Orcia Wine Festival 2026. Tripletta d’autore
Quest’anno, in un weekend lungo e assolato, eccomi di nuovo a tornare in Val d’Orcia. Un territorio bellissimo e soprattutto ricco di persone, vignaioli in primis, che hanno avuto la caparbietà e la voglia di sfidare grandi giganti enologici come il Brunello e il Nobile, creandosi in poco più di 25 anni un’identità che non è solo territoriale. Per un approfondimento sulla storia della DOC vi rimando ai miei articoli degli anni precedenti ([link 2024] e [link 2025 – link assaggi 2025). Oggi voglio raccontarvi qualcosa di nuovo e l’esperienza di vivere l’Orcia da dentro. Quindi un breve sguardo al programma, sempre molto ricco, e poi andiamo “dentro al calice”!
Un mosaico di esperienze tra borghi e vigneti
Il programma di questa XV edizione ha dimostrato come l’Orcia DOC sia ormai un’esperienza sensoriale completa. Le giornate sono iniziate con il ritmo lento del trekking urbano e delle escursioni in e-bike, partendo dalla suggestiva cornice di Bagno Vignoni. Tra i vapori delle acque termali e le note jazz del Maria Cortesi Trio, il festival ha preso il via trasformando le visite guidate in un preludio perfetto all’assaggio.
Spostandosi nel cuore di San Quirico, il mercatino di Porta Nuova ha fatto da ponte verso il monumentale Palazzo Chigi Zondadari, sede dei banchi di degustazione. L’atmosfera si è scaldata col saluto dei Quartieri della Festa del Barbarossa, un tocco di tradizione che ricorda quanto questo vino sia radicato nella storia locale, il tutto scandito dall’eleganza musicale delle Big Band e dei quartetti jazz.
Il cuore della tecnica: le sensazioni ONAV
Il mio viaggio tecnico è stato guidato dall’eccellenza di ONAV Siena, attraverso due momenti illuminanti. Il primo, di un’intensità rara, è stata la degustazione sensoriale “al buio” in onore dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: privati della vista, ci siamo concentrati su profumi e sapori in modo quasi tattile. In verità per un disguido dell’ultimo momemto non erano presenti Ipovedenti ma abbiamo deciso lo stesso di proseguire con l’esperienza. più avanti nell’articolo ve la racconterò nel dettaglio.
Domenica mattina abbiamo avuto la Masterclass guidata da Ilaria Lorini (Miglior Sommelier 2025), intitolata “L’evoluzione del gusto dell’Orcia DOC”, che ha esplorato il dinamismo di questo territorio. infine nel primo pomeriggio un’altra sessione dedicata ai “vini che non ti aspetti”. Qui, etichette che si discostano dai canoni classici per vitigno o vinificazione hanno mostrato una versatilità sorprendente, confermando che l’Orcia è un territorio capace di sfidare ogni preconcetto.
Tradizione e convivialità: la Cena a Palazzo
Come ogni anno, ospite di Marco Capitoni, ho presenziato con gioia alla mia terza Cena di Gala a Palazzo Chigi Zondadari. È un appuntamento che definisce il senso di comunità di questa DOC. L’apertura è stata affidata al talento di Massimo Rossi, che ha curato un aperitivo di rara piacevolezza.
Tra le sue proposte, hanno brillato i classici della tradizione toscana reinterpretati con maestria, come la pappa al pomodoro e un memorabile lampredotto. Queste preparazioni sono state preparate utilizzando la “cassetta di cottura” (tecnica di cottura lenta e passiva per il risparmio energetico), sponsorizzata dall’Alleanza dei Cuochi Slow Food. Un connubio perfetto tra sostenibilità, recupero delle tradizioni e alta cucina, che ha preparato il palato nel migliore dei modi prima di sedersi a tavola nel salone nobile del Palazzo.
Ma come funziona esattamente?
Si tratta di un contenitore coibentato che permette di terminare la cottura dei cibi sfruttando esclusivamente il calore residuo accumulato nella prima fase sui fornelli. Una volta portata la pentola a ebollizione, la si inserisce nella cassetta: l’isolamento termico impedisce la dispersione del calore, permettendo al cibo di cuocere lentamente per ore.
Piatti tradizionali e metodi lenti
Nel caso del lampredotto servito a Palazzo Chigi, questa tecnica ha garantito una morbidezza straordinaria delle carni, preservando integralmente aromi e profumi senza stressare le fibre con fiamme dirette prolungate. Oltre al risultato gastronomico eccellente, l’uso della cassetta riduce drasticamente il consumo di gas ed energia, sposandosi perfettamente con la filosofia di un territorio come l’Orcia, che fa del rispetto per l’ambiente e della lentezza il suo vessillo. Un piccolo “ritorno al passato” che dimostra come l’alta cucina possa essere, allo stesso tempo, ancestrale e modernissima.
Un trionfo di eleganza e territorio
Varcare la soglia di Palazzo Chigi per la Cena di Gala significa immergersi in un’atmosfera sospesa nel tempo. Tra abiti eleganti e la solennità delle sale, la serata si è trasformata in un affascinante gioco di abbinamenti che ha messo in luce la straordinaria versatilità della denominazione. La selezione dei vini è stata imponente: una media di cinque etichette per portata, con punte di sette per il secondo e tre per il dessert. Ad eccezione dell’ampio aperitivo dedicato a bianchi, rosati e bollicine, la scena è stata dominata dai rossi in diverse annate, culminando nella dolcezza dei passiti.
Quest’anno la convivialità è stata resa ancora più speciale dalla compagnia: al mio tavolo, oltre all’immancabile e prezioso confronto con l’amico Marco Capitoni — vera memoria storica della denominazione che mi ha deliziato con i suoi racconti e la sua saggezza — ho avuto il piacere di conoscere l’esperto di tartufi Alessandro Pellegrini. Insieme alla sua assistente, hanno rappresentato una compagnia colta e piacevole, rendendo lo scambio di pareri sui vini e sui piatti un momento di autentico arricchimento.
I protagonisti nel piatto
Il menù è stato un vero inno alla Val d’Orcia, raccontato con orgoglio direttamente dai cuochi che ne hanno curato ogni sfumatura come in una sinfonia gastronomica. Vitaleta Gourmet ha aperto le danze con un’interpretazione magistrale della materia prima, proponendo un carpaccio di manzo marinato al vino Orcia, impreziosito da una salsa allo zafferano, asparagi e una fonduta di pecorino avvolgente.
A seguire, l’Hotel La Posta ha firmato quello che, senza ombra di dubbio, è stato il mio piatto preferito della serata: un risotto mantecato al tartufo, topinambur, bottarga d’uovo e nocciole, rivelatosi un equilibrio di sapori e consistenze semplicemente squisito.
La tradizione più autentica è arrivata in tavola grazie a Sapore di Val d’Orcia, che ha preparato una guancetta di maiale “Grigio” secondo l’usanza di San Quirico con una riduzione di dolceforte, accompagnata da patate schiacciate con le cime di rapa. Per chiudere in dolcezza, le creazioni di Fredo Gelateria Pasticceria hanno suggellato la serata con un gelato alla ricotta di pecora, accompagnato da fragole fresche marinate ai fiori di sambuco e cialdine croccanti.
Ambasciatori di un’identità: il futuro della DOC Orcia
Una delle novità più significative di questa edizione è stata la volontà del Consorzio di investire ufficialmente alcune personalità che, attraverso il loro impegno quotidiano, sono diventate il volto e la voce della DOC nel mondo. Per la prima volta, sono stati nominati gli Ambasciatori della DOC Orcia, un riconoscimento che premia la costanza nella promozione e nella diffusione di questa piccola ma preziosa realtà enologica.
Pochi premiati, ma è stato per me particolarmente emozionante assistere al momento in cui la Presidente del Consorzio, Giulitta Zamperini, ha investito ufficialmente Andrea Frassineti, Delegato ONAV Siena. Le parole di Andrea hanno colpito tutti i presenti: ha descritto questo riconoscimento come il gesto di una figlia che riconosce i meriti di un padre, sottolineando il legame viscerale e di crescita costante che lo unisce a questa Doc. una dinamica rovesciata e per questo ancora più profonda. E’ stato un omaggio a una gioventù che non smette di stupire per qualità di visione e grazia. È la dimostrazione che, affidando la conoscenza di questa DOC alle persone giuste — capaci di unire competenza tecnica e passione autentica — il futuro dell’Orcia è in ottime mani. Un segnale forte di come l’unione tra le istituzioni e chi vive il vino “sul campo” possa fare la differenza nel raccontare l’anima di un territorio davvero speciale.
Oltre lo sguardo: la Degustazione” al buio”
Il momento tecnicamente più sfidante e psicologicamente affascinante è stato senza dubbio la degustazione guidata da ONAV Siena. L’appuntamento era nato con una vocazione sociale, ideato per accogliere i membri dell’Associazione Non Vedenti; nonostante un disguido ne abbia impedito la presenza, abbiamo deciso di onorare l’esperimento indossando noi stessi le mascherine.
Andrea ha aperto l’incontro con una riflessione preziosa su quanto la vista condizioni il nostro giudizio: siamo abituati a “prevedere” il gusto di un vino dal suo colore, creando pregiudizi sensoriali spesso inconsci. Privati della luce, l’esperienza si è trasformata in un gioco divertente ma rivelatore che ha amplificato a dismisura le nostre sensazioni. Senza l’influenza del visivo, siamo riusciti a cogliere note olfattive più nitide e sfumature gustative che solitamente passano in secondo piano.
In batteria avevamo sei vini, tra cui un unico bianco in mezzo ai rossi: è stato sorprendente (e motivo di orgoglio per noi degustatori!) riuscire a distinguerli tutti senza difficoltà, a dimostrazione che quando il palato è libero di “sentire” senza distrazioni, la verità del vino emerge con una forza dirompente. Questa prova ci ha regalato una consapevolezza più profonda: degustare non è solo un esercizio analitico, ma un atto di ascolto puro dei propri sensi.
Gli outsider
La Degustazione ONAV della domenica, sempre guidata da Andrea Frassineti, ha rappresentato forse il momento più alto di approfondimento sull’identità “fuori dagli schemi” di questo territorio. Se in passato ci siamo concentrati sui “classici d’autore”, questa volta i protagonisti sono stati gli Outsiders: quei vini che, pur allontanandosi dal Sangiovese tradizionale, raccontano l’Orcia come un laboratorio di appassionati pronti a sperimentare per trovare una cifra stilistica unica.
Il coraggio del Foglia Tonda: la scommessa di Mascelloni
Uno dei racconti più affascinanti emersi durante le Masterclass è stato senza dubbio quello legato al Foglia Tonda dell’azienda Mascelloni. È stato estremamente interessante ripercorrere la genesi di questo progetto, nato inizialmente da un’intuizione di Donatella Cinelli Colombini per individuare un vitigno complementare che fungesse da filo conduttore identitario per l’intera DOC. Nonostante pochi abbiano poi aderito a questa sperimentazione, Mascelloni ha scelto di andare avanti con una caparbietà ammirevole.
Quest’anno abbiamo avuto il privilegio di degustare la loro prima espressione di Foglia Tonda in purezza. Sebbene il vino si sia presentato con un profilo ancora piuttosto rustico e decisamente da affinare — segno di un percorso tecnico che, comprensibilmente, ha ancora margini di miglioramento — ciò che conta davvero è la testimonianza che rappresenta. Non siamo di fronte a una semplice curiosità ampelografica, ma alla prova tangibile di come un vitigno antico possa ritrovare una voce moderna. La cosa più importante, a mio avviso, resta la determinazione di un produttore che crede nella sperimentazione: saper guardare al passato per inventare il futuro è la prova che l’identità di un territorio non è mai statica, ma si nutre del coraggio di chi non teme di tracciare strade nuove.
La sfida del Petit Verdot: l’energia di Bagnaia
Il percorso tra gli outsider si è aperto con una realtà che seguo da tempo: Bagnaia. Ritrovare Giovanna, la moglie di Nico, è stato come sempre un immenso piacere: emana una solarità contagiosa e possiede quella rara dote di saper comunicare con passione la realtà che ha costruito negli anni insieme al marito. La loro dedizione traspare in ogni racconto, ma soprattutto nel calice.
Il protagonista della degustazione è stato “Il Fattore”, un Petit Verdot Toscana IGT in purezza che rappresenta una sfida coraggiosa e forse vinta. Questo vitigno, noto per la sua maturazione tardiva e la complessità dei suoi tannini, ha trovato a San Quirico d’Orcia un’interprete sua. Figlio di una vendemmia manuale e di un attento affinamento in rovere francese, il vino si presenta con un colore carico dai riflessi violacei e un bouquet intenso che spazia dalla mora ai piccoli frutti rossi, fino a decisi sentori di macchia mediterranea. Ciò che mi colpisce è la progressione di questo progetto: nonostante la natura intensa e speziata dell’uva, il sorso rivela una struttura delicata e tannini più precisi rospetto al passato che sfociano in una persistenza decisa. È un vino che non cerca scorciatoie, ma che conferma come la costanza di Giovanna e Nico stia portando i frutti sperati, regalando al territorio un’etichetta di grande personalità.
I protagonisti trai banchi d’assaggio: Marco Capitoni
Vorrei iniziare le degustazioni ai banchi d’assaggio con Marco Capitoni, un vignaiolo che ha saputo trasformare la dedizione alla terra in una forma d’arte narrativa. Soffermarsi sulla sua Riserva d’Orcia DOC Sangiovese, il Frasi 2022, significa non solo degustare un vino di eccellente fattura, ma immergersi in un racconto che Marco tesse con una grazia rara. Complimenti per la magia delle tue parole, Marco! L
La frase che hai scelto per questa annata trasfigura la vendemmia in un’esperienza che tocca corde intime: “pampini verdi, vesti rosse e gialle, grappoli blu…Vendemmia”. Bastano questi pochi tratti per dipingere un quadro vivo nella mente, una sinfonia cromatica dove il lavoro dell’uomo, con le sue vesti colorate, si fonde con il respiro della natura. Leggendo queste parole, sembra quasi di sentire il fruscio delle foglie sotto le dita e di vedere la luce che danza sui filari, celebrando la sacralità dei gesti e l’unicità di ogni volto in vigna.
Il Frasi 2022 diventa così qualcosa di estremamente speciale: non è “solo” un grande Sangiovese, ma pura magia liquida che racchiude l’anima stessa del territorio. È il vino di chi coltiva terra ed emozioni con fatica e immenso cuore. Per me, questa etichetta e la storia che sussurra rappresentano una delle vette emozionali più alte di questo festival, un promemoria di quanto il vino possa essere, prima di tutto, un atto d’amore.
La Grancia di Spedaletto: l’energia di Francesco Pifferi
Un paragrafo a parte lo merita Francesco Pifferi e la sua Grancia di Spedaletto. Incontrare ragazzi così giovani e motivati mi apre letteralmente il cuore. In Francesco e nel suo team vedo quella “fame” di migliorarsi, l’umiltà di seguire i consigli di chi ha più esperienza, ma anche una bellissima voglia di sperimentare senza paura.
Quest’anno ho trovato il loro lavoro particolarmente centrato, specialmente sul fronte del Sangiovese in anfora. È rimasto in affinamento un po’ più a lungo e, complice un’annata decisamente più espressiva, il risultato nel calice è stato un netto miglioramento. È un vino che vibra, che racconta una ricerca tecnica attenta e una mano che sta imparando a interpretare l’anfora con grande sensibilità.
Val d’Orcia Terre Senesi: l’accoglienza di Antonio e Gabriella
Un altro incontro che ha arricchito il mio weekend è stato quello con Antonio e Gabriella, anime di Val d’Orcia Terre Senesi. Antonio è una figura affascinante: origini calabresi, una vita vissuta a Milano e oggi felicemente trapiantato in questo angolo di paradiso. Ma è stato altrettanto bello riabbracciare Gabriella, con la quale si è creato da subito un feeling amicale davvero speciale; la sua presenza aggiunge una nota di accoglienza e garbo che si riflette in ogni dettaglio dell’azienda.
Il nostro è stato un dialogo estremamente simpatico, di quelli che trasformano un evento di settore in una riunione tra amici. Oltre alla piacevolezza della chiacchierata, ho apprezzato molto il recente restyling delle etichette: un tocco moderno ed elegante, che si sposava in modo perfetto con il mio portacalice Vinstrip. Tra i calici degustati, sebbene tutta la gamma mantenga un livello notevole, il Sornione rimane il vino del mio cuore: un’etichetta che conferma come la loro visione comune sia una scommessa vinta.
Poggio Grande: la grinta di Luca e l’eleganza del Syrah
Non si può raccontare l’Orcia senza fare tappa da Poggio Grande, l’azienda di Luca Zamperini, padre della presidente Giulitta. Di Luca mi hanno sempre colpita la grinta e quegli occhi vivaci, specchio di una curiosità inesauribile e di un carattere deciso; è un uomo che ama fare le cose di testa sua, ma con la precisione di chi vuole farle “per bene”. Quest’anno, la mia curiosità si è soffermata su una produzione che Luca riserva solo alle annate migliori: il suo Syrah. È un’uva difficile, che non si adatta a tutti i suoli, ma che qui, a circa 500 metri di altitudine, sembra aver trovato un suo terroir d’elezione. Figlio di cloni francesi, questo vino ha uno stile accattivante che mi ha letteralmente conquistata. Mi sono ripromessa di andare in vigna prima della prossima vendemmia: voglio toccare con mano quegli acini vellutati di un’uva che amo profondamente e che qui esprime un carattere cosmopolita ma autentico.
Ginevra e l’amore per i “nobili amici”
La seconda, bellissima scoperta in casa Zamperini è stata Ginevra, la figlia minore di Luca. La somiglianza fisica con il padre è evidente, ma ciò che mi ha colpita è la dolcezza mista a una passione vibrante che trasmette mentre racconta i loro vini. È proprio una bella famiglia, unita da legami profondi che vanno oltre la vigna e abbracciano l’amore per i cavalli, i loro “nobili amici”. Un legame così forte da dare il nome a una delle etichette più celebri: Scorbutico. Molti, leggendo il nome, pensano a qualche spigolosità caratteriale del vino; in realtà, è una dedica affettuosa al cavallo omonimo. È la dimostrazione di come dietro ogni bottiglia di Poggio Grande non ci sia solo tecnica, ma una storia fatta di affetti e di un rispetto profondo per la natura in ogni sua forma.
Campotondo: il cuore di una famiglia tra le vigne
Ci sono aziende che non si possono definire semplicemente tali, perché sono, prima di tutto, famiglie. È il caso di Campotondo, una realtà alla quale mi lega un sentimento che va ben oltre il calice. Incontrare Sabrina è sempre un’esplosione di energia: lei è l’anima creativa e vivace del gruppo, una personalità brillante e fuori dagli schemi che regala un tocco di gioiosa originalità a ogni progetto. Al suo fianco c’è Paolo, il vero “gentiluomo di vigna”: un uomo che cura le sue viti e la sua famiglia con quella dedizione silenziosa e profonda che appartiene a quelli che io amo definire uomini veri, che sanno amare la propria terra e la propria famiglia.
Ma la vera emozione anche quest’anno è stata confrontarsi con l’anima nuova dell’azienda: Elena. Vedere una donna così giovane muoversi con tanta determinazione e competenza riempie il cuore di speranza. Elena non lavora solo per far emergere i propri vini, ma si spende con coraggio per l’intera denominazione, consapevole che la crescita del singolo passi dal valore del collettivo. I suoi vini sono lo specchio di questa visione: eleganti, precisi, capaci di emozionare. Il mio consiglio? Andate a trovarli a Campiglia d’Orcia per degustare i loro prodotti lasciandovi rapire da un tramonto mozzafiato; è lì, tra i colori del cielo che si fondono con i filari, che si comprende appieno l’essenza di Campotondo.
Un arrivederci tra sorrisi, bollicine e traguardi
Il mio giro tra i banchi d’assaggio è proseguito con la gioia di ritrovare Cecilia da Donatella Cinelli Colombini. Cecilia è una di quelle persone che sanno farmi sentire subito a casa: il suo sorriso e il suo abbraccio sono ormai una costante preziosa di questo festival, proprio come i loro vini. Poco distante, un sorso di freschezza ed eleganza mi è arrivato dalla bollicina di Sanoner: il loro Metodo Classico è la conferma di come il territorio dell’Orcia sappia esprimersi con una certa finezza anche nella spumantistica. Restando in tema di eccellenze, una menzione speciale va ad Atrivm, che quest’anno celebrava un traguardo importante con delle splendide bottiglie commemorative per i 25 anni dell’azienda: un quarto di secolo che racconta la crescita e il consolidamento di questa realtà in cui trovo sempre tanto impegno e serietà.
Vorrei poter raccontare ogni singolo assaggio, ogni sfumatura e ogni parola scambiata in questi giorni così intensi; probabilmente con molti di voi lo farò di persona, calice alla mano, ma le pagine di un giornale hanno i loro confini e sento di aver già scritto tanto. Questo mio racconto è solo un piccolo abbozzo, un invito a non fermarsi alla superficie. L’appuntamento ufficiale è sicuramente al prossimo Orcia Wine Festival. Ma nel frattempo non aspettate un anno: andate in questo luogo magico, percorrete le sue strade bianche e godetevi, ancora una volta, il vino più bello del mondo!
Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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