Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino

Marco Sargentini ci porta dentro un mondo fatto di storie di incontri e di vino. Momenti di convivio nei luoghi dove il tempo “si ferma” e l’orologio non ticchetta più: le Enoteche.

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11 Novembre, 2025

Colori che esplodono

  Se si dividono i colori in parti e li si combinano, si ottengono nuove tonalità e armonie, che formano un continum di sfumature, passando dai colori vivaci a tonalità più grigie e delicate. Questa evoluzione permette di creare infine variazioni di tonalità, fondamentali nella pittura per esprimere emozioni e atmosfere diverse. A.Mucha Roma si svegliò sotto una luce dorata, come se il sole, accarezzando le cupole e i sampietrini, volesse ricordare alla città la sua eterna bellezza. L’aria portava con sé un leggero profumo di foglie secche e pane appena sfornato, un connubio perfetto tra natura e umanità. Quel giorno, Roma si offriva in tutta la sua dolce potenza, ed io ero pronto a lasciarmi travolgere. L’autunno nella città eterna arriva in punta di piedi, ma appena entra, trasforma tutto. Non c’è più il bianco accecante dell’estate né il brusio impaziente dei turisti che corrono da un monumento all’altro. Ora la città respira, più lenta, più vera. Le foglie dei platani lungo il Tevere diventano d’oro antico, e quando il vento le muove, sembra che una pioggia di luce scenda sull’acqua. L’aria è densa di profumi di terra bagnata, di castagne arrostite che fumano nei carretti ai bordi delle piazze, di vino nuovo che arriva dalle osterie e si mescola al caffè tostato che esce dai bar al mattino. Nei vicoli l’odore del sugo invade le strade, e da una finestra aperta scivola fuori una risata, una canzone, un bicchiere che brinda.
Una coppia di studenti si tiene per mano sotto un portone, un anziano guarda il cielo e scuote la testa come a dire che, sì, ogni anno è lo stesso, eppure ogni anno è diverso. Ottobre a Roma non ha bisogno di spettacoli. È lui lo spettacolo. Un mosaico di luce e memoria, di colori che non si riescono a nominare e di profumi che restano addosso come un ricordo.
Attraversai vicoli stretti dove i muri erano coperti di bouganville e le finestre traboccavano di gerani. Le voci della gente, i clacson lontani, il tintinnio delle posate, tutto era musica, tutto era ritmo. I bambini correvano, gli artisti di strada suonavano e dipingevano. Ogni colore sembrava più vero: il verde era più verde, il cielo più azzurro, il rosso delle foglie più intenso. Accanto a me un taccuino, all’interno del quale c’erano schizzi, frasi, profumi annotati con l’inchiostro invisibile dell’emozione. Lì un angolo nascosto, un giardino che non appartiene a nessun luogo e a ogni tempo: l’Enoteca il Goccetto, una tappa obbligata per chi ama il vino, per chi vuole respirare e vivere un’esperienza semplice e ben fatta. In una città dove tutto corre, qui sembra che il tempo si sia preso una pausa per aprire una bottiglia. L’enoteca è uno spazio raccolto che richiama i tempi andati, abitato non da creature viventi, ma da Colori, profumi… e dal Tempo. Qui i Colori non sono solo sfumature, ma esseri danzanti, ognuno con un carattere unico. Il Rosso passionale e impulsivo, l’Azzurro sognatore e calmo, il Verde curioso, l’Oro antico e saggio. I profumi, invece, fluttuavano come melodie invisibili: il profumo di limone rideva tra le foglie, quello di vaniglia raccontava storie ai fiori, mentre il profumo di terra bagnata sussurrava segreti appena dopo la pioggia. Al centro dell’enoteca abitava il Tempo. Non era né vecchio né giovane, né uomo né donna. Era semplicemente lui, il Tempo, e si muoveva come vento leggero, scivolando tra petali e ombre, ascoltando i racconti dei profumi e osservando i balli dei Colori. Ogni giorno, al tramonto, i Colori e i profumi si radunavano attorno al Tempo per parlargli. Cominciava il profumo di gelsomino Tempo oggi ho abbracciato una bambina che dormiva. L’ho accompagnata in un sogno. E io, sono scivolato sugli occhi di un pittore. Mi ha steso su una tela, chiamandomi ‘speranza’. aggiungeva il Verde Il Tempo li ascoltava, con un sorriso che si poteva solo intuire. Con voce che era un eco antico, Ogni vostro gesto si intreccia nei fili che tessono i giorni. I vostri racconti sono la memoria del mondo. Un giorno, però, il profumo del fumo entrò dalla finestra. Era grigio, stanco, confuso. Con lui, i Colori cominciarono a sbiadire. Il Rosso diventò ruggine, l’Azzurro si fece pallido come nebbia. Tutti iniziarono a temere che il Tempo stesse finendo. Ma il Tempo rise piano, e disse Non sto finendo, sto solo cambiando veste. Voi siete eterni, perché ogni colore che è stato visto, ogni profumo che è stato sentito, vive dentro chi ricorda. Allora il profumo di caffè raccontò di un mattino in una cucina, il profumo di lavanda di una vecchia casa in campagna, e l’Oro parlò di una sera d’autunno in cui un anziano, guardando un tramonto, aveva detto: Questo momento vale una vita. E in quel momento, tutto si riaccese. Non come prima, ma diversamente vivo. I Colori tornarono più profondi. I profumi divennero più intensi, pieni di storie. Il Tempo li abbracciò tutti. Da allora, ogni volta che senti un profumo che ti ricorda qualcosa, o vedi un colore che ti tocca l’anima, è il luogo che ti parla. E il Tempo ti ascolta. E i Colori Esplodono. Così come i sapori. Così come i sensi: Alta Langa DOCG Luigi Coppo 2021 un mix di eleganza e memoria in bollicina. Prodotto esclusivamente da Pinot Nero in purezza, il Luigi Coppo rappresenta l’espressione più pura dell’Alta Langa: terreni vocati, altitudini elevate, clima fresco. Uve selezionate a mano, pressatura soffice, fermentazione in acciaio e un lungo affinamento di 30 mesi sui lieviti in bottiglia: ogni passaggio è pensato per valorizzare il terroir e la complessità aromatica del vitigno. Un angolo del Piemonte in cui l’aria profuma di gesso e vento, dove le viti si arrampicano tra le pieghe delle colline come ricami verdi su un tessuto d’oro. È da qui che nasce questo metodo classico che sa di memoria, territorio e luce. Un vino che non si beve soltanto: si guarda, si ascolta, si sente pulsare tra le dita e sotto la lingua. Un calice che vibra di luce. Appena versato, esplode in un giallo paglierino acceso, attraversato da bollicine finissime che salgono come stelle in una notte d’estate. Il colore non è mai fermo: si muove, cambia, si accende di riflessi dorati e verdolini. È la promessa di qualcosa che vive, che evolve, che racconta. Al naso, è un piccolo teatro di profumi: fiori bianchi appena colti, mela verde croccante, pasta lievitata al mattino, un tocco minerale che profuma di roccia e pioggia. Un invito discreto ma magnetico, come la prima nota di un pianoforte in una sala silenziosa. La bocca come una tela; è setoso, avvolgente, affilato come una lama d’eleganza. La freschezza è decisa ma non invadente, incorniciata da una cremosità gentile data dai 30 mesi sui lieviti. Il sorso è lungo, stratificato, quasi pittorico: giallo come un limone maturo, bianco come un giglio, oro come il sole di fine vendemmia. Ogni bolla è un pigmento, ogni acidità un colpo di luce. Un nome, una memoria. Dedicato a Luigi Coppo, figura cardine della famiglia, il vino è anche un tributo al coraggio di chi ha creduto nella qualità in tempi difficili. Dietro ogni bottiglia c’è il gesto lento, pensato, artigianale. La scelta di lavorare in purezza il Pinot Nero non è casuale: è una scommessa sulla finezza, sull’identità, sull’Alta Langa che non imita, ma parla con voce propria. Alta Langa Luigi Coppo 2021 non è solo un vino. È una fotografia liquida di un territorio, uno spicchio di luce in bottiglia, Colori che Esplodono e che accarezzano i sensi. Roma aveva cantato una canzone quel giorno. Non una che si potesse ascoltare alla radio, ma una che veniva dal respiro caldo dei vicoli, dal passo lento dei turisti, dal tintinnare delle tazze nei bar. Io l’avevo ascoltata in silenzio, seduto a un tavolino dell’Enoteca il Goccetto, con un bicchiere che catturava la luce come un frammento di tramonto. Fuori, la città muoveva le sue ombre antiche. Dentro, il tempo sembrava essersi dimenticato di noi. Le voci erano basse, come se tutti sapessero di trovarsi in un luogo sospeso tra il passato e l’attimo. Ogni risata, ogni sguardo, ogni sorso di vino si stendeva nell’aria come una nota. Non ricordo più cosa ho detto ne sentito. Ricordo solo la sensazione precisa di essere parte di quella musica. Roma cantava, e io, per una volta, non avevo bisogno di rispondere. Aveva cantato una canzone. E io l’aveva ascoltata. Una giornata di armonie e Colori che Esplodono. Una giornata eterna.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA L’enoteca alla mescita propone Bollicine Italiane sia Metodo Classiche che Martinotti e Francesi. Vino Bianco Italiano e Francese, Rosso e Rosato.   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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20 Ottobre, 2025

Casa Mia

  Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita. J.Kerouac In un’epoca in cui viaggiare è prerogativa di molti, credo ancora che le vie più autentiche siano quelle che non compaiono su nessuna mappa. Non servono aerei, né valigie. Servono solo silenzio e coraggio. Lo capii il giorno in cui, dopo anni di spostamenti, mi ritrovai immobile, seduto sul pavimento spoglio del mio piccolo appartamento. Tutto ciò che avevo raccolto nel mondo, foto, ricordi, lingue diverse, sembrava svanire davanti a una domanda semplice: Chi sono io quando nessuno mi guarda? Fu allora che iniziai un altro tipo di viaggio. Ogni mattina, invece di pianificare una nuova partenza, mi sedevo. Chiudevo gli occhi. Ascoltavo. All’inizio sentivo solo rumore: voci del passato, giudizi, aspettative. Poi, piano piano, arrivarono spazi. Paesaggi interiori che non avevo mai esplorato. Deserti di solitudine, oceani di pace, montagne di dolore antico. Il punto zero. Ossia il limite da cui può trarre origine un fenomeno nuovo. Il punto di partenza ideale per un cambiamento, per un rinnovato ciclo e una fase inedita. La necessità di gettare le basi per un mutamento interiore, consapevole della strada volta a salvaguardare i modi di sentire e fare che rischiano di scomparire nelle condizioni attuali. In principio fu un segno. Non una parola, non un grido, non un gesto eclatante. Solo un segno tracciato con dita tremanti all’alba del primo giorno. Quella volta non fu per caso. Roma non è mai casuale. Ti porta dove devi essere prima ancora che tu lo sappia. Era un giorno di quelli in cui il cielo ha il colore della terracotta e l’aria sa di uva appena schiacciata. Il Vinificio a Testaccio Roma, era un luogo pieno di chiacchiere sussurrate, luci calde e bottiglie che sembravano raccontare novelle dai bordi verdi e ambrati. Non una semplice enoteca, non un ristorante, ma un punto di partenza. Un posto dove il vino non è il protagonista assoluto, ma un compagno di viaggio, capace di raccontare storie, sapori, inizi. Ogni etichetta qui presente è frutto di una scelta. Piccoli produttori che credono nella terra. Vini nati da intuizioni coraggiose. Bollicine che parlano dialetti diversi. Ogni bottiglia è qui perché ha fatto un viaggio e perché ha incontrato qualcuno capace di ascoltarla. Ci sono viaggi che iniziano per caso. E poi ci sono quelli che, anche se sembrano fortuiti, in realtà sono destinati a compiersi. Al Vinificio di Testaccio, ogni bottiglia, ogni piatto, ogni incontro racconta proprio questo tipo di viaggio: quelli che sembrano incroci fortuiti, ma che, col senno di poi, si scoprono essere principio. Questa è la storia di uno di quei viaggi. Non di un cammino, ma di incontro.   Quel giorno quando entrammo Alessandro  stava dietro al bancone, intento a far roteare un bicchiere da degustazione come fosse una bussola. Non aveva la faccia del sommelier patinato. Aveva piuttosto l’aria di uno che ascolta il vino più che spiegarlo. Uno che sa quando versare e quando parlare; anche quel giorno il vino, ancora una volta, parlò per lui: Vinicio, Uve 100% Merlot. C’è una storia, dietro ogni vino. Ma alcuni vini nascono già per raccontare una storia. Vinicio è uno quelli. È una private label prodotta ad hoc per il locale da in collaborazione con @super_naturale. Un nome che è tutto un programma. Perché Vinicio non è solo un’etichetta: è il ritratto liquido di un legame, di un viaggio, e di una scelta non casuale. Vinicio è un rosso che sorprende. Vinificato in modo naturale, senza chiarifiche né filtrazioni, con un uso minimo di solforosa. Il vino affina in vasche di cemento grezzo, conservando tutta la sua vitalità e la sua espressione territoriale. Al naso, è un’esplosione di frutti rossi maturi, ciliegia, prugna, piccoli frutti di bosco, accompagnati da una nota erbacea sottile, quasi balsamica, che ricorda la macchia mediterranea.
In bocca, è succoso, pieno, ma mai pesante. Il tannino è presente, ma educato. Il sorso è agile, profondo, persistente. È un vino che vuole il cibo, che non si prende troppo sul serio, ma che non si dimentica. L’etichetta di Vinicio è essenziale, ma eloquente. Un disegno a mano libera, quasi un autoritratto immaginario, che racconta un’anima in viaggio. Un volto, un bicchiere,  una linea sottile che collega Roma a Bordeaux, come un filo rosso di vino. Un’etichetta che non vuole piacere a tutti, ma che conquista chi sa leggere tra le righe e tra i sorsi. Uscimmo dall’enoteca e scoprii che il viaggio più lungo era quello verso di me. E che ogni passo fatto dentro, per quanto faticoso, mi riportava più vicino a una verità che avevo sempre cercato altrove. Il tempo si ferma e si accartoccia su sé stesso come un collage. Entri pensando di fare un breve visita e quando esci, ti accorgi che sono passate 5 ore o forse cinque anni. È un buco nero che divora cronologia e logica, lasciando solo la pura energia della creazione. Non è uno spazio ma estensione del proprio cervello. Ogni oggetto, ogni macchia di colore, ogni angolo polveroso è un neurone del pensiero visivo. È un luogo che si abita, come si abita il proprio corpo, con la stessa immediatezza e necessità biologica. Ora, quando la gente mi chiede quale sia Casa Mia, quale vuole essere il posto più bello che abbia mai visitato, sorrido. Non è una città, né un’isola. È uno spazio nascosto tra il cuore e la mente, dove finalmente ho imparato ad abitare.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA L’enoteca alla mescita propone Bollicine Italiane e Francesi, Vino Bianco Italiano e Francese, Rosso Italiano Laziale. Tutti i prodotti disponibili al bicchiere sono tendenzialmente Vini naturali. In esclusiva troviamo le due private label: Vinicio Rosso e Vinicio Bianco.   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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2 Settembre, 2025

Il Guerriero

Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era tanto piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa. Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa ch’egli non sapeva ancora, qualcosa che aspettava proprio lui. H.Hesse (Siddharta) In principio era il viaggio. Non quello frettoloso; quello lento, vissuto, sensoriale. Un viaggio che comincia prima con sé stessi, piuttosto che con i passi e che ha come bussola un profumo, un rumore, una voce roca che racconta la terra. Un suono evocativo profondo e terreno, come se la terra stessa parlasse attraverso una voce vissuta e segnata dal tempo di storie che celebrano la bellezza, ma anche le sue ferite; racconti che trasmettono la saggezza e la resilienza del viaggio. C’era una volta un uomo, che decise di partire. Non per fuggire, non per cercare. Aveva uno zaino, scarpe comode e un taccuino. Non sapeva ancora che quel viaggio non sarebbe stato uno solo, ma molti. E che lui stesso non sarebbe mai rimasto la stessa persona, ma ne sarebbe divenute molte. Il primo treno lo portò lontano. La luce della città gli sembrò più liquida, quasi un’onda che si muoveva tra le strade. Seguì un suonatore di organetto per una notte intera, camminando senza meta. Ogni nota che ascoltava era un piccolo viaggio: uno nel dolore, uno nella nostalgia, uno nella speranza. Scrisse: “Ogni canzone è un treno che non torna mai indietro.” Imparò che i mercati hanno più strade di una mappa. Ogni porta era un mondo: spezie, tappeti, occhi che guardavano e passavano. Si perse tra i vicoli e incontrò un vecchio calligrafo che gli disse: Ogni parola che scrivi cambia chi sei. Ogni parola letta cambia dove sei. Pensò che anche leggere poteva essere un viaggio. E mentre era intento a sfogliare un libro, tra le tessiture dei mercati, stappò una bottiglia di “Angelin Beo” Valdobbiadene DOCG Rive di Guia Extra Brut 2023 Bortolin Angelo. Un vino prodotto nel cuore pulsante delle colline di Valdobbiadene, tra pendii vertiginosi e filari aggrappati alla roccia. Un prodotto che non è solo spumante, ma un racconto liquido di un’identità. Un nome che parla. Unnome non casuale. “Angelin Beo” è il soprannome affettuoso con cui gli amici chiamahttps://winetalesmagazine.com/wp/wp-admin/post-new.phpno Angelo Bortolin, fondatore della cantina. Questo vino nasce come omaggio alla sua storia e alla sua terra. Un prodotto celebrativo, sì, ma che è subito diventato bandiera di stile, precisione e autenticità. La menzione “Rive” è tra le più prestigiose del disciplinare del Prosecco Superiore: indica viticoltura eroica e anima verticale, vigneti in forte pendenza, lavorati esclusivamente a mano. Quella di Guia è una delle più storiche e complesse, con esposizioni uniche e un suolo ricco di minerali che imprime freschezza e tensione ai grappoli di Glera. La vendemmia, rigorosamente manuale, è solo l’inizio di un processo che, pur adottando il metodo Charmat, segue tempistiche lente e rispettose. Il risultato è uno spumante essenziale e verticale, scolpito dalla terra; elegante, minerale e di grande personalità. Lavorò per una settimana. Le sue mani si scurirono, i suoi piedi si piegarono alla terra. Ogni sera, i lavoratori si riunivano intorno al fuoco. Ogni uomo, ogni donna, gli insegnava qualcosa. Una notte scrisse: Sono stato un turista, un fratello, un lavoratore, un figlio, un ospite e uno straniero. Quanti me convivono in me stesso? Il giorno successivo, in una metropolitana , si guardò riflesso nel vetro. I suoi occhi erano gli stessi, ma qualcosa era cambiato. Sentiva le voci di tutte le persone che aveva incontrato. Si disse: Io sono io, ma sono anche ogni volto che mi ha guardato con gentilezza o silenzio. Arrivò ad una stazione, si fermò in un’osteria e degustò Lambro’sc Azienda Agricola San Polo. Un vino tra fede contadina e valorizzazione del territorio. Prodotto dall’Azienda Agricola San Polo, situata nella Food Valley intorno a Castelfranco Emilia. Il Lambro’sc è un Lambrusco Grasparossa che nasce dalla vinificazione in acciaio, metodo Charmat. Il Lambrusco Grasparossa è uno dei vitigni autoctoni emiliani più intensi, strutturati e caratteriali. Cresce su terreni tipici della collina modenese e reggiana, dove le condizioni favorevoli danno vita a grappoli con acini dalla buccia spessa, colore blunero e buona concentrazione aromatica. In versioni come quella del Lambro’sc, la vinificazione Martinotti conferisce freschezza e brillantezza, preservando le note fruttate e la sapidità che distinguono il trebbio autoctono. Tornò, mesi dopo, nella sua città. Stessa stazione, stesso bar all’angolo, stesse vie. Ma qualcosa era diverso. Ogni angolo sembrava portare con sé un’eco di altrove. La piazza del mercato gli ricordava un sabato a Firenze, il vento tra i tigli era lo stesso di una collina Umbra, il profumo del fiume lo riportava a un vicolo di Venezia. Scrisse sul suo taccuino ormai consumato: Non servono confini per viaggiare. Ogni luogo è mille luoghi. Ogni strada può contenere il mondo. E intento a scrivere iniziò a sorseggiare Arale Cantina Pomario. Più di un semplice vino: un rito che prende vita da viti antiche di Trebbiano e Malvasia recuperate da una vigna dismessa e coesistenti con nuovi cloni.
Le uve, raccolte all’alba di ottobre, vengono immediatamente pressate e avviate a fermentazione in barriques con lieviti autoctoni. Il processo è curatissimo: battônagequotidiani, sfecciatura solo al termine delle fermentazioni alcolica e malolattica;quattro pulizie annuali prima di un’imbottigliatura lieve e attenta. Un vino dal colore giallo dorato intenso e luminoso, con sfumature che variano a seconda dell’annata.
Al naso mélange di spezie, frutta e fiori, emergono note agrumate (mandarino) e floreali (gelsomino, robinia), talvolta con una lieve traccia fumé. Il palato fresco, acidulo, sapido, con richiami di agrumi e un finale minerale e vibrante, capace di sorprendere il palato più sofisticato. Il pensiero iniziale Forse sono altro. Forse sono altrove. Si era ormai spezzato, moltiplicato, come vetro sotto il sole.
Ne erano nati altri: Chi sono quando nessuno mi guarda? Dove finisce il mio confine? Se esisto in tanti posti, allora esisto davvero? E se non tornassi più lo stesso Proprio per provare a sé stesso di essere ancora, assaporò dello Champagne Jean Gimonnet Blanc de Blancs Premier Cru www.champagne-gimonnet.com. Eleganza minerale celebrata in un calice. Una sinfonia di equilibrio, uve 100% Chardonnay,finezza e terroir. Illuminato da una struttura minerale profonda e da una freschezza vibrante, è una cuvée che coniuga stilizzazione artigianale e accessibilità. Un abbraccio elegante al territorio della Côte des Blancs, perfetto per chi cerca bolle autentiche che non sacrificano intensità. Ogni pensiero apriva una porta. Ogni porta, un’altra strada.
Scoprì che pensare è viaggiare più lontano di quanto possano fare i piedi. E mentre camminava verso casa, si accorse che il viaggio non era mai finito. Non sarebbe mai finito. Perché ogni passo, anche il più piccolo, può contenere l’universo. Alla fine, tornò. Non per fermarsi, ma per raccogliersi. Non più come viandante, ma come Guerriero, urlando al vento il suo canto per la gente. Oltre la paura oltre la solitudine. La casa era sempre lì, ma qualcosa era diverso. I muri sembravano contenere echi di voci lontane, il tavolo della cucina sembrava più grande. Forse, pensò, era lei a essere diventata più grande. Più ampia. Più plurale. Aprì il libro che non aveva finito, ma non lesse. Aggiustò il segnalibro e scrisse a margine: Un viaggio, tanti viaggi. Una persona, tante persone. Un luogo, tanti luoghi. Un pensiero, tanti pensieri. Si fermò, rifletté su questo ultimo pensiero, ed aprì uno Château Puynard Bacon Wine. Una micro-cuvée sorprendente dal cuore di Bordeaux. Nella splendida cornice dei Blaye Côtes de Bordeaux, Château Puynardpropone una creazione audace e raffinata: il Bacon Wine. Frutto di una vinificazione innovativa, suddivisione della fermentazione tra acciaio e legno, questo Merlot 100%coltivato biologicamente in vigna, una piccola produzione con circa 2.000 bottiglie da 75 cl, è un vero e proprio piccolo gioiello enologico. Dal colore intenso, sprigiona un bouquet intrigante di aromi tostati e di cacao, affiancati da frutti rossi e neri, arricchiti da sottili sfumature fumé. Al primo sorso, sorprende per la sua dolcezza inattesa, la struttura morbida e la profondità aromatica. È un vino che seduce, pur rimanendo ancorato alla raffinatezza di un Bordeaux di terroir. Sorprendente e avvolgente, è la quintessenza di un vino che osa e conquista. Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori. L.Pirandello (Uno Nessuno Centomila) ENOTECA PER L’ESTATE: “Angelin Beo” Valdobbiadene DOCG Rive di Guia Extra Brut 2023 Bortolin Angelo (Veneto) Lambro’sc Azienda Agricola San Polo (Emila Romagna) Arale Cantina Pomario (Umbria) Champagne Jean Gimonnet Blanc de Blancs Premier Cru (Francia, Champagne) Château Puynard Bacon Wine (Francia, Bourdeaux)   Marco Sargentini
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6 Agosto, 2025

Via Padana Superiore

  Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa. H. Murakami Il labirinto è forse l’essenza del viaggio e dell’esplorazione? Cercare nuove strade, perdersi e ritrovarsi, è inconsciamente anche un modo per affrontare un viaggio dentro di noi.? È così che dovrebbero essere tutti i viaggi, una migrazione, una conoscenza verso nuovi posti, nuove culture; ma anche un cammino per una conoscenza del sé. Il sole si è fatto più alto e sedersi su una panchina all’ombra degli alberi è un ottimo refrigerio. Riposandoci, fermandoci prima di girare a sinistra, abbiamo spesso il privilegio di guardare gli altri mentre passano davanti, toccano i rami e fanno selfie abbracciati, qualcuno ridendo grida “mi sono perso” mentre altri rispondono “siamo qui”. Il labirinto è un bel gioco, per grandi e bambini. Dopo poco, riprendendo il cammino, un totem con una cartina fornisce un aiuto indicandomi dove mi trovo. Comprendo che non sono lontano dall’arrivo: ok, bisogna andare diritti, poi a sinistra, ancora diritti. E così si arriva alla piazza centrale con giardini e grattacieli, dove di inverno si viene per correre e d’estate si ricerca ristoro. Milano non ha vigneti, ma ha sete di storie. E spesso, le storie migliori iniziano lontano dalla città. Lungo la Via Padana Superiore, che attraversa mezza Italia dal Piemonte al Veneto, tra nebbia, filari e vendemmie. È lì che la terra parla. È lì che la mente si perde, o si ritrova. Fino a raggiungere Isola, il quartiere più “figo” di Milano: uno spazio urbano diventato linguaggio, dove il design incontra il vintage, e i muri raccontano graffiti come fossero poesie di cemento. Nel mezzo di questo piccolo labirinto post-industriale, sorge un luogo che è più di una enoteca: 41 Wine Bar & More. Chi conosce la Via Padana Superiore sa che non è solo una strada. È una linea del tempo viva, dove il passato non è mai troppo lontano. È il corridoio invisibile traghettatore di memoria che ha portato il vino dalle colline del Monferrato, dai colli bresciani, dai terrazzamenti del Garda, fino al cuore di Milano. E quel vino, quel sapere antico, oggi si mescola alle luci di Isola. 41 Wine Bar, con il suo arredamento essenziale ma caldo, le pareti nude e il sottofondo jazz, sembra una stazione sospesa tra due epoche. Una tappa di chi non ha ancora deciso se restare o ripartire. Come chi guida lungo la Via Padana Superiore e, senza accorgersene, entra nel proprio labirinto mentale. Al 41 la carta dei vini è breve ma selezionata con cura, come un diario. Nessuna grande etichetta urlata. Solo nomi di piccoli produttori lungo la Padana e fuori dai confini, scelti per quello che raccontano, non per quello che vendono. Ci trovi bottiglie che sanno di cantine familiari, di barrique improvvisate in cascine diroccate, di vino fatto per restare, non per apparire. Al bancone e tra i tavoli, Giorgio, oste e proprietario insieme alla sua famiglia dal 2018 del locale. Ti guarda e non ti chiede cosa vuoi da bere. Ti domanda come ti senti. Poi ti serve un calice di Champagne. Prima di condividerlo con te. In questo caso: Champagne Jeangout Extra Brut Premier Cru. Un prodotto che in un panorama vinicolo sempre più attento all’autenticità e alla trasparenza, si distingue come un’espressione pura e decisa della tradizione champenoise. Questo champagne dal dosaggio zero è la scelta ideale per chi cerca un vino dritto, minerale e privo di compromessi. Uno Champagne “Nudo” ma Elegante. Il termine “pas dosé” indica l’assenza totale di zuccheri aggiunti nella fase finale della vinificazione, una scelta che esalta la precisione del terroir e la qualità dell’uva. Nel caso del Jeangout Extra Brut, parliamo di un assemblaggio 33% Chardonnay 33% Pinot Noir 33% Meunier, coltivato su suoli calcarei che donano al vino quella nota salina e vibrante tanto ricercata dagli intenditori. All’olfatto colpisce per la sua finezza aromatica: sentori di scorza di limone, gesso, nocciola tostata e fiori bianchi. Al palato è affilato, verticale, con una bollicina finissima e una lunghezza sorprendente. Il finale è netto, asciutto, quasi meditativo. Una interpretazione sincera della Champagne, niente maschere, niente dolcezze aggiunte, solo uva, tempo e pazienza. Questa Cuvée è una dichiarazione d’intenti. Un invito a riscoprire lo champagne nella sua forma più sincera, dove ogni sorso racconta una storia di territorio, rigore e passione. Perché qui il vino non è solo bevanda. È linguaggio emozionale. Molti clienti arrivano dall’est, Pioltello, Cassina, Gorgonzola, Cernusco, portano dentro di sé lo scorrere anonimo della Padana, i paesi che si somigliano, i ricordi che riaffiorano come nebbia. Entrano qui e bevono per ricomporsi, come si ricompone un pensiero rotto in un sogno. E Isola, che sembra un quartiere perennemente in bilico tra autenticità e moda, diventa così il cuore segreto del viaggio: non la meta, ma la domanda stessa. E mentre fuori le bici elettriche sfrecciano tra coworking e ristoranti fusion, dentro al 41 il tempo si dilata. Il vino ti guarda. Ti ascolta. Ti costringe a rallentare. A ricordare. C’era una volta una strada dritta come una lama di luce: la Via Padana Superiore. Lunga, antica, apparentemente semplice. Ma dentro di me non era mai stata lineare. Ogni volta che percorrevo quei chilometri, qualcosa si spezzava e si ricomponeva, come dentro un labirinto invisibile. Il traffico scorreva lento, ma la mia mente era già lontana. Le rotonde diventavano simboli dell’eterna ripetizione, e le uscite come scelte esistenziali. In ogni cartello leggevo parole che nessun altro vedeva: “Desio”, “Monza”, “Cernusco”, diventavano portali per pensieri mai detti. Guidavo, ma era come se stessi attraversando il mio stesso cervello. Un dedalo di pensieri che non portava mai a un centro, ma solo a riflessi, specchi, strade che tornavano su sé stesse. In uno di quei tratti tra Cologno e Gorgonzola, ebbi una visione. Un labirinto fatto di nebbia, che si srotolava ai lati dell’asfalto. Non c’erano minotauri, solo versioni passate di me stesso che mi osservavano in silenzio. Alcune piangevano, altre ridevano. Nessuna parlava. Ogni viaggio sulla Via Padana Superiore era un rituale. Il paesaggio cambiava poco, ma io cambiavo ogni volta. Le rotonde diventavano enigmi. I semafori, oracoli. E capii che il labirinto non era fuori, ma dentro. Che la strada non conduceva a un luogo, ma a una consapevolezza: che ogni tragitto lineare è solo un’illusione. Anche la più retta delle vie porta con sé mille curve interiori. Eppure, continuavo. Perché il viaggio mentale, come la Via Padana Superiore dove “cade la pioggia e piovono i ricordi”, non finisce mai davvero.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: L’Enoteca offre alla mescita un’ampia proposta: Bollicine Italiane e Francesi (metodo Classico e Metodo Martinotti). Vini Bianchi e Rossi Fermi, Italiani e Francesi e Rosé.   Marco Sargentini
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15 Luglio, 2025

Mandami un messaggio

  Le foglie stanno volando via dal mondo e sopra c’erano dei messaggi e degli enigmi che non abbiamo decifrato. G. Ceronetti Viviamo spesso come se la vita fosse una linea retta: un punto di partenza, una direzione, una meta. Ogni orizzonte, geografico, emotivo, professionale, sembra indicare un dopo, una svolta, una conquista che sostituisce quella precedente. E invece no. La verità è che gli orizzonti non cancellano, ma si sommano, come cerchi nell’acqua. Ogni volta che vediamo oltre, non perdiamo ciò che abbiamo visto prima. Al contrario, lo includiamo, lo portiamo con noi. Un paesaggio nuovo non elimina quello vecchio: lo arricchisce.
Un cambiamento non taglia col passato: lo stratifica. Siamo esseri in crescita laterale, non solo frontale. Non lasciamo indietro davvero nulla, anche quando ce ne convinciamo. I luoghi che abbiamo abitato, le persone che abbiamo incontrato, le idee che ci hanno attraversato… tutto resta, in qualche forma, dentro di noi, come Un Messaggio. Il problema è che spesso cerchiamo la novità come se fosse rottura. Quando invece la vita, la vera vita, è somma silenziosa di orizzonti successivi. Non una corsa, ma una sedimentazione. E forse la maturità è proprio questo: accorgersi che i nuovi orizzonti non sono fughe, ma aggiunte. Che il nostro sguardo non si rinnova scartando, ma ampliando. Così, ogni nuovo giorno, ogni luogo, ogni incontro, non è un capitolo a parte, ma una pagina in più dello stesso libro. E solo quando ci fermiamo, anche solo un attimo, a guardarli insieme, scopriamo che il panorama è più vasto di quanto ricordassimo. Perché ogni orizzonte ci ha insegnato a vedere un po’ più in là, oltre la nostra finestra. In un borgo dove la pietra racconta secoli di storia e il vino è cultura prima ancora che bevanda, Opificio 16 è un viaggio tra vino, territorio e sperimentazione. Qui, ogni calice si fa racconto e il vino è come un linguaggio con il quale gli orizzonti si sommano a quelli precedenti. Situato nel cuore di Montepulciano, tra vicoli che profumano di mosto e panorami che si aprono come quinte teatrali sulla Val d’Orcia, Opificio 16 non è una semplice enoteca; è un atelier enogastronomico, dove tradizione e contemporaneità si intrecciano in una narrazione sensoriale che si rinnova momento dopo momento. Ogni bottiglia selezionata racconta una storia, un’annata, un gesto agricolo che si fa cultura liquida. E mentre il bicchiere si riempie, si ha la sensazione che il tempo rallenti, e che l’esperienza vada ben oltre il gusto. Nulla è lasciato al caso. L’idea è quella di una convivialità consapevole, in cui anche il vino più semplice e informale diventi un gesto di conoscenza divenendo il tramite per entrare in dialogo con il luogo e le mille esperienze. Opificio 16 è uno spazio che vive, respira e si trasforma. Un “opificio” nel senso rinascimentale del termine: officina delle idee. In un’epoca in cui l’enogastronomia rischia spesso di piegarsi al turismo frettoloso, questa enoteca sceglie la strada opposta: lentezza, profondità, ascolto. È un orizzonte in più, che si aggiunge a quelli precedenti. Un sapore scoperto, un’etichetta ricordata, una conversazione imprevista. In questo luogo, il vino è un pretesto per viaggiare, per sedimentare esperienze, per costruire, sorso dopo sorso, una memoria condivisa. Perché in fondo, il gusto autentico non è mai solitario: è una storia che si scrive insieme, nello stesso borgo, alla stessa tavola, guardando lontano: Romanese Trento DOC. Vino prodotto secondo il metodo classico, come impone il disciplinare Trento DOC, questo spumante si distingue per la sua finezza minerale, l’equilibrio gustativo e la forte identità territoriale. Le uve, prevalentemente Chardonnay 90% con una piccola percentuale di Pinot Nero 10%, crescono su terreni morenici a circa 500 metri di quota, dove il clima alpino regala escursioni termiche ideali per sviluppare profumi e acidità. Il risultato? Un vino elegante, dal perlage sottile, con note di mela gialla, crosta di pane, fiori bianchi e un accenno di nocciola tostata. In bocca è secco, cremoso, ma di grande freschezza. La foglia, appesa a un ramo sottile, sembrava esitare, combattuta tra la voglia di spiccare il volo e la paura di cadere. Un’attesa che lo teneva sospeso tra il desiderio di un cambiamento e il timore dell’ignoto. Ogni giorno, guardando quella foglia, cercava di capire cosa stesse aspettando. Forse un soffio di vento più forte, forse un raggio di sole più caldo. O forse, semplicemente, il momento giusto. E mentre la osservava, sentiva che anche lui, come quella foglia, stava aspettando il suo momento, forse Un Messaggio. L’attesa, a volte, può essere un viaggio silenzioso, un’esplorazione interiore, un’opportunità per osservare il mondo da una nuova prospettiva, proprio come faceva dalla sua finestra, aspettando che la foglia danzasse e cadesse, e che il suo momento arrivasse. Mandami Un Messaggio “prima che venga domani” è un’esigenza; senza aggiungere altro, nessuna spiegazione, nessuna emoticon. Solo quel bisogno nudo, lasciato lì, come un bicchiere di vino mezzo vuoto sul tavolo della cucina. Paura? Nostalgia? Affetto? O solo la necessità umanissima, di non sentirsi soli esattamente nel punto in cui un giorno muore e un altro non è ancora nato.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: L’Enoteca offre alla mescita una proposta ampia e ragionata: Vino Nobile di Montepulciano, ovviamente, ma anche etichette che arrivano da piccoli produttori toscani; e vini da tutta Italia rossi bianchi e bollicine.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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16 Giugno, 2025

Pugni chiusi

  La letteratura di viaggio nasce come un’esigenza di lasciare traccia dei propri spostamenti e raccontare ciò che si è visto. D’altronde, il bisogno di narrare è una delle peculiarità che più contraddistinguono l’uomo; così come la necessità di creare una guida, un canovaccio e mappe rudimentali da seguire per fare fronte agli ostacoli, da consegnare non solo al viaggiatore del domani ma anche a colui che non viaggio, divenendo l’unico modo per fare un’esperienza altrimenti inimmaginabile. Io sono tutta presa dalla curiosità per questo futuro incerto, dalla sensazione di essere ormai libera dagli ostacoli degli uomini; tutta presa dalla gioia di sentire che ciascun giorno, d’ora in poi, sarà nuovo, e che nessuno di essi sarà uguale all’altro; tutta presa dalla decisione di osservare, d’ora in poi, una sola regola: quella di camminare diritto davanti a me scriveva l’esploratrice Ella Maillart, nel suo viaggio in Cina e Asia Centrale. Avevo lasciato tutto. Non cercavo nulla, se non il silenzio. Ma partii con i Pugni Chiusi, pieni di rabbia. Non sapevo nemmeno dove stessi andando. Solo che dovevo muovermi. Scelsi il viaggio più lontano, camminavo tutto il giorno, chiuso nei miei pensieri come in un giubbotto troppo stretto. Ogni passo sembrava inutile, ogni panorama troppo bello per il mio stato d’animo. Finché, un giorno, incontrai me stesso: seduto su una panchina, occhi aperti e mani segnate. Cammini come se stessi scappando mi dissi.
Forse è così
E con le mani così strette, cosa pensi di trattenere? Non seppi rispondermi. Quella notte, dormii sotto un cielo di stelle, in un campo di ulivi. Per la prima volta da settimane, aprii le mani. Nulla cadde. Nulla si ruppe. Solo il vento, che mi accarezzò le dita. Il giorno dopo iniziai a tornare. Non perché avessi trovato risposte, ma perché avevo lasciato andare le domande. Quel viaggio, cominciato a Pugni Chiusi, finì con le mani aperte, in un angolo autentico di Roma, lontano dai circuiti più battuti e turistici, dove esiste un luogo capace di trasformare ogni sosta in un piccolo viaggio dell’anima: Il Bistrot Bancovino. Un’enoteca dall’anima contemporanea e dal design essenziale, dove tra scaffali di bottiglie selezionate con cura e profumi che raccontano storie di terre lontane, il tempo sembra rallentare. Ogni vino ha il sapore di un racconto, ogni assaggio è una tappa di un percorso sensoriale che attraversa vigne, tradizioni e passioni. Qui Andrea seleziona personalmente tutti i vini proposti. Un luogo che è una terapia del corpo e dell’anima. Un viaggio per scoprire sé stessi in un ambiente puro e semplice, percorrendo spazi sconfinati di selezione vini, ma con tutte le attenzioni per rendere questa esperienza unica e indimenticabile. Lontano dal semplice concetto di degustazione, il Bistrot e il suo Oste propongono un’esperienza: quella di lasciarsi condurre dal palato verso scoperte intime, dove il calice diventa compagno di riflessione e il vino, mediatore silenzioso di emozioni. Entrare è come mettere piede in una terra sconosciuta, ma stranamente familiare. Si viene accolti con un sorriso sincero, di quelli che ti fanno sentire a casa pur sapendo di essere in un luogo speciale. Il legno caldo degli arredi, la luce soffusa, le bottiglie disposte come libri di una biblioteca segreta: ogni dettaglio invita a fermarsi, respirare, e partire. Le parole scivolano leggere tra i tavoli: si parla di vitigni, ma anche di viaggi, di luoghi visitati, di sogni ancora nel cassetto. La serata si trasforma in un pellegrinaggio intimo, guidato dai sensi, dove ci si perde e ci si ritrova un sorso alla volta. Lungo il viaggio, il cammino si fa più vivace e imprevedibile quando nel calice arriva il Pét-Nat Grizzling Brut Nature di Yann Durrmann, uve 100% Riesling (Alsazia), fermentazione spontanea con lieviti indigeni dopo una lunga e lenta pressatura di 6 ore. È un vino che non si lascia incasellare facilmente, come quei viaggiatori instancabili che seguono rotte non segnate sulle mappe. Alla vista, appare torbido, vivo, con una spuma leggera che annuncia fermenti ancora in movimento, come pensieri che cercano la loro direzione. Appena lo si avvicina al naso, esplode un bouquet fresco e inaspettato: agrumi maturi, fiori bianchi, un accenno di lievito e una mineralità tagliente, quasi selvatica. È come una passeggiata tra i filari dell’Alsazia, sotto un cielo ancora incerto tra sole e nuvole, con la terra umida sotto i piedi e il profumo dell’erba selvatica nell’aria. In bocca è puro dinamismo: secco, affilato, con una bollicina sottile ma persistente che accarezza il palato. Il residuo zuccherino è assente, e proprio in questa nudità il vino mostra tutta la sua verità. Il Grizzling, così chiamato da Durrmann per fondere ironicamente “Riesling” e la sua visione punk del vino, non si concede a compromessi. Ma chi è disposto ad ascoltarlo senza pregiudizi scopre un’anima luminosa, sincera, profonda. Un pét-nat che viene raccontato come si racconta un aneddoto da viaggio: con passione, con stupore, con un sorriso. Perché, in fondo, il viaggio più bello è quello che non avevamo programmato. E il Grizzling di Durrmann, con la sua anima ribelle e la sua autenticità disarmante, ne è la prova nel calice. Alla fine, uscire da questo luogo, è come iniziare a viaggiare a Pugni Chiusi e concludere il cammino a mani aperte. È un po’ come tornare da un esplorato: porti con te qualcosa che non avevi quando sei entrato. Non solo il gusto persistente di un viaggio unico, ma la consapevolezza che, anche nel cuore di Roma, esiste un luogo dove l’anima può ancora fermarsi, ascoltarsi, e semplicemente brindare alla bellezza del cammino.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA Il Bistrot alla mescita propone Bollicine Italiane e Francesi, Vino Bianco Italiano e Francese, Rosso Italiano Laziale. Tutti i prodotti disponibili al bicchiere sono tendenzialmente Vini naturali.     Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino    
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6 Maggio, 2025

Deserto

  Il passato è una danza tra bene e male, è porzione del tempo, comprendente avvenimenti già trascorsi. In senso cronologico il passato precede il presente, mentre dal punto di vista concettuale è opposto al futuro. Rappresenta un’essenziale parte del nostro essere, ed è un territorio complesso in cui confluiscono ricordi, esperienze ed emozioni. È una trama intricata che ci ha plasmato e ci ha portato fino a dove siamo oggi. Tuttavia, spesso evitiamo di confrontarci con esso, temendo le sue ombre e rimuginando su eventi dolorosi o sbagliati. È essenziale affrontare il passato con coraggio e sincerità, chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia C.Jung. Ciò suggerisce che esplorare i ricordi e le emozioni recondite può portare a una maggiore consapevolezza di sé e al raggiungimento di uno stato di autenticità. Quando affrontiamo il passato, ci permettiamo di esplorare le ferite emozionali, affrontare i traumi e liberare il peso del dolore accumulato. Una parte cruciale del confrontarsi con il passato è l’accettazione delle esperienze vissute l curativo è possibile solo quando c’è un’autentica accettazione di ciò che è C.Rogers. Accettare il passato ci aiuta a smettere di lottare contro i ricordi e ci permette di guardare con gentilezza a noi stessi e alle nostre scelte. Questo atto di compassione verso la nostra persona apre la porta alla guarigione interiore. È quel rifiuto della routine, dell’omologazione e della superficialità, elementi che percepiamo come vuoti e privi di significato. La scelta di non scegliere è una fuga da un’esistenza predeterminata che limita la libertà personale e soffoca l’autenticità dell’essere. Nel Deserto delle giornate va ricercata una terapia, questa è dove il passato incontra la vita: Civico 25. Enoteca Wine Bar a Perugia, nata nei primi anni 2000 con l’idea di portare familiarità e ricerca di prodotto in un contesto studentesco; evolutosi poi in punto di riferimento per la mescita/ristorazione del centro storico della città. Il progetto, oggi gestito da Alberto Noro, frontman vicentino di nascita ma perugino di adozione. Oste dall’anima Veneta che rifocilla, disseta e distende, figura sacra atta a pitturare le sue radici, capace di farci vivere un viaggio nel costume del suo territorio, fatto di luoghi, gestori di trattorie, osterie e bettole che hanno le redini di un microcosmo tradizionale e casereccio che oggi sembra andato perduto. Qui si respira famiglia, ospitalità. La ξενία (xenìa) era una faccenda seria nella cultura greca. Era un diritto e un dovere, un vero patto sociale con regole tra chi ospitava e chi era accolto. La xenìa non era una questione di ricchezza, di classe sociale o di potere; eroi e contadini, fuggitivi e re, dei e mortali, insieme, senza eccessive formalità si riunivano attorno a una stessa tavola a parlare, raccontare, animati solo dalla generosità del momento. L’ospitalità è un topos sacro, ogni ospite era mandato dal diVino, se gli si mancava di rispetto, cortesia o generosità, l’ira degli dei avrebbe fatto il resto. Al Civico 25 l’accoglienza viene vista come simbolo dell’anima autentica dell’oste. Il vino per lui è protezione dell’ospitalità e di tutti quegli antichi valori di collettività cari anche ai greci. Cantare, baciarsi, mangiare, cullarsi per qualche ora nel dolce far nulla che ci invidia l’Europa. Il Civico www.civico25.com è un gradito momento di pausa per il sé nel Deserto, dove accompagnato dal dio Bacco e dal buon bere ritaglia un momento di calma alla follia: Blanquette de Limoux Jean-Claude Mas Le Berceau Brut AOP uve Mauzac (che deve costituire almeno il 90% del vino), Chardonnay e Chenin blanc; la prima e più antica bolla prodotta in Francia https://www.degustibuss.it/blanquette-de-limoux/ Un vino fresco ed equilibrato che presta particolare attenzione alle immagini, ai suoni, ai colori e perfino alle vibrazioni percepibili nell’aria; che da consapevolezza ai modi in cui l’emozione filtra l’esperienza che si sta vivendo. Un prodotto che influenza l’esperienza sensoriale, floreale al naso, inclusi i suoni e gli stati emotivi, realizzando qual capolavoro tra corpo e mente che è volontà di essere. La funzione primaria del racconto è di svolgere una specie di controllo ad uscire. Come un usciere chi scrive controlla quello che accade, vede chi entra, chi esce, chi si muove e come si muove. Chi racconta, in realtà è come un coniglio: insegue le sue visioni, anche quelle inimmaginabili! A volte, poi, riesce a trovarle. Come si trova la balena bianca. Quello che io cerco di mostrare è il mondo in cui io vorrei vivere; quello dove mi potrei sentire bene, dove le persone siano gentili, dove trovare la via. Certamente c’è, un diario di dolore, con qualche lampo di piacere. Deserto è il resoconto nudo di un’ossessione assoluta, di un desiderio che la scrittura non doma né sopisce, ma testimonia con bruciante e disperata verità. Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai. M.Renton LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 15 prodotti: Bollicine italiane e Francesi. Vini Fermi Bianchi e Rossi Italiani.       Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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18 Marzo, 2025

Senza vento

  Per quanto mi riguarda non credo molto alle parole e in special modo alle mie, preferisco fare bolle di sapone, sono leggere allegre e poi scoppiano F. Levini   Nessuno dice più Cala la Notte. Nessuno dice A Domani. Nessuno parla di ieri o misura il tempo delle giornate. Non si affanna per la primavera o l’autunno, per l’estate e l’inverno, né per aurora né per vespro, per vita o per morte. Ci sono momenti in cui ci sentiamo come navi alla deriva in un oceano senza fine, Senza Vento che ci guidi. È in quei momenti neri che scopriamo la forza di ascoltare, e ritrovare la nostra rotta. La capacità di cambiare, di trasformare le difficoltà in crescita e di guardare l’orizzonte con occhi nuovi, è ciò che ci rende unici. L’essenza dell’essere umano risiede nella sua spinta a cercare significato, nell’intuizione che il viaggio conti tanto quanto l’arrivo. È un richiamo a non lasciare che il caos e l’apatia ci fermino, ma a navigare con uno scopo, ripensando la connessione. Progettare il caos manifesta la volontà utopistica di mettere ordine nel disordine per eccellenza. Ogni passo, ogni scelta, ogni respiro è un nuovo atto: quello di continuare a navigare, anche Senza Vento, verso un qualcosa, è un atto di forza È come un nero assoluto, sostanza chimica o elemento della natura che sia, che parla di energia del suo riflesso che sprofonda nelle tenebre, allegoria di vita e di morte, traslazione emozionale di sensazioni e percezioni contrastanti. Il nero non è sempre così crudele e minaccioso come lo narrano e spesso figurano. Ha in sé una forza di cui siamo preconcetti e affascinati nello stesso tempo, è un abisso da cui si può risalire, un passaggio obbligato della nostra esistenza. Dobbiamo attraversare le tenebre per conquistare la luce, è così la narrazione, ma questo non è uno stato fisico e intuitivo, ma una suggestione spirituale. Però, forse non è più tempo nemmeno per queste riflessioni, forse lo scintillio di tante informazioni ha preso il posto dell’innocenza e del suo chiarore. O magari abbiamo compreso oltre? Abbiamo compreso che il bianco non è sempre bianco e il nero non sempre, soltanto, nero. Che siamo in tanti e non c’è posto per tutti, almeno attorno a quella umile tavola di quel “pranzo mistico” che fu di Chiara e Francesco. Così forti così santi, talmente lontani ormai da questo presente travolgente, riempito di tutto ciò che è senz’anima e svuotato da ogni volontà di riflessione, immaginazione e intuizione. Vorrei scorgere da qualche parte, o in me, solo un briciolo della speranza, della certezza. Sappiamo davvero in cosa credere? Anzi, se credere, o il caos sta riprendendo i suoi spazi, a questo cosmos così imperfetto. Eppure, difronte a me ho ancora questo perfetto, assolutamente sublime nero. È Senza Vento, in un pomeriggio nero sublime di Bologna che arriviamo Al Risanamento in Via Zamboni. L’Enoteca nata da un’idea di Francesco Barsotti è orientata alla valorizzazione delle piccole realtà italiane e francesi, spaziando dalle etichette sofisticate al fascino del vino realizzato da piccoli produttori; con una selezione singolare e ricercata. Tra questi Champagne Florence Duchêne Brut Reserve Uve 50% Meunier 50% Pinot Noir. Cuvée importata direttamente dall’enoteca. Uno Champagne dal fine perlage, persistente, con sentori complessi di frutti rossi, ben equilibrato e con un finale leggero dalle note croccanti. Florence Duchêne, enologa di talento, padre Vigneron e madre filippina, ha scelto sin dal 2013 una viticoltura sostenibile, che conferisce una particolare autenticità ai suoi Champagne della Vallee de la Marne ricchi e nervosi, lavorando con un mantra ben preciso: Ho sempre pensato che lo Champagne debba essere per il vino quello che l’haute couture è per la moda Uno Champagne che è una moderna Camera delle Meraviglie (Wunderkammer) dove aroma e gusto si incontrano, creando un dialogo che esplora la meraviglia della natura e il linguaggio senza tempo dei profumi. Dove la bellezza è un concetto in antitesi con il caos, non è statica ma in continuo movimento. L’imperfezione diventa armonia, la diversità una ricchezza e l’inclusione un ideale. Senza Vento la memoria, il più delle volte, oltre ad essere una bussola, un intreccio di radici che ci accompagna sempre, ovunque andiamo, diventa il luogo ideale in cui possiamo rifugiarci, in cui ritroviamo quasi tutto quello che ci è capitato, e tornarci ogni tanto è come rileggere lo stesso libro quando sei solo un bambino, poi quando sei adolescente, e infine da adulto. Quel luogo cambia, si adatta al nostro presente, quale che sia, e somiglia sempre a quello di cui abbiamo bisogno nel momento in cui ci torniamo. Forse mai ci appartenemmo, io mai appartenni a lei e lei mai appartenne a me, ma fummo senza dubbio per sempre l’uno per l’altro. E Tu? Continui a sentire il vuoto?   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 20 prodotti: Bollicine italiane e Francesi, quest’ultime importate direttamente dall’Enoteca. Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati Italia ed estero (Francia, anche in questo caso importati direttamente dall’Enoteca).     Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino        
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19 Febbraio, 2025

Sole spento

  Quello che mi interessava era lo sfinimento. Cominciare ad urlare in modo così inteso che la mia voce si esaurisse e il suono si attenuasse fino a perderla completamente. È un’esperienza diretta, impossibile da replicare. Nel senso che urlo una volta e per una settimana non riesco a parlare. Ovviamente questo urlo è impossibile da replicare. Unico. Consumo energia in un lasso di tempo brevissimo. Quello che voglio è catturare la sua immediatezza. niente metafore, è così, qui ed ora. Ho sempre osservato l’Altro con curiosità, cercando una strada per conoscerlo, per ascoltarlo e per trovare una parte di me con cui riconoscermi e ritrovarmi. Ognuno di noi, a modo suo, cerca di conoscere, ascoltare e trovare un terreno fertile su cui seminare parole, racconti, emozioni che ci rappresentano. Siamo ciò che siamo e non solo. Siamo ciò che apprendiamo, ciò che ascoltiamo e vediamo. Tutto comincia da un luogo. Non sapremo mai dove, eppure ci restiamo dentro. Fino a quando non ci tirano fuori. Fino a quando non sarà il nostro momento. I luoghi raccontano la nostra storia, allo stesso modo, quelli reali e un po’ mitici, concorrono alla storia dell’io narrante e dei personaggi che li vivono. Quando penso alla scrittura come a uno spazio, non penso a qualcosa tipo: nascondiglio, cunicolo, stanza tutta per sé. Quando rifletto sulla scrittura in termini di luogo, immagino un mondo che ancora non esiste. Una storia dopotutto è un mondo (im)possibile. Tutto quello che scriviamo non esiste. Eppure, tutto quello che scriviamo dà esistenza a chi scrive, a chi legge… perfino la luce dentro un romanzo non esiste, eppure illumina tutto. Il necessario della scrittura è illuminare, fintanto che anche un Sole Spento può prendere luce. Spesso si dice che la mappa non è il territorio, ma le mappe aiutano a sognare, a immaginare i nostri viaggi, prima ancora di intraprenderli. Poi c’è da percorrere quelle strade, sentire gli odori, assaggiare i vini, ascoltare il vento. Perché senza vento spesso non si è pronti a volare. Se pensiamo a Dostoevskij o a Kafka, vengono alla mente spazi chiusi, stanze soffocanti. Al massimo qualche angusta viuzza. Altri, invece, respirano solo di vasti spazi aperti, ampie brughiere o praterie. Ce ne sono addirittura di quelli che sanno descrivere con precisione luoghi inesistenti, inventati, assolutamente irreali, prendendo però spunto da luoghi che hanno visitato. Di questo si tratta, in fondo: quando arriverà il nostro momento, immaginare interi mondi e spazi unici e renderli reali mettendo parole su una pagina. Questo è il caso del Bistrot Turin, luogo nel cuore del capoluogo Piemontese, a pochi passi dai Musei Reali, dove poter assaporare piatti tipici della Regione accompagnati da una grande varietà di vini. Un Sole Spento che si accende tra le luci dei portici. Diciotto chilometri di storia, eleganza e maestosità dove i torinesi passeggiano sbirciando nelle vetrine dei negozi, delle librerie, delle gioiellerie, sedendosi ai tavoli dei caffè e locali che qui si trovano. Entrare al Bistrot Turin è immaginazione che diviene realtà, tradizione, autoctonia, unicità, è la Torino che cercavamo. Amore e passione come valori fondanti, ma anche la volontà di creare un locale caloroso e dall’aria familiare. Un luogo dove poter degustare la tradizione piemontese: Erbaluce di Caluso Terre del Creario Metodo Classico 2020. Uve 100% Erbaluce dai profumi complessi ed evoluti, con note di erbe aromatiche, accompagnate da leggeri sentori di piccola pasticceria, crosta di pane e frutta secca, a cui si abbinano note floreali molto eleganti. Cuvée estremamente versatile dotata di buona sapidità che si contrappone ad una delicata morbidezza; finale con una gradevole nota agrumata. Un vino che è una lunga passeggiata tra profumi e molecole di cui ne identificano, il privilegio della bellezza. Sole Spento è attimo, è un respiro, è un dare e un ricevere; anche davanti a uno specchio. Mentre guardiamo noi stessi riflessi abbiamo qualcosa da dirci. Di fronte a ciò che non puoi vedere perché invisibile, a ciò che non puoi toccare perché impalpabile e non puoi sentire perché muto, insidioso e mortale, siamo tutti impotenti. Io? Tante volte e altrettante volte ho cercato di ritrovarmi ascoltando i miei incubi notturni, la preoccupazione, l’aggressività. Così mi sono ritrovato in un angolo a riscrivere una nuova storia. Un nuovo racconto ricreatosi dallo spegnimento di una stella, la più luminosa del firmamento. Nella speranza di guardare fuori e vedere una luce. Se qualcuno ti regalasse una scatola con dentro tutto ciò che hai perso nella vita qual è la prima cosa che andresti a cercare? A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto, a me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di magico pensiero. A.Merini   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA Mescita di circa 10 prodotti: Bollicine (italiane e Francesi). Vini Fermi Bianchi e Rossi, dove Piemonte, tanto Piemonte, Italia ed estero (Francia) sono le proposte giornaliere.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino  
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