Fasoli Gino. Un secolo di vino per l’azienda veronese pioniera del biologico
Cent’anni tra i vigneti: quasi la metà dedicati alla produzione di vino biologico.
In principio fu un’allergia agli agenti chimici. Da lì inaugurammo un nuovo percorso che tuttora ci detta il cammino. Perché quando il passato ti dà etica, non è più passato ma è futuro.
Secondo Natalino e Matteo Fasoli, terza e quarta generazione dell’azienda nata nel 1925 a Colognola ai Colli, nell’est veronese della Val d’Illasi,
un vino di qualità attira consumatori di qualità.
E tale qualità passa per una sostenibilità che significa
capire quanto c’è di superfluo per concentrarsi solo su ciò che serve, ricordandosi sempre che la terra è, e deve continuare a essere, sinonimo di vita.
Forte di questi princìpi, la Cantina Fasoli Gino ha celebrato il proprio centenario con un nuovo Rosso speciale, un «best of» della propria produzione, presentato a operatori ed esperti del settore durante l’evento esclusivo al Teatro Ristori di Verona, nella terza serata del 57esimo Vinitaly.

Il vino dei cento anni
Realizzato da uve appassite raccolte a mano, il vino dei cento anni è un grande rosso, nato dall’incontro tra Corvina, Corvinone, Merlot, Pinot Nero e Cabernet Sauvignon. Le viti affondano le radici in suoli argillosi, calcarei e sassosi, coltivate secondo i metodi della pergola corta veronese e del Guyot.
Ogni varietà affina separatamente in botti di rovere per un lungo periodo, tra i 36 e i 48 mesi, per poi unirsi in un equilibrio armonico di forza e profondità, sostenuto da una gradazione alcolica del 17%.
Ideale in abbinamento a carni rosse, selvaggina e formaggi stagionati, è perfetto anche da solo, a fine pasto, da assaporare lentamente in un calice ballon.
Il Rosso del centenario è per Natalino Fasoli

il meglio del meglio, una sintesi apicale dei nostri vitigni a bacca rossa. Se quei rossi sono come una famiglia, mi piace pensare di aver messo insieme tanti “figli” sino a rappresentarne uno che esalta in sé tutte le loro differenti qualità.
Apripista del bio
L’agricoltura è un’arte che non si fonda sulla teoria, ma sulla pratica, e Fasoli Gino può confermare di «praticare» il vino biologico da quasi quarant’anni.

Nel 1986 nessuno sapeva cosa fosse il biologico, si trattava di una vera rivoluzione e inizialmente succedeva anche d’essere derisi», riflette Matteo Fasoli. «La scelta di abolire l’uso di pesticidi è stata la prima pietra di un percorso di sostenibilità. Un percorso lungo e sfidante, inizialmente anche complicato, «almeno finché non abbiamo conosciuto i primi distributori svizzeri e tedeschi, che ci hanno permesso di proporre con forza quel prodotto frutto di un cambio di mentalità: un prodotto, il vino biologico, che dimostra come il territorio, una volta valorizzato, ti permetta di realizzare cose incredibili.
Nel 2026 l’azienda festeggerà, quindi, anche i suoi vent’anni di procedure biodinamiche.
Dalla semina dei legumi al processo di 24 mesi che porta alla produzione di compost riutilizzabile, passando per la piantumazione di alberi:
Vogliamo avere una visione che non sia solo produttività,
spiegano Natalino e Matteo Fasoli. In tale visione rientrano i progetti della vigna Tasi e Tenuta Le Cave, che una decina d’anni fa hanno rigenerato un territorio un tempo eletto a vecchia cava di marna per farlo rinascere come ecosistema: un’area dove
l’attività improntata su vini naturali, olio e spezie contribuisce a mantenere dieci ettari di bosco e la biodiversità che vi dimora.
Coltivare, davvero, la sostenibilità

Il percorso di sostenibilità di Fasoli Gino, avviato nel 1986 tra antiche conoscenze contadine e approcci che aumentano la vitalità delle piante, sanando l’equilibrio perso con le coltivazioni intensive, è diventato una bussola per tutte le scelte, in vigna ed in cantina.
La Cantina ha fissato ad un paio d’anni l’autonomia nell’autoproduzione dell’energia: all’impianto fotovoltaico della potenza di 99 kW, già installato, seguiranno ulteriori investimenti per arrivare a 200 Kw totali.
Inoltre, sarà avviato un processo di recupero del calore prodotto dai macchinari d’imbottigliamento e produzione, che in ottica circolare andrà ad alimentare il riscaldamento degli uffici e la produzione di acqua calda di lavaggio.
Già oggi, poi, l’azienda recupera quasi quattro mila metri cubi d’acqua piovana, il cui 80 per cento è riutilizzato per l’irrigazione e altri consumi, come il lavaggio delle bottiglie.
Ma nell’agenda figurano anche scelte come l’estensione dell’uso del vetro leggero per il packaging, dove si utilizza già carta 100% riciclata, e l’eliminazione delle capsule dai prodotti che lo consentono. Lo scenario è quello di
un’etica presente su tutta la filiera,
ribadiscono Natalino e Matteo Fasoli.
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