrovare nuove capacità reddituali (American First per intenderci), prevedendo una politica di sgravi e incentivi fiscali da bilanciare con il maggior gettito proveniente dalla normativa dei dazi.

In questo momento ancora caldo ed incerto, ma con un respiro di sollievo dopo la sospensione dell’applicazione di gravami per un periodo di 90 giorni in attesa di risposte che ci si attendono dalla UE e dagli altri Stati comunque colpiti da questi provvedimenti dal sapore sanzionatorio, due sembrano le vie da seguire: il colloquio bilaterale con gli USA e pertanto ogni Stato interessato tenterà di negoziare soluzioni tailor made in quanto calibrate sui numeri, tempi e meccanismi conciliabili con le esigenze del mercato di riferimento e l’altra, ipotizzando soluzioni di tornare a delocalizzare  la produzione negli USA usufruendo degli incentivi destinati alle imprese americane e servire il mercato domestico senza l’impatto del dazio.

Ma anche quest’ultima soluzione, da più parti avanzata, è di difficile applicazione e significherebbe, applicata al business del vino, snaturare le nostre denominazioni e l’originalità delle nostre produzioni, che hanno forza e tradizione consolidata.

Il settore è preoccupato e sta guardando anche verso altri mercati diversi da quello USA, ma anche l’approccio così diversificato andrà ben soppesato sulla convenienza e fattibilità dell’investimento, sempre comunque con un occhio ai consumatori del domani.

Un dato è certo che ho colto da professionista del settore come quello della consulenza legale al quale appartengo: l’imprenditore vitivinicolo, anello troppo debole per resistere e contrapporsi a decisioni ed accadimenti più forti e grandi di lui, sta guardando con crescente attenzione anche altri settori diversi dalla viticultura, ma comunque prossima alla stessa, ove indirizzare i propri investimenti e risorse approcciando, nuove aree di interesse come strutture di agriturismo, B&B e altre proposte enoturistiche adatte per il territorio e per il patrimonio naturale, sempre più apprezzate e ricercate da turisti e viaggiatori.

 

Avv. Paolo Spacchetti